Sono un vecchio
di Mario Gangarossa
Sono un vecchio. Il fatto che lo sia non caratterizza i miei comportamenti sociali più di quanto non li caratterizza il fatto che sia un maschio, bianco, meridionale. Che sia vulnerabile a certe malattie e che ho un pessimo carattere.
Che gli individui si definiscono per la loro appartenenza di classe, per il loro ruolo nella produzione e nella riproduzione della vita, è un assioma così evidente che anche chi lo nega non può sottrarsi alla dura legge della lotta di classe.
Agisce da materialista, anche se pensa da idealista.
Segue i borbottii della pancia più che le suggestioni della propria falsa coscienza.
Ma l'insieme dell'umanità, e delle classi che la compongono, è fatta di donne, uomini, vecchi, giovani, storicamente definiti, che attraversano l'intervallo della loro vita agendo e pensando in relazione al contesto in cui si trovano a operare.
Alle sollecitazioni che li spingono ad agire.
Le classi non sono statiche, nei loro comportamenti, e nemmeno gli individui, che le compongono, lo sono.
Epoche di grandi trasformazioni sociali, epoche di conflitti, generano individui capaci di affrontarle.
Epoche di paludosa stagnazione, in cui le contraddizioni appaiono sopite e nascoste sotto il tappeto della generale e ossequiosa accettazione delle leggi che governano l'esistente, generano nanerottoli dalla spina dorsale debole e dalla coscienza malata.
Parlare di generazioni ha senso quindi, nei limiti di questo ragionamento, non tanto per riscrivere la storia della società, sostituendo ai fattori economici che ne caratterizzano l'essenza, fantasiose ipotesi sul conflitto generazionale che, come tutte le ipotesi che negano la centralità del conflitto capitale-lavoro, finiscono per distrarre e indirizzare l'attenzione verso battaglie marginali il cui esisto spesso si rivela ingannevole e fugace.
Qualsiasi materialista, compresi quelli che come me hanno una innata avversione per tutto ciò che possa inquinare il senso di una battaglia classista e che considera qualsiasi cedimento all'interclassismo il segno di un' indubbia dipendenza dalle idee dominanti della classe dominante, condividerà l'evidenza di questa affermazione: una generazione che ha affrontato una guerra, che è nata sotto le bombe e che alle bombe è sopravvissuta, porta un marchio che difficilmente può comprendere chi la guerra l'ha vista solo in tv. E questo vale per tutte le classi. Per chi la guerra l'ha voluta e per chi l'ha subita.
In questo senso il ragionamento ci porta più che a discutere dei caratteri immutabili, tipici del vecchio e del giovane, più che di stereotipi, delle condizioni reali in cui quelle generazioni si sono formate.
La coscienza è prodotta dalla prassi. Senza questa non c'è pensiero. O è un pensiero costruito sulla prassi del passato. Un pensiero che perde il contatto con la realtà, diventa inverificabile, si nutre di se stesso e della critica di ciò che è stato. Diventa accademia.
I vecchi di oggi erano giovani negli anni che le generazioni posteriori, educate negli anni di merda che ne sono seguiti, hanno definito "anni di piombo" e che a me piace ricordare come anni del RIFIUTO.
Rifiuto dell'esistente, che pervase per un momento l'intera compagine sociale.
Qualsiasi sia il giudizio che, a posteriori, diamo su quegli anni, rimane il fatto che è stata una occasione che ci ha messo in gioco, ci ha costretto a scegliere da che parte stare, ci ha spinti a agire.
L'esperienza la fai se la necessità ti costringe a farla prendendoti a calci in culo.
E di calci in culo ne abbiamo presi tanti.
E, a calci in culo, abbiamo occupato le fabbriche e le scuole. Ci siamo prese le case e le merci dai banconi dei supermercati.
Siamo scesi in strada e a conquistarci le piazze coi sassi e le molotov.
La memoria storica dei vecchi di oggi, è la memoria di quegli anni.
