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mondocane

Putin, Trump, Deep State, Coppa del Mondo, Mattarella

di Fulvio Grimaldi

Trump Putin summit set for July 16 in Helsinki FinlandBrevemente, sugli splendidi (più per organizzazione, atmosfera, che per gioco) Mondiali 18 di Russia, riflessioni di uno spaparanzato al sole, irradiato da un incontro Putin-Trump che, riprendendo i toni positivamente alternativi del ciuffone di polenta nei suoi trascorsi elettorali e anche prima (rapporti con la Russia, Nato, messa in discussione della False Flag 11 settembre), incontrando quelli, da sempre saggi e corretti, di Putin, non ha potuto che trasformarsi in puntura di speranza per i giusti e onesti del mondo. Ma come i vaccini con i residui di metalli pesanti e altro, dal cui morso coatto ora pare voglia almeno parzialmente liberarci la ministra 5 Stelle, anche questa fialetta, al promesso bene, aggiunge un fondo rancido.

E qui le riflessioni escono dall’area di luce per disperdersi nel buio di un’ombra affollata dai ectoplasmi neri della mediacrazia uccidentale, dall’Huffington Post al manifesto, attraverso le sette montagne di Mordor popolate dai giornaloni e televisionone. Frustrata oltre ogni limite da un rapporto cazzate-cose buone del governo, che l’ha fatta sbroccare già solo per museruola ai biscazzieri, sindacato dei militari, riposo domenicale degli esercizi, possibile veto alle sanzioni alla Russia, freno al precariato, tagli alle borse gonfie d’oro sottratto, approccio culturale anziché mercantile alla Cultura, il Comandante della Forestale all’Ambiente, sabbia negli ingranaggi dello spostamento indotto di popoli, mazzate ai delocalizzatori (d’accordo, lo so, non ci basta, vorremmo tutto subito, ma la marcia delle donne su Versailles non è ancora partita, per ora le fanno fare la guerra ai maschi), l’élite, subiti questi graffi, ha scatenato i suoi media.

Rottweiler da mansion nobiliare e, formicolando e latrando nella rincorsa, botoli da tinello che, a loro volta, frustrati dal non poter eccepire neanche un mozzicone per terra, un hooligan, un crollo di tribuna, un sedile sporco, un arbitro al soldo della GPU, un transessuale torturato ai bordi del campo, una rivolta colorata sotto il Cremlino, si sono dovuti attestare sulla Caporetto delle Pussy Riot, le eleganti pornosorosette delle ammucchiate in chiesa, e della loro invasione di campo di 13 secondi nella finale della Coppa. Come sempre, il coro è unanime, letto con disciplina sull’Ordine di Servizio: “E ora vorremmo proprio sapere che cosa faranno a quelle là !!!” e, sugli schermi, i punti esclamativi sostituivano quelli interrogativi, i sopraccigli si alzavano gravemente, e gli occhi roteavano significativamente. Il resto era tremebondo silenzio.

Silenzio assordante quanto rombante erano i guaiti e ululati contro il rischio di disfacimento del mondo e la notte del pianeta che sarebbero derivati da un rapporto men che a calci nelle palle tra Trump e Putin. Per costruire quel ring si erano adoperati i britannici con quelle bufale dei gas nervini, poi rimbalzate in faccia ai servizi segreti, e l’uomo della legge dello Stato Criminale Usa, Mueller, con i suoi missili a salve a incriminare 12 russi di aver danneggiato, a loro insaputa, come lo è tutta la farsa Russiagate cara al manifesto, la marcia trionfale, con treno a trazione di dollari sauditi, di Hillary Santa subito. Trump non ne ha tenuto conto e, pensando ai Kennedy e a Nixon, a Malcom X e John Lennon, ai 3000 delle Torri Gemelle, all’Isis e a Gheddafi, ci vuole fegato. Magari sarà tutta fuffa. L’uomo con la banana è imprevedibile. I cobra al suo inseguimento meno. Magari uno dei due avrà fatto fesso l’altro. Chi vivrà vedrà. Intanto respiriamo.

