
Oltre i dualismi, dentro una mentalità ecologica
Appunti sul Covid-19
di Paolo Bartolini
La pandemia in corso, oltre a una pluralità di ricadute di natura economica, sociologica e geopolitica, offre l’occasione di soffermarci sui processi di pensiero che si attivano nelle condizioni di emergenza più drammatiche. Il Covid-19 è un fenomeno parziale, interno a una rete complessa di eventi e di interazioni sistemiche che legano ecosistemi, gruppi umani e logiche culturali egemoni.
La tentazione più marcata, in questi mesi, è stata quella di semplificare da posizioni opposte la situazione in corso. Chi cerca con vigore di dimostrare che il virus è stato costruito in laboratorio per destabilizzare l’una o l’altra potenza mondiale, mi pare che sia alla ricerca di risposte unilineari come accade, all’opposto, nelle fila degli ammiratori della Scienza con la “s” maiuscola. Per quest’ultimi problematizzare quanto propinato dagli “esperti” di turno (esperti che, a dirla tutta, cambiano idea ogni giorno dimostrando che nel mondo della complessità lo schema causa-effetto coglie ben poco della realtà) è criminale di per sé. Ne segue l’invito, nemmeno velato, a smettere di pensare, a non articolare un discorso critico, insomma a obbedire alle disposizioni che giungono dalle autorità sanitarie e di governo.
A queste, personalmente, mi sono attenuto senza per questo avere la sensazione di essere già legato mani e piedi nelle segrete di un futuro dispotico di ipercontrollo e violenza organizzata. Non fosse altro che per il fatto che siamo già ipercontrollati e il presente è già molto violento. Le posizioni, nei momenti di paura collettiva – paura motivata, ma anche alimentata ad arte per giustificare un’ulteriore spoliazione di diritti e di margini di azione democratica -, si estremizzano perdendo radicalità. Questa è la mia tesi. Prendiamo ad esempio il “caso Giorgio Agamben”. Il grande filosofo italiano, che continua a portare la nostra attenzione sui rischi biopolitici e autoritari sollevati dalla gestione del virus, ha inaugurato a fine febbraio una serie di scritti dedicati allo stato di eccezione instaurato per far fronte alla crisi sanitaria inter-nazionale.
Il problema, visto che su questi temi Agamben ha pieno diritto di parola avendo dedicato anni di studi e ricerche ai dispositivi di controllo e disciplinamento che il potere impiega nelle società antiche e moderne, è che il filosofo ha per circa un mese sostenuto in maniera inequivoca che fossimo dinnanzi a una banale influenza, usata in modo arbitrario dai governi per imporre sottilmente la loro dittatura soft, ovvero per esercitare un biopotere invasivo e divisivo (si pensi, ben al di là del noto “distanziamento sociale”, alla separazione dolorosa che è stata imposta a chi vive e a chi, morendo, non ha potuto avere un funerale come si deve).
Le tesi di Agamben sono state così indebolite da un suo errore comunicativo di prima grandezza. Infatti il Covid-19 non è una banale forma influenzale, la velocità di diffusione è importante e la sua natura è ancora poco conosciuta. Quindi gli effetti del virus non possono essere considerati come affini alle solite influenze di stagione. Del resto mi fido di quei medici e infermieri che, senza essersi sentiti in dovere di leggere Homo Sacer o La comunità che viene prima di parlare, hanno implorato i cittadini di starsene a casa per non intasare gli ospedali. L’aspetto chiave dell’intera questione mi sembra allora questo: un fenomeno virale di tale entità, meno pericoloso del colera e della peste ma più letale della Sars e dell’Ebola, ha impatti diversi su società diverse. Una democrazia matura, che anteponesse la salute dei cittadini e dei lavoratori alla logica neoliberista del profitto e dei tagli alla sanità pubblica, potrebbe gestire meglio l’emergenza sanitaria e, contemporaneamente, dare spazio al dibattito, facendo circolare idee e critiche costruttive. La questione biopolitica è importante, certo, e lo è anche la salute delle persone. Lo ha ben capito Mario Pezzella quando ha fatto notare che il neoliberismo è penetrato talmente a fondo nella psiche e nei comportamenti delle persone, che è difficile vedere oltre il proprio ombelico e riconoscere che esistono anche gli altri.
