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“Crepe nel sistema. La frantumazione dell’economia globale” di Fabrizio Saccomanni

di Luca Picotti

Recensione a: Fabrizio Saccomanni, Crepe nel sistema. La frantumazione dell’economia globale, Il Mulino, Bologna 2018, pp. 208, 19 euro, (scheda libro)

Il panorama economico e geo-politico globale è caratterizzato, in questo delicato passaggio storico, da un’intrinseca contraddittorietà, nonché da numerose crepe che ne delineano il volto disarmonico. A dieci anni dalla crisi finanziaria, nuovi problemi si profilano all’orizzonte senza che i vecchi siano stati risolti o quantomeno affrontati con risolutezza. La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina sta rallentando il commercio globale, mentre l’inasprimento della politica monetaria della Fed – con il progressivo innalzamento dei tassi di interesse – inizia a generare le prime conseguenze su alcune economie emergenti, come Turchia, Brasile e Argentina, con deflussi di capitale e svalutazioni del cambio rispetto al dollaro.

In Europa, nel frattempo, sembra interessare più il dibattito sulle migrazioni che quello su una potenziale riforma dell’architettura istituzionale e finanziaria, con il risultato che le numerose criticità insite all’Unione continuano a minacciarne la sopravvivenza.

Fabrizio Saccomanni, economista dalla lunga esperienza istituzionale, prima come Direttore Generale della Banca d’Italia poi come Ministro dell’economia e delle finanze nel Governo Letta, passando per gli incarichi presso il Fondo monetario internazionale, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo e la Banca centrale europea, nel suo ultimo libro Crepe nel sistema.

La frantumazione dell’economia globale edito da il Mulino, offre al lettore una bussola per orientarsi nel grande dis-ordine globale.

In particolare, lo scopo di Saccomanni è quello di tracciare una diagnosi sullo stato di salute della cooperazione internazionale a dieci anni dalla crisi finanziaria globale. «La crisi è stata un vero e proprio terremoto per l’economia mondiale e si è lasciata dietro uno “sciame” di scosse politiche, sociali, economiche e finanziarie tuttora in corso. La struttura della cooperazione internazionale, con le sue istituzioni e le sue regole, è stata seriamente compromessa. Crepe profonde minano la tenuta del sistema della cooperazione internazionale» (p.7).

 

Da Bretton Woods ai fenomeni di boom and bust

L’analisi dell’Autore prende le mosse dall’intima convinzione che, a differenza di quanto si è soliti pensare, esistono le istituzioni, gli strumenti e le strategie per dare vita ad una cooperazione internazionale in grado di far fronte alle sfide del ventunesimo secolo. Non solo, l’aspetto paradossale è che gli stessi Stati si sono più volte dimostrati concordi nell’abbandonare un sistema monetario e finanziario internazionale orchestrato dai mercati e caratterizzato dai fenomeni di boom and bust – ad un’ipertrofica erogazione di credito ed accumulazione di debito segue una drastica contrazione del credito, con le conseguenze nefaste che abbiamo visto a partire dagli anni Ottanta nei paesi emergenti fino alla crisi del 2007-8.

Ad esempio, la dichiarazione seguita al G-20 di Pittsburgh del 2009 sottolineava la necessità di «voltare pagina su un’era di irresponsabilità e adottare un insieme di politiche, regole e riforme che possano venire incontro alle necessità dell’economia globale del XXI secolo». Il problema, sottolinea Saccomanni, è la mancanza di volontà politica, figlia di contingenti interessi nazionali che indeboliscono le strutture sovranazionali impedendone il corretto ed efficace funzionamento.

L’ordine creatosi dopo il secondo conflitto mondiale era fondato, scrive Saccomanni, sul multilateralismo istituzionale, potendo questo poggiare appunto su istituzioni come le Nazioni Unite, la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale. A queste venne assegnato il compito di attuare gli accordi di Bretton Woods (1944) «realizzando un ordine basato sulla cooperazione economica e monetaria tra nazioni, sulla stabilità dei cambi, sulla libertà dei commerci, sul controllo dei movimenti di capitali destabilizzanti». (p.15). La prima crepa in questo sistema di cooperazione – un sistema che aveva, sottolinea l’Autore, portato ad una crescita del reddito e del commercio su scala mondiale senza precedenti – si manifestò il 15 agosto 1971, quando il presidente americano Nixon decretò l’abbandono della convertibilità in oro del dollaro, violando unilateralmente le regole di Bretton Woods.

Da quel momento, al netto delle fasi di crescita che non possiamo trascurare, la comunità internazionale non è stata più in grado di governare il processo di globalizzazione finanziaria ed economica, lasciando – soprattutto a partire dagli anni Ottanta, poiché appoggiata dalla dottrina economica dominante – ogni potere ai mercati, come già accennato in relazione ai fenomeni di boom and bust.

 

Stati Uniti, Cina ed Europa: egoismo nazionale o cooperazione?

