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Lettere dal Sahel

di Mauro Armanino

 

Frontiere umanitarie e ‘società civili’ nel Sahel

Niamey, 6 novembre 2022. Le frontiere, in questo mondo finto-globalizzato, giocano vari ruoli e cambiano di aspetto a seconda delle circostanze e degli interessi del momento. Sono simboli e confini determinati della sovranità nazionale così come concepita e interpretata da qualche decennio a questa parte. Respingono, filtrano, facilitano, selezionano, giudicano, oppongono, interpretano e, non raramente, si armano e uccidono. Nel Sahel, come ricordano opportunamente alcuni ricercatori, le nostre frontiere sono ‘umanitarie’. Infatti è per il bene vitale dei migranti, rifugiati, mendicanti o semplici avventurieri, che le frontiere si chiudono e il diritto alla mobilità è puramente e semplicemente confiscato. L’Europa, ad esempio, ha elargito milioni di euro al governo del Niger con lo scopo, neppure troppo nascosto, di fermare o ridurre il movimento migratorio verso il Nord Africa e dintorni. Si rendono praticamente impossibili i visti di ingresso nello spazio Schengen, vengono ‘criminalizzati’ i viaggiatori, sono sotto controllo militare le vie d’accesso più comuni e, infine, si costruisce la retorica umanitaria di salvare le vittime dei lager in Libia, creati e finanziati dall’Europa stessa.

Per condurre e, se possibile, portare a termine questa operazione altamente ‘umanitaria’, cioè salvare dalla perdizione chi cerca legittimamente un futuro differente, i poteri costituiti, da una parte e dall’altra del Mediterraneo, si affidano alle ‘società civili’. Queste ultime, cresciute a dismisura in questi ultimi decenni, sono per così dire il ‘braccio armato’ di ogni sorta di politiche volte a modellare la società secondo i dettami del potere. Sia esso il famigerato cambiamento climatico, la gestione delle migrazioni, l’uso delle risorse minerarie, la partecipazione politica dei cittadini e, ciliegina sulla torta, i ‘diritti umani’, le società civili sono come la cinghia di trasmissioni dei politici. Le associazioni, le ONG nazionali, regionali,. Internazionali e globali sono là per arrivare dove partiti e istituzioni ‘normali’, compresi i parlamenti, non possono o vogliono arrivare. Possiedono una relativa libertà di manovra, non rendono conto a nessuno del loro operato e maneggiano cospicui capitali umani e finanziari. Formano come un esercito di contrattuali o ditte di appalto a cui demandare politiche, valori e strategie di intervento ‘democraticamente partecipativo’.

Le società civili, specie se radicate nel tessuto locale malgrado i finanziamenti esteriori, si presentano con un viso autoctono e dunque come una garanzia di fedeltà a pratiche certificate. Tutto ciò i politici lo sanno e per questo, con sagacia operativa, infiltrano le società civili con stile mafioso e creano realtà parallele alle esistenti impegnate nel cambiamento. Con le società civili ci troviamo dunque di fronte allo stesso mondo alieno che di civile ha molto poco. Le associazioni o ONG che intraprendono cammini alternativi di pensiero e di pratica vengono tenute d’occhio dal sistema e i leader delle stesse non raramente conoscono il colore e il sapore delle prigioni di stato. Spesso, a parte i militanti più seri, il transito in questi luoghi di ‘redenzione e rieducazione’ , chi ne esce vivo sarà tenuto a comportarsi come conviene al sistema. Dividere per imperare è una pratica che ha dato i suoi frutti e, anche per questo, le società civili sono da tempo un bottino privilegiato per i cacciatori di potere. Distinguere i venduti e i collaborazionisti col sistema dai veri trasformatori non è troppo difficile. ‘Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei’, ricordava il buon don Andrea Gallo di Genova. Parafrasandolo potremmo dire, ‘dimmi chi ti finanzia e ti dirò chi sei’.

 

Disertori, controllori e sovversivi nel Sahel

Niamey 30 ottobre 2022. Il capitalismo di sorveglianza ha i funzionari di terreno che agiscono nel tempo e nello spazio. Il tempo dà loro apparente ragione perché la ‘normalizzazione’ o la ‘banalizzazione’ del controllo sembra un fatto acquisito, accettato e talvolta richiesto. Pochi si stupiscono ancora dell’esproprio del diritto alla mobilità operato con fermezza in questi ultimi anni. Le frontiere, tutt’altro che immateriali, sono appunto uno degli spazi nei quali il controllo si esprime con maggiore coerenza. L’evidenza che le frontiere dell’ Europa tocchino l’Africa del Nord, coi Paesi del Maghreb e giungano fino al Sahel non scandalizza nessuno. La banalizzazione della normalità e dunque la neocolonizzazione dell’immaginario sociale rasenta l’evidenza. I campi di detenzione per i migranti e rifugiati in Libia, i fili spinati delle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla in Marocco, le deportazioni degli indesiderati in Algeria e le ‘dissuasioni’ volontarie degli ‘esodanti’ nel Sahel sono una necessaria condizione perché il mondo continui a funzionare come deciso dai potenti di turno.

