
La storia e le storie
di Salvatore Bravo
La storia è scritta dai vincitori, pertanto la storia canonica e formalizzata è un’operazione ideologica di rimozione e ritaglio delle “storie”. La storia ufficiale occulta la controstoria dei vinti, e le speranze di un altro corso possibile. Nella storia la logica della modalità regna sovrana, pertanto il presente non è la sintesi obbligata dell’unico corso possibile, ma l’esito non fatale, non prevedibile delle lotte degli uomini e delle donne. La storia ufficiale non vuole essere maestra di vita, perché ha il fine di conservare lo stato presente e di rappresentare l’attualità come l’effetto di cause necessarie. Con la storia ufficiale si vuole addomesticare, ridurre i modelli di sviluppo ad una monorappresentazione che spenga ogni creatività rivoluzionaria. La storia è il campo di battaglia nel quale le classi dominanti espellono le faglie, le discontinuità per ricucirle secondo una teleologia sacralizzata. La “religione atea” della storia consiste in un indottrinamento che abbia come riferimenti degli eventi totemici con i quali suggellare e giustificare il presente, come il migliore dei mondi possibili, dal cui confine non ci si può discostare.
In tale visione Auschwitz e l’olocausto del popolo ebraico divengono lo strumento con cui fondare un presente senza orizzonte, perché sconfitti i mostri della storia, l’assolutamente altro, non resta che accettare il presente senza tempo, senza altre prospettive, anzi ci si deve organizzare, affinché il passato non possa più tornare, quindi ogni contraddizione, ogni palese ingiustizia è celata e tollerata in nome del pericolo del ritorno dei fantasmi dei totalitarismi del Novecento. L’operazione consente di inneggiare al pericolo rosso e nero in assenza di comunismo e fascismo. L’assenza di senso storico induce a non avere presa alcuna sul reale, a negare la prassi ed a sostituirla con l’attività produttiva e poietica: il mondo e la storia sono, in tal modo, incambiabili, per cui la “prassi” è orientata verso il sospetto delirante del ritorno dei totalitarismi o verso l’attività di produzione e consumo. Il riorientamento gestaltico deve indurci ad approcciarci alla storia in un’ottica plurale, per cui la storia non è solo l’archeologia delle storie dei vinti e dei vincitori, ma anche della palude degli indifferenti, degli ignavi della storia. Gramsci col suo “Odio gli indifferenti”, non voleva anche far emergere nella storia la presenza complice degli indifferenti, non voleva porre un problema solitamente riposto sullo sfondo doloroso delle storie con le sue domande ed interrogativi?
L’archeologia della storia può contribuire alla prassi, a riattivare il pensiero plurale, a guardare il potenziale rivoluzionario iscritto nelle condizioni materiali del presente. I sommersi della storia possono favorire la riscoperta dei sentieri interrotti con le loro lotte ed il loro sacrificio e con coraggio di divergere rispetto all’opinione comune ed al conformismo piccolo borghese.
La storia dell’Atlantico è un esempio di storia rimossa, che non compare nei manuali, essa è la storia degli uomini e delle donne che hanno subito, ma non accettato supinamente gli effetti genocidiari della prima rivoluzione industriale. Non inchinandosi alle circostanze hanno elaborato cartografie di significato diverso rispetto alla mappa dei valori del capitalismo acquisitivo: la cooperazione, la giustizia, l’uguaglianza sono diventati i riferimenti imprescindibili della resistenza:1
"Suggeriamo anche che l’emergere della cooperazione tra lavoratori, con nuove modalità e su una nuova scala, favorì nuove forme di autorganizzazione, circostanza allarmante per la classe dominante dell’epoca. Bacon vide la nuova alleanza tra lavoratori come qualcosa di mostruoso e usò il mito dell’idra dalle molte teste per elaborare la propria teoria della mostruosità, una subdola, malcelata politica di terrore e genocidio”.
Tagliatori di legna ed attingitori di acqua
La nuova borghesia capitalistica trasforma la resistenza allo sradicamento, la contestazione al privilegio censitario in una battaglia dal cui esito dipende la sopravvivenza del nuovo ordine del terrore che si va delineando. Il trionfo della nuova struttura economica non può che concretizzarsi rompendo il fronte dei lavoratori, dei gruppi etnici, degli uomini e delle donne che si oppongono all’imperio del capitale, alla riduzione allo stato macchinale di milioni di esseri umani, le cui vite, da questo momento in avanti, si vorrebbe appartenessero al solo pluslavoro. Archetipi di “questo nuovo mondo” sono i tagliatori di legna e gli attingitori di acqua, i cui nomi sono scomparsi nella notte del mondo; i tagliatori di legna sono gli uomini che obbligati per sopravvivere a disboscare per lasciare spazio ai pascoli con gli attingitori di acqua, quasi sempre donne, hanno pagato il prezzo più alto al capitalismo nascente e grondante di sangue e dolore. Le loro rivolte cancellate dalla storia, ma documentabili, per la classe dominante non sono che uno dei volti dell’idra ribelle e mostruosa che minaccia la nuova struttura economica2:
”Mentre qualcuno usava l’immagine biblica dei ”tagliatori di legna e attingitori di acqua” per dare forma all’informe, altri vedevano quella classe amorfa come un’idra dalle tante teste e si appellavano ad Ercole per terrorizzare e distruggere il mostro, soprattutto durante gli eventi rivoluzionari degli anni quaranta del Seicento, quando la classe nascente cominciò a coprire nuovi mezzi di autorganizzazione. Paradossalmente, le peggiori sedi dell’oppressione e del terrore offrivano le migliori opportunità di collaborazione. Per esempio, la prigione, la prigione come il naufragio, con il suo elemento livellatore, era un luogo in cui il protestante radicale, il furfante incallito, l’artigiano in esubero, il cattolico dissidente, l’irlandese irriducibile, il comunitario, il tagliaborse si incontravano in una condizione approssimativa di libertà”.
