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Cosa succede dove la scuola non ha chiuso

di Massimo Gezzi

Insegno in un liceo di Lugano, in Svizzera. Le considerazioni che espongo in queste righe, dunque, non riguardano direttamente l’Italia e la scuola italiana, ma forse possono essere di qualche interesse nella riflessione generale che si va svolgendo in questi giorni. Vorrei provare a raccontare cosa succede in un Paese che ha deciso di non chiudere la scuola, neanche per un giorno, dalla fine di agosto al 23 dicembre.

Innanzitutto qualche dato, forse impreciso nei dettagli minuti perché pescato qua e là online, ma di certo affidabile per capire e comparare gli ordini di grandezza. La Svizzera ha una densità abitativa media maggiore dell’Italia (215 circa contro 205 circa abitanti per km quadrato), con picchi altissimi in alcune città (Ginevra, Zurigo). Il Covid qui ha avuto un impatto molto forte, specie durante la seconda ondata, anche per le restrizioni decisamente più blande rispetto a quelle adottate dall’Italia (a tal proposito il grafico 1, qui sotto, fotografa chiaramente l’andamento dell’indice della severità della risposta dei due governi): se in Italia ci sono stati quasi 360 casi ogni 10.000 abitanti, il numero in Svizzera sale a più di 550 casi (dati presi da qui) e dalla fine di ottobre, come si vede dal grafico 2, la differenza tra i due stati si fa sempre più netta e marcata a svantaggio della Svizzera.

Grafico 1 312

Grafico 1 (Indice della severità della risposta dei governi: in rosso l’Italia, sistematicamente più severa, in blu la Svizzera)

coronavirus data explorer

Grafico 2 (Casi di covid per un milione di abitanti: sopra la Svizzera, in blu; sotto l’Italia, in verde)

Non così per il tasso di letalità, invece, come si vede dal grafico 3 (numero di vittime in rapporto al numero dei casi). Se quello della Svizzera è inferiore al 2%, quello dell’Italia, come purtroppo sappiamo, ha sfiorato cifre catastrofiche durante la prima ondata e si attesta ora quasi al doppio di quello svizzero. Non voglio e non posso in alcun modo discutere le ragioni di questa differenza, che pure ci sono e andrebbero indagate, ma non si può non partire anche da qui per riflettere sulle decisioni che interessano la scuola.

Grafico 3 312

Grafico 3 (Tasso di letalità del Covid: in rosso l’Italia, in blu la Svizzera)

Come dicevo, tutte le scuole svizzere sono rimaste sempre aperte. Inizialmente, con una nonchalance che molti hanno riconosciuto come eccessiva, i docenti potevano non indossare la mascherina in classe e gli allievi erano tenuti a indossarla solo se nella loro aula non era possibile mantenere il distanziamento di un metro e mezzo. In alcune aule, come ho raccontato all’inizio di settembre qui, gli allievi potevano non tenere la mascherina. Poi è arrivata la seconda ondata, che ha causato una stretta nelle disposizioni, con l’obbligo di indossare la mascherina per tutti gli allievi delle scuole medie superiori e poi medie (mia figlia, alle elementari, non la indossa) e per tutti i docenti.

La vita scolastica, in questo modo, è andata avanti fino a Natale, pur con qualche evidente zoppìa (una su tutte: come recuperano gli argomenti svolti a lezione gli allievi finiti in quarantena?): la quarantena di classe veniva ordinata solo se due o più allievi erano positivi; quella individuale solo se i ragazzi e le ragazze erano stati/e a contatto con una persona positiva senza mascherina e senza distanza per più di 15 minuti (quindi non a scuola, dove la mascherina è obbligatoria); per tornare in classe a un allievo positivo bastava non avere sintomi da 48 ore, ad almeno dieci giorni di distanza dalla scoperta della positività, senza la necessità di presentare un tampone negativo.

