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lavoro culturale

I filosofi e la politica

di Prisca Amoroso

Una recensione a “I filosofi e la politica. Teoria e pratica a confronto” (ETS, Pisa, 2017), il volume curato da Cassandra Basile

Cinquant’anni dopo il Maggio 1968, la questione del rapporto dei filosofi con la politica si trova priva di una sua riconoscibilità propriamente politica e sembra mostrarsi, nelle sue rare occorrenze, come un problema di interesse soprattutto filologico e accademico. Alcune recenti pubblicazioni, tuttavia, non limitandosi a registrare questo “infiacchirsi” della voce del filosofo nella società, rilanciano la questione dello statuto della filosofia e si propongono come interventi attivi nella battaglia in favore di un ruolo costruttivo – e non solamente critico – del pensiero. Penso al libro di Gianluca Briguglia, L’animale politico. Agostino, Aristotele e altri mostri medievali (Salerno Editrice, Roma, 2015), che, con un agile percorso nella filosofia medievale, mette in luce come tornare a riflettere sulla “natura” sociale e politica dell’essere umano significhi stare «sul perimetro possibile di costruzione della società e della politica», o a quello, recentissimo, di Donatella Di Cesare, Sulla vocazione politica della filosofia (Bollati Boringhieri, Torino, 2018), che a una carrellata storica di grandi figure del pensiero filosofico politico a partire da Eraclito, accosta una proposta attuale di filosofia engagée.

In questo panorama, nel quale più voci prendono parola in favore dell’impegno politico della filosofia, si inserisce il collettaneo I filosofi e la politica. Teoria e pratica a confronto (ETS, 2017). Ho fatto riferimento al Sessantotto non perché nella prossimità al cinquantenario questo libro abbia trovato la sua occasione, ma piuttosto perché mi sembra si possa distinguere, in una raccolta che mette insieme riflessioni su filosofi anche molto distanti nel tempo e nelle idee, una linea di continuità, che è quella di una certa dimensione dell’immaginazione e dell’immaginario come momenti politicamente produttivi, che risale il libro dall’ultimo saggio, su Cornelius Castoriadis – di Veronica Neri – al primo, pur lontano da questo, sul Bene in Platone – di Adalberto Coltelluccio.

I filosofi e la politica, a cura di Cassandra Basile, si configura come una raccolta compatta, omogenea, attraversata dalla tensione della domanda relativa al ruolo che, oggi e non solo oggi, la filosofia può giocare in rapporto alla prassi politica.

Se già in quegli anni Sessanta, i ritmi accelerati del boom economico e la pervasività della promozione commerciale continua sembravano saturare lo spazio dell’immaginario e depauperare l’immaginazione, indirizzandola a tutto vantaggio della crescita dei consumi, oggi la precarizzazione delle vite, la disillusione rispetto a quel modello economico, la trasformazione del linguaggio politico, e non ultima l’emergenza ecologica ormai conclamata, che configurano l’attuale scenario di crisi, rendono la questione dell’immaginazione produttiva un tema ancora e di nuovo cruciale.

La stagione del Romanticismo, sulla scorta della distinzione hegeliana, aveva insistito sulla non sovrapponibilità tra un’immaginazione pensata come riproduttiva, e la fantasia, momento originariamente produttivo, creativo, riservato al genio. Sartre, nella propria tematizzazione, lega invece il concetto di immaginazione con l’assenza, o meglio con il movimento di trascendimento dell’esistente in direzione del non presente, del possibile. Questo carattere restituisce uno spazio di manovra all’immaginazione, e alla contingenza che sostiene la dimensione politica. È Bloch ad esplicitare l’aspetto temporale della facoltà immaginativa, a tradurre l’assenza con il non-ancora, ridefinendo questo andare oltre come movimento verso il futuro, e così sottolineandone l’esigenza programmatica.

Come si vede, se il Sessantotto ha portato nella strada l’immaginazione, e se l’ha candidata al potere, la questione non deve essere confinata ad una stagione: lo slancio dell’immaginazione verso il futuro è per Marcuse «il solo a congiungere la filosofia con la storia reale dell’umanità» (Cultura e società, Einaudi, Torino, 1969).

Nel saggio che Veronica Neri dedica a Cornelius Castoriadis, si configura un certo modo di intendere la filosofia, non solo e non tanto come “teoria”, come sistema, quanto, soprattutto, nel senso di un insieme di “delucidazioni” che devono permettere l’istituzione della società. Da un lato, dunque, la teoria stessa è intesa come una forma di prassi: «la theoria è un tipo di praxis» scriveva Merleau-Ponty (La natura, Raffaello Cortina, Milano, 1996), in un passo opportunamente citato nel contributo di Gianluca De Fazio. Dall’altro, e anche qui mi pare si possa leggere un’affinità con Merleau-Ponty, l’istituzione di una società è un movimento che esige una ripresa continua. Condividendo un immaginario, una società può riconoscere se stessa; producendo un confitto di immaginazione – una pluralità di finalità possibili –, essa può auto-istituirsi.

La polis è, per Castoriadis, l’esempio più puntuale di società auto-istituita, fondata democraticamente nella posizione di leggi discusse su una base collettiva. Il caso greco permette a Castoriadis di pensare il problema della posizione delle leggi, appunto, perché la polis si è interrogata «intorno a quel che è bene e a quel che è male, attorno ai principi medesimi in virtù dei quali ci è possibile affermare […] che una cosa è buona o cattiva» (C. Castoriadis, L’enigma del soggetto. L’immaginario e le istituzioni, Dedalo, Bari, 1998, p. 178). È il tema del saggio di Adalberto Coltelluccio: anche qui, pur in uno sforzo molto diverso, orientato a una ricostruzione filologica del problema del Bene in Platone, vi è l’idea della vita politica e morale come di un tendere verso qualcosa, come l’approssimazione a una forma giusta. Non semplice utopia, o meglio: utopia come buon luogo, non come non-luogo, a cui corrisponde un Bene che non è qui, ma che permette che qui ci sia del buono: «la finalità ultima dello stesso filosofare non può essere ridotta alla pura “contemplazione” del Bene» (Coltelluccio, p. 23).

