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“Scienza” o ricerca scientifica?

di Guido Viale

Tre soubrette del pensiero, Matteo Renzi, Beppe Grillo e Roberto Burioni, hanno firmato un “patto per la scienza”, invitando tutte le forze politiche a sottoscriverlo; un “patto” è un documento vincolante il cui nome viene dal latino pax, pace. I tre invitano la politica non solo a far pace con la “scienza”, ma anche a muover guerra agli “pseudoscienziati”: quelli che “con affermazioni non dimostrate e allarmiste, creano paure ingiustificate tra la popolazione nei confronti dei presidi terapeutici validati dall’evidenza scientifica e medica”. Dunque, l’obiettivo di questo patto sembra soprattutto quello di mettere al bando – “non tollerare” – come già è stato fatto, alcune categorie di professionisti in campo medico: forse tutti quelli che praticano medicine alternative, assimilandoli, senza alcuna verifica, alla “stregoneria”; ma soprattutto quelli che contestano l’obbligatorietà dei vaccini di cui il prof Burioni – questo Zichichi della medicina – è diventato il paladino nazionale, vendendola come incontestabile verità scientifica.

Alcuni scienziati-divulgatori, di cui Burioni e la senatrice Cattaneo sono oggi i principali esponenti in Italia, amano presentare la scienza come una “cosa” unica, rinchiusa in un recinto a cui possono accedere solo gli addetti ai lavori (“la scienza non è democratica” ribadisce Burioni), che si legittima attraverso, e solo attraverso, il suo metodo, anch’esso presentato come unico.

Che cosa ci sia però in comune tra, per esempio, un matematico che sviluppa un teorema nella sua testa, e poi trascrive i suoi pensieri su un pezzo di carta con la matita, per poi riversarli in un computer in forma più elaborata, e vedersi stampato su una rivista l’articolo, se supera la peer review, da un lato, e, dall’altro, il direttore di un acceleratore di particelle costato centinaia di miliardi e servito da migliaia di scienziati e di tecnici, finalizzato a scoprire che cosa sarebbe successo un miliardesimo di secondo dopo il big bang, richiederebbe forse, vista la diversità dei rispettivi “laboratori”, un’analisi più approfondita. Anche se i risultati acquisiti da entrambi possono avere importanti ricadute tecnologiche e, nel secondo caso, trattandosi di una “grande opera”, anche rilevanti impatti economici sui fornitori di quell’apparecchiatura. Il “metodo scientifico” di chi continua a parlare di “scienza” in generale sarebbe ciononostante unico in quanto fondato comunque su due pilastri: l’esperimento, che isola un fenomeno o un processo da tutto quello che gli può succedere intorno, per analizzane il comportamento; e la falsificabilità: cioè il fatto che un diverso esperimento possa contraddire le conclusioni ricavate da quello precedente. Resta però aperta la possibilità che in mancanza di un approccio olistico, proprio l’isolamento che esclude, o cerca di escludere, il mondo esterno dal campo dell’esperimento finisca per fornire un’immagine della realtà falsata o comunque parziale. Per questo la “falsificazione” di un risultato, o della teoria che su di esso si fonda, che è ciò che fa progredire la conoscenza, spesso non nasce nel recinto chiuso della “scienza”; specie quando una “comunità scientifica” autoreferenziale si erge a guardiana della sua purezza e della propria intangibilità; bensì dalle brecce di quel recinto che lasciano filtrare qualcosa del mondo reale che la “scienza” aveva escluso dal suo ambito. In altri termini la scienza e i suoi metodi non possono pretendere di essere al di fuori e al di sopra della storia, come fanno la religione o il dogma; sono realtà storiche, che si sono sviluppate riflettendo e “internalizzando” le strutture sociali in cui le pratiche della ricerca scientifica si sono trovate di volta in volta inserite; oppure, e questa è il riscontro della loro storicità, contestando le une per cambiare le altre. O viceversa.

Queste cose – va ricordato a chi continua a trattare il ’68 come un movimento “senza cultura” – erano perfettamente note alla “cultura” del Sessantotto; anzi, erano in gran parte la sostanza di quella cultura, il suo risultato più importante; quello che ha contribuito a delegittimare l’edificio dei saperi cristallizzati nella organizzazione dell’Università e della ricerca; e con esso le gerarchie sociali e l’organizzazione del lavoro che quei saperi a loro volta legittimavano: spianando la strada a una vigorosa contestazione dell’ordine esistente, a partire dalla fabbrica, che era allora il cuore di tutta l’organizzazione sociale. Quella cultura aveva allora trovato casa innanzitutto nelle università occupate di quasi tutti i paesi del mondo; e in Italia un’importante sintesi, ma certo non l’unica, nel libro L’ape e l’architetto di Marcello Cini: uno scienziato.

Ed ecco il punto: non entro nel merito – non ne ho le competenze – delle numerose ricerche che contraddicono le certezze del prof Burioni sui vaccini, o di quelle che contraddicono le certezze della senatrice Cattaneo sugli Ogm. Ma se centocinquanta pediatri o medici di base, che hanno seguito i loro pazienti per molti anni di seguito – senza circoscrivere le loro competenze ai risultati di una prova di laboratorio fatta da chi i vaccini li produce – arrivano a sostenere che i soggetti non vaccinati presentano in genere una salute più solida di quelli vaccinati e una maggiore resistenza alle infezioni, bè; allora anche solo per questo, e a prescindere da tutto il resto, una verifica rigorosa di queste loro affermazioni, non affidata solo alle loro percezioni soggettive, ma neanche solo agli interessi di big pharma, andrebbe messa in campo. Invece di stringere “patti” per costringerli al silenzio o cacciarli dall’ordine. O no?

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