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pensieriprov

Pil e morti

di Sandro Arcais

Viviamo in tempi confusi, ma non perché questa caratteristica sia dei tempi che viviamo. La realtà è che noi siamo confusi, al limite della follia. Siamo come la classica mosca che ostinatamente tenta inutilmente di uscire da una finestra chiusa e sbatte in continuazione contro il vetro. Non vede il vetro e quindi pensa che non ci sia. E ci sbatte in continuazione contro, ripetendo ottusamente lo stesso errore.

Prendiamo il pensiero della Moratti sulla distribuzione dei vaccini: distribuire il vaccino sulla base dei criteri della mobilità, dell’incidenza della pandemia, della densità della popolazione e del pil.

Il riferimento al Pil come criterio per distribuire i vaccini tra le Regioni, precisa l’assessorato al Welfare, non si riferisce alla “ricchezza” di un territorio, e quindi dei suoi abitanti, ma al numero delle sue imprese e quindi alla capacità di favorire “un riavvio del motore economico del Paese”. (qui)

Moratti non fa altro che applicare la logica della distribuzione dei finanziamenti ai servizi sociali sulla base della spesa storica alla distribuzione dei vaccini.

La logica è la stessa: noi produciamo di più quindi abbiamo più bisogno di voi dei servizi. È una logica di una coerenza ferrea, possa piacere o meno. È la logica economica della favola del libero mercato, della competizione economica permanente tra imprese e tra stati, del governo dei mercati, della prevalenza del privato sul pubblico, della frusta dell’indebitamento dei privati e dello stato, di una concezione della moneta come merce rara, della credenza che la gestione privata della moneta sia meglio di quella pubblica.

Cosa viene contrapposto dai vari scandalizzati all’uscita della Moratti? Un pensiero economico diverso? Un’idea diversa della relazione tra pubblico e privato, tra imprese e stato, tra gli stati stessi dentro l’Europa? No. Solo reazioni moralistiche: «siamo un passo dalla barbarie» (De Luca), «è una ipotesi contraria alla civiltà e ai diritti universali» (Boccia).

La differenza tra i due approcci alla distribuzione dei vaccini è solo superficiale: la Moratti non è un politico, ha la coerenza dei Monti, dei Padoa Schioppa (quello che teorizzava l’attenuazione di «quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna»), rigidi e coerenti fautori e attuatori della visione economica e quindi sociale oggi dominante ed egemone; De Luca e Boccia sono essenzialmente politici, sanno che dopo avere terrorizzato gli Italiani con una gestione della epidemia fallimentare non dare loro l’agognata salvezza li esporrebbe alla lapidazione politica (se gli va bene). Entrambi, tuttavia, condividono la stessa visione del mondo, dell’economia, della società, delle regole del gioco.

Per entrambi, i 52.306 morti in più al 31 ottobre 2020 rispetto alla media dei 5 anni precedenti (vedi qui) hanno un’unica spiegazione: il nuovo virus. E quindi, per entrambi, la soluzione è una sola: il vaccino. E quindi si accapigliano per accaparrarsene il più possibile, nella classica dinamica che scatta in Italia quando si tratta di distribuire risorse scarse, da quando la riforma del titolo V si è aggiunta alle politiche di austerità inaugurate negli anni Novanta del secolo scorso. Come mosconi impazziti, continuano a sbattere contro un vetro che non vedono perché non hanno le categorie e/o l’onestà intellettuale e/o il coraggio per conoscerlo.

