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Robotizzazione e alienazione dall’essere collettivo

di Karlo Raveli 

storia robotica13 mAlcuni di noi si chiedono - e siamo ancora troppo pochi - se l’oggettività dell’attuale robotizzazione delle persone (a) non sia da annoverare tra i processi sociali più significanti, cumulativi (b) e logicamente negativi di questa ‘civiltà’ secolo XXI. Generata in modo sempre più intrinseco e profondo dallo sviluppo capitalistico (c) come un lineamento ben concreto e sostanziale (e forse conclusivo...) della crescente alienazione umana del Sistema.

Soprattutto per il fatto che incide in misura crescente e devastante sulla natura originariamente empatica ed essenzialmente collettiva (d) della nostra specie. Derivando pertanto in un individualismo (e) sempre meno invisibile e sostenibile. Cioè con apparenze, comportamenti e modi di vivere progressivamente condizionati e dissociati dall’intrinseca essenza ed esistenza comunitaria della persona (f). Quindi, tra l’altro, nell’inevitabile direzione di fenomeni via via più drammatici di solitudine, isolamento e abbandono in crescenti settori della società. Soprattutto metropolitana o cosiddetta “sviluppata”.

 

(a) Robotizzazione delle persone. Robot: automa, marionetta

Il fenomeno si può definire in vari modi, ma potremmo descriverlo come un condizionamento, dipendenza o sudditanza generalizzata da valori, linguaggi, codici, segni, significati, stimoli, norme, immagini, orari, ritmi, cadenze che riceviamo in modo individualizzato e poi assorbiamo, assumiamo e riproduciamo con modalità ogni volta più intense, inconsce ed incisive. Soprattutto attraverso determinate tecnologie omologanti di ‘comunicazione’ sempre più diffuse e preponderanti. Quando non praticamente obbligate.

Alla base e nel cuore di questo processo registriamo evidentemente lo straordinario sviluppo delle tecniche e tecnologie informatiche - connesse in particolare con tutto ciò che si definisce come ‘intelligenza artificiale’ (g) - che si caratterizzano in gran parte per produrre o permettere processi simili, ma estranei e sovrapposti, rispetto a determinate caratteristiche e fenomeni naturali vitali della nostra specie. Come la memoria (naturalmente la specifica umana!), la percezione sensoriale e visualmente emotiva, la nostra multiforme comunicazione, la valutazione e la riflessione, la previsione, ecc.

Quindi oltre – e spesso in contraddizione – con le nostre proprietà e caratteristiche intrinseche essenzialmente umane. Cioè tutto ciò che tanto per cominciare possiamo invece individuare, nell’ambito naturale di ogni persona, in almeno tre livelli primari e fondamentali di formazione, costituzione e sviluppo dell’essere umano. A partire naturalmente, logicamente, dall’ambito affettivo ed emozionale, che dovremmo considerare come il lineamento più sviluppato e determinante della nostra specie. Che tra l’altro possiamo assumere come base decisiva per un’altra specifica caratteristica umana: la creatività. Ben diversa dalle fabbricazioni intelligenti meccaniche...

Parliamo cioè di tre livelli originari ed essenziali che si sperimentano prima ancora che si manifesti, dopo i primi anni di vita, tutto ciò che potremmo considerare un quarto livello o dimensione vitale: il contesto culturale, il comportamento e l’evoluzione intellettiva e psichica della persona in una determinata comunità. Che resta almeno per ora, in apparenza, l’ambito più esplicito d’intervento delle condizioni, alienazioni e robotizzazioni che vogliamo sviscerare.

Vediamo però proprio per cominciare questi primi tre livelli originari determinanti, di base o costituzionali dell’individuo, che non sembrerebbero ancora condizionati da fenomeni di robotizzazione:

1. In primo luogo, per ognuno di noi, esploriamo tutto ciò che concerne le nostre proprietà, determinate dalle diversità fisiche e mentali ereditate o generate nei processi trans-generazionali di cui siamo il risultato. E nel cui movimento di riproduzione e propagazione facciamo o faremmo poi parte dialettica e partecipativa. Quindi, e allora più in generale, rispetto al ruolo di ogni peculiarità individuale così determinata, nel contesto riproduttore della specie.

2. Poi affrontiamo il livello che concerne i propri specifici protagonismi nei fenomeni inter-soggettivi. Cioè tutto ciò che interessa e plasma ognuno di noi e gli altri, oltre il transgenerazionale, nei nostri rapporti con le persone più vicine. E nell’ambiente comunitario o in generale. Un processo molto circoscritto nei primi giorni di vita, e poi via via sempre più amplio. Quindi ciò che sostiene, modifica, caratterizza e determina maggiormente ogni individuo in modo distinto, verso la costituzione di una specifica personalità. Generalmente sulle basi “preesistenti”, trans-generazionali, del primo ambito appena indicato.