 

Con la Croazia? Ma sei matto?

Dal fumo all’arrosto. Dissentendo da bravissimi e politicamente titolati amici che in merito alla finale Francia-Croazia, sventolavano il tricolore ex-Bastiglia (ma oggi, assorbito da stelle e strisce e stelle in campo azzurro, in testa alle legioni armate ed economiche che insanguinano e depredano mezza Africa, con qualche effettuccio sugli sradicamenti), mi sono acconciato a tifare Croazia. Con soddisfazione, alla luce come quella ha dominato il gioco, e con disappunto per come gli altri hanno dominato il culo. E con qualche riserva che dirò.

 

Dove sono i serbi di quella terra?

Piano, ragazzi, non alzate subito la voce. So bene di quell’imbecille con il codino degli imbecilli che, per sfottere una Russia presidio del diritto internazionale, ha inneggiato all’Ucraina, da USA e UE affidata ai nazisti. E so bene cosa hanno fatto certi croati, all’ombra della tiara di Giovanni Paolo II e della mimetica di Marco Panella, ai serbi protetti da Storia, morale, giustizia internazionale, ma non dai devastatori uccidentali di tutto ciò. So di Vucovar, delle Krajne. So anche parecchio dell’espulsione di 300mila italiani, lì da secoli, perché italiani, non perché fascisti come quelli dello stupro di croati e sloveni, comunisti e non. So di come vengono ostracizzati, emarginati, esclusi, i 30mila italiani rimasti abbarbicati alle loro terre, case, cimiteri. So della Jugoslavia fatta a pezzi insignificanti (salvo per il calcio e la pallanuoto) e della Serbia amatissima, persa per scelleratezze uccidentali, ma anche per eccesso di democrazia, elezioni, tolleranza, buonafede di Milosevic.

Guardate, io queste vicende le ho vissute in buona parte in prima persona, per vederle, filmarle, demistificarle, comunicarle. Non eravamo in tanti, sommersi e sbeffeggiati da infiltrati pacifisti della guerra, casariniani accasati a Belgrado (e tollerati dal “governo totalitario”) nella redazione della radio di Soros, B-92, degenerati di Lotta Continua che, su falsi pretesti, invocavano “bombe Nato finalmente!” (Langer, Sofri), missionari del sopruso alla Zanotelli, sempre pronti a tingere di rosa il rosso carminio del sangue fatto fluttuare dai millenari compari, soci nel Potere. Anche sotto le bombe, certo molto meno di quelle inflitte a milioni di serbi uccisi, deportati, avvelenati. E poi, per tutta Italia, a Belgrado, a Francoforte, a Bristol, alla Sorbona, onorati dalla partecipazione di due grandi protagonisti della verità serba: Diana Johnstone e Peter Handke (leggeteli!). I documentari che ho dedicato a quella storia si chiamano “Il popolo invisibile”, “Serbi da morire” e “Popoli di Troppo”). Mi costarono la cacciata da “Liberazione”, il meritato ostracismo di Bertinotti e di soggetti oggi rifugiatisi nella sinistra di Sua Maestà, tipo tale Piero Maestri, di “Guerre e Pace”, che mi redarguì alla Statale di Milano per non seguire la vulgata Nato sulla Serbia.

Dunque calma e gesso prima di parlare di “sostegno ai fascisti croati”.

 

Francia, una nazionale?

