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kelebek3

Il ghetto escludente della “inclusività”

di Miguel Martinez

Ieri sera, mi sono messo a leggere il libro di Roger Hallam, cofondatore di Extinction Rebellion, Common Sense for the 21st Century.

Come tutti i Savonarola – di cui ha anche un po’ l’aspetto – Hallam taglia il mondo con l’accetta, ma tira anche fuori molte cose che preferiremmo non dire o sapere.

Tra molte riflessioni memorabili, una piccola frase fulminante sulla Sinistra: il “ghetto escludente della ‘inclusività'”.

Oggi nella nostra piazza, c’erano tante persone, molte delle quali miei amici; con cui condivido tante cose e con cui ho anche fatto tante cose. Sono sicuramente persone generose, sostanzialmente in buona fede e di carattere buono.

Ma qui mi interessa cogliere qualcosa di più sottile, perché un conto sono gli individui, un conto le collettività.

La festa/corteo/manifestazione è stata convocata da un insieme di realtà – come si dice – che si chiama resistenze. Astraiamo dal richiamo alla Seconda guerra mondiale, è guardiamo la parola in sé. Che vuol dire, Loro fanno, ma Noi resistiamo.

C’è una netta divisione in due dell’umanità, sostanzialmente tra sfruttatori e sfruttati.

Che contiene un elemento di verità, ma pone anche un’alternativa che pochi osano guardare in faccia:

la prima possibilità è che si diventi sfruttatori perché l’occasione fa l’uomo ladro, e quindi non esistono buoni e cattivi, ma solo ladri riusciti e ladri mancati che si lamentano;

oppure esistono alcuni individui intrinsecamente malvagi, magari per motivi genetici, che guarda caso sono quelli che vincono sempre.

Sfruttare è comunque un agire; ed essere sfruttati un subire. Non è del tutto diverso da quello che passa per la testa di chi divide il mondo in invasori islamici e invasi italici.

Si parte con un corteo “per il Rojava“, e qui di nuovo si aprono tante domande, cui non so rispondere.

Possibile che dopo un secolo e passa di lotte da parte delle masse, cioè teoricamente della grande maggioranza dell’umanità, l’unico esempio al mondo di successo sia una striscia di deserto nel nord della Siria?

Ma che cosa rende quella striscia particolare?

Parto dalla certezza che l’YPG non sia peggio di tutti gli altri che si sono massacrati in Siria in questi otto anni; e quindi non mi lascio influenzare particolarmente da chi lo accusa di pulizie etniche o di “violazioni di diritti umani” o di imporre la volontà di un piccolo gruppo di militanti sugli altri.

Ho anche letto qualche testo del Grande Capo Apo, quello con i baffoni: molti anni fa, quando fu arrestato lessi un articolo su un giornale italiano, che non ho più ritrovato, dove lui sosteneva la propria affinità con l’Italia, perché i kurdi sarebbero i discendenti dei legionari romani in Oriente, ancora impegnati nella difesa contro le orde d’Oriente.

Poi pare che il Grande Capo Apo abbia letto in carcere gli scritti di Murray Bookchin, un anarchico americano emarginato tra i suoi litigiosi compagni, e abbia avuto altre rivelazioni. Che trovo molto generiche e astratte, ma in linea di massima mi piacciono.

Ma perché l’YPG dovrebbe essere meglio, ad esempio, di al-Qaida che in Siria ha cercato anch’essa di costruire una società alternativa, con forti motivazioni ideali?

Certo, quelli di al-Qaida sono musulmani, e noi – e l’YPG – no, e questo è un comprensibilissimo motivo per preferire l’YPG ad al-Qaida.

Poi sappiamo che l’YPG mette in posa donne con il mitra, che fa pensare che siano meno primitivi degli arabi e di altri arretrati. Ma questo lo fa anche il governo siriano che entusiasma pochi a Sinistra.

L’YPG avrebbe messo in piedi, dicono, una “rivoluzione ecologista“.

Non ho molte informazioni in merito.

Però l’ecologia è una cosa meravigliosamente materiale: riguarda come la gente mangia, consuma, gestisce i rifiuti nel senso più ampio della parola.

E mi rendo conto che, da gente di sinistra che dovrebbe stare attenta a queste cose, non ho mai sentito nulla riguardo alle domande fondamentali – di cosa campano in quella striscia già misera e devastata da otto anni di guerra? Chi possiede i mezzi di produzione, e cosa producono? Cosa mangiano, come lavorano i campi, come usano l’acqua e cosa ci riversano? Usano pesticidi? Li importano? Da dove? E il petrolio…?

Qualcuno mi dirà giustamente, “informati meglio!” Però ho il sospetto che nemmeno la folla che è partita in corteo oggi si sia informata meglio.

In testa al corteo, come sempre da memoria d’uomo, c’è un furgone, con musica sparata ad alto volume.

Che soffoca il megafono subito dietro, dove ad aguzzare l’udito, c’è una voce appassionata, che recita un discorso.

E’ una sorta di spiegazione della realtà, che non ammette alcuna domanda o incertezza. Come sempre, la maggior parte è semplicemente incomprensibile, ma c’è una cantilena inconfondibile, un modo di prolungare le sillabe e di marcare gli accenti che sento da quando ero piccolo, eppure io ho i capelli grigi e la ragazza al megafono è molto più giovane di me.

Sembra un discorso sciamanico, in trance, dove le parole, sempre uguali, fluiscono senza alcun bisogno di pensarle. Sarebbe affascinante farci uno studio fonetico, linguistico, poetico.

Un ragazzo con gli occhiali mi dà un volantino, con la stupenda firma Prospettiva Operaia. Il volantino, lungo quasi come i miei post, dice diverse cose intelligenti su ciò che succede in Medio Oriente, se facciamo la tara a una sfilza di parole melodrammatiche (“criminale” “boia del capitalismo” “fiero popolo” “scarponi dei militari turchi”); comunque conclude emanando una serie di ordini al mondo.

Innanzitutto, spiega a me, a te e alla zia Carmela che “occorre mobilitare non solo il proletariato mediorientale ma anche quello europeo e degli altri paesi nel mondo in difesa del Rojava“, poi proclama:

“E come Prospettiva Operaia rivendichiamo:

– la fine immediata dei bombardamenti […]

– la cacciata degli imperialismi occidentali e della Nato dai territori curdi e da tutto il Medioriente”

E me lo vedo, il malvagio Erdogan, che si fa tradurre febbrilmente il volantino, e poi prende l’iPhone per ordinare di smettere i bombardamenti.

Scrivo tutto questo, non per antipatia verso persone che comunque vorrebbero qualcosa di buono, ma perché lo spreco di energie dispiace sempre.

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