Parliamo dunque di ciò che in un certo senso già viviamo socialmente. Ma finora in modo probabilmente ancora estraneo a condizionamenti robotizzanti. Quindi essenzialmente basato su ciò che percepiamo, sentiamo, vediamo, interpretiamo e soprattutto intercambiamo fin dai primi giorni di esistenza. Soprattutto essenzialmente nei rapporti affettivi, emozionali, con le persone più vicine e presenti. Pertanto tutto ciò che costituisce il campo di sviluppo di questo sostanziale fenomeno intersoggettivo umano originario, e che nella nostra specie va ben aldilà della semplice crescita dell’individuo animale. Bensì, potenzialmente, già nel senso della primaria formazione della persona, cioè di ogni specifica e diversa personalizzazione dell’individuo (f), di ogni individuo “animale” sì, ma ben più presente ed attivo nel suo collettivo e ambiente rispettivo che per qualsiasi altra specie. Ogni animale, umano o no, è un individuo; ma solo nella nostra specie possiamo svilupparci così intensamente, appunto come persone.

3. Rileviamo poi in terzo luogo un ulteriore, più sottile e possibilmente sostanziale caratteristica di ogni essere soprattutto dopo i primi anni (mesi?) di vita. Rispetto a processi meno evidenti e consapevoli, o più sotterranei, di comunicazione empatica interpersonale. Cioè di scoperta sottile, di connessione o registrazione inconscia, precisamente indecifrabile. Probabilmente e soprattutto, proprio da artificialità intelligenti. Cioè di livelli extra-sensoriali che secondo alcuni si potrebbero sviluppare in specifiche circostanze, potremmo dire nella penombra di contatti, flussi ed intrecci di linguaggi ed emozioni. Solo possibili – ecco una enorme differenza con l’ambito “artificiale”, intelligenze comprese - sulla base dei due livelli o campi precedenti, tipicamente animali se si vuole.

Però in questo caso oltre quel percepire e conversare diretto e cosciente, che è in fin dei conti il luogo umano dove accade quasi tutto il manifesto o soggettivamente sensibile. Consapevole o meno che sia da parte di ogni individuo.

Guardiamo in questo caso verso determinati fenomeni attivati dai neuroni specchio che forniscono all’inconscio di ogni soggetto ulteriori e impercettibili elementi di caratterizzazione. Trattando quindi, per esempio, di processi forse già in parte compresi nell’ambito di partecipazione e formazione dell’immaginario collettivo. O persino di percezioni e manifestazioni primarie del più profondo inconscio collettivo, specificamente di ogni popolo o comunità storica. Oppure, chissà, persino rispetto a quella dimensione informazionale che si comincia a scoprire a proposito di ciò che la fisica quantistica rivela dell’intricazione o correlazione di determinati elementi materiali subatomici. Come sembrerebbero dimostrare alcuni esperimenti sviluppati nel caso dei gemelli. E persino contrastati recentemente rispetto alle piante comunicanti, o ad altri animali ...senza ricorrere necessariamente agli sciamanismi.

Quindi, quando trattiamo di robotizzazione della persona - capitalistica o meno, come vedremo -, dovremmo cominciare ad assumerne l’importanza e la gravità già ben oltre le sue manifestazioni individuali nell’età adulta. Tenendo cioè in conto la sua ormai possibile dimensione sociale, logicamente condizionante, già a partire dai suoi meccanismi più chiari, alienanti ed eventualmente antagonisti, rispetto alla natura umana e la riproduzione della specie, persino a partire dalla tematica trans-generazionale ed inter-soggettiva primaria. Cioè proprio riferita ai primi periodi d’esistenza, formazione e sviluppo personale.

Prima ancora che si verifichino – già attualmente in modo sempre più evidente e deleterio - nel posteriore contesto personale e dell’evoluzione sociale e culturale dominante. O appunto in prossime fasi più ‘avanzate’, quando i primi elementi agganciati o prodotti da questa spersonalizzazione primaria comincerebbero a presentarsi persino nell’ambito significante o d’estrinsecazione dell’immaginario collettivo. O peggio ancora, se possibile, già incrostati nei processi trans-generazionali!

