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la citta futura

Lenin: l’imperialismo rende necessaria la rivoluzione

di Renato Caputo

Dalla distinzione fra guerra imperialista e guerra rivoluzionaria, alla critica agli Stati uniti d’Europa

02d8012e1db1554c5c16460f67368f3a XLIl nodo centrale su cui, secondo Lenin, è necessario fare chiarezza, per smascherare davanti alle masse popolari i social-sciovinisti – ovvero coloro che si definiscono socialisti per meglio occultare la propria adesione allo sciovinismo – è imparare a distinguere nettamente la sacrosanta lotta dei popoli per l’autodeterminazione nazionale, dal sedicente diritto dei socialisti di sostenere una guerra imperialista con la scusa della necessità della difesa della patria: “per spacciare la presente guerra – la Prima guerra mondiale – come una guerra nazionale i socialsciovinisti si richiamano all’autodeterminazione delle nazioni. Contro di loro vi è un’unica lotta giusta: bisogna dimostrare che la guerra in corso non si combatte per emancipare le nazioni, ma per stabilire quale dei grandi briganti debba opprimere più nazioni” [1].

D’altra parte Lenin è altrettanto duro con i social-pacifisti, ovvero coloro che si dicono rivoluzionari a parole, ma sono riformisti nei fatti, in quanto sono contrari a trasformare la guerra imperialista, in una guerra sociale rivoluzionaria, mediante cui abbattere l’imperialismo, quale causa principale delle guerre nel mondo contemporaneo. Perciò, a parere di Lenin, “giungere a negare la guerra, condotta realmente per liberare le nazioni, significa fornire la peggiore caricatura del marxismo” [2]. L’appello al disarmo e alla non violenza rischia di non essere altro che il tratto distintivo dell’impotenza propria del cavaliere della virtù o dell’anima bella inevitabilmente travolti dall’implacabile destino, ovvero dal necessario sviluppo del corso del mondo. In effetti, come mette in guardia Lenin: “solo dopo aver disarmato la borghesia il proletariato potrà buttare tra i ferri vecchi, senza tradire la sua funzione storica mondiale, tutte le armi, ed esso non mancherà di farlo, ma solo allora, e in nessun caso prima” [3].

A parere di Lenin particolarmente perniciose solo le teorie dell’ultraimperialismo – in epoca più recente rilanciate dal libro Impero di A. Negri e M. Hardt – che proprio nel momento in cui la crisi di sovrapproduzione spinge i paesi imperialisti a sempre nuove guerre di aggressione all’estero e a più accesi conflitti interimperialisti per la spartizione delle risorse dei paesi aggrediti, lascia intendere che vi sarebbe una tendenza all’unificazione delle grandi potenze che renderebbe superflua la guerra.

Paradossalmente, proprio nell’epoca imperialista in cui sempre più evidenti appaiono le divisioni fra nazioni dominanti e popoli oppressi, tali pseudo-teorie tendono a presentare la falsa immagine di una possibile unificazione pacifica delle diverse nazioni con eguali diritti sotto l’egemonia dei paesi imperialisti. Lo stesso accordo fra potenze imperialiste, nella prospettiva degli Stati uniti d’Europa – così in voga ancora oggi nella sinistra riformista e revisionista che esaltano l’Unione europea in quanto avrebbe garantito per decenni la pace [sic] – è quanto mai instabile e può durare, a parere di Lenin, solo sulla base dello scopo comune “di schiacciare, tutti insieme, il socialismo in Europa, per conservare, tutti insieme, le colonie usurpate, contro il Giappone e l’America” [4].

Quindi la tanto esaltata pax europea, che sarebbe garantita dal processo di unificazione delle nazioni imperialiste e capitaliste del continente, vale solo in quanto questi fratelli coltelli sono impegnati a marginalizzare, fino a mettere al bando, le forze della sinistra di classe, a colpire i paesi che a livello internazionale si oppongono al predominio delle potenze imperialiste e, seppure in modo più limitato, a contrastare gli altri poli imperialisti nella corsa a spartirsi l’intero globo in zone di influenza. Proprio per questo Lenin giunge all’inequivocabile conclusione che: “in regime capitalistico, gli Stati uniti d’Europa equivalgono ad un accordo per la spartizione delle colonie” [5] – ovvero delle aree di influenza economica nell’attuale fase di neocolonialismo – al proprio interno e nel confronto-scontro con gli altri blocchi di potenze imperialiste. “Così è organizzata”, ne conclude Lenin, “nel periodo di più alto sviluppo del capitalismo, la spoliazione di circa un miliardo di uomini da parte di un gruppetto di grandi potenze” [6].