Quanto alla squadra dei transalpini, propriamente così non dovrebbe chiamarsi. Circa metà, tra campo e banchina, erano africani, pure qualche magrebino. Quei quattro immigrati emersi dalla banlieu. Come il nostro Balotelli, scampato ai campi di pomodoro, o ad Amazon. Vale per la nazionale inglese e altre europee. Quelle dei grandi predatori colonialisti d’antan e de retour oggi. Dubitate che uno Zanotelli, di nuovo emerso per dare dei dittatori ai governi africani, (Eritrea, Sud Sudan: bel prodotto, questo scampolo petrolifero di Sudan, di carne umana macinata, di cui i suoi comboniani portano la corresponsabilità) e incitare alla carica la nota truppa dei giornalisti itagliani indipendenti (dalla verità), a fianco degli interventi Nato e delle Ong che traghettano coloro che da chi dirige Nato e Ong sono stati spossessati, cacciati nella nuova tratta dell’accumulazione capitalista. Tratta degli schiavi? Esattamente la stessa, in forme diverse, ma con gli stessi intenti di oppressione e sfruttamento di quella che partiva da Calabria, Veneto, Senegal, Irlanda. Schiavi a dispetto delle foglie di fico sull’emarginazione, alla sindaco di Londra, a dispetto dei milioni che pochissimi prendono per farsi modelli di miscioni culturali senza storia né carattere, all’insegna delle più alienanti forme della depravazione consumistica.

E così i vari Ciotti, Nogaro, Saviano, Veronese, Zoro, tutta la processione di muselidi in maglietta rossa, a dirigenziale componente talmudista, appresso al pifferaio col Triregno (regno terreno, regno celeste, regno papale!), tutto il concentrato di ipocrisia che vorrebbe “mettere i suoi corpi a far da ponte per i rifugiati” (Veronese), corpi di influencer di Miami, di barbare d’urso, di pariolini che fetono di Armani, di naviganti che dal panfilo dovrebbero trasbordare verso Save the children (“Ghedafi distribuiva Viagra per far stuprare bambini ai suoi soldati”), tutto il cucuzzaro dell’accoglienza senza se e senza ma, dell’integrazione e assimilazione nella superiore civiltà delle crociate che non finiscono mai.

 

Prima del Naufragio? Niente.

Pensate che costoro abbiano speso un attimo per riflettere che la componente immigrata della vittoria francese avrebbe potuto, dovuto, essere la forza protagonista dello sviluppo dello sport e del calcio nel proprio paese perduto e, magari, delle sue vittorie nei tornei internazionali? Raccogliendo centinaia di migliaia di giovani, impegnati anche per questo verso a costruire la propria nazione dopo lo spogliamento coloniale, contro governi asserviti e corrotti dall’impero e dalle sue multinazionali? Avranno mai pensato che se quattro mosche cocchiere milionarie fanno inneggiare al multiculturalismo, milioni di rinchiusi, peggio che nei sovrastimati campi libici, nel perenne sottosviluppo o mezzo sviluppo, o comunque esclusione, delle isole etniche di Notting Hill a Londra, del Bronx, di Berlino. E che in duecentomila hanno dovuto lasciare la valle dell’Omo in Etiopia, risucchiati dalle Ong, dopo che il loro habitat e le loro millenarie abitazioni, colture, i loro costumi, sono stati spazzati via dalla diga che il governo etiopico ha fatto costruire all’Impregilo, “Orgoglio d’Italia” (Renzi), e dai milioni di ettari concessi al land grabbing saudita, italiano, cinese.

 

Croazia, una nazionale? Si, ma chi manca?

I croati, per quanto dispersi dalle mafie del calcio d’azzardo tra tante grandi squadre straniere, nella Nazionale erano tutti croati. E si sentiva. Cose di cui molti invece si ri-sentono perché giù, nel buio, sentono di esseri fatti fottere qualcosa di importante. C’è lo chiede l’Europa… ce lo chiede il cosmopolitismo, dove di diverso e solido ci deve essere solo il carciofone finanz-militar-securitar-globalista, con le foglie esterne dalle punte nucleari e il cuore saporito nel caveau blindato.