A cui del resto sembrerebbero forse prepararci attualmente a livello di massa nel terreno “culturale”. Per esempio – per chi ne percepisce i vincoli più oggettivi - con tutti quei sottoprodotti dell’attuale filmografia yankee basata su mostri, supereroi, zombi e roba simile. Ben accoppiata a un’imparabile e imponente diffusione di musiche e suoni di ritmo martellante, percettibilmente impostati su insistenti pulsazioni ritmiche pseudo-cardiache. Ormai praticamente diffusi dalla maggior parte dei mezzi di ‘comunicazione’ e a cui sempre più giovani e dipendenti soggiaciono nel corso della loro giornata. Con corrispondenti auricolari isolanti dall’ambiente circostante e dalle sue correlative sensazioni ed emozioni più naturali.

Ma dovremmo pur tener conto di questa possibilità – in un forse più dilatato periodo – di effetti ancor più sottili rispetto a incidenze e sedimentazioni nell’inconscio collettivo. Che nonostante venga attualmente assai poco considerato, soprattutto nella critica marxiana, dovremmo pur segnalarlo come potenziale elemento negativo sia nel piano individuale che collettivo, in un contesto di progressiva meccanizzazione e spersonalizzazione umana così generalizzata. Appunto, non per caso culturalmente gestita in gran parte a partire dagli Usa, la civiltà più alienata, molto profondamente, dal vivere collettivo. Dovuto alla sua funzione geo-materiale odierna, ma anche ben agganciata a radici abbastanza recenti di sradicamento e migrazioni, stermini (dei popoli originari), schiavitù e disgregazione riproduttiva territoriale.

Parliamo quindi di un discorso da tenere in conto, persino in primo luogo, per poter riconoscere il più possibile, e poi comprendere e contrastare, nuovi aspetti probabilmente già significativi di riproduzione sociale di valori, principi, ossature e processi disumani e criminali dell’attuale modo di sviluppo capitalistico. Nel quale l’alienazione generale, lo sfruttamento, la cosificazione, il mercantilismo e tutto il resto si fondano sempre più sull’individualismo e la solitudine delle persone. Ciò che spiega del resto come sia possibile che le “nostre” società “civili” assumano tutt’ora, per esempio, le permanenti guerre, che sono molte e terribili, o le migrazioni ‘forzate’, le crescenti precarizzazioni, il suicidio climatico generale, la criminalità agro-farmaceutica, ecc.

Oltre naturalmente e congiuntamente, a tutti gli altri fenomeni e questioni strutturali puramente tecnologiche, economiche, culturali, classiste e politiche… che tra l’altro già presuppongono ben concretamente, anche se in modi diversificati, molti dei processi di ciò che possiamo definire come robotizzazione della persona.

 

(b) Robotizzazione cumulativa

Per capirci più facilmente e in concreto, potremmo spiegare ed aggregare la robotizzazione umana all’aspetto fondamentale e strutturale dell’attuale sistema d’organizzazione sociale: l’assunzione meccanica e generalizzata dello sfruttamento salariato di una parte della società in beneficio di un’altra. Quella che estrae vantaggi sempre più particolari e ristretti, quindi sempre meno comunitari, da questo sfruttamento robotizzato alienante dell’attività altrui. Che, tanto per cominciare, nega e si oppone sistematicamente al concetto naturale di persona intesa come essere potenzialmente dinamico e autonomo (i), e in continua trasformazione – e potenziale attività più o meno comunitaria, cooperativa e solidaria - in rapporto con le sue possibili e naturali circostanze di vita.

Infatti, se guardiamo allo sviluppo dell’umanità, troviamo logicamente lineamenti similari ma ancor più primari di robotizzazione della configurazione salariata del lavoro. Come quelli antichissimi delle attività guerriere o similari, o la orrenda schiavitù, la prostituzione… Oppure più recentemente lo stesso sviluppo di forme urbanistiche ed architettoniche sempre più chiuse, ripetitive e costringenti per l’insediamento cittadino della riproduzione e concatenazione sociale umana. Però con radici profonde già a partire dalla cosiddetta ‘rivoluzione neolitica’ che insedia l’appropriazione particolare, privata (e patriarcale) di beni comuni anche in piccole comunità, ma soprattutto nei centri urbani delle ‘grandi civiltà’; a cominciare naturalmente dall’enclosure dello spazio, della terra. E che poi riproduce tutte queste chiusure con la strutturazione architettonica anti-comunitaria della riproduzione, dei primi livelli che abbiamo ricordato sullo sviluppo della persona, una volta usciti dai primitivi o naturali ripari comuni o almeno in parte condivisi.

