
Lettere dal Sahel XVII
di Mauro Armanino
Il Paese invisibile ossia i contadini scacciati dai loro villaggi
Niamey, Novembre 2024. Tutto è a rischio di ‘banalizzazione’. La banalità del male e della violenza è una realtà quotidiana del nostro paesaggio rurale. Non più tardi della settimana scorsa è stato il turno del villaggio di Golidjo Koara, non lontano dalla prefettura di Torodi, ad appena 50 kilometri dalla capitale Niamey. I circa 350 /400 abitanti del villaggio hanno ricevuto l’ordine perentorio di partire. Lo ‘stile’ dei gruppi armati si riproduce ormai da tempo nella zona detta delle ‘Tre Frontiere’ (Burkina Faso, Mali e Niger). Pagare una tassa, convertirsi alla regione islamica come interpretata dalle armi, oppure partire abbandonando tutto sul posto. Il momento scelto, non casuale, sarà quello dei granai ben riempiti di miglio. Chi paga o si ‘converte’ affianca dunque gli abitanti di etnia ‘Peul’ che sono residenti stabili.
Tutto ciò dura da anni. L’abitudine alle notizie di ulteriori sfollati non interessa la cronaca e i motivi sono diversi. Si tratta di semplici contadini e dunque di ‘invisibili’ la cui eventuale sparizione non scalfisce nulla e nessuno se non le eventuali statistiche aggiornate. Sono senza importanza politica e i loro figli, spesso estromessi dal circuito scolastico, non faranno mai parte della nuova elite militaro-politica che governerà il Paese, un giorno. Poi parlarne troppo potrebbe mettere in discussione la narrazione ufficiale che continua ad affermare la ‘crescita in potenza’ delle forze armate e più in generale la promessa di rendere più sicuro il Paese. Fu una delle ragioni addotte per il golpe.
Nel frattempo si assiste a manifestazioni di appoggio all’attuale regime militare da parte della quasi totalità della società civile, sindacati di associazioni degli studenti e delle scuole primarie compresi. Non mancano, in mancanza di meglio, le tavole rotonde, i dibattiti sul neoimperialismo che, secondo gli organizzatori di tali dibattiti, si trova in mortale difficoltà nei Paesi dell’AES, l’Alleanza degli Stati del Sahel). L’altro motivo per l’invisibilizzazione dei contadini risiede nella preoccupazione, più o meno fondata (e la storia lo dirà), degli attacchi e tentativi di destabilizzazione del Nemico, naturalmente occidentale. Proteggere il regime o i contadini che contribuiscono a nutrire il Paese, di economia agricola, è un dilemma facilmente risolvibile, soprattutto coi i russi e i turchi ormai implicati.
Se Italo Calvino descriveva le ‘Città invisibili’ con l’occhio dell’esploratore e dello scrittore da noi si tratta di un Paese ‘invisibile’, costituito da rifugiati, migranti, sfollati, poveri e, in genere, ‘inutili’ al sistema. Nella nuova Costituzione, ancora in cantiere, si suggerisce di rifondare la Repubblica su nuove basi che non siano quelle della democrazia classica di matrice occidentale. In questa parte del globo essa sembra destinata al macero e si preferisce siano i militari a dettarne le regole e le applicazioni. Tra i suggerimenti che saranno difficilmente presi in considerazione si potrebbe ipotizzare un preambolo innovativo. Una Costituzione che assicurerà un ruolo di eccellenza, riconosciuto e non negoziabile al ‘Paese Invisibile’. Le persone sopra menzionate uscirebbero, per sempre, dall’invisibilità tramite la casa, il lavoro, la scuola e soprattutto la parola. Ampie garanzie di priorità sarebbero assicurate ai bambini che impareranno di nuovo a giocare con la pace.
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I richiedenti asilo e la dichiarazione di Niamey
Niamey, dicembre 2024. Ambroise arriva per vie traverse dal Centrafrica. Djibril è scappato dalla nativa Libia a causa di una persecuzione religiosa. L’amico Mohammed si è salvato da una morte certa in Somalia. Ibrahim, espulso dalla casa di accoglienza dell’Alto Commissariato per le Nazioni Unite dove si trovava da un anno, è stato derubato della somma datagli per pagarsi l’affitto. Moussa era da giovanissimo rifugiato in Marocco e adesso si trova, sperso anche mentalmente, a Niamey in cerca di una direzione da dare alla sua traiettoria di vita. Due giovani portatori dello stesso nome di origine etnica, Dinga, sono entrambi scappati dal Sudan del Sud, ultimo nato tra i Paesi riconosciuti che vive di guerra e di stenti. E poi tutti gli altri giovani, adulti, famiglie, donne e madri con figli. Accomunati da un’unica precaria identità. Richiedente asilo, porta scritto il documento rilasciato dalle competenti autorità locali. Grazie a questo effimero ‘riconoscimento’ con valore giuridico, essi godono di protezione umanitaria come ogni cittadino di questo Paese, il Niger, trasformatosi in ‘terra d’asilo’.