La figura di Socrate è, in questo senso, esemplare (si veda, a questo proposito, il citato libro di Donatella Di Cesare): scrive De Fazio che «La verità che Socrate esprime, accettando il processo e la condanna, non è (solo) una verità di ragione, ma prima di tutto etica. Ogni verità etica trova il suo fondamento in pratiche che sono sempre installate in un campo d’azione che è tanto esistenziale quanto vitale” (De Fazio, p. 104). L’immaginario sociale istituente è il momento della creazione del senso sociale, mediante la quale il soggetto psichico collabora all’investimento di senso delle norme sociali – che non sono auto-sufficienti e che, dunque, richiedono questo investimento – e diviene, così, individuo sociale.

L’idea di immaginazione che mi sembra valga la pena, ancora oggi, far valere nel discorso politico, è quella radicale, non combinatoria di pezzi della realtà, ma profondamente creativa: è l’immaginazione non riproduttiva, ma incessante e indeterminata, foriera di configurazioni nuove. L’immaginario della società occidentale della seconda metà del Novecento è un immaginario degenerato, nel quale l’artigianato scompare e la corsa alla pubblicità satura l’esigenza creativa. Questa condizione richiede uno sforzo di creazione di immaginario che non conosce precedenti, per evitare ciò che ora sembra inevitabile, una catastrofe ecologica e umana. In senso politico, «Si tratta della fondazione di un’etica nell’immaginario, visto che l’istituzione della società, con le sue regole, segue l’atto creativo» (Neri, p. 119). È in questo senso che il testo di Marta Rosa su L’arte e il suo rapporto con la realtà: tra Moritz Geiger e Walter Benjamin trova una formulazione politica: è il valore politico, più che quello estetico, dell’arte ad essere qui centrale: l’arte esprime una presa di posizione nei confronti dell’oggetto, e questa responsabilità, questo prendere partito si traduce – contro l’estetizzazione e la spettacolarizzazione della politica, ancora così tristemente attuali – in una politicizzazione del gesto artistico.

È fondamentale, per la comprensione del valore della creatività, la riflessione di Kant sulla differenza tra inganno – che tenta di sostituirsi al rappresentato – e illusione -–che permette la costituzione di mondi nuovi, di cui discute Basile nel suo “La doppiezza della forma. Sul rapporto tra verità, veridicità e menzogna in Kant”. E ancora, risultano cruciali le pagine che De Fazio dedica all’ambiguità dell’espressione, che «non è mai del tutto nel mondo […], ma non ne è mai al di fuori del tutto» (De Fazio, p. 100). Torna di nuovo il problema della verità, e quell’idea di koinos kosmos che, mutuata in questo saggio da Merleau-Ponty, rende conto del rapporto tra il filosofo e la comunità. Significativo l’omaggio del filosofo francese a Socrate, qui ripreso in un ritratto che ne mette in luce il rifiuto a «ritirarsi dal rapporto col reale» (De Fazio, p. 105). Accanto a questi, l’importante saggio di Lorenzo Sala sul problema della verità in Hegel mette a fuoco alcuni snodi del pensiero hegeliano e chiarisce le malcomprensioni che una certa vulgata ha prodotto, riducendo a motti facilmente contestabili espressioni complesse come quella, famosa, dell’equivalenza di reale e razionale – che va messa in relazione all’unità immediata di essenza ed esistenza, per la quale «l’essenza non è più qualcosa oltre l’esistente» (Sala, p. 73).

La formulazione dell’utopia nella storia, come qualcosa che non è ancora, ma che tuttavia non è totalmente altro, mi sembra l’elemento che connette intimamente agli altri il saggio di Chiara Carmen Scordari, che propone una rilettura dell’Epistola allo Yemen di Mosé Maimonide: a differenza delle teorie messianiche tradizionali, è presente, in questo testo del XII secolo, la convinzione che «l’era messianica sia un processo che avrà luogo nella storia e sarà soggetto a tutte le dinamiche propriamente storiche» (Scordari, p. 35): merita attenzione questa ricerca, perché essa mira a sottolineare come, in questa forma di messianesimo, lo stesso avvento divino sia possibile alla condizione che le comunità, storiche e umane, lo consentano. È un approfondimento utile a comprendere il rapporto delle comunità storico-politiche ebraiche con l’attesa della venuta di Dio – che per Gershom Sholem è causa e conseguenza «dell’atteggiamento ebraico verso la storia nazionale e verso gli avvenimenti cosmici» (Scordari, p. 40) –, e importante perché misura la portata dell’assenza all’interno di una comunità: è ancora una volta un tendere verso a definire l’etica e le politiche di una società, che divengono lo stadio preliminare della condizione messianica.

Come si intuisce, spaziando molto largamente nella storia del pensiero, I filosofi e la politica riesce nel tentativo di riattualizzare alcune figure e certi momenti importanti della tradizione filosofica politica, ponendosi come l’esercizio attivo della voce dei filosofi nella società, e disegnando il quadro di un dibattito vivo e promettente.


Tratto da "il lavoro culturale" al seguente link: http://www.lavoroculturale.org/i-filosofi-e-la-politica/
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