Lamento sterile su Piazza Fontana
di Mauro Piras
Se la giustizia viene meno, la vita degli uomini sulla terra non ha più nessun valore.
(Kant, Dottrina del diritto)
Quando inizierete a leggere queste righe, saranno passati cinquant’anni e poche ore dalla morte di Pinelli, dalla sua caduta nel cortile della questura di Milano. E cinquant’anni e poco più di tre giorni dall’esplosione della bomba in Piazza Fontana. Un anniversario importante, ma strano. Deludente. Cinquant’anni sono tanti, chiedono di fare un bilancio, di capire, di collocare il trauma nella biografia del paese, dargli un senso e condividerlo. Non è successo. Resta come l’impressione che sia stato celebrato solo per dovere, un po’ da tutti. Una cosa che andava fatta, altrimenti che figura fai, poi però finalmente ti senti libero, ritorni alle tue faccende. All’attivismo ateleologico (Bianciardi) delle nostre giornate.
Il Presidente della Repubblica e il sindaco di Milano hanno fatto il loro dovere, certo. Mattarella ha rotto un altro tabù, denunciando apertamente le attività di depistaggio promosse da una parte dello Stato. E Sala ha dedicato una attenzione speciale a Pinelli, chiedendo scusa alla sua famiglia a nome della città. I Presidenti delle due Camere hanno fatto le loro dichiarazioni di rito. Non è ben chiaro, invece, che cosa abbia detto e fatto il Presidente del consiglio Conte, preso nelle polemiche sulla legge di bilancio e gli equilibri di maggioranza. Già sul piano istituzionale, questa strana atmosfera a metà tra il felpato e gli intrighi politici quotidiani sembra evocare il peggio della cosiddetta “prima Repubblica”.
Il problema però è il resto. La politica, l’opinione pubblica. I media hanno dato un contributo sufficiente solo a metà. Bene la Rai, che ha prodotto un bel documentario storico, informato e preciso, trasmesso da Rai 3 il 12 dicembre nel pomeriggio (Piazza Fontana: la prima strage, di Vanessa Roghi); e poi, la sera, una “docu-fiction” forse esteticamente non perfetta, ma giusta, ben pensata, per far conoscere i fondamentali, e soprattutto per fare capire a un pubblico medio l’assurdità della vicenda giudiziaria. Il vuoto che lascia: l’impunità dei colpevoli pur dichiarandone i nomi. Verità e ingiustizia, sembra il motto di questi processi. Ma gli altri? I quotidiani usciti in edicola il 12 (quelli di carta, intendo) sono molto deludenti. Poche pagine, pochi articoli. Il Corriere (nazionale) dedica due paginoni a ricordare le vittime, basta; certo, c’è un volumetto a parte, ma dove sono finiti gli intellettualoni che vi scrivono? Non hanno niente da dire per mettere, ora, nella giusta distanza questo evento e il seguito? La Stampa latita totalmente, niente. Repubblica dedica più spazio, c’è un commento di Luigi Manconi, e anche uno interessante di Benedetta Tobagi; più gli articoli di informazione sulle celebrazioni. Tobagi insiste giustamente sulla necessità di raccontare per le nuove generazioni: però nel quotidiano non si trova una riga che sia una di racconto dei fatti, per informare, per formare. Il Quotidiano nazionale pubblica un editoriale del direttore, che cerca di raccontare gli eventi ai ragazzi, ma lo fa a tratti in modo piuttosto goffo. Comunque tutto lì.
I siti internet degli stessi quotidiani sono andati meglio, hanno cercato di riproporre delle ricostruzioni dei fatti e dei processi, e qualche commento. La Stampa ha messo solo online, per gli abbonati, un commento di De Luna, per esempio. Il Sole 24 ore ha messo molto materiale, anche facilmente utilizzabile a scuola. Tra gli altri siti: Il Post ha messo un articolo generale, non molto utile per ricostruire gli eventi, non speciale nell’analisi; Internazionale latita, ricicla un vecchio articolo del 2013. In generale poche analisi, poco dibattito.