Del resto anche Karl Marx tentò di descrivere ‘scientificamente’ queste particolari forme di robotizzazione originaria, certo nel contesto e linguaggi della sua epoca, esprimendone poi l’essenziale, nella dimensione economica, attraverso il fenomeno classista da lui così precisamente definito. Trattando cioè della condizione di classe (e conseguenti robotizzazioni) sulla base di tre fenomeni originari principali: l’espropriazione proprietaria particolare, l’alienazione individuale e sociale in generale, e infine l’esclusivo sbocco personale ma robotizzato dello sfruttamento salariato. Dove appunto questa spersonalizzazione, reificazione e robotizzazione degli individui si spiega e sviluppa sulle basi di varie forme e manifestazioni d’alienazione capitalista. (Si veda per esempio su questo tema la sezione “La quarta chiave marxiana: l’alienazione” in “Apriamo connessioni operaie globali” (1).

Perciò, quando parliamo di robotizzazione cumulativa, ci riferiamo proprio a questo sviluppo di successivi ma connessi fenomeni di robotizzazione umana a partire dagli originari, soprattutto rispetto a una parte crescente dell’attività umana produttiva. Anche se non tutti si presentano in modo così evidente o correlato.

Potremmo fare altri esempi, come quello dell’innovazione e sviluppo degli spostamenti umani sulla base di un determinato veicolo, l’automobile individuale. Oggetto ormai standardizzato di proprietà ed uso personale di trasporto ma anche ludico e d’esibizione, sfogo, isolamento psicologico, ecc. Che ci costringe così dentro tutta una serie di comportamenti ed atteggiamenti, emozioni o espressioni, valori e norme che, sebbene risultino ormai quasi assolutamente integrate e standardizzate (cioè appunto normalizzate: ‘normali’!), enfatizzano oltremodo l’individualizzazione e le dipendenze da altre nuove e determinate alienazioni - personali e sociali -. Che riducono a loro volta, invece di favorire, processi naturali d’integrazione e comunicazione in una vita realmente collettiva, naturale. Ben diversa dalla progressiva generalizzazione delle solitudini personali verso cui ci conduce questa “civiltà”, soprattutto nelle sue metropoli “più sviluppate”.

Si veda anche qui l’importante origine e diffusione yankee del veicolo “personale”.

Tutto ciò in funzione di una maggiore e progressiva integrazione in un Sistema umanamente patologico, e sempre più criminale. In questo caso dell’ “auto personale”, per mezzo di un assurdo ecologico - ed oltretutto economico – rappresentato da un arnese di una o due tonnellate di diversi materiali e congegni, e che resta oltretutto inattivo la maggior parte del tempo, però con un deperimento sempre più programmato. Tra gli altri aspetti deleteri di questa concezione ‘del trasporto personale’. Che è inoltre un elemento decisivo del sempre più possibile e vicino suicidio biologico, chimico e climatico dell’Antropocene (2). O Capitalocene.

Oppure, come altro esempio sempre più scioccante di robotizzazione, guardiamo logicamente verso vari aspetti che concernono la diffusione e dipendenza da nuovi prodotti iper-individuali di comunicazione virtuale tra estranei o conoscenti, in realtà poco personalmente significanti. Se intendiamo persone, o meglio soggetti, esistenti realmente ‘per sé’. Cioè congegni essenzialmente fondati su tecnologie che, accumulandosi e incrociandosi con altri processi tecnici, produttivi e comunicativi più generali – per esempio la valorizzazione mercantile dell’uso privato di internet da parte di grandi imprese di rete (non solo i terribilmente mostruosi monopoli del Gafam, certamente) – stanno riuscendo a standardizzare interessi, bisogni, mode, gusti, ritmi, orari e un crescente eccetera in modo tale da uniformare sempre più personalità e comportamenti. Considerati finora specifici e diversi per ogni individuo. Cioè proprio quelle dinamiche della matrice biologico-culturale naturale dell'esistenza umana che questa robotizzazione annulla o riduce, senza generare direttamente alcun processo reale di socializzazione e condivisione naturale o spontanea tra le persone. Anzi, sostituendosi o sovrapponendosi ad essi.

Per non parlare poi della condivisione interpersonale – la meno intelligente ed artificiale? - più profonda e qualificante: affettiva e sensuale. Come sviluppo naturale della stessa elementare e caratteristica empatia umana. Dove, come afferma il cileno Humberto Maturana, “l'amore è l'emozione che sostiene e fonda l'umano, come valore della ricorrenza di incontri nell'accettazione dell'altro, gli altri come legittima alterità che dà luogo alla convivenza sociale e quindi alla possibilità della costituzione dei linguaggi, elementi fondamentali della vita umana e solo di essa”. Altri si, ma realmente presenti.

Quindi una convivenza, come forse direbbe Marx in questo caso, con movimenti e processi umani collettivi ‘per sé’ e non solo ‘in sé’. Questi ultimi ‘vissuti’ da persone già tremendamente alienate e a loro volta sempre più alienanti verso gli altri, proprio grazie alla progressiva e inconscia presenza robotizzata dell’individuo. Oltretutto con “un processo a senso unico di omogeneizzazione culturale, a seguito del quale mai prima d'ora così tante persone hanno assunto abitudini di consumo originariamente proprie delle vecchie elites occidentali” (2).

