Il virus visto da lontano
di Sandro Arcais
Costretti da un dibattito in cui le posizioni sono tagliate con l’accetta, se non sei tuttochiudista, sei aprituttista, e se non sei un fanatico vaccinista, sei un fanatico antivaccinista. La polarizzazione radicale delle posizioni, la reciproca condanna, l’incomunicabilità assoluta perché difesa dall’accusa pendente di tradimento, sono caratteristiche dei fronti in guerra, delle guerre che prevedono la distruzione totale del nemico, delle guerre di religione.
Per sfuggire a questa visione asfittica, vi propongo di distanziarci momentaneamente dalla stretta attualità, e di farlo prendendo in mano due libri e due autori. Il primo è Big Farm Makes Big Flu, di Rob Wallace, il secondo è Armi, Acciaio e Malattie, di Jared Diamond.
Partiamo dal secondo. Nel suo testo, Jared Diamond tenta di dare una risposta a una semplice domanda: perché sono stati gli Europei a sopraffare i grandi imperi del continente americano? Perché non sono stati gli aborigeni australiani a conquistare l’Europa?
La risposta è semplice: gli europei avevano le armi d’acciaio e si portavano dietro virus e batteri perfettamente sconosciuti a indios, indiani e aborigeni australiani. Il risultato è stato inevitabile: una strage che ha permesso a un manipolo di uomini di annientare imperi secolari.
La risposta si porta dietro un’altra semplice domanda: ma perché gli Europei erano nel XVI secolo così in vantaggio e così immunizzati rispetto alle popolazioni americane e australiane? La risposta di Jared Diamond è di nuovo abbastanza semplice: è tutta questione di geografia, flora e fauna. L’Eurasia è un immenso territorio orientato secondo l’asse est-ovest, quindi ampie fasce di terra condividono più o meno le stesso clima. Nella Mezzaluna Fertile (l’arco ideale nel Medio Oriente che dalla Palestina sale verso nord sino agli altipiani dell’alto corso del Tigri e dell’Eufrate per poi ridiscendere verso sud lungo il margine occidentale dell’altipiano iranico) alla fine dell’ultima glaciazione, circa 15.000 anni fa, il clima temperato e l’aumento delle precipitazioni consentirono la crescita di quelle piante che sono ancora oggi alla base della nostra alimentazione: i cereali e i legumi. Inoltre il Medio Oriente e l’Eurasia intera era ricca di specie animali adatte alla domesticazione: pecore, capre, bovini, suini, cavalli, cammelli, da cui trarre cibo, risorse ed energia.
L’imporsi dell’agricoltura fu l’innesco di un processo autocatalitico: l’abbondanza di cibo a disposizione fece sì che la popolazione dei cacciatori-raccoglitori del Medio Oriente aumentasse e la pressione demografica spinse queste popolazioni al passaggio dalla raccolta dei cereali e delle leguminose alla loro domesticazione, coltivazione e selezione. Il surplus alimentare garantito dall’agricoltura permise la nascita degli specialisti, e nello specifico dei sacerdoti e dei governanti, il che retroagì alla lunga sull’agricoltura facendole fare il salto di qualità verso l’agricoltura irrigua. E così via.
Lo stesso processo avvenne per l’altro polo della produzione di cibo, che portò la caccia, piano piano, a trasformarsi in allevamento.
Le Americhe, al contrario, avevano solo il lama, relegato tra l’altro solo nelle Ande e anche la flora domesticabile era meno ricca e diversificata. L’Africa, da canto suo, non aveva nessun animale domesticabile, così come l’Australia. Americani, Africani, Aborigeni furono perciò meno esposti a virus e batteri proveienti dagli animali, rispetto agli EuroAsiatici.
Per l’argomento di questo articolo è l’allevamento a interessarci. Infatti l’aumento demografico in Medio Oriente e nelle altre aree geografiche in cui si sviluppò precocemente l’agricoltura, ma soprattutto l’allevamento, e la conseguente aumentata promiscuità tra uomo e animale, misero il primo a contatto con una serie di virus e batteri a cui egli ebbe modo di adattarsi lentamente per selezione.
Insomma, anche allora il progresso aveva il suo prezzo.
La stessa promiscuità col mondo animale non esisteva nelle Americhe e in Australia, e questo decretò alla lunga il tragico destino di Indios, Indiani e Aborigeni.
Attualmente, a leggere il libro di Rob Wallace, siamo in una fase simile a quella sperimentata dall’uomo a seguito della rivoluzione agricola e della domesticazione di alcune specie animali. Solo che attualmente, a livello globale la pressione al salto di qualità della produzione di cibo non proverrebbe tanto da una pressione demografica, quanto dalla pressione esercitata dall’imperativo capitalistico alla concentrazione ed accumulazione dei mezzi produttivi, delle risorse, del potere di controllo. Gli allevamenti animali sono diventati sempre più grandi e a carattere intensivo: migliaia di animali concentrati in spazi ristretti sono diventati il terreno di coltura ideale per la selezione e la ricombinazione di sempre nuove specie di virus, virus che sono il risultato della loro strategia di adattamento ai vaccini sempre più, per forza di cosa, utilizzati nei mega allevamenti. E novità nella novità è stato l’affermarsi di questa nuova forma di mega allevamento intensivo in Cina e dell’ingresso della Cina nei circuiti del commercio internazionale.
