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nuovadirezione

Dalla padella alla brace

Analisi della situazione politica

di Nuova Direzione

Un consuntivo

Il governo “gialloverde”, uscito dalla “rivolta degli elettori” del marzo 2018 ha indiscutibilmente fallito. Il fallimento è certo ascrivibile anche ai limiti dei ceti dirigenti coinvolti (i calcoli elettorali di Salvini sono troppo evidenti per richiedere interpretazioni a triplo fondo), tuttavia il fallimento più significativo è quello strettamente politico, ovvero l’abbandono della capacità di presentarsi davvero come ‘cambiamento’ rispetto al paralizzante bipolarismo precedente.

La promessa implicita nel ‘governo di compromesso’ gialloverde era duplice.

Da un lato mettere all’angolo, per una volta, il “Partito Estero”, ancorato ai privilegi ricavabili da una relazione subordinata con il potente di turno (francese, tedesco o angloamericano che sia). Dall’altro ridar voce a quei ceti perdenti, ancorati ai mercati interni, privi di capitali adeguati ad accedere al gioco della cattura dei mercati esteri: gruppi sociali periferici, spaventati, arrabbiati.

Entrambe le forze al governo si sono dimostrate immature e largamente inconsapevoli di un compito storico che andava ben al di là delle loro forze e della loro capacità di analisi.

Ma per una breve stagione è sembrato a molti che essi potessero colmare con l’entusiasmo e la determinazione le lacune di esperienza, capacità, forza economica e relazioni mediatiche, tutti fattori monopolizzati da un establishment capace di dividersi su tutto, ma pronto a compattarsi immediatamente di fronte allo ‘straccione venuto a bestemmiare in chiesa’.

La forma degli argomenti dell’establishment è caratteristica.

Questi gruppi, sovrarappresentati sul piano mediatico, hanno passato il tempo:

- Ad invocare lo spread, agitato sin dall’avvio dell’esperienza di governo e sempre pendente, come arma asimmetrica, che esprime la natura classista del potere contemporaneo: l’espressione diretta degli interessi dei detentori di capitale.

- Ad invocare il rapporto deficit/pil, con annessi parametri e tecniche di calcolo, anch’esso agitato su base quotidiana, pur essendo una costruzione ideologica di scarsa rilevanza obiettiva, e ad agitare lo spettro del debito pubblico.

- Ad evocare il ristagno dei consumi, inevitabile in presenza di impoverimento dei mercati interni, ma letto come se fosse un problema di ‘mancate riforme’.

- Ad invocare ‘maggiore competitività’, espressione economicamente ambigua, ma letta sempre come un’accusa nei confronti delle leggi e dei lavoratori, dimenticando che l’abominio più grande oggi non è la riduzione dei profitti, ma lo spreco di un’intera generazione, la cui vita sta passando e non tornerà.

- Ad invocare eterne ‘riforme’, il cui unico significato costante è una riduzione dei diritti del lavoro, dei trasferimenti del welfare, degli investimenti pubblici, del perimetro dello Stato.

In ultima istanza dietro alla goffa decisione di Salvini non è azzardato scorgere la pressione interna alla Lega del “Partito Estero”, che nel lombardo-veneto ha una forte rappresentanza di contoterzisti per il mercato tedesco. La combinazione di ambizioni personali e pressioni di una base sociale economicamente influente ha mosso la mano che ha staccato la spina al governo.

Una pressione che si è accompagnata, risultando decisiva, alla costante spinta della rappresentanza istituzionale del “Partito Estero” che già all’avvio intese scegliere i ministri chiave per garantire gli interessi dominanti.

 

Il contesto della crisi

Tutto ciò è avvenuto senza che i fattori critici nello sviluppo italiano siano stati toccati. La ragione più profonda del progressivo indebolimento del tessuto produttivo nazionale, in particolare nelle aree meno connesse ai distretti centroeuropei orientati all’esportazione, è il declassamento del paese a semi-periferia nell’ambito della nuova divisione internazionale del lavoro.

Vince in una lotta simile chi ha aziende fortemente capitalizzate, uno stato forte che le protegge, e mercati aperti in cui possono dominare. Perde chi non è in grado di sostenere le proprie aziende, proteggere i propri cittadini, e garantire la tenuta del proprio mercato interno, ovvero redditi e consumi.

Vince chi è in grado di inibire i meccanismi difensivi altrui, imponendo forme organizzative e apertura dei mercati conformi alle proprie esigenze. Perde chi crede nella retorica del più forte, introietta le critiche altrui in forma di autorazzismo, e si convince anche di meritare la propria debolezza, vista come tara morale, dissimulando con ciò il dominio delle catene del valore.