Oggi mentre il numero di grandi potenze imperialiste non è aumentato, si è certamente di molto accresciuto il numero di esseri umani costretti a vivere sotto il giogo dell’imperialismo. Di estrema attualità sono le successive deduzioni di Lenin: “e nessun’altra forma di organizzazione è possibile in regime capitalistico” [7], in stridente contrasto con le illusione dell’attuale “sinistra” revisionista che mira a una democratizzazione dell’Unione europea o sostiene che un’altra Europa è possibile, senza premettere la necessità della rivoluzione sociale nella maggioranza dei paesi che la dovrebbero costituire. Paesi che, a quel punto, più che mirare a una nuova forma di unità fra gli Stati europei, opererebbero in un’ottica internazionalista, cercando prima di trovare accordi, per mutare i rapporti di forza a livello internazionale, con i paesi extra-europei oppressi dall’imperialismo.

Così, di contro a chi ancora oggi si illude della possibilità di costituire degli Stati uniti d’Europa su basi democratiche, è di estrema attualità quanto osservava già allora Lenin: “rinunciare alle colonie, alle ‘sfere di influenza’, all’esportazione di capitali? Pensare questo significherebbe mettersi al livello del pretonzolo che ogni domenica predica ai ricchi la grandezza del cristianesimo e consiglia di fare ai poveri la carità… se non di qualche miliardo, almeno di qualche centinaio di rubli l’anno” [8]. Mutatis mutandis è quanto investe l’Unione europea a favore dei paesi in via di sviluppo, di contro a quello che riesce a estorcere loro con le politiche neocolonialiste incentrate sullo scambio ineguale e la micidiale trappola del debito.

Sono i pochi spiccioli che ha ricevuto la Grecia, dopo che le sono state imposte vergognose politiche di austerità che hanno colpito, nel modo più duro, le classi subalterne, per restituire i prestiti sconsideratamente accordati dalle grandi banche francesi e tedesche. Anche perché, al di là delle pie illusioni della “sinistra per Tsipras”, come sottolinea Lenin “in regime capitalistico non è possibile altra base, altro principio di spartizione che la forza” [9]. Se ne deduce che non può che essere un filisteo chi, sulla base dei rapporti di produzione e di proprietà capitalistici, ancora oggi sostiene la razionalità e, addirittura, i vantaggi per la stessa classe dominante – come fanno un po’ tutti i keynesiani, anche quando si spacciano da marxisti – di una più equa divisione del reddito nazionale. Infatti, come ricorda Lenin: “predicare una ‘giusta’ divisione del reddito su una tale base è proudhonismo, ottusità piccolo-borghese, filisteismo. Non si può dividere se non ‘secondo la forza’”[10], ovvero sulla base dei rapporti di forza fra le classi sociali in lotta fra loro.

Inoltre, tornando alle illusioni sulle modalità di unificazione fra potenze capitaliste e, ancor più imperialiste, anche un’unione pacifica fra potenze imperialiste – per altro sempre provvisoria, visto che il loro rapporto resta quello dei fratelli-coltelli, uniti quando si tratta di imporre il proprio dominio, divisi al momento di spartisti il bottino – porta con sé non il disarmo, ma il rafforzamento degli apparati militari volti alla politica di aggressione all’estero e alla repressione interna, come dimostra il costante aumento fino a oggi delle spese militari, anche in paesi messi letteralmente in ginocchio dalla crisi come la Grecia, per quanto governata dalla “sinistra”. Dunque, è lo sviluppo stesso del capitalismo in senso monopolistico a smascherare come pie aspirazioni piccolo-borghesi lo smussamento degli antagonismi di classe e del conflitto fra nazioni imperialiste e oppresse. Di fronte a chi sventola l’illusione “di un’attenuazione della miseria e dei sacrifici, entro il quadro del dominio di classe” [11], non fa che cercare di sopire l’odio di classe delle masse di fronte all’inasprirsi dell’oppressione capitalista, proprio in una fase in cui la sempre maggiore socializzazione del lavoro, per quanto al servizio dei grandi monopoli, pone le basi oggettive per il superamento di rapporti di produzione incentrati sulla proprietà privata che sempre più contrastano con tale sviluppo.

Del resto, come sottolinea Lenin, una volta compiuta la transizione dal capitalismo liberale al capitalismo monopolista imperialistico, diviene grottesco se non proditorio il sogno di una situazione nazionale e internazionale “relativamente tranquilla, civile, pacifista, in cui il capitalismo evolva placidamente e si estenda gradualmente a nuovi paesi” [12]. In effetti – nella nuova condizione prodotta dal necessario sviluppo in senso imperialista del capitalismo – dalla libera concorrenza per la spartizione da parte dei capitalismi nazionali delle risorse mondiali e dei relativi mercati si passa necessariamente alla lotta armata per una nuova divisione delle colonie e della sfera d’influenza” [13].