Tutti i nuovi virus influenzali dell’uomo dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso sono il risultato di un salto dall’animale all’uomo, frutto di una ricombinazione tra virus umani e animali: febbre suina e influenza aviaria, febbre del Nilo, Ebola, le più famose (e la febbre equina, che attende il suo turno, per ora è relegata in cavalli, asini e muli).
Secondo Rob Wallace, tutte queste nuove influenze sono il risultato dell’aumento esponenziale del parco animale in cui il virus può circolare e riprodursi e dell’aumentata promiscuità tra animale e uomo. Ma è anche il risultato di un pensiero e organizzazione economica guidata dall’unico principio della diminuzione dei costi e quindi dell’aumento di scala della produzione, necessari alla singola unità economica per risultare vittoriosa nella competizione per l’ottenimento dei margini di profitto sempre più alti. Ed è il risultato infine della sventagliata di liberalizzazioni nel commercio internazionale e della deregolamentazione dello stesso e del movimento dei capitali che hanno creato il terreno più favorevole alle multinazionali per perseguire i loro micro-obiettivi secondo la loro micro-logica contabile. Quest’ultima letteralmente non vede i costi scaricati nell’ambiente ecologico e sociale circostante e globale in termini di degrado ambientale e impoverimento, non tiene conto dell’ambiente in cui si sviluppa e dei suoi limiti di sopportazione, subordina il valore d’uso del cibo al suo valore di scambio, crea incessantemente le condizioni perché i piccoli e i medi produttori siano tagliati fuori, tende a unità produttive sempre più grandi, e infine alleva nuovi ceppi influenzali.
Questa è la causa di fondo. Niente di nuovo sotto il sole, a quanto pare. È già successo agli esordi dell’agricoltura e dell’allevamento, sebbene in una scala immensamente inferiore e locale (e la cosa è stata fatale per le popolazioni delle Americhe e dell’Australia). In un mondo interconnesso come quello in cui ci è dato di vivere è sempre più vero che il battito di una farfalla in Cina può dare luogo a un uragano planetario.
Nel suo libro Rob Wallace affronta ripetutamente anche l’argomento delle soluzioni per rendere l’agricoltura e l’allevamento più sostenibili, produttivi e sani. Vi rimando alla lettura del suo libro per approfondire la questione. Qui invece voglio affrontare una questione di principio, ovvero: che cos’è una soluzione a un problema? Penso che essenzialmente gli approcci siano due: il primo, messe a fuoco le cause del problema, interviene con decisione sulle stesse per eliminarle; il secondo non mette a fuoco le cause di fondo, ma si concentra sulle conseguenze negative di tali cause per contrastarne o lenirne gli effetti. Il primo approccio, a seconda della magnitudo del problema, implica cambiamenti conseguenti nelle relazioni sociali e produttive, e quindi una redistribuzione dei ruoli e poteri; il secondo ha come scopo di fondo di non mutare l’assetto sociale e di potere, e questo influenza anche la scelta della soluzione praticabile all’interno di quelle possibili.
Il secondo approccio è l’approccio capitalistico per eccellenza, e soprattutto del capitalismo occidentale attuale, che non si basa più su sogni e desideri, bensì su minacce e incubi. Di fronte ai disastri sempre più numerosi e sempre più ravvicinati che sta causando (finanziari, sanitari, umanitari, ecologici (che non significa solo e neanche soprattutto aumento delle temperature), ecc.), il capitalismo ha coniato la suo nuova parola d’ordine: resilienza, che tradotta in pratica significa la trasformazione in programma strategico della scelta di non intervenire per migliorare un ambiente (ecologico, sociale, culturale, psicologico, economico, e così via) sempre più putrefatto, ma di intervenire su chi lo abita per renderlo sempre più resistente ai suoi miasmi e quindi sempre meno fonte di spesa (dal punto di vista del capitalismo attuale) improduttiva in sanità, cura della persona e dell’ambiente, ecc.
In questo quadro, la scelta dei governi occidentali di puntare tutto sui vaccini è emblematica. Il vaccino presenta tutte le caratteristiche per piacere al capitalista idealtipico: consente di non intervenire sulle cause di fondo che hanno generato il problema, di mettere una pezza momentanea al problema del momento, e di fare affari d’oro sia sul fronte della causa di fondo del problema, gli allevamenti intensivi, sia sul fronte della conseguenza, l’aumento dei nuovi virus e conseguenti nuove influenze circolanti tra gli uomini.
In che splendido mondo viviamo!














































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