Come rivela per esempio l’aspetto-robot di diffusione dell’attuale lingua imperiale, l’inglese, a scapito di uno sviluppo naturale, d’approfondimento ed arricchimento degli specifici linguaggi comunitari naturali. Che ancora si presentano senza alcun dubbio come la più straordinaria ricchezza della nostra specie, con più di 5.000 idiomi tuttavia viventi, molto diversi e fecondi. Anche se tuttora purtroppo ingabbiati ed ostacolati dalle maglie funeste di un paio di centinaia di stati e regimi standardizzanti, normalizzanti, ‘democratici’ compresi... riuniti nella cosiddetta ONU: organizzazione mondiale degli stati, appunto; ma non delle migliaia di “nazioni” o “popoli” con le proprie ricche e ben specifiche culture (3).

 

(c) Evoluzione capitalistica della robotizzazione

Ci limiteremo a questo punto a due aspetti sottintesi quanto essenziali delle manifestazioni di robotizzazione. In primo luogo l’assoluta – e purtroppo anche in questo caso crescente – affermazione intrinseca dei suoi meccanismi rispetto al dettato dei valori individuali dell’Avere, rispetto a quelli dell’Essere. Avere, tenere, possedere come piedistallo etico dell’esistenza, merito e sviluppo umano della società globale (4). Cioè appropriazione, proprietà, consumo, valorizzazione ed accumulazione di ‘cose’, logicamente informazioni comprese, invece di una crescita personale qualitativa, cioè dell’essere e svilupparsi in quanto persona sensibile e tangibile, che si estrinseca sviluppa in modo naturale nella rispettiva comunità reale, non virtuale.

Quindi con un esistere empatico ed affettivo ben qualitativamente diverso dal crescente contesto di automazione, meccanizzazione e tecnificazione dell’Essere nell’Avere. Che traduce manifestazioni puntuali a volte cruciali dell’esistenza di ogni soggetto, persino attraverso un semplice clic, a dati e informazioni che passano oltretutto sotto controllo, elaborazione e proprietà aliena.

Aggravando così quel processo essenziale del capitalismo appunto fondato sulla deriva - e persino l’assoluto - culturale della “razionalità”. Proprio in funzione dell’integrazione “intelligente”, assorbimento ed alienazione delle emozioni. Ora in particolare all’interno o per mezzo di dettati algoritmici sempre più sofisticati in questo senso, tanto invadenti e personalizzati, come sconosciuti alle ‘masse’.

Ma non solo: queste manifestazioni individuali e puntuali - ma continue - di presenza (esistenza? Essere?) in rete dell’individuo sono altresì soggette alla logica sistemica d’impulso e sviluppo di ulteriori processi di capitalizzazione personale “nel Sistema”. Cioè come ulteriore spersonalizzazione dell’individuo, ma ora come ‘valore’ di individuo integrato; perciò politicamente separato dal comune. Quindi non solo separato ‘per sé’, ma proprio e persino ‘in sé’!

Ormai non solo sotto controllo permanente, ma proprio come elemento soggettivamente capitalizzato. In termini marxiani come reale e progressiva separazione personale dal collettivo o dimensione di classe, proprio anche grazie a questo sviluppo sempre più sottile di occulte e centralizzate tecnologie algoritmiche.

Anche per questa ragione potremmo parlare di capitalizzazione operaia, del resto già ben concretamente iniziata negli anni 20 del secolo scorso in ‘Occidente’ come risposta al terremoto sovietico. Come ben sappiamo per mezzo dell’assorbimento politico individualizzato dei settori più ‘professionalizzati’ di lavoratori salariati dal sistema: con una propria ‘casa’, veicolo, averi personali fittizi o reali, mode, sicurezze o pseudo-sicurezze, ecc. Quindi come integrazione, individualizzazione e separazione personalizzata dall’insieme operaio generale ‘per sé’ e in movimento. Come oggettivo e ben determinato collettivo antagonista del Capitale. Il maggior terrore delle borghesie occidentali degli anni ‘10 e ‘20 del secolo scorso, come si riflette per esempio in “Quinto cardine critico: la proprietà” di “Apriamo connessioni operaie globali…” (5).

Detto con altre parole:

attraverso questa robotizzazione passiva, ora tramite reti telematiche, consegniamo sempre più elementi potenziali non solo come individui, ma della nostra stessa personalità – sotto l’aspetto di dati o informazioni puntuali, e perciò ormai come ‘avere’ - a pochissimi centri proprietari. Ora soprattutto il nucleo yankee dei Gafam che poi li valorizza in elementi del capitale. Attraverso i vari processi alfanumerici di progressiva organizzazione dei dati che li trasformano in valori personalizzati d’informazione.