Una memoria che a noi non serve più, per via della cambiale biologica che va in scadenza, e ai più giovani servirà se è quando la loro pratica sociale li costringerà a porsi le stesse domande che ci ponevamo noi.
Ogni generazione deve confrontarsi col mondo in cui si ritrova a nascere e a vivere.
Scoprire le SUE risposte. Costruire una SUA prassi.
E ogni epoca si pone solo le domande a cui è preparata a rispondere.
Noi abbiamo conosciuto i fascisti che mettevano le bombe sui treni e nelle piazze, non quelli che prendono il sole con un mojito in una mano e l'altra sul culo di una modella.
Abbiamo vissuto la lotta armata di massa, un livello di scontro che ci fa sorridere di fronte a una vetrina rotta e un cassonetto bruciato.
Quando manifestavamo illegalmente ci sparavano, non ci facevano le multe.
E la galera non era affare di cui dovevano preoccuparsi solo "delinquenti" e "terroristi".
E i licenziamenti politici, l'emigrazione, la paura del golpe e degli stadi riciclati in lager.
Il non dormire a casa la sera perché ... non si sa mai.
E poi, i lunghi decenni della RIVINCITA di un nemico borioso e arrogante, generoso con chi si pentiva e vendicativo con chi rifiutava di arrendersi.
Gli anni della miseria, della disperata ricerca di un angolo in cui poter sopravvivere, di QUALCOSA per poter sopravvivere.
Difficile arte per chi non sa scrivere libri e non ha modo o non vuole vendersi al migliore offerente.
Gli anni del "reduce" sconfitto che ritorna schiavo, accattone, a mendicare il pane a chi sognava di strapparlo.
Se vogliamo ragionare in termini generazionali quella fu una generazione di insoddisfatti e di RIBELLI che mise a soqquadro tutte le classi sociali.
Che mise in discussione l'esistente.
Che ciò che di buono fece non va cercato in quello che costruì ma in quello che provò a distruggere.
Nessuna apologia e nessuna mitizzazione.
Ma nemmeno il senno del poi di chi fa le pulci al passato bacchettando i comportamenti di chi c'era, dimenticando che, ieri come oggi, la storia non è prodotta dalle manovre delle classi dominanti e, men che meno, dalla "cosciente e organizzata" azione del proletariato rivoluzionario, ma dal comportamento materiale degli individui e che il tempo della coscienza capace di dare un ordine, una direzione, una ragione a quel movimento reale è ancora da venire e che per ora è solo nella testa, spesso nei sogni, di piccoli gruppi di "spostati".
Abbiamo fatto ciò che la necessità ci imponeva di fare ognuno secondo le proprie possibilità, la propria collocazione di classe, il proprio merito e il proprio demerito.
Figli di una stagione in cui pareva, e non solo a noi, che quel mondo stava andando a catafascio, con l'unica certezza che da quel mondo volevamo scendere.
Trovo sempre un inutile parlarsi addosso, l'esercizio della critica è dell'autocritica quando è fatta da chi la storia, o la cronaca, l'ha vissuta.
Difficilmente chi lo fa dimentica che lui stesso, nel momento in cui analizza e giudica, è parte del fenomeno che osserva e studia.
E' parte, per quanto infinitesimale, del problema che vuole comprendere.
E poi vicino ai 70 anni, diciamocelo con franchezza, il futuro non mi appartiene più.
E' il vostro futuro, non il mio.
E' affare vostro.
Noi vecchi abbiamo fatto la nostra parte.
Abbiamo vissuto e non è stato facile.
Non abbiamo nulla da insegnare a chi, giustamente, se ne fotte della nostra "esperienza".
Ma nemmeno nulla di cui doverci giustificare.
Da ragazzini facevamo a sassate coi più grandi per conquistarci il cortile dove poter giocare.
Provateci voi, se ne siete capaci, a conquistarvi il cortile in cui giocare la VOSTRA partita. Provate a essere più "bravi" di noi.
Non potremmo che esserne contenti.
E... "Nu' ce rompete er ca..."














































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