In questo contesto si muovono i principali attori della scena politica globale, incapaci per mancanza di volontà politica di perseguire obiettivi comuni per la stabilità finanziaria ed economica mondiale – anche sociale e ambientale, verrebbe da aggiungere. In primo luogo gli Stati Uniti, spinti da Trump al di fuori di regole e istituzioni internazionali, nell’ottica di una strategia basata su una serie di confronti bilaterali in cui agitare i muscoli. In secondo luogo la Cina, impegnata sotto la guida del presidente Xi Jinping in una crescita economica di lungo periodo, attraverso forti investimenti in infrastrutture e nel campo dell’intelligenza artificiale, per allargare il proprio raggio di influenza ed esercitare la propria supremazia. Infine, smarrita in mezzo a questa dialettica muscolare tra le due grandi superpotenze, l’Europa: «Quanto prima l’Europa capirà che in questa severa contesa essa sarà soccombente se non riesce a realizzare un’Unione politica, tanto meglio sarà. Allora potrà gestire non solo la propria economia e la propria moneta, ma anche la propria difesa, la propria politica estera e il proprio ruolo sulla scena globale». (p.10).

In particolare, l’Europa in quest’epoca di frantumazione globale rappresenta per antonomasia le difficoltà cui vanno incontro gli Stati se non abbandonano l’egoismo nazionale: dalla discrasia tra una politica monetaria comunitaria e una fiscale nazionale, al mancato completamento dell’Unione bancaria, passando infine per i nodi insoluti della Brexit, l’Europa rischia secondo Saccomanni di rimanere nella marginalità, al ruolo di periferia dell’Impero.

Inoltre l’Autore evidenzia, sempre per quanto concerne l’organizzazione dell’Unione europea, la mancanza di politiche anticicliche per affrontare i periodi di crisi: «L’UE non dispone al momento di un’efficace struttura di politiche anticicliche per affrontare una prolungata fase di stagnazione e deflazione. La politica monetaria può ovviamente svolgere un ruolo nel sostenere l’attività economica, ma la BCE ha costantemente messo in guardia gli stati membri sui limiti della politica monetaria nel far fronte a squilibri strutturali e ha apertamente raccomandato che la politica monetaria venga sostenuta da politiche di bilancio coerenti e da riforme strutturali a livello nazionale». (p.100). Secondo Saccomanni, si è troppo agito sul lato delle politiche dell’offerta, quando bisognerebbe occuparsi anche di politiche sulla domanda, lavorando innanzitutto sugli investimenti, calati in media del 15 per cento dal picco del 2007, con decrementi maggiori nei paesi dell’Europa meridionale. (p.109).

Il volume affronta nel dettaglio numerosi aspetti riguardanti le istituzioni sovranazionali ed europee, dall’FMI alla Banca Mondiale, dall’OMC al MES europeo. Dinanzi alle sfide che si delineano all’orizzonte, gli elementi fondamentali di una possibile strategia sono stati da tempo teorizzati nei dibattiti post-crisi senza però essere attuati. In sintesi, secondo Saccomanni, per debellare le crepe più profonde del sistema globale la strategia dovrebbe realizzare: «un coordinamento delle politiche macroeconomiche da utilizzare in funzione anticiclica e un ampio programma di investimenti in tecnologie innovative e infrastrutture, mirato a migliorare il potenziale di crescita delle economie e cofinanziato dalle organizzazioni internazionali e da investitori privati; un rafforzamento del sistema multilaterale del commercio per contrastare le pressioni protezionistiche; un rafforzamento della rete di sicurezza finanziaria globale, incrementandone le risorse mobilizzabili e coordinando le regole di “ingaggio” ». (p.60).

 

Le conclusioni di Saccomanni

In poche parole, l’economista auspica, al netto delle varie sfumature e dei dettagli che in questa sede è impossibile trattare, una nuova Bretton Woods, caratterizzata da un sistema commerciale multilaterale aperto, da un sistema di regolamentazione finanziaria concordato a livello internazionale per rafforzare la solidità delle banche e un ancoraggio delle politiche macroeconomiche orientato alla stabilità[1].

La prospettiva è suggestiva anche se, considerato lo Zeitgeist, pare di difficile realizzazione: paradossalmente, proprio la contemporaneità iper-globalizzata sta mostrando quanto sia ancora prioritario l’interesse nazionale; questo è evidente in Europa, dove la Germania continua ad operare una politica mercantilistica che va a discapito degli altri stati membri, o dove i paesi scandinavi abbozzano proposte volte ad esacerbare i meccanismi di austerità mentre i paesi meridionali chiedono più deficit e flessibilità. Ed è evidente pure se guardiamo alla contesa tra gli Stati Uniti e la Cina, per non parlare dell’attivismo militare russo. Proprio contro questo egoismo nazionale l’Autore lancia il suo j’accuse.

La cooperazione internazionale è in crisi e Saccomanni con questo volume cerca di capirne i motivi e le cause. Le possibili soluzioni accennate dall’Autore sono globali, perché globali saranno le sfide del futuro: questo è il monito più importante che arriva dalle pagine del libro, che rimangono una ricca e argomentata documentazione del presente, nonché un invito dettato da una forte passione civile all’azione politica. Perché, sembra dirci Saccomanni con questo volume, alla fine è tutta una questione di volontà politica.


Note
[1] In merito a quest’ultimo punto, il rafforzamento di una sorveglianza multilaterale con l’assistenza di un FMI riorganizzato nei sui rapporti di forza, come auspicato da Saccomanni, lascia in ogni caso perplessi circa la possibilità di coordinare questa sorveglianza, data l’importanza delle politiche macroeconomiche per i singoli Stati.
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