Se ne esce con questa vaga sensazione: non c’è stato, non c’è un dibattito pubblico su Piazza Fontana e quanto ne segue, in questa ricorrenza così importante. E infatti per tutto l’anno non se ne è quasi parlato; solo alla fine, a ridosso del 12 dicembre, i giornali se ne sono occupati, come per svolgere un compitino. Sono usciti alcuni libri interessanti (Paolo Morando, Prima di Piazza Fontana. La prova generale, Laterza; Benedetta Tobagi, Piazza Fontana. Il processo impossibile, Einaudi; da ricordare anche Mirco Dondi, 12 dicembre 1969, Laterza, dell’anno scorso) ma in questo contesto un po’ freddino non vengono messi molto in evidenza.
Chi sono i grandi assenti? Le voci la cui assenza ha creato questo clima poco interessato, distaccato? Due: gli intellettuali e la politica.
Dovrebbero essere i primi, gli storici, i filosofi, gli scrittori, a dirci qualcosa sulla posizione di questa strage, e degli eventi che ne seguono, di tutta una stagione, nella storia del nostro paese, nel suo sviluppo. Dove sono finite tutte quelle voci che abbiamo sentito, su tanti temi, sempre presenti in questi ultimi anni? Che so, Galli della Loggia, Cacciari, Panebianco, Zagrebelsky, per citare alcuni nomi della generazione più anziana. Oppure i più giovani, quelli che dovrebbero effettivamente dominare la scena. Abbiamo assistito ultimamente a uno strano dibattito sull’impegno “politico” della letteratura, aperto dalle posizioni di Saviano sui migranti e non solo: l’intellettuale deve mettersi al servizio della buona causa, pare. Walter Siti ha risposto, anche da questo sito, in modo molto lucido. Ma l’intellettuale impegnato Saviano dov’è, nel discorso su piazza Fontana? E altri, che spesso hanno fatto delle battaglie intellettuali più o meno meritevoli? Michela Murgia, Christian Raimo? Chiariamoci: sto citando dei nomi più o meno a caso, non voglio accusare dei singoli; in fondo io seguo poco e male questi dibattiti, non conosco tanti autori. Ma c’è questa impressione: un silenzio degli intellettuali su questa vicenda, una lacuna dell’interpretazione.
La lacuna è ancora più grave da parte della politica. Nessuno dei partiti più importanti si è fatto carico di organizzare convegni, pubblicare analisi, discutere. Niente. Come se la vita della Repubblica fosse ridotta allo spettro ristretto di poche settimane.
La politica italiana resta intrappolata in un gioco delle parti che è, oggi, del tutto surreale. Abbiamo, per esempio, un centrodestra composto di almeno tre tronconi diversi: l’area “liberale” berlusconiana, la Lega sovranista e il sovranismo nazionalista di Fratelli d’Italia. Dato questo quadro, in fondo tutti ci aspettiamo che non abbiano niente da dire su piazza Fontana. Diamo per scontato che questo tipo di destra non ha da analizzare, discutere, criticare su questi eventi, e sul loro significato per la nostra storia. Si dà per scontato che chi si arrovella su queste cose è la sinistra, tutta l’area del centrosinistra, più o meno. Un presupposto assurdo, se ci si pensa. La giustificazione di questo presupposto è che se piazza Fontana è una strage di destra, la destra non ne parla. Semplifico molto perché il ragionamento inconscio è davvero così rozzo. Del resto, molto si è detto ultimamente sul “ritorno del fascismo”, sulla “emergenza democratica” o cose del genere. Questo continua a perpetuare un quadro del sistema politico che lo rende invivibile: c’è una parte delle forze politiche che non viene considerata legittima perché “di destra”, quindi implicitamente tentata dal fascismo, dall’autoritarismo ecc. Questo, simmetricamente, legittima il disinteresse e la rimozione del problema dello stragismo nero da parte delle nostre destre. Un gioco delle parti che continua a destabilizzare il sistema politico, e allo stesso tempo impedisce una appropriazione condivisa della storia della strategia della tensione, del terrorismo ecc. Nonostante i tentativi istituzionali di “pacificazione”, nonostante il cambio generazionale avvenuto negli ultimi anni (i quarantenni al potere, Salvini, Meloni, Renzi ecc., non sono cresciuti dentro quel contesto politico), questo schema non cambia.
