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sinistra

Apriamo connessioni operaie globali

Verso prossime esperienze e ribellioni per un ancora possibile riscatto dell’umanità

di Karlo Raveli

Luxemburg AccumulazioneCosa unisce l'Europa del 1848, il Biennio rosso 1916-17 con l’epica e poi tragica rivoluzione sovietica, in seguito la tedesca 1918-19 e successivamente la straordinaria cinese (1946-49), con consecutive rivolte di liberazione nazionale degli anni '50 e '60, sfociate a loro volta negli anni sessanta e settanta in straordinari movimenti sociali mondiali, soprattutto giovanili? Possono essere interpretate come tappe significative di maturazione dei potenziali di riscatto dell’umanità.

Si tratta cioè di momenti storici appassionanti che si contrappongono all’allarmante sfondo di un quadro sempre più sconcertante e devastatore, quanto mondialmente concatenato: quello del modello di sviluppo umano ormai dominante da vari secoli e chiamato capitalismo. Per far fronte al quale appare sempre più indifferibile il recupero e la valorizzazione di alcune solide e indispensabili chiavi di conoscenza e coscienza per le ormai indifferibili ribellioni. Chiavi teoriche e politiche, per cominciare, ma anche o forse soprattutto culturali. Oltre all’impellente ricerca di altre nuove o inedite. Il più possibile valide, accessibili ed efficaci per rafforzare decisive ondate di emancipazione e liberazione. Che rinasceranno inevitabilmente, e che è ormai indispensabile trasformare in risolutive, di fronte alla crescita ormai quasi esponenziale di degradazioni di ogni tipo causate dal capitalismo.

Proponiamo perciò alcune piste che speriamo fruttifere per questo lavoro di esplorazione e riscatto, e in seguito di connessione e attivazione globale. Come strumenti aperti e flessibili ma soprattutto robusti e praticabili che, tanto per cominciare, ci facciano scoprire e collegare tutto ciò che accomuna soggetti, movimenti e classi sociali già disposte o attive nelle lotte contro questo mondezzaio1 del Capitale, sempre più infetto e penetrante. Questa cosa che non è una cosa, bensì un patologico rapporto sociale tra persone, sempre più mediate dall’Avere e dai suoi impulsi alienanti. Cioè tra persone intimamente relazionate da cose, come affermava il gran saggio Karl Marx, piuttosto che da sentimenti e consapevolezze collettive naturali.

 

Primo indispensabile lavoro di riscatto

È inevitabile, Marx resta fin’ora un valido punto di riferimento, o se si vuole di partenza, nonostante i suoi logici o naturali limiti e contraddizioni, che chiariremo in seguito. Visto soprattutto, che l’essenziale della sua etica ed approccio critico rispetto al sistema vigente non sembra sia ancora stato superato dopo questo secolo e mezzo di tentativi ed esperimenti.

Allora, tra queste chiavi teoriche e politiche necessarie per capire e poter oltrepassare l’attuale modo di sviluppo umano ve ne sono quattro o cinque assolutamente inevitabili che vorremmo analizzare e utilizzare proprio in funzione di prossime ipotizzabili sfide insurrezionali. Prendendo spunto da un intervento che tenne tempo fa in un incontro Mark Fisher e la cui traduzione - di A. Fumagalli e D. Gallo Lassere - si pubblica in Effimera: “Verso l’Acid Communism. Presa di coscienza e post-capitalismo”, http://effimera.org/verso-lacid-communism-presa-coscienza-post-capitalismo-mark-fisher/. Ma citando anche altri interessanti passaggi, per esempio di “Al di là dell’opposizione tra interesse e identità. Per una politica di classe all’altezza dei tempi” di S. Mezzadra e M. Neumann fhttp://www.euronomade.info/?p=9402). oppure di “Metamorfosi del rapporto capitale-lavoro: l’ibridazione umano-macchina” di A. Fumagalli (http://effimera.org/metamorfosi-del-rapporto-capitale-lavoro-libridazione-umano-macchina-andrea-fumagalli/).

