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L'elefante nella stanza

di Andrea Zhok

Mi pare ci sia una considerevole incomprensione circa il significato della sospensione degli account FB e Twitter di Donald Trump.

Il problema non è Donald Trump, non sono le sciocchezze minatorie che ha detto o può dire, non è la sua figura politica né personale.

Concentrarsi su questo significa pulire la polvere dai mobili, senza notare l'elefante che defeca nella stanza.

Tutte le questioni di merito specifico intorno a Trump, o se è per questo intorno a chiunque altro, sono qui irrilevanti.

Il problema, di gravità straordinaria, e che nessuno pensa di affrontare, è il fatto che i più estesi e influenti mezzi di dibattito pubblico rimasti a disposizione sul pianeta (o almeno nel mondo occidentale) possano essere gestiti in maniera arbitraria da parte di piattaforme private, sulla scorta di decisioni che non devono rispondere a nessuno.

Il caso di Trump è semplicemente emblematico: se un politico, miliardario, e presidente ancora in carica della nazione più potente del mondo, può essere silenziato sui social media, qualcuno delle frotte di amanti della libertà che ora si fregano le mani capisce che chiunque può essere messo a tacere in ogni momento, con qualunque pretesto?

E, sì, certo che se postate gattini, applausi servili, opinioni della Gruber e inni al libero mercato non avete niente da temere.

Perché non avete niente da dire.

Che questo colpisca oggi un signore assai discutibile e che sta sulle scatole ai più è irrilevante. Resta un tizio che è stato votato nel suo paese da quasi metà di chi si è recato alle urne. E se togliergli la parola nell'arena pubblica non vi mette in allerta, avete qualche problema con le idee di democrazia e libertà di espressione.

Trump è solo il caso impossibile da mettere sotto il tappeto di qualcosa che succede da anni, silenziosamente e in modo crescente. In altre occasioni sono stati stoppati siti e pagine sia di destra che di sinistra, palestinesi, curdi, filorussi, ecc. Pagine satiriche e personali, pagine che ospitavano campioni d'arte o letteratura dove comparivano immagini o parole 'proibite', ecc.

Se non vedete il problema è perché qualcosa di brutto vi è successo. Dopo aver dato la caccia senza tregua a un sacco di 'fascisti' veri o presunti, di oppressori, di autocrati totalitari e liberticidi, vi siete dimenticati di controllare in un ultimo luogo: il vostro specchio.

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Due argomenti a questo proposito vanno tolti di mezzo con la massima decisione.

A)

Il primo argomento è di ordine pragmatico: qualcuno si può chiedere cosa dovremmo fare se un sito o una pagina o un soggetto mettono in giro informazioni ritenute palesemente false. Lasciarlo fare non sarebbe forse irresponsabile?

E la risposta qui è però piuttosto semplice.

Premesso che lasciare il discorso pubblico fare il suo corso potrebbe essere comunque una strategia preferenziale, tuttavia, se proprio una certa menzogna grida vendetta, ebbene si può procedere così.

Lo stesso oscuro sorvegliante del web che ora rimuove pagine e commina sanzioni, si suppone che lo faccia perché ha accesso a fonti più autorevoli che smentiscono quanto riportato (altrimenti sarebbe solo il suo pregiudizio contro quello altrui). Ma allora, se si vuole conservare almeno l'apparenza della democrazia e della libertà d'espressione, basterebbe inserire nella pagina 'malvagia' un avviso di una riga in cui si dice: a) che la veridicità dei contenuti è contestata; b) che la base della contestazione si può trovare in... segue link alle fonti che smentiscono l'eventuale fake news.

Così la libertà di parola è mantenuta e il dibattito pubblico matura.

Continuando invece ad operare con semplici censure unilaterali ogni dibattito pubblico diviene semplicemente una prova di forza, dove chi la forza ce l'ha già (il denaro, il potere) farà passare ciò che lo favorisce o almeno non lo ostacola.

B)

Il secondo argomento da sopprimere è quello per cui queste sarebbero piattaforme private e dunque possono fare quello che gli pare, tanto è casa loro.

Ora, in primo luogo, questa visione della proprietà privata è, nel suo complesso, destituita di ogni fondamento. Ogni proprietà privata al mondo ha i poteri che le sono assegnati dalla legislazione pubblica, e solo quelli, e i margini di ciò che la proprietà privata di qualcosa consente di fare o non fare sono definiti sulla base dell'interesse pubblico.