Ecco allora che sono vere contemporaneamente due cose, che non vanno contrapposte, sebbene la prima detenga a mio avviso un primato sulla seconda:
1) da un lato hanno una grande responsabilità per ciò che sta accadendo quelle realtà imprenditoriali e di categoria – come Confindustria – che hanno minimizzato la gravità dell’epidemia facendo sì che emergesse il triangolo della morte tra le province di Bergamo, Brescia e Cremona. Zone tra le più industrializzate d’Europa, che contano il numero più alto di vittime per il fatto di aver rimandato per settimane la chiusura delle attività produttive;
2) dall’altro è bene ammettere che una fetta di popolazione è incapace letteralmente di sentire una comunanza di destino. L’individuo neoliberale, come lo chiama il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han, fatica enormemente a rinunciare a qualcosa. La sua vita è modellata sulle voglie del momento, sul “tutto e subito”, sul “vengo prima io”, quindi gli è difficile contemplare l’urgenza sanitaria di questi mesi e comprenderla come una vera e propria emergenza antropologica (per non dire della crisi economica che incombe e che ferirà, come sempre, i ceti medi e popolari). Chiunque può capire che qui non c’è alcun dilemma, poiché il punto 1 e 2 sono facce della medesima medaglia: il capitalismo come forma di dominio che tende a disintegrare i legami di solidarietà e a riprodursi ottusamente. Il motto “andrà tutto bene” mi è parso, in tal senso, funzionale solo alla ripresa del circuito produzione/consumo/spreco, dunque al rafforzamento di una delle cause principali dell’ecocidio in corso e dello scatenamento di sempre nuovi virus a livello globale.
Dobbiamo avere, in conclusione, maggior cura del nostro spazio mentale ed evitare che si chiuda, perché nelle situazioni complesse la cosa più semplice è cadere nelle polarizzazioni e nella banalizzazione della realtà. Ecco perché, senza trascurare minimamente le derive autoritarie che ci minacciano, ritengo opportuno che si coltivi una mentalità ecologica più flessibile, incline al dubbio verso qualsiasi dicotomia che la razionalità strumentale genera operando il suo taglio. Penso che, invece di dare la caccia all’untore o di sorridere bonariamente per chi trasgredisce ripetutamente le minime norme igieniche che potrebbero contenere il contagio, sarebbe importante che tutti sperimentassimo un esercizio spirituale adatto ai nostri tempi: sentirci responsabili gli uni per gli altri. Un’etica della cura reciproca è ciò che ci serve e, con essa, una filosofia che sappia problematizzare il presente senza dover cercare inutili uscite ad effetto.
Concludo dunque con queste parole di Pezzella che condivido totalmente.
«“Paure e immaginazioni”, racconta il Boccaccio, si impadroniscono della gente di Firenze durante la peste, per cui alcuni si rifiutano di prestare i più elementari soccorsi ai malati, e altri si danno alla più sfrenata baldoria, bevendo e dandosi alle orge fino allo sfinimento: ed entrambi così incrementano il male in maniera esponenziale. Qualcosa di simile si vede nel Settimo sigillo di Bergman, o nel Nosferatu di Herzog. Ma in realtà per noi è un po’ diverso: sono le stesse persone, che il lunedì si barricano in casa, e il martedì sono già stanchi ed esausti di qualsiasi disciplina, e trapassano dal governo dei corpi alla trasgressione priva di senso. In una democrazia sociale (cosa che la nostra società dello spettacolo è lontana da essere) si dovrebbe ricorrere a quella che i Greci chiamavano fronesis, l’arte di discernimento nel particolare, caso per caso; in mancanza della quale è quasi inevitabile che dopo un certo punto l’insofferenza si alterni col panico, con la ricerca dell’untore-nemico, e con la richiesta di un potere autoritario. Allo stato d’animo dell’angoscia, dovrebbe sostituirsi quello che Leopardi nella Ginestra, dinanzi alla potenza incombente del Vesuvio, definisce “vero amor”, e cioè la capacità di sostenersi reciprocamente “negli alterni perigli e nelle angosce della guerra comune”.».













































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