Si tratta di una dichiarazione di transitoria identità che sancisce uno stato di vita la cui durata può contarsi in mesi o anni. Queste persone, cittadini indefinibili, sono il simbolo forse più eloquente della condizione umana, della nostra condizione di creature di polvere. Chiedere asilo e protezione, un luogo da vivere, una terra da camminare e un futuro da ricostruire è tutto quanto costituisce, assieme alle violenze e ferite, la nostra umanità perduta e, a volte, ritrovata. Non hanno una casa, una lingua da abitare, del cibo per nutrirsi, abiti per ripararsi e volti amici a cui confidare le loro lacrime. Sono, dei richiedenti asilo, il nostro specchio più autentico, vero e smascherato dagli orpelli delle retoriche umanitarie, filosofiche e talvolta traditrici, delle religioni. Siamo tutti uguali ma alcuni sono più uguali degli altri, diceva profeticamente George Orwell, scrittore e critico sociale di origine britannica.
La ‘Dichiarazione di Niamey’ della ‘Conferenza di Solidarietà Antimperialista con i Popoli del Sahel’, tenutasi la settimana scorsa, rivela una volta di più il dramma della nostra epoca e dell’ Alleanza degli Stati del Sahel, AES, in particolare. Si tratta della frattura tra fine perseguito e i mezzi per conseguirlo. Si evidenzia il fossato tra una lettura storica delle cause della miseria del Sahel e la giustificazione dei colpi di stato. Questi ultimi sono letti come ‘incapacità degli Stati a proteggere gli stessi dall’ aggressione imperiale francese e la complicità col terrorismo’. I golpe sono pure ‘espressione di malcontento popolare e appello al cambiamento’. Sappiamo per esperienza storica che tra il fine e i mezzi esiste un’inscindibile relazione di complicità. Anche il fine più nobile e degno, la sovranità e l’indipendenza totale, come richiamato nella Conferenza, sarà tradito se i mezzi non saranno in relazione col fine prefisso.
Il richiedente asilo vive sulla sua pelle la distanza tra il riconoscimento della sua vulnerabilità e l’abbandono nella vita reale. Lo stesso baratro che esiste tra l’annuncio di una trasformazione politica radicale e la sua censura nella vita politica dei cittadini. Tra altisonanti proclami di sovranità e una propaganda da regime che offusca la condizione del quotidiano dei cittadini, diventati per buona parte, dei ‘richiedenti asilo’ nel proprio Paese.
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Sabbia migrante, ossia il mondo visto da qui
Niamey, novembre 2024. Sbarcando a Niamey il mese di aprile del 2011 la parola ‘migrante’ non faceva parte del lessico locale. Si parlava piuttosto di ‘avventurieri’oppure più semplicemente di ‘esodanti’.Questo due parole nominavano altrettante visioni del migrante, come gli occidentali lo chiamavano. L’avventuriero è una delle figure tipiche dell’immaginario culturale dell’Africa Occidentale perchè andare lontano e di preferenza al mare era come un cammino iniziatico. Il giovane diventava ‘uomo’, avventurandosi verso il totalmente sconosciuto per i Paesi del Sahel, il mare! L’immenso, l’ignoto e cioè la grande sfida.
La seconda parola che definiva il migrante era, appunto, ’esodante’. Una parola evocativa che suona come un esilio scelto, un andare senza conoscere come e se il partente sarebbe tornato.
In effetti nel Niger, da tempo, si praticava una migrazione stagionale che a volte si trasformava in definitiva. I Paesi della costa atlantica o il nord Africa, Algeria, Marocco e soprattutto Libia erano privilegiati. Un esodo provvisorio, per affrontare la stagione di passaggio tra il raccolto e la nuova stagione. Quanto gli avventurieri o esodanti mandavano o portavano a casa permetteva alla famiglia di creare nuove opportunità di emancipazione.