Il terrore contro l’idra
Contro l’idra dei ribelli solo il terrore può avere effetto e successo, dinanzi all’opposizione, alla parola giustizia la classe dominante organizza il sistema del terrore. La caccia alle streghe raggiunge il massimo della sua espressione, mentre il mondo anglosassone si avvia verso la rivoluzione industriale, si abbatte con la strega, la ribelle, la donna che non accetta il suo destino, si deve tacitare con il fuoco la lingua che lancia le sue accuse, che denuncia la disumanità dello sfruttamento3:
”Dal momento che la classe dominante aveva cominciato a riconoscere il proprio interesse nell’aumento della fertilità, “l’attenzione si concentrò sulla ‘popolazione’ come una delle categorie fondamentali per l’analisi economica e politica”. La nascita simultanea dell’ostetricia moderna e della moderna demografia era una risposta alla crisi. Entrambe, come le accuse di stregoneria, miravano a razionalizzare la riproduzione sociale in un contesto capitalista, ossia la generazione della classe dominante. Motivo ricorrente nell’immaginazione della classe dominante era il rapporto il rapporto sessuale tra la strega e “l’uomo nero”: un diavolo o uno spirito maligno. Il terrore non era confinato a un immaginario gabinetto degli orrori; era una realtà della controrivoluzione”.
Terrore
La controrivoluzione è stata spezzata con il controllo ed il terrore; la vita diventa energia per il capitalismo acquisitivo, pertanto la si deve controllare sin dal grembo materno, dev’essere alienata sin dal suo concepimento. Il terrore è il mezzo con cui spegnere ogni resistenza dell’idra, ma è, anche, la verità delle classi dominanti, esso racconta la realtà dei nuovi padroni che hanno consegnato se stessi all’atomismo crematistico ed agiscono con la sola violenza, di cui sono veicolo4:
”Silvia Federici ha mostrato che la caccia alle streghe in Europa raggiunse la sua massima ferocia in Europa tra il 1550 e il 1650, “simultaneamente alle enclosures, all’inizio del commercio degli schiavi e alla promulgazione di leggi contro i vagabondi, in paesi in cui era in corso una riorganizzazione del lavoro lungo le linee direttrici del capitalismo”. L’immersione nelle feci, la fustigazione sul carro, la marchiatura, la gogna e la mordacchia erano tutti strumenti usati per la tortura delle donne.
In tutte le sue forme il terrore ha sempre mirato a spezzare lo spirito umano. A Londra agli albori del capitalismo come ad Haiti oggi, il terrore infetta l’immaginazione collettiva, generando un assortimento di demoni e mostri”.
L’idrarchia
L’economicismo non risponde che ad un’unica legge, ovvero alla legge del profitto, è nichilistico per sua essenza, non concepisce il limite, dinanzi ai resistenti, a coloro che si oppongono risponde con la violenza più inaudita, perché si risponde alla religiosa legge del profitto che non conosce né verità, né etica, ma solo l’onnipotenza della propria affermazione5:
”L’idrarchia fu attaccata per il pericolo che rappresentava per il traffico sempre più lucroso degli schiavi con l’Africa. Una serie di ammutinamenti di marinai scosse il settore tra il 1716 e il 1726, esito naturale delle lagnanze croniche per il cibo, la disciplina e le condizioni generali di lavoro a bordo delle navi negriere che durante quegli anni lasciavano l’Inghilterra per l’Africa occidentale”.
La lotta all’idrarchia non può cancellare le esperienze di libertà ed uguaglianza che si sono concretizzate; la nave pirata ne è un esempio, si sottrae alle logiche del traffico atlantico con le sue tragedie, per affermare la verità della comunità democratica, la cui sostanza è l’uguaglianza, la libertà, la condivisione di un destino6:
”La nave pirata era democratica in un’epoca antidemocratica. I pirati concedevano al loro capitano un’autorità indiscussa durante la caccia e la battaglia, ma per il resto pretendevano che fosse “governato dalla maggioranza”. Come sottolinea un osservatore ”gli permettono di essere capitano, a condizione che essi possano essere capitano su di lui” (…). La nave pirata era egualitaria in un’epoca gerarchica, poiché gli uomini si dividevano equamente il bottino, livellando l’elaborata struttura delle fasce di retribuzione comune a tutti gli altri lavori marittimi”.
La storia ed il suo insegnamento
Alla storia si dovrebbero sostituire “le storie” tra le cui pieghe riluccica la verità negata dell’umanità. Nelle “storie” gli esseri umani ritrovano nella pluralità la verità comunitaria che li spinge a non accettare come inevitabile e fatale un destino di ingiustizia ed inuguaglianza.
Il problema dell’insegnamento della storia è spesso posto in senso riduttivo, secondo parametri didattici ed amministrativi, ma l’assunto da cui partire, quale storia insegnare e perché, quale finalità dare alla storia, se dev’essere al servizio dei potentati anonimi o dei processi di liberazione e emancipazione delle persone è quotidianamente negato. Nell’epoca delle vetrine didattiche e della scuola azienda, il sostanziale si perde nelle luci fumose del tecnicismo didattico che assolve il compito di necrotizzare l’essenziale per favorire le sole luci di un triste spettacolo della didattica fine a se stessa che non mantiene mai ciò che promette.













































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