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sinistra

Il mito del Welfare State: la vera natura del salario sociale nell'economia capitalista

di CountDown

Volume della collana STUDI SULLA CRISI COUNTDOWN n. 5,Maggio, 2021 / ISBN: 9788893131353

Dal XIX secolo fino alla Seconda Guerra Mondiale le economie capitaliste dei paesi OCSE hanno sviluppato progressivamente un modello moderno di welfare state, ma è a partire dalla Golden Age post bellica che assistiamo ad una espansione dei programmi di sostegno sociale, inizialmente nei paesi anglo sassoni per poi interessare tutte le economie capitaliste avanzate. Una situazione del genere ha favorito di conseguenza tutta una serie di esaltazioni delle cosiddette “politiche keynesiane” da parte di economisti liberisti post-moderni e socialdemocratici fino a coinvolgere una pletora di neomarxisti che sono stati totalmente rimbambiti da tale clamore. Tutti gli osservatori e gli accademici di varie tendenze si sono precipitati a sciorinare esternazioni superficiali e sociologiche sul boom economico che avrebbe portato ricchezza e benessere ai lavoratori senza preoccuparsi minimamente di verificare se tale benessere, garantito anche dallo Stato, non sia stato semplicemente pagato dalla classe operaia come ogni merce o servizi forniti dal mercato.

Ciò che mancava era un'analisi approfondita delle spese sociali, delle tasse pagate e dei contributi alle famiglie dei lavoratori, e una stima dei benefit netti ricevuti da queste ultime. Ma con il declino della crescita nelle economie industrializzate dell’Occidente, manifestatosi verso la metà degli anni ’70, assistiamo parallelamente al progressivo declino dell’erogazione da parte dello Stato di benefit nei confronti dei lavoratori - avviato in Gran Bretagna già nel 1976 dal cancelliere dello scacchiere, il laburista Denis Healey, con il varo di una manovra che prevedeva tagli alla spesa per 2,5 miliardi di sterline, prima dell’exploit della Thatcher nel 1979. Negli anni ‘80 ci troviamo di fronte ad una tendenza sempre più accentuata delle politiche neoliberiste che porterà a tagli sempre più consistenti al welfare state grazie all’avvento dei governi conservatori negli USA, in Gran Bretagna e alle politiche neoliberiste nel resto dei paesi OCSE portate avanti anche da governi sedicenti “progressisti”. In seguito vi è stato un lungo periodo di politiche restrittive e di “sacrifici”, durante il quale gli studiosi si sono ben guardati dal fare un bilancio del periodo d’oro dove il keynesismo era la “pianta di ogni clima” mentre la socialdemocrazia (e tutti i cosiddetti progressisti) ricevevano sempre meno voti dai lavoratori che pretendevano di rappresentare. Oggi è venuto il momento di fare tale bilancio e scoprire ciò che molti non vogliono minimamente considerare; ossia che nel periodo del Golden Age il welfare state i lavoratori lo hanno sempre pagato e non è mai stato regalato loro nulla dallo stato.

Una delle principali rilevazioni che sono state effettuate per gli Stati Uniti da Shaikh e Tonak è che nel periodo postbellico tra il 1952 e il 1997 il salario sociale netto, ossia le spese per il sostegno ricevuto dagli operai cui vanno sottratte le tasse che hanno pagato, come percentuale della retribuzione degli occupati era molto modesto. In effetti nella maggior parte delle nazioni i flussi del salario sociale si diffondono nuovamente, e in maniera allargata, verso salari e stipendi nel loro complesso ed anche in questi paesi l’effetto redistributivo all’interno dei lavoratori appare decisamente limitato come hanno dimostrato Alan Freeman negli studi sul Regno Unito e sulla Germania tra il 1950 e il 1986.

Nell’articolo “La politica redistributiva neoliberista: Il salario sociale netto degli Stati Uniti nel 21° secolo” Katherine A. Moos mostra chiaramente che il salario sociale netto ha subito un inversione durante i periodi di crisi della fase neoliberista dell’economia americana divenendo positivo e quindi il bilancio risulta favorevole ai lavoratori. Tale studio mette in discussione i luoghi comuni espressi da certa letteratura superficiale e dimostra che “un salario sociale netto modesto o nullo può effettivamente indicare un migliore contesto economico e politico per i lavoratori rispetto a livelli elevati del salario sociale netto”.