Arrivò poi, dall’Occidente, con una certa violenza, un nuovo lessico che trasformò radicalmente e in modo rdicale, la percezione delle migrazioni. L’esodante divenne un ‘migrante’, si trasformò presto in ‘clandestino’, poi in ‘illegale’, ‘irregolare’, in ‘criminale’ o in un ‘illuso’ dall’Eldorado occidentale. L’esternalizzazione delle frontiere europee, peraltro iniziate prima del vertice nel 2015 a La Valette, col Marocco e il Soudan in particolare, hanno completato il processo di ‘criminalizzazione’ della migrazione come fenomeno. Si trattava di bloccare o almeno ridurre il numero di ‘potenziali migranti’ che avrebbero potuto attraversare il Mediterraneo. L’organizzazione Internazionale delle Migrazioni, OIM, l’Unione Europea e gli accordi bilaterali, hanno contribuito a rendere le rotte migratorie più inacessibili, pericolose e onerose. Nel solo il mare ma anche il deserto si sono trasformati in cimiteri senza nome e volto. L’agenzia Frontex ha collaborato al respingimento di 27.288 naufraghi tra il 2019 e il 2023. I morti nel Mediterraneo dal 2014, secondo ‘Statista’ sono stati più di 30 mila. Una guerra!
La mobilità è una componente inseparabile della storia dell’umanità. Non casualmete essa è riconosciuta dalla Dichiarazione fondamentale dei diritti umani al numero 13. Ed è proprio dal continente africano, secondo gli specialisti, che si è iniziato il popolamento del mondo. L’Europa, tanto per rimanere in tema di memoria, è stata per oltre un secolo il continente dell’emigrazione verso le Americhe e l’Australia....
Si calcola che tra ‘800 e ‘900 quasi 50 milioni di persone intrapresero un viaggio senza ritorno verso nuove patrie. Le cause di questo fenomeno furono sia demografiche, con l’aumento della popolazione indotto dalla transizione demografica, che economiche, con l’aumento della produttività del lavoro in agricoltura. L’Italia, con quasi 9 milioni di emigranti, fu uno dei paesi che contribuirono maggiormente a questi flussi migratori. Le correnti migratorie, innescatesi nella seconda metà del XIX secolo si mantennero sostenute fino al secondo dopoguerra. (www.units.it).
Le ragioni delle migrazioni sono molteplici e, in fondo, ogni migrante è la sua migrazione...Tuttavia, nell’analisi delle cause, non si dovrebbe sottostimare la realtà delle disuguaglianze economiche, le possibilità di formazione, crescita umana e, naturalmente, l’immaginario simbolico. Rimane un fatto inconfutabile che molti economisti di valore sottolineano. Si sostiene che la migrazione è stata finora il mezzo forse più importante per sfidare la povertà. Naturalmente la complessità del fatto migratorio dovrebbe renderci più attenti alle semplificazioni che spesso polarizzano il tema e le posizioni. Ad esempio l’idea che i popoli africani ‘invadano’ l’Europa appare come fuorviante perchè, com’è noto, la maggior parte delle migrazioni africane si effettuano all’interno dell’Africa, in particolare nell’Africa Occidentale.
I miti da smantellare o perlomeno da ridimensionare sono molti ed è innegabile che un’oculata politica di riflessione e accompagnamento del movimento migratorio, nel dialogo coi Paesi da dove provengono i migranti, gioverebbe a tutti , compresa l’economia dei paesi del Nord. L’inverno demografico dell’Occidente non è irrilevante e compito della politica dovrebbe essere anche quello di prevedere il futuro. Proprio di questo si tratta in fondo. Quale tipo di mondo vogliamo abitare assieme. Se un mondo di muri, reticolati, pattuglie e centri di detenzione esternalizzati o, preferibilmente, un mondo dove l’architettura principale siano i ponti.
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Sabbia migrante, ossia il mondo visto da qui
Niamey, novembre 2024. Sbarcando a Niamey il mese di aprile del 2011 la parola ‘migrante’ non faceva parte del lessico locale. Si parlava piuttosto di ‘avventurieri’oppure più semplicemente di ‘esodanti’.Questo due parole nominavano altrettante visioni del migrante, come gli occidentali lo chiamavano. L’avventuriero è una delle figure tipiche dell’immaginario culturale dell’Africa Occidentale perché andare lontano e di preferenza al mare era come un cammino iniziatico. Il giovane diventava ‘uomo’, avventurandosi verso il totalmente sconosciuto per i Paesi del Sahel, il mare! L’immenso, l’ignoto e cioè la grande sfida.