Quindi parte del nostro stesso essere ed esistere individuale e collettivo diventa un Avere in mani proprietarie di pochi.

Ed è proprio su questo fenomeno che sviluppano ulteriori processi di robotizzazione più ‘personalizzata’ o calcolata, visto che sono precisamente i nostri dati in quanto Avere che non solo vengono capitalizzati e venduti, ma oltretutto manipolati o ‘semplicemente’ utilizzati per poi condizionarci, guidarci, dirigerci, isolarci ed in definitiva alienarci sempre più da ciò che dovrebbe essere invece la nostra vita naturale, realmente collettiva ed empatica. Fondata su crescenti emozioni genuine, nel presente, originali e condivise con coloro che danno un senso al nostro stesso esistere!

Quindi, oltre il tema della cosificazione, va appunto sottolineata la corrispondente questione della crescente alienazione personale generale su cui si basano, e poi sviluppano, tutte queste robotizzazioni sistemiche. Proprio a cominciare dal fenomeno personale di reificazione – ben spiegato dallo stesso Marx, e da Lukacs - che ci fa interpretare noi stessi e quindi lo stesso lavoro - ma persino la vita - in termini di ‘res’, cose, averi, proprietà, prodotti…

E poi ancor più in là rispetto per esempio all’alienazione che suppone accettare valori e principi imposti da leggi, norme, convenzioni come se fossero naturali, oggettive e intrinseche alla natura umana! Ciò che alcuni definiscono leificazione, cioè sottomissione attiva o passiva alle leggi come si trattasse di codici naturali delle comunità umane (6).

Quindi: la determinazione dell’Avere o della proprietà e poi l’Alienazione generale come aspetti chiave della robotizzazione capitalista.

 

(d) Natura originariamente empatica ed essenzialmente collettiva della nostra specie

Non è concepibile uno sviluppo della persona che come semplice crescita individuale animale, se non si svolge in un marco seppur minimo di presente cosciente inter-soggettività reale. Già fin dai primi anni di vita, nei primi processi elementari di consapevolezza, di percezione intellettiva ed emozionale del proprio essere. Con tutte le acquisizioni naturali che comporta la presenza e relazione prima materna e poi subito comunitaria diretta, contemporanea. E poi via via con tutto il percorso di esperienze - sempre le emotive, per cominciare – sulle quali si innestano i processi di comunicazione. Le basi su cui l’individuo animale comincia proprio come persona il suo percorso nella vita. Verso la coscienza o comprensione ‘per sé’ come soggetto attivo, e non più suddito.

La qualità – e sicuramente in certa misura anche la quantità – delle relazioni interpersonali è ciò che determina la propria ricchezza personale, e che permette l’acquisizione di una soggettività prospera, sensibile e felice ad ogni individuo. Perciò è dall’ambito del collettivo, del patrimonio comune di esperienze vitali condivise, coinvolgenti ed emotive che si amplia ed approfondisce il pensiero, la comunicazione (la lingua!), la creatività, l’immaginazione e l’empatia. Quando man mano impariamo a comunicare o condividere prima ancora che si possa parlare di una propria cultura e socialità.

Tenendo però conto che altre rotture di questi naturali processi empatici, emozionali e simpatici indispensabili alla nostra specie possono avvenire attraverso le prime chiusure (e poi eventualmente fratture) che spesso rappresentano le strutture riproduttive familiari nucleari. Cioè quelle ‘classiche’ e patriarcali che riducono, deformano e rendono persino patologici (autismo?) determinati individui. Fenomeni tra l’altro sempre più riconoscibili nelle cosiddette società sviluppate, fondate appunto sull’assoluto della riproduzione attraverso la famiglia nucleare, sempre più isolata in tutti i contesti architettonici ed urbanistici alienanti che abbiamo già segnalato. Dove le robotizzazioni funzionano a meraviglia.

 

(e) Individualismo

In questo contesto potremmo riassumere la questione dell’individualismo con il restringimento – robotizzazione - della persona, o della personalità di ogni assoggettato, verso la semplice condizione animale individuale; seppur animale umano, cioè potenzialmente intelligente. Come afferma A. A. Solis in “La pecera” (7), “la castrazione dell’intelligenza comunitaria, che poi determina l’ annichilazione dell’intelligenza personale per mancanza di dialettica, è il compito fondamentale del potere racchiuso nel Sistema”. Con tutto ciò che implica rispetto alla questione dell’intelligenza artificiale (g).

