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la citta futura

Lenin e la necessità di essere duttili dal punto di vista tattico

di Renato Caputo

L’imprevisto successo della rivoluzione in oriente e la sconfitta in occidente ha reso necessario ripensare a fondo la tattica per la transizione al socialismo in un paese solo e arretrato

Nella situazione d’impasse in cui si vengono a trovare i comunisti – che hanno spezzato, con la Rivoluzione di ottobre, l’anello più debole della catena delle potenze imperialiste, ovvero l’arretrata Russia zarista – a seguito del fallimento della Rivoluzione in occidente si impone necessariamente un ripensamento profondo della tattica politica da portare avanti. Dunque, nella tragica situazione in cui ci si troverà negli arretrati paesi che comporranno l’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche – sino a che la rivoluzione non si estenderà quanto meno ai paesi più industrializzati, in cui sono presenti società civili maggiormente complesse – a parere di Lenin le istituzioni (ancora necessariamente solo teoriche) di una società compiutamente socialista saranno da considerare più come degli ideali regolativi piuttosto che dei princîpi costitutivi per realizzare il processo di transizione al socialismo. Tuttavia non bisogna mai dimenticare che, sottolinea Lenin, “a un solo paese è impossibile realizzare completamente con le sue sole forze la rivoluzione socialista, anche se questo paese fosse meno arretrato della Russia, anche se vivessimo in condizioni più facili di quelle in cui ci troviamo dopo quattro anni di una guerra indicibilmente tormentosa, dura e devastatrice” [1].

Da tali premesse Lenin trae la conclusione che se da una parte resta l’imperativo categorico di allargare al massimo la partecipazione del proletariato agli apparati amministrativi, per poter realizzare con la democrazia proletaria la transizione al socialismo, dall’altro occorre necessariamente tener conto, soprattutto negli anni immediatamente seguenti alla rivoluzione in paesi arretrati, della tragica necessità di non poter fare a meno delle capacità direttive dei tecnici non solo di estrazione, ma anche di ideologia piccolo borghese o borghese tout court.

Per quanto riguarda il primo ordine di problemi, ossia l’importanza decisiva della partecipazione popolare alla costruzione del socialismo, Lenin sottolinea: “per noi [rivoluzionari e comunisti] è importante far partecipare all’amministrazione dello Stato tutti i lavoratori senza eccezione. È un compito di una difficoltà enorme. Ma il socialismo non può essere instaurato da una minoranza, da un partito. Lo debbono instaurare decine di milioni di persone, quando impareranno a farlo da se stesse” [2]. Dunque, osserva Lenin, per quanto “nei nostri Soviet c’è ancora molto di rozzo, incompleto, su questo non c’è dubbio, questo è chiaro a chiunque osservi il loro funzionamento [che è un residuo del carattere piccolo-borghese del nostro paese], ma quello che in essi c’è d’importante, di storicamente valido, che rappresenta un passo avanti nello sviluppo mondiale del socialismo, è che qui è stato creato un nuovo tipo di Stato” [3].

Del resto questo decisivo mutamento nelle sovrastrutture è reso possibile da un altrettanto decisivo mutamento che sta avvenendo, in primo luogo grazie alla rottura rivoluzionaria, a livello della struttura economica e sociale con la progressiva liberazione della forza-lavoro dal giogo del lavoro salariato, che non può che liberare le potenzialità umane, che troveranno poi espressione anche sul piano delle sovrastrutture, giuridico, politiche e culturali. Come ricorda a questo proposito Lenin: “la grandiosa sostituzione del lavoro servile con il lavoro per sé, lavoro organizzato, secondo un piano su scala gigantesca, nazionale (e in una certa misura anche su scala internazionale, mondiale) esige per di più – oltre ai provvedimenti ‘militari’ di repressione della resistenza degli sfruttatori – immensi sforzi di organizzazione e di iniziativa da parte del proletariato e dei contadini poveri. Il compito organizzativo si intreccia, in un tutto indissolubile, con il compito di reprimere militarmente, in modo implacabile, la resistenza degli schiavisti di ieri (i capitalisti) e della muta dei loro lacchè, i signori intellettuali borghesi” [4].