Reza Fazeli e Rafat Fazeli continuano nell’analisi empirica per il Regno Unito, la Germania, gli USA e la Svezia dal 1990 al 2006 ossia nel periodo che precede la Great Recession. Nel caso dell’Italia e della Francia gli autori sottolineano, a mò di conclusione, che l’aumento del salario sociale netto è rimasto decisamente all'interno della capacità produttiva dell'economia e non ha causato alcun ostacolo alla crescita economica.

Diego Guerrero ed Emilio Diaza Calleja hanno analizzato il welfare state per la Spagna nella fase di transizione (dal 1970 al 1992), mentre Thanasis Maniatis opera una analisi approfondita del salario sociale netto in un intervento sull'Europa meridionale dopo la Great Recession.

La stessa Katherine A. Moos, in collaborazione con lo studioso marxista Hao Qi, ha applicato i metodi di indagine sul salario sociale netto nell’economia cinese. Nell’articolo “Quanto è neoliberista il welfare state cinese? Il confronto tra il salario sociale netto della Cina e quello degli Stati Uniti 1992-2017” gli autori applicano al sistema economico e sociale della Cina il metodo di calcolo del salario sociale netto, introdotto da Shaikh e Tonak, facendo un confronto con quello degli Sati Uniti. Dai dati rilevati risulta che il welfare state cinese è stato meno neoliberista e più favorevole ai lavoratori rispetto a quello degli USA. Comunque il salario sociale netto nei due paesi ha mostrato una tendenza dello stesso tipo risultando positivo in entrambi. Negli Stati Uniti, il salario sociale netto positivo riflette le difficoltà della riproduzione sociale, mentre, in Cina, riflette i cambiamenti istituzionali nel welfare state, attraverso i quali lo stato cinese tenta di risolvere la crisi della riproduzione sociale causata dalle riforme neoliberiste del 1990. Resta il fatto che la condizione economica nei due paesi con la Great Recession, che ha portato ad un salario sociale netto positivo ossia a favore dei lavoratori, potrebbe aver raggiunto un punto di non ritorno con la quota del reddito destinata al lavoro che dovrebbe declinare progressivamente.

L’articolo di Jolanta Aidukaite riprende alcune pubblicazioni teoriche ed empiriche dedicate allo sviluppo del welfare state nell'Europa orientale post-comunista alla luce delle teorie e degli approcci sviluppati per studiare le democrazie capitaliste più ricche. Lo scopo di questo articolo è quello di riprendere criticamente le vecchie teorie sul welfare state e le loro implicazioni riguardo allo studio dell'Europa orientale post comunista e pone le basi per futuri approfondimenti empirici sul salario sociale netto.

In occasione della grande crisi del 2008, manifestatasi come una "crisi finanziaria", la sinistra è entrata definitivamente in una crisi di identità che ha portato molti, commentatori e attivisti politici, a considerare la Svezia dei tempi passati come una possibile via da percorrere per un'alternativa socialista. L’articolo di Daniel Ankarloo affronta la questione di lunga data relativa a quale tipo di "socialismo" sia storicamente assimilabile al modello di welfare svedese che è stato percepito da molti ingenui come una forma specifica di socialismo, basata sull'idea di collaborazione di classe. Attualmente possiamo notare come anche questo paese, tanto decantato in passato, si sia messo al passo coi tempi operando tagli consistenti ai benefit che negli anni ‘70 rappresentavano il sogno dei lavoratori di tutto il mondo.

Oggi, in conseguenza della devastazione provocata da una pandemia globale, dobbiamo aggiungere che i cosiddetti “esperti” e gli osservatori di ogni tendenza sono stati completamente spiazzati dallo stato delle cose e cercano in ogni modo di recuperare credibilità riproponendo come degli ebeti un neo-keynesismo basato su una spesa statale mastodontica senza capire minimamente cosa significhi. Purtroppo, come è sempre avvenuto, il peso di queste maledizioni della storia ricade sempre sulle spalle dei lavoratori salariati ma non si può escludere che in futuro si possano manifestare nuove tendenze nella riproduzione sociale e nuovi modi di produzione dettati dalla razionalità piuttosto che dall’ideologia.

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