 

Dall’esistenza passiva alla coscienza creativa

Ecco quindi una prima e conosciuta proposta da valorizzare come messa a fuoco generale, o come preambolo che vogliamo ribadire con insistenza; la chiarezza con cui Marx afferma che soltanto un soggetto sociale ‘per sé’ - e non solo ‘in sé’, in modo assoluto - potrà svolgere un ruolo antagonista attivo e definitivo come operatore, emancipatore e liberatore dal modo di sviluppo capitalista2. Ciò che però intendiamo oggi - miglioramento sostanziale - come un ‘per sé’ politicostrategico ben più complessivo di quel che si intendeva quasi sempre finora come ‘classe operaia’.

Non parliamo dunque di un presunto ‘per sé’ di un unico ‘gruppo’ o componente, per esempio quello peculiare dei lavoratori salariati, pur così sovente qualificante se non determinante.

Cioè, non di una ‘classe’ omogenea o un blocco sociale - come del resto la storia insegna dopo tanti fallimenti di ipotesi costruite sui lavoratori - ma trattando invece, conseguentemente, di un ‘soggetto’ con grandi contraddizioni interne travalicanti quelle strettamente legate al lavoro. Con questa analisi vorremmo sottolineare come questa problematica si situi ben oltre l’ambito del ‘lavoro sfruttato’ e tutta la sua molteplice concretezza, per poter “pensare in modo radicalmente diverso la politica di classe: come una politica in movimento della solidarietà e del comune”3. Sottolineando pertanto tutto ciò di fronte a un M. Fisher che sembra invece riprodurre due tipiche confusioni marxiste, quando afferma che se “le persone sviluppano una coscienza di gruppo o di classe non registrano solamente qualcosa che è vero”, o che “quando si costituiscono come gruppo hanno già cambiato il mondo”.

Infatti e tanto per cominciare, il concetto marxiano di classe ‘in sé’ non può assolutamente essere ridotto a quello di gruppo e nemmeno di massa o di inscindibile corpo o ceto sociale. Questo errore riporterebbe all'utilizzo che ne fanno le sociologie capitaliste e disgraziatamente molti marxismi, la cui oggettiva responsabilità è proprio quella di ignorare e persino contraffare l’enorme potenza del preciso ma molto ampio concetto marxiano di classe. Da intendere, oltretutto, come strumento essenzialmente teorico e politico di raffigurazione, appunto, di un soggetto complesso o dimensione sociale abbondantemente eterogenea e contraddittoria. La cui coscienza - quindi potenziale sintesi rivoluzionaria - non si riversa nella formazione o dispiegamento di un ‘gruppo’ o aggregazione corporea indivisibile; magari da interpretare come formazione sociopolitica stabile o permanente.

Al contrario, proprio con la consapevolezza delle sue evoluzioni con ricchissime, prolifiche e rinnovate contraddittorietà che dovrebbero pertanto riflettersi in una straordinaria diversità di movimenti! Anche o soprattutto, come si suol dialetticamente sottolineare, in direzione della negazione finale del sistema, proprio in quanto negazione delle condizioni d’esistenza ‘in sé’ come classe alienata, sfruttata e sottomessa. Perciò, ben oltre le semplificazioni banali, dottrinarie, settarie e retrograde, lavoriste e classiste ancora tremendamente diffuse, soprattutto tra le cosiddette ‘sinistre’ sistemiche. Ma in parte, o in certo qual modo, ancora evidenti anche in determinati marxismi ben più sviluppati, radicali e apparentemente più coerenti con la teoria marxiana; persino definiti come ‘operaisti’...4.

Bisogna però riconoscere, come quest'ultimi inglobino comunque in maniera sempre più esplicita, determinate realtà operaie come “la rivolta delle donne e dei lavoratori migranti, la critica radicale della società e del mondo del lavoro fordista (in particolare da parte della gioventù) (che) hanno aperto un nuovo spazio d’esperienza, al cui interno nuove articolazioni della politica di classe sono divenute possibili”5. Visto anche, o soprattutto, che “non si tratta più di prendere possesso dei mezzi di produzione esternamente dati, si tratta (quindi) di riconquistare l’autonomia del proprio sapere e della propria vita”6; proponendo pertanto quella “coscienza (che) è quindi immediatamente trasformativa” o “un salto di coscienza (che) diventa la base per altre forme di trasformazione” di cui parla Fisher. Trasformazione, che si può convertire in una reale potenza operativa rivoluzionaria - come potere in movimento, di lotta radicale generale su tutto il sistema - precisamente solo a condizione che esprima al massimo le ricchissime diversità e potenzialità contraddittorie prospettate nella dimensione originale marxiana di classe operaia, che illustreremo nei prossimi capitoli.