La seconda parola che definiva il migrante era, appunto, ’esodante’. Una parola evocativa che suona come un esilio scelto, un andare senza conoscere come e se il partente sarebbe tornato.
In effetti nel Niger, da tempo, si praticava una migrazione stagionale che a volte si trasformava in definitiva. I Paesi della costa atlantica o il nord Africa, Algeria, Marocco e soprattutto Libia erano privilegiati. Un esodo provvisorio, per affrontare la stagione di passaggio tra il raccolto e la nuova stagione. Quanto gli avventurieri o esodanti mandavano o portavano a casa permetteva alla famiglia di creare nuove opportunità di emancipazione.
Arrivò poi, dall’Occidente, con una certa violenza, un nuovo lessico che trasformò radicalmente e in modo radicale, la percezione delle migrazioni. L’esodante divenne un ‘migrante’, si trasformò presto in ‘clandestino’, poi in ‘illegale’, ‘irregolare’, in ‘criminale’ o in un ‘illuso’ dall’Eldorado occidentale. L’esternalizzazione delle frontiere europee, peraltro iniziate prima del vertice nel 2015 a La Valette, col Marocco e il Sudan in particolare, hanno completato il processo di ‘criminalizzazione’ della migrazione come fenomeno. Si trattava di bloccare o almeno ridurre il numero di ‘potenziali migranti’ che avrebbero potuto attraversare il Mediterraneo. L’organizzazione Internazionale delle Migrazioni, OIM, l’Unione Europea e gli accordi bilaterali, hanno contribuito a rendere le rotte migratorie più inaccessibili, pericolose e onerose. Nel solo il mare ma anche il deserto si sono trasformati in cimiteri senza nome e volto. L’agenzia Frontex ha collaborato al respingimento di 27.288 naufraghi tra il 2019 e il 2023. I morti nel Mediterraneo dal 2014, secondo ‘Statista’ sono stati più di 30 mila. Una guerra!
La mobilità è una componente inseparabile della storia dell’umanità. Non casualmente essa è riconosciuta dalla Dichiarazione fondamentale dei diritti umani al numero 13. Ed è proprio dal continente africano, secondo gli specialisti, che si è iniziato il popolamento del mondo. L’Europa, tanto per rimanere in tema di memoria, è stata per oltre un secolo il continente dell’emigrazione verso le Americhe e l’Australia....
Si calcola che tra ‘800 e ‘900 quasi 50 milioni di persone intrapresero un viaggio senza ritorno verso nuove patrie. Le cause di questo fenomeno furono sia demografiche, con l’aumento della popolazione indotto dalla transizione demografica, che economiche, con l’aumento della produttività del lavoro in agricoltura. L’Italia, con quasi 9 milioni di emigranti, fu uno dei paesi che contribuirono maggiormente a questi flussi migratori. Le correnti migratorie, innescatesi nella seconda metà del XIX secolo si mantennero sostenute fino al secondo dopoguerra. (www.units.it).
Le ragioni delle migrazioni sono molteplici e, in fondo, ogni migrante è la sua migrazione...Tuttavia, nell’analisi delle cause, non si dovrebbe sottostimare la realtà delle disuguaglianze economiche, le possibilità di formazione, crescita umana e, naturalmente, l’immaginario simbolico. Rimane un fatto inconfutabile che molti economisti di valore sottolineano. Si sostiene che la migrazione è stata finora il mezzo forse più importante per sfidare la povertà. Naturalmente la complessità del fatto migratorio dovrebbe renderci più attenti alle semplificazioni che spesso polarizzano il tema e le posizioni. Ad esempio l’idea che i popoli africani ‘invadano’ l’Europa appare come fuorviante perchè, com’è noto, la maggior parte delle migrazioni africane si effettuano all’interno dell’Africa, in particolare nell’Africa Occidentale.
I miti da smantellare o perlomeno da ridimensionare sono molti ed è innegabile che un’oculata politica di riflessione e accompagnamento del movimento migratorio, nel dialogo coi Paesi da dove provengono i migranti, gioverebbe a tutti, compresa l’economia dei paesi del Nord. L’inverno demografico dell’Occidente non è irrilevante e compito della politica dovrebbe essere anche quello di prevedere il futuro. Proprio di questo si tratta in fondo. Quale tipo di mondo vogliamo abitare assieme. Se un mondo di muri, reticolati, pattuglie e centri di detenzione esternalizzati o, preferibilmente, un mondo dove l’architettura principale siano i ponti.