Appropriazione condivisa non vuol dire una melassa di “vogliamoci bene”, un accordo di tutti su tutto. Vuol dire però che tutte le parti dovrebbero riconoscersi legittimità democratica, e da lì ragionare sulla storia della Repubblica, almeno dal centrosinistra storico in avanti: da quando cioè il paese ha iniziato a muoversi, non solo economicamente, ma anche socialmente e politicamente, e ha incontrato la resistenza di una parte del paese stesso, di una parte delle classi dirigenti. Ragionare sui momenti di crisi della crescita democratica nella storia d’Italia: la crisi di fine Ottocento, il massacro di Milano del 1898; il 1919-22 e la presa di potere del fascismo; i più o meno goffi tentativi di colpo di stato nel 1964 e 1970 e la strategia della tensione, lo stragismo, il terrorismo. Per andare a fondo di alcuni caratteri costitutivi della nostra storia. E fare questo guardando dall’interno della difesa della democrazia liberale moderna; non, come è avvenuto spesso da sinistra, partendo dalla critica di questa democrazia, da una posizione di critica radicale che “non ha fiducia nello Stato”, che non crede nei suoi “formalismi”. La lunga guerra civile iniziata nel primo dopoguerra (1919-22), proseguita nel conflitto fascismo-antifascismo, esplosa nella guerra partigiana contro il nazifascismo, e proseguita larvatamente fino agli inizi degli anni ottanta, è finita. La prospettiva da cui guardare a quegli eventi è un’altra.
Benedetta Tobagi ha scritto che adesso noi abbiamo una ricostruzione storica di cui possiamo fidarci, che viene anche dalle carte processuali; la verità giudiziaria non coincide con quella ricostruzione, perché quelli che le sentenze dichiarano colpevoli sono stati assolti, non sono più condannabili. Però abbiamo una base documentaria per ragionare sulla verità storica. E possiamo farlo dal punto di vista di chi vuole continuare ad avere fiducia nelle istituzioni democratiche, perché sente, perché intuisce da qualche parte nella profondità della coscienza che non avere fiducia, a causa delle sconfitte e delle delusioni, vuol dire dare ragione a chi la democrazia la vuole distruggere. Cioè a chi ha voluto la strage, e tutto il suo seguito. La vicenda processuale non ha fatto giustizia, ma se non vogliamo che l’assenza di giustizia significhi la totale perdita di senso della nostra vita sociale e politica, abbiamo l’obbligo morale di pensare e collocare quegli eventi. E invece stiamo fuggendo.














































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"Ragionare sui momenti di crisi della crescita democratica nella storia d’Italia: la crisi di fine Ottocento, il massacro di Milano del 1898; il 1919-22 e la presa di potere del fascismo; i più o meno goffi tentativi di colpo di stato nel 1964 e 1970 e la strategia della tensione, lo stragismo, il terrorismo. Per andare a fondo di alcuni caratteri costitutivi della nostra storia. E fare questo guardando dall’interno della difesa della democrazia liberale moderna; non, come è avvenuto spesso da sinistra, partendo dalla critica di questa democrazia, da una posizione di critica radicale che “non ha fiducia nello Stato”, che non crede nei suoi “formalismi”. La lunga guerra civile iniziata nel primo dopoguerra (1919-22), proseguita nel conflitto fascismo-antifascismo, esplosa nella guerra partigiana contro il nazifascismo, e proseguita larvatamente fino agli inizi degli anni ottanta, è finita. La prospettiva da cui guardare a quegli eventi è un’altra."