 

Classe operaia: libertaria operatrice di comunismo?

Ecco allora, la seconda indispensabile chiave: affinché la classe si presenti e sviluppi per sé, è indispensabile che abbia chiara coscienza di tutte le circostanze fondamentali di questa sua portentosa originalità. Sia delle condizioni storiche che la generano e configurano come tale, che della sua conseguente conformazione come un universo sociale molto composito, quanto perfettamente definibile nell’ambito dell’attuale fase capitalista di sviluppo. Trasformandosi quindi da figura teorica, in sé, con una presunta potenzialità sociale esistente ma latente - in questa modalità di sviluppo dove l’Avere governa sempre più l’Essere (umano) - in una consapevole dimensione sociale ‘per sé’ opposta, attiva e proprio come tale in movimento. Cioè, con la coscienza di essere in grado di operare una lotta politica di liberazione generale e radicale su tutte le alienazioni derivate dall’appropriazione capitalista; tra le quali anche lo sfruttamento del lavoro ovviamente!

Solo seguendo questo percorso potremmo parlare di lotte libertarie e di comunismo.

Trattiamo quindi di un riscatto o presa di coscienza dall’ovvio ‘in sé’ per potersi attivare realmente, al fine di raggiungere l’indispensabile emancipazione di tutta la società da valori rapporti e processi del Capitale.

È proprio per questo motivo che abbiamo sottolineato finora in vari modi, che la dimensione che chiamiamo operaia va interpretata come l’unico possibile e categorico soggetto antagonista, radicale e terminale del sistema, come dei suoi spiriti animali fautori e sostenitori. Ma, soprattutto, dei sempre più minoritari protagonisti tangibili che chiamiamo borghesi, capitalisti, padroni, ricchi proprietari, banchieri, finanzieri, dirigenti, trafficanti, eccetera. I quali, proprio per il fatto di proporsi come la determinazione sostanziale oggettiva del sistema, si trasfigurano eticamente da canaglie a persone civili, da un punto di vista umano naturale e quindi anche politico7. Quando non addirittura, in parecchi casi, in manifesti criminali: accettando le responsabilità per il prezzo pagato in lacrime, sudore, sangue, infezioni, corruzioni, inquinamenti, violenze e morti - soprattutto nelle periferie del sistema - in funzione del rimpinzamento progressivo e infinito del proprio patrimonio. Quando parliamo di condizioni storiche quindi, dobbiamo riferirci una buona volta alle cause e circostanze concrete che determinano molto precisamente questo potenziale soggetto, come una enorme negazione di codesto abbrutito sistema. Cioè, cause e circostanze che lo definiscono scientificamente, come si dice spesso, in quanto soggetto o realtà sociale tanto sterminata quanto chiaramente delimitabile, anche se in permanente evoluzione e nonostante i contrasti interni e internazionali. Poco importa se lo si chiama classe, dimensione, estensione, insieme o moltitudine operaia mondiale.

Trattiamo perciò di queste condizioni di base, originarie, che definiscono il concetto di classe operaia mondiale e che si riducono sostanzialmente a tre:

- È un complesso sociale in generale escluso dalla proprietà delle ricchezze e dai potenziali che ne derivano, sia in quanto beni comuni naturali come la terra che come mezzi fisici o virtuali di produzione e comunicazione come diritti, patenti, tecnologie, ecc.8.

- Risulta complessivamente sottoposta e immersa - nel sistema culturale, familiare, educativo, istituzionale, politico, ecc. - in un’infinità di alienazioni e robotizzazioni; anche in questo caso in modi e forme discordanti ma soprattutto ordinariamente inconsce. Di Conseguenza, solo la coscienza collettiva per sé di cui parliamo può smascherare, sviscerare e poi eventualmente smantellare questo novo e particolarmente pervasivo tipo di alienazione.