D’altra parte, per quanto concerne il secondo ordine di problemi, ossia il non poter fare a meno delle competenze degli intellettuali organici alla borghesia, occorre – a parere di Lenin – sempre rammentare, hegelianamente, che la negazione della società borghese non può essere assoluta, ovvero astratta, ma deve necessariamente determinarsi, ovvero togliere tesaurizzando ciò che di buono e di ancora necessario si può e deve ereditare dal precedente modo di produzione, tanto più dinanzi alle difficoltà reali di fondare le inedite strutture dello Stato socialista con un materiale intriso di residui di “barbarie feudale”. In altri termini, dunque, il compito del proletariato e a maggior ragione della sua avanguardia nella rivoluzione proletaria non è solo distruttivo come nella rivoluzione borghese in quanto, come ricorda Lenin, la rivoluziona socialista – che non può ridursi a un putsch militare, alla semplice presa del Palazzo d’Inverno – “può essere realizzata con successo solo se la maggioranza della popolazione, e innanzitutto la maggioranza dei lavoratori, è capace di un’attività storicamente creativa e autonoma”[5].

Dunque le istituzioni socialiste che si vengono delineando, nel processo di costituzione delle Repubbliche socialiste sovietiche, per quanto rappresentino un patrimonio storico universale, in quanto costituiscono i primi significativi tentativi compiuti su larga scala di gettare le fondamenta di uno Stato socialista, scontano necessariamente tutti i limiti del milieu storico in cui si sviluppano, un ambiente dominato – come non si stanca di ricordare Lenin – dalla piccola produzione contadina. La repressione implacabile di ogni tentativo degli sfruttatori di riprendere il controllo sociale è condizione necessaria, ma non sufficiente se non si accompagna allo sforzo di riorganizzare la compagine statuale, la società civile e la struttura economica. Quindi, non si stanca di sottolineare Lenin, oltre al necessario compito negativo della democrazia proletaria/dittatura del proletariato di sconfiggere le forze contro-rivoluzionarie esterne e interne, “accanto a questo compito se ne impone altrettanto imperiosamente – e quanto più si va avanti tanto più si imporrà – un altro più vitale, quello della positiva edificazione comunista, della creazione di nuovi rapporti economici, della creazione di una nuova società” [6].

Perciò, negli ultimi anni Lenin accentua la necessità di lottare contro l’estremismo quale malattia infantile del comunismo che contrappone il proprio ideale astratto all’esigenza di trovare in tempi brevi, imposti dall’avversario di classe, delle soluzioni alle difficoltà concrete che la società sovietica incontrava nel processo di transizione al socialismo. Ad esempio, la pretesa estremista, per cui la Repubblica dei Soviet non debba scendere a nessun compromesso con le potenze imperialiste che la accerchiano, equivale per Lenin a sostenere che essa “non potrebbe esistere senza prendere il volo verso la luna” [7]. Al punto che Lenin definiva irrazionale l’affermazione che “‘nell’interesse della rivoluzione internazionale è opportuno ammettere la possibilità di perdere il potere sovietico’”, in quanto non vi è alcun legame logico fra i postulati e la deduzione, tanto da definire addirittura “mostruosa” l’accusa rivolta dal tanto eroico quanto utopista soviet di Mosca al potere sovietico, subito dopo la controversa firma del trattato di pace di Brest-Litovsk, di rischiare di divenire “‘puramente formale’” [8].

