L'Europa è antiquata?
di Pierluigi Fagan
Faccio seguito al discorso del post precedente cambiando parzialmente soggetto, dall’uomo in generale all’Europa in quanto popoli che la abitano. Nel libro “Verso un mondo multipolare”, si scriveva che l’Europa non è un soggetto geopolitico e quindi sarebbe finita col diventare un oggetto, un campo di competizione della tenzone tra più poli.
L’Europa è storicamente multipolare al suo interno ma oggi il format si è trasferito all’esterno, è il mondo a diventare multipolare ed un soggetto multipolare in un contesto multipolare diventa spezzatino per appetiti robusti. Si rimane sconfortati a leggere i pessimi dati dell’economia tedesca nel secondo trimestre, non tanto per il dato in sé, quanto per la sua prevedibilità. Un economia fortemente esportatrice in un mercato che va irrigidendosi a livello mondiale per molte ragioni tra cui il confitto tra le due maggiori potenze (ma non solo), non può che scontrarsi con nuovi limiti, limiti che condizionano l’export, che retroagiscono sul volume economico, dei tedeschi a di tutti i Paesi europei che dipendono dal benessere del popolo tedesco ovvero della sua economia. Quasi per tutti i paesi europei, la Germania è il primo mercato di esportazione.
Tutto ciò era noto dall’elezione di Trump, se era noto a me che ho scritto un insulso libricino, doveva esser noto a tutti, no? Si noti che Trump non ha ancora elevato dazi al comparto automotive tedesco sebbene li abbia minacciati.
E si noti che proprio in questi giorni torna in luce il contenzioso sul contributo tedesco alle spese NATO con tanto di minaccia americana di accettare l’invito polacco a trasferire baracche e burattini lì da loro con frange di orgogliosi germani che rilanciano “… e se ne vadano e si portino però pure le bombe atomiche sotterrate nel nostro suolo patrio!”. Contenzioso che si somma al dichiarato malumore americano per il raddoppio del North Stream. Nel mentre Deutsche Bank e Commerzbank continuano a scavare il piano dei minimi di quotazione mentre DB ha dovuto cedere quasi tutte le attività investment banking worldwide con cui pretendeva di far concorrenza ai giganti anglosassoni in dimensione globale. I tedeschi esportano per il 9% in USA, per il 7% in Cina che con lo yuan in discesa e la situazione conflittuale con gli americani potrebbero contrarre la domanda e per il 6% in UK che da fine ottobre, potrebbe creare ulteriori problemi. Ci si domanda: ma le élite tedesche si sono fatte un piano strategico per i prossimi decenni?
Credo ci abbiano pensato ma hanno poi preso atto che il popolo tedesco nulla sa di queste complicazioni. Il succedersi di elezioni quadriennali in cui ogni partito deve garantirsi il potere ed ogni leader deve garantirsi il potere del partito, più tutte le pressioni dei vari portatori di interesse tra cui quelli coi soldi che hanno priorità, non facilita le svolte strategiche. Più che altro porta all’amministrazione del contingente. Il contingente preme per la replica dello status quo e così forse nessuno si è occupato del fatto che il Reno oggi è paurosamente in secca ed i cambiamenti climatici creeranno disastri alle produzione alimentari, nessuno si è domandato se era il caso di continuare a rimanere concentrati sull’industria pesante e rimanere del tutto privi di propri asset nel digitale-informatico, nessuno ha un piano organico per contrastare la paurosa contrazione di popolazione cui i tedeschi saranno soggetti per motivi demografici. Importare siriani ha poi fatto emergere un AfD al 10% con catene di paure interne, dai bavaresi ai mai sopiti spettri della storia novecentesca. Se, come pare, si va ad una guerra valutaria, chi va a spiegare ai tedeschi che con l’euro forte si va a far vaso di coccio tra vasi di ferro?
Stavo giusto leggendo la piccola ma succosissima Storia della globalizzazione di Osterhammel-Petersson (due storici, non due economisti o sociologi) che ricordavano come l’illusione comune al liberoscambista radicale R.Cobden ed al marxista K.Marx (che invero rifiutava l’auto-allineamento) di un mondo mercato capitalistico che relegava gli Stati ad attori secondari, “utopia antipolitica” la chiamano efficacemente i due, dopo la fase libero-mercatistica 1846-1880, passò a quella del doppio conflitto mondiale poiché gli Stati esistono (da circa cinquemila anni) e non tollerano che l’uno sia più potente dell’altro per ovvie ragioni di salvaguardia della propria capacità di decider per sé (oltre che per l'altro).
Ad esempio da chi comprare gas (si veda il consiglio dato a Salvini nel suo ultimo viaggio americano a proposito del TAP), con chi far commercio (si veda il consiglio dato a Salvini nel suo ultimo viaggio americano a proposito del’accordo commerciale Italia-Cina), quanto investire in spesa militare con chi e perché.
L’Europa è rimasta l’ultima Thule dell’utopia antipolitica, convinta che ormai è solo una faccenda di mercati e valute, utopia che le serve per gestire la propria intrinseca multipolarità interna nel mentre le varie élite del capitale finanziario pasteggiano voraci ed insaziabili. Utopia che diventa distopia e assurdo storico nel mentre s’instaura un nuovo ordine mondiale in cui grandi potenze non solo economiche, sgomitano per stabilire i rapporti di gerarchia per i prossimi trenta anni.
Vale per gli utopisti libero-scambisti, per gli economisti monetaristi, per gli economisti in genere che pensano di possedere la chiave di interpretazione del mondo quando è in dubbio posseggano quella per intendere la loro stessa disciplina, per i sovranisti valutari, per i sostenitori degli Stati Uniti d’Europa che sono un rigurgito di logica che però non ha condizione di possibilità concreta e quindi rimane flatus vocis, invocazione meta-fisica.
Insomma, parrebbe che gli europei travolti dal cambiamento, non abbiamo una propria idea di dove andare e quindi come cambiare. Possibile? Rimediabile? Una buona giornata a tutti voi, comunque...















































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