- Ognuno dei suoi componenti si trova nella condizione forzosa del dover dipendere da un salario per poter vivere o sopravvivere; integrato o assoggettato a una o più manifestazioni ‘produttive’ del sistema complessivo. Cioè, asservito a un qualsiasi processo, entità o persona proprietaria, imprenditoriale o funzionale del capitalismo che da origine e sfrutta diverse forme di lavoro o impiego, che sia salariato o ‘autonomo’. Il lavoro ha assunto infatti le forme più svariate: in ufficio, in fabbrica, in rete, in casa, in aria, mare o terra, fisso, precario, temporale, autonomo, cooperativo o in altri modi produttivi e remunerativi sempre più mutevoli ed individualizzati. Quindi sempre meno omologabili al classico salariato delle famose otto ore delle antiche falci e martelli.

Tant’è che si possono persino prefigurare delle sommatorie sociali artificiali, dette ceti o ‘classi medie’ per esempio - ed ecco il ruolo delle ideologie e sociologie sistemiche! - che corrispondono in realtà a nuove forme operaie (privilegiate?) sorte dall’anticamente cosiddetto ‘proletariato’!

Per non parlare di espressioni e combinazioni produttive attuali, integrate appunto tra comunicazione, consumo e creazione di valore. Sempre più patologicamente individualizzate e inconsapevoli, pur se registrate tra queste fantomatiche ‘classi medie’ e settori ‘consumo-produttori’ di rete o internet.

In ogni caso, affinché sia possibile attivare tutto il potenziale radicale della presa di coscienza per sé, devono essere assolutamente edotte tutte e tre le condizioni che la determinano. Quindi non basta la sola coscienza di una di esse - quella tipica dell’attività salariata, per esempio - per sentirsi, pensare ed operare come classe reale. Come potenziale, complessiva e libertaria operatrice di comunismo.

 

Basta ‘socialismi’ e riforme sistemiche!

Senza le premesse illustrate nel capitolo precedente, ogni movimento insurrezionale vittorioso fatto in nome di una classe castrata o estratta dall’algoritmo capitalista completo che la genera, si installa in più o meno breve tempo in un nuovo ma sempre condizionante assetto sistemico dell’Avere. Basti pensare al capitalismo di stato sovietico che ne è stato il più tragico esempio, dopo un primo - forse fin’ora il più importante - tentativo di uscire da questa sempre più sofisticata e sviluppata barbarie della specie umana. L’unica razza animale che violenta ed uccide i propri simili anche grazie alla creazione di valori, codici, termini e linguaggi congruenti con ogni tipo di abuso e appropriazione. Come il termine all’uso di giustizia, per esempio. O persino di diritti e di pace.

Una barbarie che si presenta come civiltà ‘avanzata’, e che i suoi riformatori e sostenitori ‘socialisti’ pretendono a volte ‘migliorare’... proprio grazie all’incapacità o rifiuto di assumerne tutte e tre le evidenti condizioni e spiegazioni della sua essenza contro natura - appunto: appropriazione, alienazione e sfruttamento. Quando, viceversa, dovrebbero essere contemporaneamente tutte ammesse, sviscerate e studiate, e poi politicamente espresse a fondo per e nelle lotte generali. Per non ricadere in nuove riforme e abbellimenti del mondezzaio!

Che sia appunto con la coscienza tutt’ora così evidente ed ideologicamente dominante della condizione-sfruttamento del lavoro, oppure con quella sempre più incisiva e profonda della soggezione culturale, ideologica (spirituale), simbolica, politica (con tutto ciò che denominiamo alienazioni politico-istituzionali, come oggi quella diffusa di ‘democrazia’), ecc; ma sempre (o soprattutto per chi si pretenda ‘comunista’) con la condizione storicamente principale e determinante, la questione proprietaria. Della cosiddetta ‘proprietà privata’, come si suol dire.

Così decisiva rispetto, per esempio, alla drammatica questione ecologica e all’involuzione climatica del nostro pianeta, con la maggior parte dei cosiddetti ‘beni comuni’ in mano o controllati da una estremamente esigua minoranza, con le proprie finalità, connessioni, associazioni e stati.

In sostanza, così determinante rispetto a tutto ciò che concerne l’appropriazione o espropriazione particolare, storica e complessiva di quasi tutte le ricchezze scoperte, prodotte o ereditate. Materiali o astratte e ‘virtuali’ come i saperi, i ‘diritti legali’, le tecnologie, ecc. Tutto ciò che possiamo definire come congeniti e potenziali beni comuni dell’umanità, siano essi naturali o artificiali, cioè creati dall’attività - lavoro/attività salariata o no - umana. Del resto e in realtà, praticamente sempre in modo collettivo o socialmente connesso.

