C. Buscema, Contro il suicidio. Contro il terrore. Saggio sul Neoliberismo letale, Mimesis 2019
Recensione di Lucia Arcuri*
«Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo» (p. 85). In uno degli eserghi che scandiscono l’inizio dei capitoli del libro sono riportate alcune frasi tratte dalla lettera di Michele, giovane precario che ha posto fine alla sua vita nel 2017. Michele è una delle innumerevoli figure non figuranti, rappresentante esemplare dello status fantasmatico del suicida, di quanti, il più delle volte, compaiono solo nel computo annuale dei casi di morte violenta o nei rotocalchi. Quasi mai si riesce a rimuovere dal gesto la patina mediatica che lo ricopre e neppure si pensa alla matrice ultra-individuale del disagio che lo ha alimentato sino all’estremo. Il saggio di Carmelo Buscema delinea il tentativo di una indagine sociologica sul suicidio rintracciandone le cause nella società odierna e cercando di dimostrare come il sistema stesso oggi arrivi ad avallare questo atto, e lo riduca a scarto fisiologico necessario alla sua perpetuazione. Che si tratti di un atto volontario, di suicidio a fini terroristici, di costrizione involontaria alla morte per scampare ad una fine imminente e più terribile, la matrice originaria individuata da Buscema si cela in quel ‘male comune’ creato quotidianamente e che si manifesta, parafrasando Sloterdijk, da un lato come pressione consegnata ai soggetti dal capitalismo finanziario, dall’altra come connubio recto/verso di neoliberismo e terrorismo (p. 20).
Macchinalmente controllata e compressa, la personalità risulta abbandonata ad una sofferenza incurabile e inconfessabile: ogni segnale potrebbe tradire sintomi di depressione da parte dell’individuo e quindi farne un essere difettoso e non produttivo. Nel primo capitolo intitolato “Fenomenologia della profusione globale del suicidio”, Buscema riprende la riflessione di Durkheim che considerava il suicidio come «la manifestazione della maniera specifica in cui la società si orienta o talora lascia nello smarrimento» (p.28). Per la prima volta il suicidio non appare più come un atto individuale ma il sintomo di una nuova verità epocale che si manifesta nell’estremo annientamento di sé stessi e spesso anche di altri innocenti. Se per Serres l’escalation di violenza conoscerà il suo declino nella definitiva impasse tra estremo potenziamento dei mezzi militari da un lato e la distruzione totale a cui si potrebbe arrivare dall’altro, Buscema intravede l’esacerbarsi di una lotta di ciascuno contro sé medesimo che rappresenta il logico proseguimento dell’incontrollabile regola del bellumomnium contra omnes prescritta dalla norma neoliberista della competizione generalizzata, garantita dalle forme di sublimazione istituzionale (p. 33). La guerra introversa dell’individuo contro sé stesso prende spunto dalla lotta per la sopravvivenza divenuta insostenibile a causa del gioco economico e fa avvertire un irrisolvibile senso di fallimento. Lo status simbolico del suicidio attraverso i secoli è il tema sviluppato nel secondo capitolo. Da ‘morte per castigo divino’ del ‘600, si è passati, nel corso dell’‘800, a prendere in considerazione gli aspetti ambientali, morali e sociali del suicidio fino a maturarne una visione critica ma non esaustiva nel ‘900. Tuttavia, oggi il suicidio tende a essere oggetto di letteratura specialistica che patologizza il fenomeno e ne fa «materia d’indagine di psichiatri, genetisti o neuropatologi» (p.38). A inasprire e rendere più diffuso il problema, hanno concorso politiche volte a formare individui sempre più slegati dalle tradizionali forme di protezione sociale, e quindi isolati. Buscema dedica il terzo capitolo alla riflessione sui modi in cui lo studio sociologico del fenomeno del suicidio possa essere importante spunto, dal valore farmacologico – come già suggerito da Durkheim nel suo classico –, per prevenire la morte per suicidio epistemologico della sociologia stessa e l’essenza medesima del suo oggetto di studio: l’entità sociale concepita come insieme di vincoli positivi tra le persone. Nel quarto capitolo Buscema cerca di circoscrivere la portata esorbitante di questo atto con il riferimento a ipotesi di vari pensatori. Se per Foucault, il suicidio pone fine al potere incorporatosi nell’uomo, per Sartre trasforma il soggetto in oggetto degli altri seguendo un doppio movimento di oggettivazione e alienazione. Canetti si sofferma sull’importanza dell’evocazione a nuova vita come morte politica e sociale del soggetto stesso mentre Weil, sottolineando la violenza del gesto, ne riconosce una vitalità estrema che però porta alla rinuncia all’esistenza per sé e consegna agli altri una forza di usurpazione che riecheggia nella testimonianza e nel ricordo. Pensare però al suicidio al di fuori del corpo individuale di fatto ne relativizza la valenza di atto capace di mettere in scacco i poteri, fino a disinnescarlo e a evidenziarne la natura di gesto di resa da parte del soggetto. Nel capitolo successivo, Lo spettacolo suicidale, l’autore prende in esame i diversi modi in cui il suicidio viene messo in atto alla luce del meccanismo di spettacolarizzazione di cui spesso è oggetto e mostra come, da rigurgito negativo del conflitto sociale, il suicidio si capovolga nel suo contrario assumendo la forma di un dispositivo di negazione e depoliticizzazione delle questioni sociali. Con la rinuncia alla vita alcuni permettono al meccanismo del capitalismo di continuare indisturbato il suo ripetitivo processo di accumulazione. Nel contempo l’energia sovversiva risulta svigorita e il gesto estremo, oltre a costituire un monito, reindirizza i superstiti nel recinto del potere istituito. L’esternarsi di questa dinamica è più volte richiamata nel libro anche attraverso un linguaggio che si connota per la ricchezza di metafore. Nella parte intitolata l’auto-distruzione creatrice, Buscema incrocia il paradigma foucaultiano con quello schumpeteriano per spiegare come il capitale sia oggi incorporato in un uomo che è ormai dispositivo della tanato-politica economica. L’autodistruzione generata dal senso di fallimento dell’individuo viene presto convertita in valore creativo. Le imprese e le istituzioni sono lontane anni luce dalla responsabilità del misfatto che ricade sull’individuo; con ciò si attua una “scelta selettiva” secondo Galibert (p.89) e fisiologica dei soggetti portatori di modi della vitalità non conformi a quelli valorizzanti.