L’Unione Europea non è, come una retorica stantia vorrebbe, lo strumento per garantire ai paesi membri le condizioni per difendere i propri cittadini e le proprie imprese. Sarebbe bello se lo fosse, ma non è nulla del genere: si tratta dello strumento, brandeggiato dai paesi più forti, per impedire che i più deboli si possano difendere. L’Unione Europea reale, non quella vagheggiata, è un dispositivo asimmetrico di potenziamento della forma statuale dei più forti (Germania e Francia) e di neutralizzazione di quella dei più deboli.

La mancata comprensione di questa semplice realtà è ciò che rischia di causare un passaggio “dalla padella alla brace”, con il nascente governo “biancogiallo” (di ‘rosso’, salvo qualche rossore di vergogna, non c’è ovviamente traccia) cui sono già giunti significativi segnali di incoraggiamento da parte dei maggiori rappresentanti della tecnocrazia della Ue.

 

Scenari di rischio

Prima avevamo un’alleanza tra due forze confuse e reattive, poco consapevoli, nella base come nei vertici, della profondità della svolta culturale e della nuova direzione da prendere, ma spinte da una base di massa stanca della lunga crisi italiana. Una base che è stata tradita. Una coalizione contraddittoria, nella quale era stata inserita sin dall’avvio una robusta ‘quinta colonna’ eurofedele, che ha prodotto un “decreto dignità” (ponendo temi rimossi da tempo), che ha balbettato di nazionalizzazioni (senza concludere nulla), che ha posto la questione dei precari della New Economy (incontrando i veti di Confindustria e della parte “padronale” della Lega), che ha introdotto il reddito di cittadinanza (senza però porre affatto la questione dei rapporti di forza capitale/lavoro), che infine ha promosso gli interessi dei redditi medio-alti con le parole d’ordine della flat tax e della pace fiscale.

Infine i temi della sicurezza e dell’immigrazione, temi sentiti nella popolazione e dunque giustamente affrontati, si sono trasformati per la Lega nell’occasione di un comizio ininterrotto a reti unificate, distraendo l’attenzione da numerosi altri problemi inevasi e almeno altrettanto rilevanti.

Un bilancio dunque in forte chiaroscuro, con prevalenza dello scuro, ma il cui non trascurabile merito è stato quello di sdoganare temi e problemi rimossi da decenni.

Ciò che si profila ora è invece un’alleanza particolare: da un lato una forza benintenzionata, ma confusa e priva di radicamento istituzionale e mediatico, come il M5S; dall’altro il più fermo bastione del “partito estero” in Italia, un partito che rappresenta una ‘base sociale’ di vincenti, o almeno sopravviventi, che non ha alcun interesse a far cessare la crisi italiana.

Tale alleanza, nel caso si consolidi, rischia di condurre ad un mutamento genetico in chiave neocentrista, forse moderatamente redistributiva, ma con la riproposizione di quel bipolarismo fantoccio Destra-Sinistra che ha bloccato per anni la scena politica italiana.

Il rischio assai forte insito nel ‘governo biancogiallo’ è dunque quello di sterilizzare quel poco di nuovo che era emerso con il voto del 4 marzo, tradendo le speranze di milioni di italiani, e approfondendo nel lungo periodo la crisi italiana.

All’Italia serve mettersi al lavoro per superare i suoi storici problemi, aggravati e non risolti dall’abbraccio europeo: una mai riuscita unificazione ed un dualismo sociale e territoriale che si riproduce tra Nord e Sud, aree costiere e interne (che si stanno spopolando rapidamente), aziende e ceti rivolti all’esportazione e altri catturati dal sempre più asfittico mercato interno (quel mercato che il governo tecnico di Monti volle scientemente “distruggere”), tra renditieri e lavoratori.

All’Italia, dopo il fallimento del tentativo “gialloverde”, serve un’autentica alleanza sociale e territoriale, non altri regionalismi egoistici. Serve una riforma fiscale che non vada come sempre a vantaggio dei pochi, ma che sia conforme alla costituzione, progressiva e attenta ai molti.

All’Italia serve un’autentica visione multipolare, nel mondo che cambia rapidamente, e non i vecchi riflessi atlantici (o, in alternativa, germanocentrici). Non serve scegliere tra diversi padroni, ma imparare ad essere liberi.

Bisogna guardare con coraggio al presente ed al futuro e per far questo è necessario organizzarsi in modo autonomo, costruire Nuova Direzione serve a questo. Se ne senti il bisogno contattaci, lo faremo insieme.

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