
Religione sociale
di Giulio Save
Viviamo l’affermarsi di una nuova forma di religione. Che, con il supporto di un attributo sicuramente abusato, estremamente malleabile, da tempo virato in generico, e per di più sempre servilmente disposto a farsi sbattere da una parte all’altra, ha la ruffiana ambizione di proporsi come sistemazione razionale, ideale e morale di una società che di per sé è fondamentalmente economicistica (e tale, nei fatti, intende mantenersi).
Una religione sociale, così si autoproclama spudoratamente. Una speciale devozione caratterizzata nel suo rigido culto dal tenace proposito di continuamente rideterminare, in funzione delle avide necessità del minuscolo segmento di società che rappresenta, la scala gerarchica dei valori. E contrassegnata dalla precisa e obbligante condizione liturgica di mantenere saldo, fisso e insostituibile, il suo principale valore di riferimento, suo massimo bene, suo sommo ente, suo dio assoluto e universale custodito nel tabernacolo blasfemo delle banche: il denaro.
Ai primi posti − al bisogno fra di loro facilmente intercambiabili – a partire dall’alto di questa scala dorata, troviamo una serie di figure esteticamente indeterminate ma di competente funzionalità; idealmente inconsistenti ma di grande efficacia realizzativa; di desertica aridità ma che oscenamente, senza alcun rossore, si atteggiano a custodi di principi, di storia, di morale. Sono figure che agiscono in attento coordinamento fra di loro guidate da una comune diligente regia, arrivando anche, quando la situazione lo richiede, a scambiarsi ruoli e compiti per mantenere fisso e assolutamente incontendibile il più alto gradino del podio, il più luccicante, quello assegnato ad onorare sua maestà tintinnante: il denaro, l’ho detto.
Fra questi mai-primi, per costituzione e funzione servitori sempre disponibili − proni “a novanta gradi” avrebbe sintetizzato da par suo il mio amico Ciccio molte decine di anni fa − c’è senz’altro il Potere Politico. Ma si badi, non parlo qui di un ideale o almeno legittimamente istituzionale Potere Politico che, con l’autorità, i limiti, le garanzie e la responsabilità decisionale conferitegli democraticamente dalla popolazione, governi la società civile − con l’ampia visione, la competenza, la struttura morale che distinguono da sempre i buoni governanti dalla feccia umana solo assetata di dominio − per accompagnarla verso destini d’eccellenza. Parlo invece del potere politico reale, quello con cui abbiamo direttamente e indirettamente a che fare ogni giorno.
Lo stesso che, falsamente innovatore, è costantemente impegnato ad elaborare sempre nuove e “più avanzate” riforme. Le quali, in realtà, altro non sono se non spietate “contro-riforme” volte a disperdere, dissolvere, disattivare, sterilizzare cercando perfino di scacciarne il ricordo, i risultati di quel difficile, ma entusiasmante percorso attraverso il quale le classi 1 meno fortunate erano riuscite nei primi trent’anni dell’ultimo dopoguerra (les trente glorieuses) a guadagnarsi una migliore condizione di vita, di lavoro, di tempo, di cultura, di studio.
Il fatto è che quel faticoso tentativo timidamente egualitario di riposizionamento sociale è risultato insopportabile alla permalosa casta pur sempre preminente. Che, per riprendersi il ruolo di dominante unico e assoluto che aveva a lungo ricoperto e che le aveva consentito di ottenere vantaggi e privilegi mai visti in precedenza, non ha avuto incertezze o esitazioni a dichiarare una nuova, vera e propria lotta di classe. Una spietata lotta di classe di segno contrario rispetto a quelle fino ad allora viste o anche solo immaginate. Una lotta di classe a ruoli invertiti rispetto alla logica delle cose e della storia, con la classe dominante che, forte della sua posizione di quasi intatto privilegio, si scaglia spietata contro quelle più deboli per infliggere loro il colpo decisivo ed eliminare definitivamente dalla scena decisionale l’eterno avversario che, rimesso al proprio infimo posto, potrà essere, a insindacabile giudizio dei vincitori, forse, benevolmente mantenuto al lavoro.