Ergo, non è affatto vero che avere la proprietà di qualcosa significa poterne fare quello che ti pare. Posso avere la proprietà privata di un parco, ma questo non significa che posso sparare in testa a chi eventualmente ci entra e seppellirlo sotto i gerani, né che posso farci un deposito di scorie nucleari, né che posso darci fuoco, o farne una palude, ecc.

Chi ha la proprietà privata di un social media, che è uno spazio di comunicazione pubblico (lo era sin all'inizio, e lo è diventato sempre di più) dovrebbe gestirlo in forme che rispettino quel progetto di comunicazione pubblica.

Ma naturalmente qui il punto essenziale è cosa prevede la legge, perché se questa non interviene ponendo limiti e condizioni, allora al detentore del bene privato resta il diritto di fare tutto ciò che non gli è vietato.

La situazione odierna dei social media può essere colta con una similitudine.

Supponiamo che due grandi fiere in un paese siano i poli commerciali cui tutti i piccoli produttori portano le proprie merci per approvvigionarsi e scambiare beni. Un tempo ognuno arrivava artigianalmente prima all'uno e poi all'altro dei poli. Ci arrivavano con sentieri privati nel bosco, battuti solo da chi li percorreva, stretti e fangosi, ma sufficienti alla bisogna.

Un bel dì i gestori privati delle due fiere (i 'baroni' del posto) decisero di costruire con fondi propri una grande strada ad anello che congiungesse le due fiere e fosse facilmente raggiungibile da un gran numero di singole fattorie. Quest'opera incrementava i traffici e dunque per i gestori delle fiere rappresentava un investimento, non beneficenza. Ma sia come sia, la comodità della strada era grande e uno dopo l'altro tutti i piccoli produttori cominciarono a usare la grande strada, abbandonando i sentieri accidentati, che per il disuso la vegetazione aveva reso impercorribili.

Ora dunque tutti o quasi usavano la grande strada e le comunicazioni erano cresciute.

E' a questo punto che i 'baroni' decisero di esercitare discrezionalità nello scegliere chi far passare, e quando. Tanto oramai la 'grande strada' aveva imposto uno standard sui tempi di percorrenza ed era pressoché obbligatorio usarla, se si voleva scambiare con gli altri. E chi veniva escluso non aveva comunque più a disposizione il mondo di prima cui ritornare.

Così, i nostri baroni si sono ritagliati una posizione da cui le proprie volontà non possono essere sfidate da nessuno. Se non vogliono far arrivare delle merci al mercato possono farlo. Se vogliono far arrivare solo le merci di un produttore amico e non quelle di uno ostile, possono farlo. Di fatto divengono il principale arbitro degli scambi e lo sono anche se il loro potere viene esercitato con discrezione, più con la minaccia o il suggerimento che con il divieto espresso.

Ecco, in questa situazione i 'baroni' hanno ottenuto una forma di gestione sostanzialmente monopolistica dell'approvvigionamento primario, e lo hanno fatto senza esercitare inizialmente alcuna costrizione, anzi, facendo apparente dono alla comunità di un grande vantaggio comune.

Per evitare che i 'baroni' divengano i regnanti effettivi, al sovrano (allo Stato) rimarrebbero solo due opzioni: o rilevare la gestione della grande strada, o obbligare i baroni a farne un uso non discriminatorio.

Uscendo dalla metafora, gli Stati oggi devono agire e possono farlo secondo due strategie possibili: o nazionalizzano i social media, rendendoli beni a gestione pubblica, oppure obbligano a termini di legge i medesimi ad adottare una gestione meramente formale dei medesimi, senza intervenire sulla scelta dei contenuti, giacché i gestori dei social NON HANNO ALCUN TITOLO PER FARLO.

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Un'ultima notazione. In questa discussione si dà per scontata una base di discussione che accoglie democrazia e libertà di opinione e parola come capisaldi. Ma naturalmente qualcuno potrebbe mettere in discussione questa base, e la cattiva salute dell'odierna democrazia non rende questa prospettiva così estemporanea.

