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ragionipolitiche

Epidemia e sovranità

di Carlo Galli

Fintanto che non si troveranno cure o vaccini, la sovranità è l’unica risposta, in tutto il mondo, all’epidemia di coronavirus. Una risposta in termini di confini e confinamenti, a cui tutti gli Stati ricorrono; e anche in termini di guerra contro un nemico che si vuole tenere all’esterno, o bloccare se è già penetrato dentro la città. E il porre confini, e il fare la guerra, sono appunto opere della sovranità.

Ma ciò ha gravi contraccolpi. Uno di essi è che la sovranità accresce la concentrazione e l’efficacia del potere politico, la sua presa sulla vita delle persone, riducendone la libertà, mutilando la «civile conversazione». Un altro è che la sovranità tende a regnare su una non-società, su un agglomerato disarticolato di individui solitari a cui vieta riunioni, assembramenti, raggruppamenti, prossimità. Insomma, la sovranità è «soluzione» perché pone confini e al contempo scioglie i legami intermedi. Il suo effetto classico è che consente di sopravvivere a prezzo della qualità della vita. E poiché l’uomo è animale sociale, ciò provoca sofferenza. Nell’emergenza affiorano i tratti più duri della sovranità, nella normalità non visibili ma da essa ineliminabili; e duro è infatti il prezzo che stiamo pagando.

A questo punto abbiamo due esigenze uguali e contrarie. Una è che la sovranità sia almeno efficace. E qui si pongono questioni di efficienza del sistema politico, dell’apparato amministrativo, della Protezione civile, del sistema sanitario. Siamo alle solite: l’Italia è il Paese degli atti di eroismo (ammirevoli), ma anche della disorganizzazione. I ceti dirigenti – politici, tecnici, scientifici, industriali, intellettuali – hanno detto, e fatto, tutto e il contrario di tutto: il consenso e la fiducia popolare non hanno motivo di indirizzarsi verso gli uni piuttosto che verso gli altri. Errori sono stati commessi tanto dai vertici della politica (i decreti resi pubblici anticipatamente) quanto dalle opposizioni (oscillanti fra il «tutto chiuso» e il «tutto aperto»), quanto dai cittadini (le migrazioni bibliche verso il Sud) quanto dai ricercatori (divisi su temi essenziali). La gestione della crisi ha avuto una declinazione regionale che ha generato confusione e disomogeneità, come confuso è stato il susseguirsi delle norme. Un Leviatano drammaticamente acciaccato e ansimante, quindi.

L’altra esigenza è che l’emergenza non si istituzionalizzi in uno «stato d’eccezione». Lo scavalcamento di fatto della mediazione parlamentare, lo strumento del Dpcm utilizzato in modo massiccio, il rapporto personale e unilaterale fra il presidente del Consiglio e i cittadini via Facebook, non sono segnali positivi. Ed è ambiguo il mantra «non è il momento di fare polemiche». Infatti, se non si va a un governo di unità nazionale, la dialettica politica (già semi-spenta) non può essere interrotta. Le idee e le proposte devono avere spazio: è una iattura, pur comprensibile, che siano state congelate elezioni e referendum.

E invece di dialettica politica, e di elezioni, ci sarà presto bisogno. Il Paese è chiamato a grandi scelte, per ripartire a guerra finita – per quanto questa possa dolorosamente trascinarsi – ma anche prima, a breve. Una di queste è sulla Ue che, in coerenza con le proprie logiche e strutture, si appresta a sferrare un altro colpo alla nostra autonomia offrendoci come unica risorsa economica il Mes: prestiti (pochi) in cambio della Troika e di una nuova austerità. Insomma, il trionfo degli oltranzisti nordici, che vedono nell’epidemia l’occasione per regolare i conti con l’Italia, come con la Grecia. E ci sarà bisogno anche di riflettere sulle nostre alleanze internazionali. La (relativa) generosità russa e cinese, infatti, davanti all’avarizia europea e al sostanziale silenzio americano, sono segnali da decifrare e valutare. L’ordine (si fa per dire) della globalizzazione potrebbe risultare molto modificato dalla pandemia.

Ci attendono insomma decisioni di prim’ordine. Se ci sembra che qualcosa debba essere cambiato delle politiche che ci hanno fatto sottofinanziare la Sanità per 37 miliardi in dieci anni, che ci hanno fatto aderire al «vincolo esterno» dei Trattati europei, che ci hanno consegnato all’austerità e alla stagnazione, allora di sovranità avremo bisogno. Ossia di energie politiche e morali per l’impresa che ci attende: inventare una nuova normalità, rifondare il patto della nostra democrazia.


In corso di pubblicazione in «La parola».
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Comments

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Francesco. Zucconi
Saturday, 04 April 2020 02:11
Speriamo che gli italiani si sveglino
dal narcotico propalato da Carli, Ciampi,
Amato, Prodi grazie al servilismo ignobile
degli ex comunisti, mai pentiti di esser
divenuti liberisti, ossia europeisti,
e massacratori di posti letto e
di posizioni
ben retribuite per medici e infermieri e non solo...
Il nesso
democrazia-identità nazionale-diritti sociali
per le classi subalterne mai è apparso
così chiaro come in queste ore buie.
La narrazione globalista ed eurocentrica
mi sembra descriva rapporti umani
meschini e incapaci di far nascere, per l'Italia,
energie sane, nuove e belle.
L'Europa è perfettamente all'altezza
degli interessi in vista dei quali
si è strutturata nel modo attuale; ma tali interessi sono opposti all'interesse degli italiani e
neppure vi sono spazi per delle riforme
sconvenienti per il Nord Europa.
Agli italiani converrebbe allentare
i rapporti e i vincoli europei e
cominciare a guardare anche altrove...
Si ha l'impressione, forse errata, che
ogni giorno che
passa in attesa del topolino europeo sia
un giorno di libertà
buttato nel pattume della Storia...
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