Al contrario, ricorda a ragione Lenin come gli stessi rivoluzionari borghesi si fossero ben guardati, in frangenti altrettanto tragici, di assumere tali posizioni disfattiste: “i francesi [giacobini] nel 1793 non avrebbero mai detto che le loro conquiste, la repubblica e la democrazia, stavano diventando puramente formali, che bisognava ammettere l’eventualità di perdere la repubblica. Essi non erano pervasi dalla disperazione, ma dalla fede nella vittoria” [9]. Perciò, replicava Lenin agli argomenti addotti dal Soviet di Mosca che “la loro risposta riconosce la giustezza del mio argomento concreto: sì, ammettono i moscoviti, effettivamente ci attende la sconfitta, se noi affrontiamo la battaglia con i tedeschi. Sì, questa sconfitta porterebbe effettivamente alla caduta del potere sovietico” [10]. Tale estremismo, quindi, è solo apparentemente ardito, mentre in realtà testimonia, come osserva a ragione Lenin, “uno stato d’animo caratterizzato dal più profondo e desolato pessimismo, un senso di assoluta disperazione” [11] che contrasta completamente con la necessità di mantenere alto il morale delle forze rivoluzionarie. Senza ottimismo rivoluzionario viene anche meno la determinazione alla lotta per cui anche i necessari arresti e arretramenti tattici nel processo di transizione non producono scoramento, ma temprano il carattere delle avanguardie, rinsaldano l’autodisciplina delle masse, spazzando “via la millanteria e l’amore della frase” rivoluzionaria [12].

Perciò, Lenin polemizza a fondo contro il semplice richiamo alle formule agitatorie: “l’inasprirsi della lotta è una frase vuota da soggettivisti, dimentichi del fatto che il marxismo impone per ogni parola d’ordine l’analisi puntuale della realtà economica, della situazione politica e del significato politico di questa parola d’ordine” [13]. In altri termini, Lenin vede nella determinazione a proseguire la lotta un’attitudine decisiva per trasformare le sconfitte in vittorie “perché le più dure sconfitte militari subite nella lotta contro i colossi dell’imperialismo contemporaneo non potrebbero temprare anche in Russia il carattere del popolo, rafforzar l’autodisciplina, spazzar via la millanteria e l’amore della frase, insegnare la fermezza, condurre le masse ad adottare la stessa tattica dei prussiani schiacciati da Napoleone: firma pure i trattati di pace più infami quando non hai un esercito, raccogli le forze e poi sollevati e risollevati sempre di nuovo?” [14].

Al contrario, Lenin sottolinea la “necessità di accettare una pace estremamente gravosa ora, in questo momento, preparando seriamente al tempo stesso la guerra rivoluzionaria (e anzi appunto nell’interesse di questa seria preparazione)” [15]. Perciò contro al ragionamento improntato al tanto peggio tanto meglio del Soviet di Mosca, secondo cui la ripresa dell’aggressione imperialista al paese dei soviet avrebbe rafforzato nel suo popolo il consenso per lo Stato socialista, Lenin risponde sostenendo che, “al contrario, l’invasione straniera non farà che rafforzare le simpatie del popolo per il potere sovietico se… se esso non si lancerà in avventure. Il rifiuto di firmare la più infame delle paci quando non si ha un esercito è un’avventura, di cui il popolo accuserà a buon diritto il potere che abbia opposto un tale rifiuto” [16].


Note
[1] V.I. Lenin, Discorso al I congresso dei consigli dell’economia nazionale (maggio 1918), in Sulla rivoluzione socialista, Edizioni Progress, Mosca 1979, p. 330.
[2] Id., Rapporto sulla revisione del programma e il cambiamento della denominazione del partito tenuto al VII congresso straordinario del PC(b)R (marzo 1818), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 315.
[3] Ivi, p. 312.
[4] Id., Come organizzare l’emulazione? (gennaio 1918), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 286.
[5] Id., I compiti immediati del potere sovietico, in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 316.
[6] Id., La grande iniziativa (giugno 1919), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 415.
[7] Id., Strano e mostruoso (febbraio-marzo 1818), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 307.
[8] Ivi, p. 304.
[9] Ivi, p. 309.
[10] Ivi, p. 305.
[11] Ivi, p. 309.
[12] Ivi, p. 310.
[13] Id., Intorno a una caricatura del marxismo e all’“economicismo imperialistico” (agosto-ottobre 1916), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 72.
[14] Id., Strano… cit., in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 310.
[15 ] Ivi, p. 305.
[16] Ivi, pp. 310-11.
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