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I Potenti, i Nemici, gli Opportunisti e gli Altri
Niamey, 8 dicembre 2024. Sono coloro che detengono il potere di decidere tra il bene e il male per il popolo. Presumono rappresentarlo o quanto meno guidarlo per il suo bene. I potenti hanno dalla loro parte la forza o la violenza ’legittimata’ a seconda di come la si guardi. Tentano di creare il tipo di realtà che meglio si accomodi al modello che hanno immaginato. Si presumono indenni da perniciose ideologie che potrebbero disturbare la visione dominante. L’ideale desiderato è un pensiero unico, egemonico e inconfutabile. Perché questo accada il modello di ispirazione militare è quello che meglio risponde all’esigenza unificatrice. Così come in molti Stati africani il modello del partito unico era sembrata la strategia per uscire dal sottosviluppo dopo le indipendenze degli anni ’60. Non casualmente la quasi totalità dei Paesi che avevano operato questa scelta ‘totalitaria’ hanno strutturato la società in un senso disciplinare. I colpi di stato a opera dei militari non sono stati che l’espressione visibile del genere di società nel frattempo creato. Il fascino delle uniformi ha resistito alle seduzioni delle mode del momento. C’è chi ha sostenuto che il potere si trova nelle canne dei fucili e nelle cannoniere.
I nemici cambiano e sono funzionali a ogni regime. I potenti potrebbero con difficoltà governare e mantenersi al potere senza di loro. Ci fosse da fare monumenti e cambiare i nomi di strade, crocevia o luoghi pubblici, a essere onesti, bisognerebbe apporre i nomi dei peggiori nemici del popolo. Grazie a loro i Potenti giustificheranno gli stati di eccezione, il coprifuoco, le spese militari e soprattutto la loro transizione indefinita al potere. Nemici reali, inventati, fittizi, occasionali, provvisori, precari, nocivi o semplicemente funzionali appariranno come d’incanto al momento opportuno. Nei momenti di crisi o di difficoltà che ogni tipo di regime incontra, magicamente, apparirà un nemico qualsiasi per ridare fiato al sistema. Nemici interni e nemici esterni che manipolano quelli interni che a loro volta sono pagati da forze straniere che vorrebbero rendere vani gli sforzi di emancipazione faticosamente conquistati dal regime al potere.
Gli opportunisti non mancano mai e appartengono alle due sponde. Da nemici accaniti possono cambiare idea, pensiero, appartenenza e affiliazione. Così come amici sinceri e indefettibili si troveranno, talvolta senza volerlo, trasformati in nemici. Gli Opportunisti osservano, scrutano, misurano, stimano e poi scelgono, provvisoriamente, il campo nel quale mietere. Hanno la straordinaria capacità di capire chi vincerà la battaglia e su chi puntare per un posto, una posizione, un avanzamento o una semplice raccomandazione. Pregano che Dio li aiuti sempre a stare dalla parte giusta e a essere illuminati per cambiare in tempo nel caso le cose dovessero mettersi male.
Rimangono gli Altri. Non affiliati, non importanti, non utili, non loquaci, non riconosciuti e soprattutto non ascoltati. Gli Altri, la maggioranza che rifiuta di essere ridotta a una vittima collaterale del destino Gli Altri che non vogliono scomparire prima che siano scritte le storie che non hanno mai raccontate. Gli Altri che partono e tornano, a volte, solo per andare altrove. Gli Altri, i preferiti dal Dio sconosciuto che, quel giorno, si alzeranno. Allora i troni dei Potenti si rovesceranno e gli Opportunisti cercheranno una dimora . Gli Altri, quel giorno, inizieranno una festa senza fine e senza confini.