Tanto più che è la borghesia stessa che “prepara con le sue forze la sola guerra legittima e rivoluzionaria, cioè la guerra civile contro la borghesia imperialistica” [14], in quanto per tentare di sfuggire alla crisi di sovrapproduzione inasprisce le differenze sociali, lo sfruttamento, toglie ogni velo democratico al proprio dominio di classe militarizzando la società in vista di sempre più frequenti avventure imperialiste all’estero. Proprio perciò, osserva Lenin – sottolineando la diversità della nuova situazione prodottasi con l’affermazione dell’imperialismo rispetto alla realtà storica conosciuta da Marx ed Engels in cui, essendovi paesi sostanzialmente privi di apparati repressivi, era plausibile una rivoluziona sostanzialmente pacifica – “l’armamento della borghesia contro il proletariato è uno dei fatti più importanti, salienti e fondamentali della moderna società capitalistica”.

In effetti “ai giorni nostri – osserva Lenin – non solo l’esercito permanente ma anche la milizia – persino nelle repubbliche borghesi più democratiche come la Svizzera – costituiscono la forza armata della borghesia contro il proletariato”. Dunque, osserva indispettito Lenin: “dinanzi a questo fatto si propone ai socialdemocratici [Lenin era allora a capo della corrente Bolscevica del Partito operaio socialdemocratico russo] rivoluzionari di formulare la ‘rivendicazione’ del ‘disarmo’! Ciò equivale a rinnegare integralmente il punto di vista della lotta di classe, a rinunciare del tutto all’idea di rivoluzione” [15]. Dal momento che le guerre civili, nei paesi divisi in classi, “sono il prolungamento, lo sviluppo, l’aggravamento naturale e, in certe circostanze, inevitabile della lotta di classe” [16], chi si schiera a priori contro ogni forma di violenza o guerra si schiera in realtà contro la stessa lotta di classe, motore della storia quantomeno sino alla realizzazione su scala internazionale del comunismo.

Del resto, in una società divisa in classi, la violenza non ha solo la funzione negativa di dominio del più forte, ma può assumere una funzione rivoluzionaria ponendosi, secondo la nota concezione marxiana, quale “levatrice di ogni vecchia società gravida di una nuova”, quale “strumento con cui si compie il movimento della società che infrange forme politiche irrigidite e morte” [17]. Come osservava già Engels – ripreso da Lenin in polemica con chi, come Kautsky, condannava la Rivoluzione di ottobre in quanto violenta – replicando alle accuse di violenza rivolte da pacifisti e filistei dell’epoca alla Comune di Parigi: “‘non hanno mai veduto una rivoluzione questi signori? Una rivoluzione è certamente la cosa più autoritaria che vi sia; è l’atto per il quale una parte della popolazione impone la sua volontà all’altra parte per mezzo di fucili, baionette e cannoni, mezzi autoritari, più che autoritari’” [18].


Note
[1] V. I. Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo e all’“economicismo imperialistico” (agosto-ottobre 1916), in Sulla rivoluzione socialista, Edizioni Progress, Mosca 1979, p. 64.
[2] Ibidem.
[3] Id., Il programma militare della rivoluzione proletaria (settembre 1916), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 88.
[4] Id., Sulla parola d’ordine degli Stati uniti d’Europa (23 agosto 1915), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 34.
[5] Ivi: p. 33.
[6] Ibidem.
[7] Ibidem.
[8] Ibidem.
[9] Ibidem.
[10] Ibidem.
[11] Id., Il fallimento della II Internazionale (maggio-giugno 1915), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 24.
[12] Ivi: 21.
[13] Ivi: p. 18.
[14] Id., Il programma militare della rivoluzione proletaria (settembre 1916), in Opere complete, Editori Riuniti, Roma 1966, vol. 23, p. 79.
[15] Ibidem.
[16 ]Ivi, p. 76.
[17] Id., Stato e rivoluzione [agosto-settembre 1917], in Sulla rivoluzione… op. cit., pp. 145-46.
[18] Id., La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky (ottobre-novembre 1918), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 366.
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Comments   

#1 Enrico Galavotti 2018-07-22 20:35
Però Engels nell'Antiduhring considera la violenza del tutto ausiliaria ai processi economici, come se la transizione al socialismo vada considerata come inevitabile
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