Insomma, se volessimo mettere in discussione la sacralità della libertà di parola e opinione, non dovremmo forse rivedere queste considerazioni? Non potremmo forse mettere in discussione l'idea che il vero debba emergere innanzitutto dalla dialettica, dalla libertà di pensiero e discussione?

Ebbene, se, per amor di discussione, vogliamo considerare questa opzione dobbiamo dire che in tal caso, a maggior ragione, sarebbe impensabile attribuire ad un soggetto privato la selezione delle opinioni 'kosher'.

Se decidessimo di togliere fiducia alla libera discussione pubblica, alla dialettica di posizioni diverse (plausibilmente, sempre in parte sbagliate), se volessimo accreditare una 'repubblica dei dotti', benissimo, ma allora l'elaborazione 'tecnocratica' del Vero andrebbe presa terribilmente sul serio.

L'alternativa alla libertà di discussione è certo concepibile, ma non certo come dogmatismo privato accidentale di qualche lobby benpensante, di qualche pubblicitario ammanicato. Se qualcuno vuole dilettarsi ad elaborare un'alternativa alla libertà di pubblica discussione, deve farsi carico di preparare canali controllati, autorevoli, selezionati di elaborazione del Vero Ufficiale, canali esenti da interessi politici ed economici.

Allo stato dell'arte l'implementazione della Πολιτεία di Platone sembra maggiormente a portata di mano.

 

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Comments

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Edoardo Nannetti
Wednesday, 13 January 2021 10:21
Caro prof. Zhok, intanto ti saluto e ringrazio per il contributo stimolante alla discussione.Vorrei prospettare una terza lettura della situazione che non so se risucirò a rendere. Per questa lettura sarà necessario un riferimento alla vicenda trump ma solo perchè emblematica. Diciamo che i social (e relativi padroni) sono una delle forze deputate a costruire e soprattutto conservare ed autolegittimare il sistema dominante che, oltre ad esercitare il potere con la forza e l'economia, ha bisogno che ci sia consenso nel senso comune, che gli schemi su cui si basa siano introiettati e, se qualcosa mette a rischio il sistema, deve essere inglobato e, ove fosse impossibile, soppresso. L'apparato di potere politico è un'altra di queste agenzie di preservazione del sistema, almeno finchè la democrazia non cessi di essere parvenza che lascia un margine di espressione solo a fini di controllo e diventi reale strumeto di controllo e governo delle masse, che esprima cioè una vera sovranità democratica. In questi giorni in Usa credo si sia verificato un cortocircuito tra le varie 'agenzie' di preservazione del sistema. Trump, che pure è interno al sistema, come la facilità dell'impresa testimonia, è al tempo stesso colui che ha messo a rischio equilibri del sistema (anche come messaggio a forze veramente antagoniste della fattibilità dell'assalto 'al cuore dello stato') ed è anche colui che sta a capo di una delle altre agenzie di preservazione del sistema,il governo politico, nonchè di un'altra, il comando militare quindi della forza. Il sistema politico, quale agenzia nel senso predetto,si è dimostrato incapace di far fronte a questa circostanza (complicità della polizia, impossibilità o grave difficoltà di attivare le procedure previste in questi casi ecc). A questo punto interviene surrettiziamente un'altra agenzia travalicando la sua competenza (i padroni dei social) surrogandosi al potere politico. Ora è evidenziato da questa vicenda quanto il potere mediatico e delle comunicazioni e dei social abbia un ruolo di potere arbitrario che potrebbe,, ed anzi come hai detto già avviene, rivolgersi contro chiunque e segnatamente contro movimenti realmente e radicalmente antagonisti al sistema. In conclusione mi pare che per chiedere la soggezione dei social ad un potere regolatore pubblico, sarebbe necessario dire che questo potere deve essere realmente democratico e non solo un'altra agenzia di costruzione del consenso al sistema. Vedo cioè una contraddizione nel chiedere alla struttura politica del sistema di garantire la democraticità di un'altra agenzia di conservazione del sistema. Tutto questo discorso, che forse conisedererai capzioso, lascia intatto il dato di questi giorni: hanno scoperchiato un problema enorme su cui si deve discutere. Scusa se mi è scappata lunga ma, si sa, la lunghezza è indice della difficoltà di spiegarsi. Con la consueta stima , un caro saluto.
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