 

(f) Individuo, persona o soggetto?

A partire da questa castrazione dell’intelligenza comunitaria di cui parla Solis, quindi sempre più estranei alla nostra natura essenzialmente collettiva, non potremmo più svilupparci non solo come ‘persona’, ma soprattutto più a fondo, in quanto ‘SOGGETTI per sé’ (h). Cioè come individui animali si, ma ben coscienti di un possibile nostro essere personale, ed oltretutto come persona non assoggettata ed alienata dal Sistema. Non dissociata dal nostro essere intelligente comunitario; non completamente...

Anche per poter sfuggire ai meccanismi di robotizzazione, appunto, che tendono logicamente a ridurci via via le capacità più elementari di empatia e sensibilità naturale, originaria. Come si verifica in modo sempre più evidente e drammatico nelle solitudini della vecchiaia. Sempre più inscatolate e isolate in ‘case’ chiuse della nostra civiltà razionale...

Possiamo così esprimere in modo piuttosto sintetico il senso profondo e chiaro della progressiva sequenza che corre dallo sviluppo dell’INDIVIDUO (animale umano), verso una realtà più presente e completa come PERSONA (cioè: individuo con almeno determinate caratteristiche critiche, creative ed attive, seppur alienate). Che potrebbe poi volgersi ad essere un SOGGETTO reale, ‘per sé’, non alienato e cosciente della propria realtà collettiva proprio come persona, destinata a vivere in modo essenzialmente affettivo, partecipativo e comunitario. Fosse anche solo per poter sopravvivere dignitosamente nel Sistema (8).

Percorrendo cioè l’unico cammino per poterci sottrarre, almeno parzialmente o con maggior personalità e autonomia (i) ai meccanismi robotizzanti. Che invece spingono a mantenerci o ridurci a semplici individui con facoltà ed espressioni personali sempre più ridotte e autistiche.

Meccanismi che in altre parole svolgono la funzione di neutralizzarci non solo nelle nostre specificità più originali, in quanto individui naturalmente intelligenti e specifici, e in modo almeno parzialmente creativi, attivi, produttivi... ma - o soprattutto, da un punto di vista anti-Sistema – di bloccarci il più possibile le possibilità di svilupparci come persone con una reale autonomia (i).

Non parliamo poi del terrore sistemico a che potremmo dirigerci verso un esistere in quanto veri e propri SOGGETTI sociali. Con una autentica coscienza ‘per sé’, e quindi come parte ben umanamente determinata, cioè collettivamente connessa, e logicamente attiva, critica ed antagonista del Sistema.

 

(g) Intelligenza artificiale

Risulta sempre più singolare registrare i paradossi e l’incapacità degli addetti alle tecnologie specifiche per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, rispetto alla realtà di ciò che possiamo intendere come intelligenza umana. Tanto per cominciare almeno intesa nelle poche dimensioni che abbiamo fin qui segnalato sullo sviluppo dell’individuo, poi della persona e infine, quando esiste, del soggetto intelligente ‘per sé’.

Paradossi che possiamo almeno intuire, in particolare, nell’assurda pretesa di poter riprodurre dei modelli tecnici – per esempio attraverso elementi forniti dallo sviluppo delle neuroscienze - che possano ovviare, superare o sostituire per esempio gli stessi processi transgenerazionali ed intersoggettivi di sviluppo dell’intelligenza umana.

Pur avanzando nelle scienze del cervello verso una comprensione del modo di operare sistemico del sistema nervoso, e chissà della stessa organizzazione ed evoluzione sistemica degli esseri viventi, quindi realizzando studi specializzati di biologia sociale, poi magari applicabili a una presunta dimensione sociale del cervello umano di un individuo, com’è possibile pretendere che scienze, tecniche e tecnologie possano sostanzialmente raggiungere i livelli dei processi umani intersoggettivi, per esempio, così come si manifesterebbero fin dal primo giorno di vita di un umano?

Tenendo poi presente che, come lo stesso Solis ci segnala (7), la saggezza o “la sapienza del collettivo non è solo uno degli attributi umani derivati dall’evoluzione, bensì la stessa e radicale sostanza dell’esistere”.

Esistere umanamente, nella dialettica dello sviluppo di tutte le contraddizioni sociali. Ora globali.

Di cui prima o poi l’umanità più attenta ed attiva giungerà a prenderne atto, fino in fondo questa volta, per poter lottare anche di fronte alla farabutta robotizzazione in corso delle persone.