Ma qui vanno messe, in grassetto, le riserve. Le mie. Per essere la rappresentanza di quella terra, da farci dire che bello, ne sono tutti figli, mancava il giocatore serbo e anche quello italiano (se qualche jugoslavista con le tre narici me lo consente), mancava soprattutto il giocatore jugoslavo. Avremmo potuto dire che era la Nazionale di una bellissima comunità di popoli che era stata di esempio al mondo, a ovest come a est, da cui nessuno era escluso e in cui tutti condividevano un progetto di giustizia, sovranità, libertà, felicità. Quelli che guidano il bulldozer mondialista con il supporto dei Saviano, Zanotelli, manifesto, sinistre reali che sgomberano il campo dai ciottoli rompi-cingoli, che tutto deve frantumare, frammentare, dividere per imperare da soli, sono gli stessi che cianciano di multietnicismo, multiculturalismo, multitutto. In questo caso ne è uscito una bella squadra tutta croata, solo croata. Con dentro i serbi e gli altri jugoslavi, chissà se avrebbe vinto. Ma sarebbe stata ancora più bella. Molto più bella. Ed è questo che oscura lo scintillio della coppa ai vicecampioni del mondo. E che non dovrebbe cessare di pesare sui bravi Manzukic, Modric, Peresic,  forse non  idioti fascisti come Vida, che a ogni mossa che fanno, a ogni gol, su ogni campo, di fronte a qualsiasi avversario dovrebbero sentirsi addosso il freddo soffio dei loro fratelli di nazionale cui, insieme alla nazionale, alla patria, fascisti, papi e impero hanno tolto la vita.

Ogni cittadino di quel paese aveva contribuito a farne professionisti e campioni, a partire dalle scuole e, poi, valorizzandoli come made in Croazia. L’avrebbero fatto anche il Senegal, la Nigeria, l’Egitto la Tunisia, il Marocco, se qualcuno non gli avesse portato via i figli promettendogli mari e monti purchè vestissero un’altra casacca. Senza alcun Ronaldo da 100 milioni più trenta ogni anno, in Croazia. Giocatori tutti di quel paese e, nelle squadre locali, spesso tutti di quel luogo. Come da noi quando il campo della Roma era al Testaccio. Totti è morto. Sarà perché non se lo possono permettere, ma tant’è. Sovranismo? Ben venga. Fino a quando il filantropo George Soros non glielo compra lui, il Ronaldo, sapendo bene ciò che fa…

 

Ci pensano Mattarella e Saviano. Buon sangue non mente.

Frustrati e scornati i nostri botoli ringhianti, con penna, maglietta rossa e scapolare (mai visti contro genocidi Nato o sociocidi domestici) si sono rifatti con un attimo di conforto. Il presidente custode della costituzione (che intendeva affossare), che il golpetto anti-governo parlamentare ha ringalluzzito fino a indurlo a mettere becco e artiglio su qualunque cosa competa a governo e parlamento (Napolitano docet), ha riequilibrato una bilancia appesantita dai successi russi ai Mondiali e dal bon ton di Trump con Putin. Dopo la visita in Estonia, dove, nel tripudio dei militari Nato, si erigono monumenti alle armate di Hitler, è venuta quella allo scorpioncino nella Partnership Nato, Georgia. E’ il paese attraverso il quale deve passare il TAP, quello della distruzione del Salento e del crinale appenninico, quello amerikkano che deve rimpiazzare il gasdotto logico, logistico e meno costoso russo. Mattarella è andato a incoraggiare. Ma anche a lenire la sberla ricevuta dello scorpione quando ha spuntato il suo pungiglioncino contro uno scarpone russo. Chissà quanto il presidente avrà rimpianto i bei tempi in cui, da ministro della Difesa, poteva bombardare Belgrado!

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Comments   

#1 maurizio 2018-07-21 10:48
Posto qui' il commento perche' il buon fulvio
non tollera nessuna dialettica e censura come un piccolo stalinista del comintern.

"se lunica alternativa all'ipocrisia political correct della sinistra maistream e' lla feccia rossobrunista debordante
c'e' poco da stre allegri, era meglio se ti facevi un bel bagno
caro fulvio"
Quote

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