Ecco perché anche su questo aspetto l’articolo di Fisher appare interessante e conseguente quando afferma che “dalla metà degli anni Settanta a oggi, si nota che le classi sono scomparse dalla scena politica come concetto di base. Oppure sono state arruolate nei modelli socio-politici dominanti, in Europa come negli Stati Uniti e nel Regno Unito”, e che “da allora, abbiamo assistito all’eliminazione del concetto di classe, o meglio, all’eliminazione della coscienza di classe, che non è la stessa cosa dell’eliminazione dei rapporti di classe”. Anche quando cita l’espressione di Wendy Brown “risentimento di classe, senza coscienza di classe” o ricorda “l’eco riscontrato dal libro di Owen Jones, La demonizzazione della classe operaia (2012)” sottolineando come “ci troviamo ad affrontare delle manifestazioni di odio, di umiliazione e subordinazione sociale, ma senza le istanze che prima esistevano per combatterle e senza la coscienza di classe in grado di contrastarle”.

 

Critica marxiana delle prescrizioni marxiste...

Ed eccoci arrivati a una terza indispensabile chiave marxiana: la concezione materialistica della storia, con l’analisi concreta di ogni situazione concreta. Con una dialettica prassistica che ci sollecita a sottoporre la teoria a verifiche permanenti della pratica, e viceversa. Ciò che la stragrande maggioranza delle ideologie marxiste ha troppo poco o per nulla stimolato dopo Marx. Ma ancor peggio, la cui insufficienza ha prodotto un’infinità di sinistre sistemiche (anche se giungono ad autobollarsi ancora come ‘comuniste’, per non parlare delle ‘socialiste’...) già subito dopo la rivoluzione sovietica e tedesca del 1918-19. Cioè, detto chiaro e tondo, che si sono ben guardate dall'applicare la lotta di classe in modo radicale ed esplicito su tutti i suoi TRE fondamenti essenziali. E che di conseguenza hanno permesso - se non facilitato o persino dialetticamente prodotto - le posteriori evoluzioni del capitalismo dopo ogni epoca di grandi lotte9. Fino ad arrivare al sofisticato abbrutimento neoliberista dei giorni nostri, a sua volta avviato - come vedremo - fin dagli anni 70 come ultima risposta generale sistemica alle forti richieste e lotte sociali del periodo.

Proprietà e Avere: parlando in particolare di questa prima condizione di base della dimensione operaia, come quinta ‘chiave’ specifica, costatiamo l’enorme aggravio della sua rimozione anche nell’analisi di classe odierna. Quasi incredibile! Un elemento tremendamente emarginato e che potrebbe in parte spiegare l’emergere dei virus lavoristi del marxismo. Cioè, l'elemento che ha permesso la convenzionale elevazione al grado di classe del solo settore e condizione dei lavoratori sfruttati salariati - denominata ‘classe lavoratrice’, voilà! Con l’assurdo orgoglio del lavoro salariato e con tutte le derive teoriche corrispondenti, come l’esplicita rimozione dalla dimensione di classe di altri movimenti e componenti specifiche: disoccupati, riproduttrici, migranti, autonomi, pensionati, precari, studenti10, ecc. che rispondono invece tutti alle tre condizioni definitorie di base. Insomma, tutto l’enorme e cangiante universo umano che chiamiamo appunto classe operaia. Riproducendo, in fin dei conti, il fondo etico e ideologico dell’ideologia lavorista che sostenta tutto il sistema.

Poco importa che sia poi d’origine cristiana o luterana, produttivistico-progressista, nazionalista, concorrenziale-individualista o tutto ciò che già Paul Lafargue pose così bene in evidenza, proprio di fronte al purtroppo assai tedesco suocero K. M. Basti pensare che la magnifica ode di Lafargue al sano e naturale ozio umano è stata tenuta il più possibile nascosta da quasi tutti i ‘marxismi’, alienandone addirittura il titolo, sostituendo pigrizia con ozio.

