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goofynomics

Ancora sulle regole

di Alberto Bagnai

Il Financial Times torna su un tema del quale qui ci siamo occupati per anni, e che ora dovremo approfondire, quello delle regole fiscali. Le posizioni del mainstream, come previsto, sono in rapida evoluzione. La logica della deflazione è quella della concentrazione del reddito e della ricchezza: una logica politicamente insostenibile nel lungo andare, almeno in un regime democratico. Nonostante i media ci raccontino il gran successo elettorale degli unionisti, in giro si nota una certa preoccupazione. Darci dei fascisti può funzionare nel brevissimo periodo, ma nel lungo andare bisognerà pur trovare una strategia meno perdente dell'insultare chi ti ha votato contro! Per giustificare il fatto che adesso (cioè dopo aver impoverito i poveri, ma prima di impoverire tutti i ricchi!) bisogna fare investimenti c'è chi drammatizza la "crisi climatica" (il verde, per gli investimenti, si porta sempre bene...), e c'è chi invece se la prende con le regole, scoprendo l'acqua calda, ovvero che il concetto di Pil potenziale è una colossale scemenza.

Il migliore articolo che ho trovato su questo argomento è quello di Heimberger e Kapeller (2017). Se avremo tempo, lo leggeremo insieme, ma il messaggio è molto semplice, ed è quello che vi avevo illustrato nell'articolo sulle regole (scritto prima di leggere questo contributo "tecnico"): il Pil potenziale, per come viene calcolato, è semplicemente una sorta di media dei passati risultati economici.

Se, per motivi dipendenti dal ciclo economico globale, un paese in un determinato anno ha un risultato economico fortemente negativo, perché il resto del mondo non ha domandato i suoi beni, le regole di Bruxelles attribuiranno a questo paese, da lì in avanti, una ridotta capacità di offrire, cioè di produrre, beni, e quindi qualsiasi manovra sulla spesa pubblica che implichi una maggiore domanda di beni sarà vista come inflazionistica, perché la domanda determinata dalla maggiore spesa pubblica (o dalla ridotta raccolta fiscale) "urterà" contro una capacità produttiva ridotta e quindi genererà inflazione (per la legge della domanda e dell'offerta).

Naturalmente, ragionando in questo modo un paese che viene "tirato giù" da una crisi non potrà mai permettersi (secondo Bruxelles) lo sforzo fiscale necessario a "tornare su", perché altrimenti rischierebbe l'inflazione, quella orrenda tassa sui più poveri, l'unica che ai ricchi sta tanto a cuore non mettere, forse perché quando ce n'era un po' di più i poveri non stavano così male, come qui vi dimostrai numeri alla mano (forse dovremmo capire che i ricchi fanno gli interessi di se stessi, e quindi seguire i loro consigli e le analisi delle loro televisioni solo se siamo anche noi ricchi come loro... nel qual caso avremmo di meglio da fare che guardare la TV!). In questo senso le regole di Bruxelles obbligano a mantenere un certo livello di disoccupazione, un congruo esercito industriale di riserva, quello compatibile col cosiddetto NAIRU.

Ma il dato paradossale è che, senza rendersene conto, gli offertisti, quelli secondo cui non è possibile che la produttività sia influenzata dal lato della domanda, e quindi in particolare non è possibile che abbia risentito del rallentamento delle esportazioni (come noi abbiamo argomentato qui e pubblicato qui e qui), costruiscono una misura di offerta (il prodotto potenziale) totalmente e irrazionalmente dipendente dall'andamento della domanda! Insomma: nella loro prassi si conformano, in modo inconsapevole e distorto, alla logica che forse dovrebbero seriamente e consapevolmente prendere in considerazione nelle loro teorie, quella post-keynesiana.

Se, per un momento, e senza particolare pretesa di scientificità, ci adeguassimo al loro modo di ragionare, considerando domanda e offerta come due mondi distinti e separati, dovremmo dirci che il fatto che per un anno la domanda internazionale crolli non dovrebbe influenzare più di tanto il potenziale produttivo di un paese, che quindi dovrebbe restare sulla sua traiettoria storica (a differenza dal risultato effettivo, condizionato appunto dal crollo della domanda). Insomma, in questo grafico:

Potenziale

La misura del Pil potenziale più attendibile (nella logica offertista) dovrebbe essere la linea tratteggiata grigia, che estrapola la tendenza storica fra il 1980 e il 2007. Il Pil potenziale del Fmi (come quello dell'Ocse e quello dell'Ue), invece, si adegua passivamente al risultato storico, cioè alle dinamiche della domanda. Il risultato è che se un governo chiede, in circostanze visibilmente eccezionali come quelle del 2009, di fare uno sforzo di bilancio (più spese, minori entrate) per tornare sul suo sentiero di crescita di lungo periodo (la linea grigia), Bruxelles risponde di no "perché altrimenti fai inflazione", indipendentemente dal fatto che lo sforzo sia dentro o fuori la regola del 3%. Secondo Bruxelles, per essere chiari, superando l'1,6% di deficit nel 2019 avremmo portato il Pil a eccedere il potenziale, facendo accelerare l'inflazione!