A questo elenco di mosconi impazziti possiamo aggiungere anche Agostino Miozzo, coordinatore del Comitato Tecnico Scientifico, che in un’intervista a un quotidiano nazionale ha dichiarato:

pur rendendoci conto che ovviamente la soluzione migliore sarebbe quella che abbiamo preso a marzo-aprile, ovvero il lockdown totale e nazionale, non possiamo più farlo

Che, tradotto, potrebbe suonare più o meno come: “si tratta di scegliere tra tollerare un numero di morti maggiore alla media attesa e il tracollo economico di intere categorie: da oggi in poi si tollereranno più morti”. Che poi è lo stesso concetto espresso tempo fa da Domenico Guzzini, presidente dimissionario della Confindustria di Macerata:

Le persone sono stanche di questa situazione e vorrebbero venirne fuori, se qualcuno morirà pazienza

o da Giovanni Toti, presidente della regione Liguria,:

Per quanto ci addolori ogni singola vittima del Covid-19, dobbiamo tenere conto di questo dato: solo ieri tra i 25 decessi della Liguria, 22 erano pazienti molto anziani. Persone per lo più in pensione, non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese che vanno però tutelate

Pil e morti. Se vuoi il pil accetta i morti. Questa è la folle condizione a cui costringe un pensiero economico folle. Le cause hanno le loro conseguenze: un pensiero economico folle non può non dare luogo a realtà folli come quella rappresentata da questa condizione. Questo è il karma del nostro tempo.

Ma il karma non è il destino, bensì l’azione (anche e soprattutto mentale) presente che porta alle sue necessarie e inesorabili conseguenze future. Uscire dalla folle relazione condizionale tra pil e morti dunque è possibile. Si tratta di cambiare pensiero e di conseguenza categorie con cui si conosce la e si agisce nella realtà in cui viviamo.

Di cosa sono morte le 52.306 persone che superano la media degli ultimi 5 anni? I mosconi folli, sempliciottamente, le riportano tutte al nuovo virus, oppure al fatto che gli Italiani non sono stati sufficientemente disciplinati nell’applicazione delle regole precauzionali previste per rallentare i contagi e quest’estate e per le feste di Natale hanno preferito comportarsi come allegre cicale piuttosto che come caute formiche. Per loro non significa nulla il fatto che ancora oggi il ministero della salute non abbia elaborato un protocollo unitario che guidi i medici di base nella cura della malattia, che l’Aifa abbia ostacolato e continui a ostacolare farmaci rivelatisi efficaci sul campo, che la medicina di base e territoriale e l’intero servizio sanitario nazionale sia stato stremato da trenta e più anni di tagli e privatizzazioni e da una strategia sbagliata tendente ad accentrare le cure nelle strutture ospedaliere, che i servizi di trasporto pubblico siano strutturalmente carenti, che il governo non sia intervenuto quando doveva e poteva per potenziarli o per coinvolgere i privati, che la concentrazione della ricchezza in Italia, negli ultimi 20 anni è andata costantemente crescendo a fronte di un impoverimento generale del paese, che in Italia dal 2008 al 2018 i poveri assoluti siano passati da 2,5 a 5 milioni, e che questo numero ha continuato a crescere, soprattutto nell’anno appena concluso, che questi poveri si sono cibati e curati poco e male, che il nostro paese è stato colpito dalla tempesta del nuovo virus totalmente impreparato, privo di un piano pandemico che non fosse semplicemente e burocraticamente solo sulla carta.

Tutte queste cause, direttamente o indirettamente, hanno un padre comune: il governo dei mercati internazionali col suo libero e frenetico vagare dei capitali in cerca di sangue fresco da succhiare e, più specificamente per l’Europa, l’austerità e la sua clava: l’euro. E una ideologia, un vero e proprio folle pensiero unico che li giustifica e legittima: il neoliberismo. Se non siamo disposti a fare uno sforzo per superare questa gabbia che prima di tutto è mentale, e per cominciare a ragionare in termini sistemici ricostruendo il reticolo di cause della condizione in cui ci troviamo, dobbiamo rassegnarci ad accettare il sacrificio in vite umane in nome del pil, e smetterla di scandalizzarci quando qualcuno ci ricorda coerentemente, freddamente e anempaticamente che nel capitalismo neoliberista il pil vuole il suo olocausto.

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