Cominciamo pertanto con una dura critica di questo primo errore fondamentale ‘di sinistra’, la non applicazione del cosiddetto materialismo storico e dialettico fino in fondo e la sua conseguente riduzione politica all’ambito delle sole ‘forze produttive’. Inquadrando cioè, con un esempio da riconoscere chiaramente proprio rispetto all’antica esperienza militante dello stesso Marx, quell’inerzia tipica dell’assumere alla cieca le sue prescrizioni politiche - piuttosto che le teoriche più radicali - risultanti dalle circostanze di lotta sociale del secolo XIX. Vale a dire le sue istruzioni tattiche e strategiche dettate dalle primarie esperienze di conflitto operaio, come le storicamente circostanziali dei lavoratori dell’AIL, poi I Internazionale. Con conseguenti e molto gravi contraddizioni rispetto alle differenti opzioni libertarie di allora, la cui rimozione rivela ancora una volta gravi debolezze ‘scientifiche’ dei marxismi su questa terza chiave di lavoro. Con le rispettive e fatali scelte politiche, come ci insegna, per esempio subito dopo il ‘17 sovietico, la terribile ma indicativa tragedia di Kronstadt (1921).

Teorizzando ed operando quindi strategicamente con una classe operaia ridotta all’osso del suo movimento certamente più importante, esplicito ed organizzato in molte tappe precedenti del capitalismo, ma parziale, come oggi ben sappiamo: appunto quello dei lavoratori salariati, soprattutto nel modo che si dirà più tardi dei (più) ‘garantiti’. Oltretutto e essenzialmente lavoratori industriali. Cominciando dal correlativo componente personificato dal cosiddetto lavoratore ‘professionale’ con tutti i suoi sindacati sistemici o riformisti. Certo, logicamente, con una specifica ed enorme potenzialità politica; ciò che Lenin seppe magnificamente valutare e dinamizzare in funzione del processo rivoluzionario sovietico. Ma rispondendo pur sempre già allora - sopratutto nella più avanzata Germania d’inizio secolo XX - a un solo aspetto specifico e definibile della propria composizione del settore salariato, come in Gran Bretagna, Francia o Stati uniti.

Dov’erano infatti le altre figure e settori operai oltre i lavoratori salariati nei primi processi rivoluzionari o insurrezionali del capitalismo industriale? Specificando, dove e come si registravano e manifestavano in senso politico le diverse frazioni della dimensione operaia, come plausibili e specifiche iniziative di lotta? Soprattutto, con precise proposte strategiche inclusive, anche se tatticamente differenziate all’interno di tutto il movimento complessivo? Già a partire da tutta la gamma dei lavoratori industriali con specifici interessi, culture e contrastanti situazioni e coscienze di sfruttamento? E poi includendo l’importante universo della disoccupazione, oppure quell’insieme storicamente celebrato degli operai-soldati, durante o alla fine della prima guerra mondiale; per non saper poi affrontare quello vitale delle operaie della riproduzione, della cura e del sesso, e così via per altre figure oggettivamente di classe, evidentemente già allora esistenti. Alcune, del resto, troppo spesso fagocitate dal discutibile concetto di lumpenproletariat! Con persino delle figure sociali messe in rilievo da associazioni specifiche, ma al margine delle tradizionali e ufficialmente rappresentate dai sindacati. Allo stesso tempo troppo sommerse in concetti come ‘massa’, ‘proletariato’ e persino lumpen appunto; guarda caso semplificazioni comuni tipiche di molti marxismi tradizionali. Che ancor oggi si continua ad utilizzare in modo sbrigativo e generico, quando non velleitario, da frazioni assai settarie e dogmatiche ‘di sinistra’. E non sarà forse anche un po’ il caso di certe ‘moltitudini’11?

 

Il più importante fallimento marxista: la rivoluzione tedesca 1918-19

Proprio nell’ambito di questa troppo inutilizzata terza chiave marxiana, l’analisi concreta della situazione reale di classe, con l’applicazione del cosiddetto materialismo storico anche rispetto ad ogni nazionalità naturale, mi sembra interessante un breve commento sull’impressionante rimozione ‘di sinistra’ o ‘comunista’ dell’esperienza tedesca. Che dovrebbe invece preoccuparci ancor oggi, ricordando l’esito nazista dopo la ‘crisi’ di allora della Germania. Pensiamo ad esempio a Le Pen, Trump, Orban e un troppo lungo eccetera. Una grave rimozione generale, questa del 18-19 tedesco, non solo stalinista - cioè da parte del peggior processo di smantellamento d’inizio secolo XX dell’ideale comunista - ma che riguarda troppe branche del movimento politico cosiddetto ‘comunista’, ivi compresi i vari PC ‘terzinternazionalisti’. Disgraziatamente comunisti; cominciando dal sopruso dell’etichetta.