La riflessione di Camus – secondo cui il suicidio è strettamente legato all’urgenza della domanda sul senso della vita e al pensiero reo, quest’ultimo, di iniziare l’individuo ad un gioco mortale – è ripercorsa in Suicidio e Omicidioal tempo dell’assurdo. Omicidio e suicidio, tuttavia, sono due volti della stessa coscienza infelice. Il suicidio omicida e le attuali condizioni di in/esistenza traccia nel volume una linea di demarcazione concettuale tra il suicidio singolo ed isolato che riconosce di non avere alcun diritto sulla vita altrui e il suicidio terroristico, animato da un senso di onnipotenza arbitraria. Se, tuttavia, aggiungiamo ad una spontanea e connaturata pulsione umana di morte, la pulsione creditizia della nostra società, si ha come risultante lo stato vessatorio con cui il soggetto si trova a fare i conti ogni giorno. Infatti, Buscema prende in esame quel credito d’esistenza – chiamiamolo così – reclamato dalla società di cui facciamo parte. Ogni effrazione che il gesto voleva incarnare, ogni giudizio di valore che poteva da esso generarsi, viene riassorbito senza difficoltà nel grembo della società neoliberista, una volta impigliato nella fitta trama discorsiva che, complice la morte del suicida/omicida produce, lo consegna all’ordine del nichilismo e dell’insensatezza. Quel che resta a testimonianza di questi atti sono dei luoghi, lugubri teatri del gioco dell’inesistenza, scelti appositamente per saldare la propria immolazione ad una catena simbolica, come ogni buona pratica sacrificale prescrive. Di comminata morte agli altri tramite suicidio ‘indotto’, come nel caso dei falling men delle torri gemelle, si parla in La nuova centralità politico-internazionale del suicidio. Il gesto apparentemente autonomo e certamente paradossale di buttarsi dalle torri per sfuggire alle fiamme, ha allora inaugurato un nuovo tipo di omicidio di massa: il suicidio commesso dal singolo, non per proprio volere, ma suscitato da altri, che sono gli attentatori a loro volta suicidi. Davanti a tali avvenimenti, il senso del gesto diventa espressione di un concatenamento fatale, non più comprensibile nell’ambito dei fatti contingenti e della volontà individuale, e quindi depoliticizzato. In Tanato-politica globaledel terrorismo suicida/omicida, accordando la visione di Baudrillard a quella di Federico Ferrari, Buscema pone l’accento sull’origine di un male interno all’uomo, capace di renderci tutti partecipi dei gesti dei terroristi, dei suicidi e degli omicidi; male oscuro che «la società illuminotecnica» ha creduto di diradare grazie alla fredda luce neutrale del nichilismo e che ha finito col diventare piaga nel momento in cui dall’interno logorio della consunzione si è passati ad esser fiamma. Geografia sociale della nuova guerra mondiale si apre con un tetro elenco dei principali attentati successivi all’11 Settembre 2001. Si tratta di un elenco che delinea una sorta di nuova mappatura sociale e geopolitica dei fatti e cerca di render conto della modificazione dell’asse del potere negli ultimi anni; asse che risulta approfondito ancora di più e con ricchezza di rimandi temporali in Contro il Terrore! La particolare forma assunta dal conflitto sembrerebbe avere un aspetto caotico eppure ripropone sempre la stessa sequenza a spirale. Dal movimento cellulare e particolare si passa al piano generale, mediatico, urbano, governamentale, fino a generare una nuova categoria di oppressione dell’uomo sull’ uomo, qualcosa che prescinde anche dall’ottica amico/nemico. Conclude il volume il capitolo intitolato Capitalismo è Barbarie! in cui si guarda al terrorismo come a nuova forma di non conclamata guerra mondiale e spia di un caos sistemico che surrettiziamente passa come ordine. Nel momento in cui il bubbone terroristico esplode, non fa altro che illuminare questo caos. L’immediata reazione da parte delle persone è la richiesta di ripristino di una situazione di normalità che coincide solitamente con l’entrata in scena di qualcuno o qualcosa che si faccia carico di quest’opera. Ecco che un movimento, un gruppo, un partito, un leader in grado di garantire o anche solo di promettere una risposta a tale richiesta conquisterà capacità di violento dominio o instaurerà una nuova egemonia. Qui Buscema coglie, citando Arrighi, uno dei fondamentali snodi che caratterizza il nostro presente: fino a che l’energia rivoluzionaria delle persone non si convertirà in energia positiva per costruire un bene comune, fintanto che si deciderà di rispondere all’oppressione con il sacrificio proprio o con inutili e sanguinose stragi, non c’è modo di apportare cambiamenti nel sistema entropico del capitalismo. Imparare a convogliare le forze in direzione di un cambiamento giusto, cioè non lesivo verso sé e gli altri, sembra essere, infine, la proposta più centrale di questo saggio, e suo motivo di ispirazione.














































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