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Il silenzio assordante delle conferenze episcopali del Sahel
Niamey, dicembre 024. Colpi di stato a ripetizione e situazione drammatica per le attività dei gruppi armati. Riduzione progressiva degli spazi di partecipazione politica e dei diritti umani più elementari. Condizioni di vita al limite della sopravvivenza per buona parte della popolazione. Creazione dell’AES, Associazione degli Stati del Sahel preludio al progetto ormai assodato di uscita dalla CEDEAO, Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale. Militarizzazione crescente della vita sociale e civile nel Mali, Burkina Faso e Niger. Aria di totalismo che si avvale di nuove e non meno ambigue alleanze militari e politiche. Aumento crescente e apparentemente senza limite delle spese per gli armamenti a scapito dei settori sociali come l’educazione, la salute e il lavoro. L’ideologia sovranista da pensiero unico che sembra giustificare ogni tipo di scelta. In nome della ‘nazione’ così interpretata il cittadino è mera funzione del progetto collettivo. Esiste solo la libertà ‘collettiva’ e quella personale è giudicata ‘pericolosa’. Quanto alla giustizia, non da oggi, è in genere funzionale al potere, così come i mezzi di comunicazione. Ogni pensiero non ‘allineato’ con la narrazione dominante è espunto.
In tutto questo tempo le conferenze episcopali dei tre Paesi dell’AES, a parte quando si rasentò il rischio di un attacco armato contro il Niger a causa dell’imprigionamento del presidente Mohammed Bazoum, hanno taciuto. Adesione al progetto delle autorità militari, timore delle eventuali conseguenze sulle comunità cristiane già in difficoltà per il numero o semplicemente attendismo. Difficile discernere il da farsi quando l’attualità e le sue eventuali ricadute sembrano ‘pericolose’. Nel Faso e nel Niger le autorità militari hanno ufficialmente riconosciuto alla Chiesa cattolica un ruolo di ‘appoggio’ o comunque di ‘accompagnamento’ nei processi finora effettuati. Sembrerebbe tuttavia importante, proprio in questo contesto di cambiamenti politico-istituzionali, una parola dei vescovi anche a livello dell’Africa Occidentale, francofona e anglofona (Cerao-Recowa). Ben vero che i vescovi del Mali avevano invitato le autorità politiche a dialogare con la CEDEAO. Poi, apparentemente, un silenzio assordante. Non sempre il silenzio è sinonimo di saggezza.
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Le maschere del potere
Non c'è nulla di assolutamente autentico a questo mondo. La cosa da capire
non è se siamo con una maschera o senza ma il tipo di maschera che indossiamo.
L'intera storia della civiltà si fonda sulla fabbricazione e sulla sostituzione di maschere.
(Alexander Zinoviev, filosofo e dissidente russo)
Niamey, dicembre 2024. Certo l’uso e il senso delle maschere cambia a seconda delle culture. Ad esempio in alcune etnie dell’Africa Occidentale la maschera diventa un simbolo di presenza e potenza spirituale, qualcosa di sacro che unisce il visibile e l’invisibile nelle cerimonie rituali. Altrove nel mondo la maschera si usa nelle rappresentazioni teatrali e in genere per nascondere e rivelare allo stesso tempo altre identità. Spesso diventa sinonimo di doppiezza, falsità, commedia o semplicemente come un gioco delle parti. In alcune culture le maschere sono le protagoniste della festa di carnevale.
Quanto scrisse Alexander Zinoviev va dunque interpretato nella seconda versione citata sopra e si capisce molto bene, sotto tutte le latitudini, ciò di cui sta parlando. La falsità, la doppiezza, il trasformismo, le promesse che impegnano solo coloro che le ascoltano...di tutto ciò e molto altro sono portatori i regimi politici e le ideologie, anche religiose che affollano la storia umana. Zinoviev, che ha vissuto in esilio in Germania, ha sviluppato una critica spietata nei confronti dell’Occidente che pure lo aveva accolto con le braccia aperte non disinteressate a suo tempo. Per lui il punto non è se si indossa o meno una ‘maschera’ ma piuttosto il ‘tipo’ di maschera che addobba il volto. L’amico Steven Ellis, prematuramente deceduto, scrisse un libro in relazione alla guerra civile in Liberia dal titolo ‘La maschera dell’anarchia’, sull’accaduto dei 15 anni di distruzione e morte in quel Paese.