Un’altra figura sapientemente indeterminata e perfettamente funzionale agli scopi della religione sociale è senz’altro lo Sviluppo. Un formato ideale−simbolico ad amplissimo spettro che va anche lui ad occupare a buon diritto uno dei primi posti di quell’indecente scala di valori.
Sviluppo è un termine ricchissimo di significato, ma del quale si tende sempre più a privilegiare gli aspetti meramente quantitativi. Tipo: sviluppo è un aumento di quantità prodotte in un certo momento, rispetto a quantità della stessa cosa prodotte in un momento precedente. Una faccenda tutta materiale, dunque. Unicamente e puramente numerica, che non lascia spazio a considerazioni di qualità, di valore, di opportunità, di equità. Che può tranquillamente essere rappresentata in maniera perfettamente compiuta per mezzo di esclusivi rapporti numerici, relazioni percentuali, algoritmi, diagrammi, senza che il contenuto ne venga per nulla sminuito. Così potendo in maniera meno disonorevole sfuggire anche all’accusa di insensibilità sociale relegandone i presupposti in una sfera banalmente aritmetica.
In questo suo significato così terribilmente mutilato, che sa raccontare solo della capacità di una determinata società di produrre cose che producono altre cose per arrivare alla fine a riprodurre denaro, Sviluppo è un nome, un pensiero, un’idea, un meccanismo, che soddisfa in modo eccellente alla squalificata domanda.
E poi c’è il Mercato, naturalmente. Altro ente fittizio, ma potentissimo, attraverso il quale il dio denaro governa il mondo da dietro le quinte. Con movimenti/operazioni in grado di cambiare proprietà aziendali, strutture industriali, compagini finanziarie, e con esse politiche pubbliche, industriali, commerciali, occupazionali, in qualche frazione di secondo senza comparire direttamente e assumersene la responsabilità.
Ente complesso, ma mirabilmente supportato da tecnologie sempre più efficienti che confluiscono in un sistema che governa l’apparato sovrastando e cancellando qualsiasi tempo di riflessione che possa aprire al temuto rischio di lasciar valutare insieme alla velocità delle scelte anche la loro portata, e le conseguenze. Dove il vecchio detto “il tempo è denaro” è clamorosamente revocato e sostituito da una specie di crudele parafrasi: il denaro è il luogo della soppressione del tempo.
Il fatto incredibile è che questa impudentemente sedicente religione sociale, che di sociale non ha proprio nulla, insieme alle sue squallide figure d’accompagnamento, si sta sviluppando dappertutto. Si allarga. E lo fa apertamente. Senza incontrare resistenze.
Scorre, travolge, dilaga. Avanzando inverosimilmente proprio sotto gli occhi socchiusi di migliaia, centinaia di migliaia, milioni, centinaia di milioni di lavoratori di tutto il mondo; uniti sì, ma solo nella loro irrilevanza2
Imbambolati. Distratti. Ignari. Assolutamente ininfluenti nella gestione del proprio destino. Evidentemente appagati dai risultati economici e sociali incassati dalle generazioni precedenti e compiaciuti della libertà che ne è seguita. Incapaci − così adesso sembra, ma vedi mai che … − di distinguere il valore di un dono ricevuto da quello di una giusta conquista. Noncuranti di ciò che sulla traccia del liberale Piero Gobetti scolpiva nel marmo spesso del tempo uno storico socialista, stretto compagno di Carlo Rosselli, come Vittorio Foa: “la libertà è liberazione”3. Non ripetitiva celebrazione di un aprile ormai lontano, non un diritto acquisito per sempre, non una convenzione a cui adeguarsi, né una pigra abitudine, se libertà è liberazione, è un’attività continua, un modo di vivere nella verità.
Ma basta poco per non doversi rassegnare, come scrisse Antonio Labriola:
“quelli che sono socialisti, dirò così inconsapevoli, basta che aprano gli occhi sulle cose, e su la ragione dei tempi, e il resto verrà da sé.”













































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