La resistenza a questa operazione di controllo globale passa attraverso il fenomeno, anch’esso assodato, dei ‘disertori’. Spesso dipinti in modo negativo e criminalizzati, i disertori sono coloro che, per scelta o per necessità, scelgono di slegarsi da un destino che sembra condannarli a ‘collaborare’ con sistema in due modi. Il primo si compie scomparendo nel silenzio, come inutile zavorra da buttare durante la tempesta, l’altro, invece, aderendo e ringraziando per il posto subalterno che il sistema ha loro affidato per perpetuarsi. La figura del migrante, che nel suo corpo e nel suo spirito porta la propria frontiera, esprime, come in uno specchio, la responsabilità della diserzione. Scegliendo di partire altrove contesta il tempo, lo spazio e le frontiere del ‘ disordine’ stabilito. Non casualmente il sistema, tramite l’ OIM (Organizzazione per le Migrazioni Internazionali) cerca di convincere i migranti che la migrazione e un errore. L’Agenzia Frontex (Frontiere Esterne d’Europa) rende mobili le frontiere e la missione di Eucap-Sahel ‘educa’ il SUD come gestirle e interpretarle. Tutto cospira a rendere le migrazioni ‘ sicure, ordinate e regolari’.

Naturalmente gli attributi citati sulle migrazioni si riferiscono precipuamente ai Paesi di approdo dei migranti. Difficile credere siano possibili migrazioni sicure, ordinate e regolari quando si contribuisce a creare un mondo insicuro, disordinato e ‘irregolare’ per la maggior parte degli abitanti del pianeta. La dislocazione della politica, dell’economia e soprattutto la strategia del ‘disordine’ interessato nel Sahel e altrove, non lascia spazio a nulla che sia ‘ordinato, regolare’ e soprattutto ‘sicuro’. Ecco perché, in questa particolare zona dell’Africa chiamata Sahel, nome che significa ‘ Riva o Sponda’, ci vantiamo di fabbricare gli unici sovversivi che meritino questo nome. Si scrive migranti e si legge ‘sovversivi’ poiché nelle loro borse si nasconde, impolverato, un mondo nuovo.

 

Abramo, rifugiato a Niamey

Niamey, 23 ottobre 2022. Il primo e più famoso Abramo veniva, secondo la tradizione biblica, dalla Mesopotamia. Migrante per scelta o per destino diventò il capostipite del popolo ebreo e, in genere, dei credenti ossia i sottomessi al precetto divino di abbandonare la propria terra. In ogni migrante e migrazione c’è qualcosa di questo mistero primigenio che potrebbe aiutare a leggere diversamente i processi migratori. Profondamente umani e nel contempo straordinariamente divini, almeno da Abramo in poi. Potremmo affermare, senza scostarci troppo dalla realtà, che la migrazione e dunque il migrante, nasconde o evidenzia qualcosa di teologico. Una sorta di promessa legata all’abbandono della propria terra. Abramo era un irregolare per scelta.

L’altro Abramo, che si trova a Niamey dall’anno scorso, è invece classificato e riconosciuto come ‘rifugiato’ e, seppur meno noto del primo, ha una storia più complicata e dolorosa della sua. Nella sua regione di origine, il Darfur nel Sudan, ha vissuto e pagato di persona le conseguenze di una guerra senza fine. Racconta che, il giorno stesso del suo matrimonio, la sua casa è stata bruciata e sua moglie violentata. Suo padre e sua madre hanno perso gli arti inferiori. Le milizie hanno ucciso i suoi fratelli e sorelle. Lui stesso è stato rapito e obbligato ad occuparsi del bestiame per alcuni anni e poi è fuggito in Libia con la moglie e il fratello gemello, unico superstite della famiglia. L’inferno, e non la benedizione, lo pedinava anche in Libia.

Contrariamente all’altro Abramo lui è stato imprigionato per cinque anni in Libia dove il gemello è stato bruciato e la moglie uccisa. Il visto umanitario che aveva potuto ottenere dall’apposita agenzia delle Nazioni Unite e che l’avrebbe condotto in salvo altrove, è stato ritirato e venduto dalle milizie libiche per cinque mila dollari. Durante il soggiorno è stato più volte torturato alle gambe, alle braccia e alle unghie di mani e piedi. E’ stato rimpatriato, per accordi umanitari, nel Darfur, dal quale è scappato perché perseguitato per motivi religiosi. Si era infatti, nel frattempo, convertito alla fede cristiana. Sostiene che milizie ben addestrate a questo scopo lo seguono ancora oggi per eliminarlo.

L’altro Abramo, il minore potremmo dire, è ospite in una delle case di accoglienza delle Nazioni Unite per i Rifugiati, gestite da COOPI, cooperazione internazionale, una ONG italiana che da anni opera nel Niger. Lui, l’altro Abramo, non è all’origine di un nuovo popolo e la sua progenie assai meno numerosa che le stelle del cielo e la sabbia del deserto. Si è vestito, per l’occasione,con un completo scuro come fosse invitato ad una festa di nozze.

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