Invece, qui come anche altrove, si parlerebbe piuttosto di ‘Maschere del potere’ ossia della costante, studiata e pianificata falsificazione della realtà. Si tratta di un progetto che accomuna ogni ideologia o progetto sociale che si vuole totalitario cioè mirato a impadronirsi dell’identità della persona e della società per farla a sua immagine e somiglianza. Per questo Zinoviev parla di ‘fabbricazione e di sostituzione’ di maschere qualora ciò si renda necessario per il regime al potere. Il dominio sull’informazione appare cruciale perché specie oggi esiste solo ciò che appare sugli schermi, grandi o piccoli essi siano o sulle onde delle radio. Il controllo delle notizie si avvale di giustificazioni ideologicamente motivate dall’adeguamento della realtà a quanto forma il mondo del potere. Coloro che influenzano il pensiero e la pratica del popolo sono temuti e se possibile arruolati al sistema di pensiero unico del sistema. Non casualmente i capi religiosi, assieme ad altri intellettuali, artisti o membri della società civile, saranno oggetto di particolare cura e ricompensa.
Ma la maschera della falsità si indossa anche in altri ambiti come la politica, l’economia, la gestione della sicurezza e soprattutto nell’uso della parola. Quest’ultima vale e conta tanto quanto è funzionale al progetto totalitario del regime. L’involucro esterno delle parole non corrisponde più al significato di cui esse sono portatrici. L’uguaglianza, la giustizia, i diritti umani, la libertà e la dignità sono termini il cui contenuto varia a seconda delle convenienze e della funzionalità al progetto di società che vuole instaurare. Tutto ha però un limite che è dettato dalla realtà stessa che, come sappiamo, è ostinata, insistente, pericolosa e fastidiosa. Soppressa o nascosta da una parte rispunta dall’altra perché mai totalmente controllabile e manipolabile dal sistema. Malgrado tutti i patetici tentativi dei regimi totalitari essa sfugge da un’unica spiegazione, lettura e asservimento. Arriva il giorno nel quale, talvolta senza alcun preavviso, le maschere cadono e il volto del potere appare nella sua nuda e menzognera verità.
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Come disarmare le parole
Niamey, 29 dicembre 2024. In conclusione del suo diario di prigionia ‘Catene di libertà’, l’amico e confratello Pier Luigi Macca invitava a ‘disarmare le parole’. Due anni da ostaggio nel deserto, tra pietre, sabbia, polvere e stelle, lo avevano convinto che il cammino della pace intesa come ‘convivialità delle differenze’ non potesse che germogliare da mani nude. Disarmare le parole implica, appunto, andare in giro con le mani nude, liberi da preconcetti, ideologie di morte e frontiere da usare per inventare nemici a piacimento.
Scriveva che, a parte le catene che mai l’avevano abbandonato, era stato in genere rispettato dai rapitori che si avvicendavano nel deserto. Ciò che invece l’aveva profondamente segnato e ferito erano state le parole dei rapitori. Parole come pietre che feriscono mentendo, insultando, rendendo in definitiva l’altro una ‘non persona’. Si sentiva un cosa indefinibile la cui esistenza è utile solo per quanto potrà dare in termini monetari con prezzo del riscatto. Una merce di scambio e nulla più.
Nell’introduzione a ‘ Il libro del potere’ di Simone Weil, Mauro Bonazzi scrive...’L’unico modo per contrapporsi al dilagare della forza intesa come violenza è la ricerca della verità...e ciò significa prima di tutto, prendersi cura delle parole perché esse sono lo strumento di cui ci serviamo per capire noi stessi e il mondo. Ed è distorcendo le parole che ci creiamo, consapevoli o no, delle comode barriere per proteggerci dagli altri’. Prendersi cura delle parole e della loro verità significa ‘disarmarle’.
Dal Sahel, dove queste note sono scritte, siamo da anni assediati da gruppi armati ‘terroristi’, interessi strategici, venditori d’armi, di ideologie religiose e finanziamenti occulti. Gli sfollati e i rifugiati a causa dei conflitti armati si contano a milioni mentre le sofferenze sono incalcolabili anche per le cicatrici che lasceranno alle prossime generazioni. All’inizio di tutto questo dramma, ancora prima delle divisioni etniche, religiose o economiche stanno loro, le parole. Lo ricorda bene proprio Simone Weil.
Nel libro citato la Weil mette in evidenza che ...’Mettiamo la maiuscola a parole prive di significato e, alla prima occasione, gli uomini spargeranno fiumi di sangue, a furia di ripeterle accumuleranno rovine su rovine...niente di reale può davvero corrispondere a tali parole, poiché non significano niente. Il successo coinciderà esclusivamente con l’annientamento di uomini che lottano in nome di parole diverse’. La lista di parole con le ‘maiuscole’ sarebbe interminabile, così come le fosse comuni.