Com’è andata, in termini sanitari? Ancora una volta, snocciolo qualche cifra: nel mio Cantone, il Ticino, si sono ammalati più di 200 docenti (su un totale di più di 6400, se decifro bene le tabelle cantonali: poco più del 3%) e un migliaio di allievi. Gran parte di loro, però, sembra essersi ammalata al di fuori dell’ambito scolastico (sport, famiglia). Non so dire se qualcuno sia andato incontro a un decorso grave.

Avrebbe retto in Italia, un modello che presuppone la collaborazione e la coesione di molte parti sociali come questo? Probabilmente no. In Svizzera invece questa impostazione pare aver funzionato, ovviamente con qualche scossone, e per capire se è stato ragionevole adottarla devo spendere qualche parola anche su come sono andate le cose nelle nostre classi, con l’avvertenza che quanto sto per scrivere è frutto inevitabilmente di impressioni e pensieri personali.

Partirei dalla DAD, dato che diversi docenti, anche in questo sito, hanno sostenuto che la scuola a distanza tutto sommato non sia da demonizzare. Ebbene, avendo potuto sperimentare la differenza tra un semestre di DAD (quello primaverile scorso) e un semestre di scuola in presenza immediatamente successivo a quello a distanza, mi sento di poter dire, in modo per forza di cose sintetico, che nella grande maggioranza dei casi la DAD di marzo-giugno ha prodotto un buco cognitivo che oggi si fa fatica a colmare. È come se gli argomenti, le letture affrontate nei mesi primaverili fossero perlopiù spariti nel nulla. Qualche vago ricordo, qualche cenno superficiale, ma nulla di quanto si è fatto a distanza è diventato, per così dire, strutturale, specie per quanto riguarda le classi seconde (ex prime), che sono quelle oggettivamente più in difficoltà. Ci sono delle eccezioni, naturalmente, e ci sono allievi e allieve che – per carattere o indole – si sono persino trovati/e meglio con la scuola a distanza, ma da un certo punto di vista queste eccezioni costituiscono un ulteriore problema da discutere: sappiamo tutti, per esperienza, che la DAD non è democratica, che gli allievi sono tutti uguali in classe ma non certo a distanza, per motivi familiari, sociali o anche soltanto tecnici (difficoltà di connettersi, dispositivi inadatti o condivisi con sorelle e fratelli, stanze affollate, ecc.). E sappiamo quanta frustrazione e fatica provochi, in tutti (e soprattutto nei soggetti psicologicamente fragili), la prolungata esposizione al video, nelle modalità di cui ha parlato qualche giorno fa Igino Domanin su questo sito e di cui ci aveva raccontato Giovanni Accardo nel suo Diario della distanza. Su questo, dunque, non ho dubbi: la DAD fa quel che può per tutelare il diritto all’istruzione di tutti (a mio parere uno dei diritti più preziosi e inalienabili di qualunque democrazia), ma non ci riesce fino in fondo, nonostante l’impegno, la buona volontà e persino la dedizione del corpo docente (sicuramente non percepiti fino in fondo dal mondo esterno alla scuola). Se il diritto alla salute, dunque, è il primo diritto da difendere, quello all’istruzione è il secondo, perché solo da un’istruzione e da un’educazione gratuite e garantite a tutti può continuare a nascere una società che aspiri all’uguaglianza.

Se tutto quello che scrivo ha un senso, allora il modello svizzero per me (docente e padre di una bambina che frequenta la seconda elementare) ha funzionato, così come ha funzionato per la stragrande maggioranza di famiglie, docenti, studenti e studentesse che l’hanno rispettato e fatto girare senza grossi intoppi.

L’ho premesso sin dall’inizio: i Paesi sono diversi e alcuni dati (su tutti, credo, il tasso di letalità) non sono comparabili, ma se ora in Svizzera occorresse mettere in atto ulteriori restrizioni e chiudere alcuni gradi di scuola, questa decisione sarebbe percepita unanimemente (da studenti, docenti, famiglie, società civile) come un’extrema ratio cui si dovrebbe ricorrere dopo aver tentato di difendere fino all’ultimo il diritto all’istruzione di tutti. Non credo che per l’Italia, viste anche le proteste che montano da più parti (per esempio queste), si possa dire lo stesso, purtroppo.

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