 

(h)

Ecco un caso tipico di semantiche alienate e celate nel linguaggio, di fronte a questo termine di “soggetto”. Che appunto viene anche usato in senso opposto a ciò che qui mettiamo in rilevo per definire il compimento dell’evoluzione personale, dall’individuo alla persona e dalla persona ‘in sé’ verso quella ‘per sé’ cosciente, disalienata, realmente protagonista attiva e creativa (anti-sistema, tanto per cominciare) che appunto possiamo definire ‘soggetto’. Mentre che proprio questo stesso vocabolo, ‘soggetto’ - con una tipica ed essenziale alienazione semantica della cultura regnante - può indicare l’opposto: cioè la persona assoggettata (!), quindi soggetta, sottoposta, sottomessa a qualche processo, legge, persona, istituzione, eccetera. Come i ben poco rispettabili soggetti di una qualsiasi “sua maestà” oggi tuttavia regnante. Allo stesso modo di un’altra tipica e molto significativa alienazione del linguaggio ufficiale: quando si definisce ‘normale’ (normalizzato?) un fatto, persona o realtà invece di ‘naturale’ e quindi all’opposto di normalizzata (8).

 

(i)

Parliamo qui di autonomia dal Sistema, ben distinta da tutto ciò che concerne le dialettiche sociali, implicite in una viva intersoggettività naturale delle comunità.


Note
(1) https://www.sinistrainrete.info/analisi-di-classe/10873-karlo-raveli-apriamo-connessioni-operaie-globali.html
(2) Antropocene, il nuovo mondo che finisce, di Daniele Conversi e Luis Moreno; http://temi.repubblica.it/micromega-online/antropocene-il-nuovo-mondo-che-finisce/
(3) Clase obrera e internacionalismo indígena,  http://barcelona.indymedia.org/newswire/display/496458
(4) La proprietà privata: questione spaventosamente rimossa dalle sinistre “sinistre”. Assai ben tratta per esempio da Peter Garnsey in “Penser la propriété. De l'Antiquité jusqu'à l'ère des révolutions”, dove mostra chiaramente come “in un’epoca in cui si rivela ogni giorno l’estensione delle distruzioni che in trent’anni di neoliberalismo sono state inflitte al corpo sociale, non ci sembra inutile ricordare che il diritto alla proprietà è una costruzione storica che copre gli interessi delle classi e istituzioni che lo proclamano come naturale, e che la ricchezza e la proprietà sono apparse a molti pensatori di culture ed epoche molto diverse come uno scandalo sia morale che politico ed intellettuale”.
(5) https://www.sinistrainrete.info/analisi-di-classe/10873-karlo-raveli-apriamo-connessioni-operaie-globali.html
(6) Su leificazione (e normalizzazione) vedi l’ultimo commento in: http://barcelona.indymedia.org/newswire/display/495396/index.php  Oppure in: http://barcelona.indymedia.org/newswire/display/515431
(7) La Pecera, di A. A. Solis, in Gara del 31.8.2017, www.naiz.eus/es/iritzia/articulos/la-pecera
(8) Questa messa a fuoco della qualificazione ed evoluzione del nesso individuo-persona-soggetto potrebbe risultare assai più proficua delle proposte che, per esempio, ci offre Jodi Dean in “Moltitudini e partito” / Crowds and Party”, nel capitolo 2. In particolare quando si riferisce ai contributi di Althusser (ma anche di Zizek) sulla questione, soprattutto nei passaggi dove sviluppa il concetto storico marxiano di enclosure (recinzione, chiusura) in rapporto, per esempio, alla cattura dell’individuo – e naturalmente dei beni comuni - da parte del sistema. Ciò che qui affrontiamo a partire dalla dialettica essere-avere dell’esistenza umana, cercando la massima oggettività materialista dei concetti di individuo (animale), persona (‘in sé) e soggetto (‘per sé). Senza per ora affrontare le questioni dell’ideologia e del ‘per sé’ collettivo; e di classe, logicamente.
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Comments   

#1 Luigi 2017-11-22 20:49
Si potrebbe probabilmente sviluppare ancor più il concetto di soggetto, per poter realmente far fronte alla dilagante robotizzazione sociale. Ed alle sue cause più profonde.

Per esempio nel senso antropologico di Mario Blaser, quando propone, rispetto all'Antropocene, un approccio d'ontologia politica che ci permetta di uscire dalle superate – secondo lui – categoríe marxiste dello stile Slavoi Zizek, per esempio.

Quindi: il concetto di persona come approccio a tutte le realtà 'vive' di Gaia, del nostro pianeta. Ben oltre il significato che qui esponi. Concetto che dovremmo cominciare a prendere in considerazione (per esempio nel caso di altre specie viventi), oltre ciò che consideri semplici individui.

Persone con i propri universi, quindi con approcci diversi verso la vita e Gaia – pluriversi – rispetto a quelli delle persone della nostra specie.
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