Mettere la maiuscola alle parole prive di significato che non sia quello imposto da chi detiene il potere è quanto si industria a fare la propaganda e soprattutto il silenzio complice ‘dei buoni e degli onesti’. Ogni comunità, struttura educativa, mezzi di comunicazione, famiglie, organizzazione politiche e religiose dovrebbe mettere come priorità quella di ‘prendersi cura delle parole’. Avremmo allora, come auspicava Pierluigi, parole disarmate da affidare al vento perché sussurrino la pace al mondo.
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Migranti e migrazioni nel Sahel
Niamey, gennaio 2025. Dice che voleva andare a pregare in Israele. Nato nella minuscola Guinea Bissau, Pascal aveva già viaggiato molto nell’Africa costiera. Di professione imbianchino aveva trovato lavoro in Costa d’Avorio, Ghana, Togo e Benin. Di ritorno al Paese era passato in Gambia e infine nel Senegal. Ha messo da parte una somma di franchi locali e si è avventurato nel Mali e, attraversando la città di Gao, ha raggiunto l’Algeria. A Tamanrasset il suo viaggio alla volta di Israele si è concluso con l’arresto, la confisca del suo telefono cellulare, i soldi che rimanevano e la sua agenda di viaggio mentale. Con l’aiuto di compassionevoli viandanti arriva ieri a Niamey con la compagnia di bus Sonitrav. Per solidarietà un senegalese gli offre un precario riparo sotto la veranda della sua casa e Pascal solo desidera, adesso, di tornare al suo Paese natale.
Loro sono invece una ventina. Tra bambini, madri e giovani raggirati da un venditore ambulante di sogni. Nella capitale Monrovia, in Liberia, il venditore in questione aveva promesso di condurli nientemeno che in Europa per una modica somma di qualche centinaio di dollari americani. Giunti nel Mali, dopo aver passato la Guinea, i migranti sono stati abbandonati dalla ‘guida’ al loro destino. Una volta raggiunto Gao, ospiti per qualche giorno nella ‘Casa del Migrante’, sono stati incamminati a Niamey e infine accolti dai liberiani da tempo installatisi in una zona periferica della capitale. Nove i bambini e cinque le madri mentre dei padri non c’è traccia alcuna. Accampati in un paio di camere affittate per l’occasione i più giovani chiedevano da che parte si trovava l’Europa e guardandosi attorno hanno capito, tardi, di essere stati raggirati.
Gli altri sono invece migranti forzati. Appena prima della fine dell’anno e immediatamente dopo, i gruppi armati hanno loro ingiunto di abbandonare i loro villaggi. Ci troviamo ad un centinaio di kilometri dalla capitale del Niger, al confine con Burkina Faso nella temibile zona delle ‘Tre Frontiere’. Il Mali, il Burkina e il Niger coalizzatisi in Associazione degli Stati del Sahel, AES in breve, dove continuano a subire attacchi da parte dei gruppi ‘djihadisti’ che i contadini si ostinano a chiamare ‘banditi’. A centinaia hanno dovuto abbandonare case, campi e futuro in poche ore dopo aver ricevuto la minaccia di rappresaglie. Numerosi villaggi attorno a Kankani e a Makalondi si sono svuotati dei loro abitanti. Hanno portato con sè qualche sacco di miglio come provvista per l’esodo verso il centro ‘protetto’ di Makalondi. Migrazioni forzate che durano da mesi nell’assordante silenzio del potere.
L’altra migrazione ‘forzata’ è, appunto, quella della politica intesa come partecipazione libera e cosciente alla costruzione di una ‘casa comune’ dove abitare e vivere. E’ stata sospesa, per decreto, ogni attività politica dei partiti e di altre associazioni della società civile dal colpo di stato di fine luglio 2023. Da allora si naviga a vista tra decreti, decisioni irreversibili come l’abbandono della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, CEDEAO, da parte dell ’AES sopra citato e una costante accusa nei confronti di nemici interni o esterni. Una migrazione, quella politica, che corre il rischio di assomigliare alle migrazioni di cui sopra. Come notato, il lungo viaggio termina col desiderio di tornare al Paese che essi avevano lasciato. Lo scopo di una politica che meriti questo titolo sarà quello di tornare a mettere nel suo cuore il grido dei poveri. Solo per questo è stata inventata.













































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