Ma (per aggiungere al danno la beffa), anche restando nella loro logica da minus habens, ci sarebbe da chiedersi: dove sarebbe mai il danno se accelerassimo l'inflazione italiana? Dallo scoppio della crisi dei "debiti sovrani" (cioè pubblici) l'inflazione in Italia è stata in media dell'1.3%. Ci siamo persi uno 0.7% di inflazione all'anno per 10 anni, cioè 7 punti di inflazione cumulata, che avrebbero contribuito ad alleviare il peso del nostro debito.

Ma questo non interessa apparentemente a nessuno.

Il dato vero è un altro: il riferimento al Pil potenziale, voluto (paradossalmente) e elaborato da economisti e funzionari italiani della Commissione per aggiungere "flessibilità" alle regole, si è rivelato un inutile cappio al collo, perché ci ha condannato ad avanzi primari eccessivi, che hanno ucciso la nostra crescita, quando l'esperienza dimostra che la regola del 3%, quella sancita dai Trattati, nonostante fosse irrazionale e controproducente, l'Italia se la poteva permettere e come!

I numeri sono qui:

 

Cattura

 

Nei 20 anni dall'inizio di questa fantastica avventura la Francia ha violato la regola 13 volte, la Germania 7, e l'Italia 9 (di cui una per pochi decimali: faremmo meglio a dire 8). Diciamo che siamo stati molto più tedeschi che francesi. Il deficit francese in media è stato del 3.6% del Pil, quello tedesco dell'1.2% (bravi, ma naturalmente ci sono controindicazioni), e quello italiano del 3.0%. Di conseguenza, gli scostamenti dalla regola del 3% sono stati in media praticamente nulli, mentre nel caso della Francia gli scostamenti cumulati equivalgono a 11.3 punti di Pil di deficit (e per la Germania a 35.5 punti di Pil di surplus).

Invece di impiccarci ai bizantinismi del deficit strutturale, ci sarebbe convenuto, e ci converrebbe, tenerci la regola iscritta nei Trattati, che alla prova dei fatti ci avrebbe offerto molto più spazio fiscale della cosiddetta "flessibilità", calcolata sul nulla, con algoritmi che non sono più capiti neanche da chi li ha congegnati, su basi statistiche fragili e continuamente soggette a revisione, con una totale opacità rispetto al controllo democratico dei cittadini, e con margini di discrezionalità più ampi e più arbitrari di quelli che il feticismo delle regole, in teoria, dovrebbe permettere.

Questo bel capolavoro è dovuto per lo più a seguaci di quello che chiamò queste regole "stupide".

Certo, la regola del 3% nominale è stupida. Ma impreziosirla di tanti arzigogoli non ha aiutato molto il Paese (posto che lo si volesse fare), anzi! Siamo qui ridotti a non considerare come eccezionali circostanze in cui il nostro Pil viaggia quasi 400 miliardi di euro al disotto della sua traiettoria inerziale, perché per il metodo di calcolo "intelligente" col quale abbiamo corretto le regole "stupide" va bene così! Se questo è essere intelligenti, ben vengano gli stupidi, anche perché fra l'altro, com'è ben noto, votano male, cioè per il partito di chi vi scrive (cosa della quale io li ringrazio)!

Le posizioni del mainstream, ripeto, sono in rapida evoluzione, e una parte del merito è di questa comunità.

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Comments

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Pat
Sunday, 09 June 2019 21:09
Un sottosegretario del governo verde giallo perché trova spazio su questo sito?
Qual è la ragione?
Forse siamo a corto di economisti ?
E cmq perché sinistrainrete offre questo spazio a chi è al governo, a questo governo?
Dov'è la scelta editoriale?
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cleto
Saturday, 08 June 2019 13:49
Grazie per la risposta; come volevasi dimostrare.
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antonio
Saturday, 08 June 2019 12:57
Quoting cleto:
Al di là del contenuto dell'articolo, sarei curioso di sapere come mai un leghista (se non confondo lo confondo con un'altra persona, naturalmente) viene ospitato spesso in un sito che si definisce di sinistra. Forse perché le tesi economiche di certa "sinistra" sono imparentate con quelle del sovransimo fascistoide?


Ecco, "al di là del contenuto"... Io sono contrario a questo andazzo manipolatorio, per cui gli argomenti di una persona valgono o meno a seconda dell'etichetta che il mainstream decide di applicargli, per cui vediamo celebrare noti criminali di guerra con centinaia di migliaia di morti sulla coscienza (es. Hillary Clinton) e ridurre "ad Hitlerum" chi cerca di portare avanti le sue idee fuori dai canoni del neoliberismo. Fattene una ragione una parte della sinistra non è più allineata col globalismo liberal della finanza e delle multinazionali e cerca, sia pure faticosamente, altre strade, confrontandosi persino - orrore - con i non laureati e gli "sdentati" che si ribellano sia pure confusamente.
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cleto
Saturday, 08 June 2019 10:24
Al di là del contenuto dell'articolo, sarei curioso di sapere come mai un leghista (se non confondo lo confondo con un'altra persona, naturalmente) viene ospitato spesso in un sito che si definisce di sinistra. Forse perché le tesi economiche di certa "sinistra" sono imparentate con quelle del sovransimo fascistoide?
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