Perché la disfatta rivoluzionaria tedesca fu un’esperienza così essenziale e quindi fin’ora forse il più importante fallimento marxista?

Rappresenta infatti, in quel momento storico di condizioni politiche e sociali, l’apice delle migliori e possibili condizioni insurrezionali generali realmente anticapitaliste e contemporaneamente la cecità di classe delle varie congregazioni lavoriste ‘di sinistra’ scroccone di Marx, che tentavano di dirigere i disuguali movimenti insorti nelle principali capitali tedesche. Per non parlare dei famosi e funesti commissari giunti da Mosca che ben conobbe Rosa Luxemburg, ad esempio. Alla stregua di quelli inviati vent’anni più tardi nella penisola iberica per soffocare i potenziali rivoluzionari più radicali della resistenza antifascista. Attraverso l’uso delatore e persino poliziesco del partito ‘comunista’ spagnolo, con corrispondenti fucilazioni, torture e liquidazioni varie di ‘estremisti’, poco conformi con un nebuloso fronte repubblicano interclassista. Il contrario, almeno in gran parte, di ciò che riuscì a raggiungere il movimento comunista cinese quasi nello stesso periodo, precisamente grazie all’osservazione, comprensione materialista ed esercizio politico-militare delle “contraddizioni secondarie” o interne al ‘popolo’!

 

Rosa Luxemburg e la democrazia operaia

All’inizio del secolo scorso, la Germania rappresentava come abbiamo detto uno dei pochi stati industriali capitalisti sviluppati. Mentre, per esempio, l’impero russo in ebollizione - nonostante il suo peso geostrategico e poi l’esito ideologicamente operaio dell’iniziativa bolscevica - si presentava ben più socialmente arcaico e periferico dal punto di vista dell’evoluzione sistemica di allora. Soprattutto, rispetto alle forze produttive e corrispondenti composizioni sociali e naturalmente di classe, in tutte le varie nazionalità dell’impero. Oltretutto, in un quadro istituzionale ancora in buona parte feudale.

In Germania però la rivoluzione fallì (1919) e come ragione principale, fosse anche solo quella risultante dall’analisi di testi che ci hanno tramandato i suoi protagonisti, possiamo identificare l’incapacità di percepire, analizzare e riconoscere da un punto di vista marxiano una già molto composita, complessa e preponderante classe operaia. Un elemento già determinante dell’insieme sociale tedesco, pur con ancora presenti certe diverse originalità nazionali interne o regionali. Precisamente, a differenza della ben più arretrata realtà sovietica con enormi settori ‘proletari’, contadini, pastori e persino servitù feudali e ‘tribali’, in parte spiegabili in questo caso dalla molto variata composizione plurinazionale del dominio zarista e poi sovietico.

La stessa Luxemburg, rara perla umana e politica che più di ogni altro compagno di strada tentò di abbozzare linee politiche rivoluzionarie efficaci in quell’impressionante vicenda, non riuscì a sua volta a superare esplicitamente le sommarie categorie di “classe” lavoratrice, proletariato, masse, lumpen, ecc. Sebbene, già avesse manifestato in molti scritti e discorsi significative sensibilità rispetto a determinati riflessi, contingenze e movimenti di superficie che emergevano e riflettevano le rilevanti contraddizioni capitaliste della società tedesca. Tentando perciò di superare i troppo rigidi modelli analitici e politici bolscevichi, che invece l’esito sovietico del ‘17 pareva dover imporre, o almeno avallare come altrettanto validi per la Germania.

Ciò si svela in molti punti del suo lascito teorico e politico, compreso il fatto che dovremmo già poterla considerare una femminista e persino ecologista ante litteram, espresso in termini anacronistici ma che rispecchiano abbastanza bene le sue sensibilità personali.

Come scrive A. Marazzi in “Rosa Luxemburg: rivoluzionaria, donna, femminista” soprattutto per “il suo rigore etico (che) le rendeva insopportabili ambiguità e ipocrisie” in una società che “affonda le sue radici nei tempi antichissimi della preistoria umana e che il potere dell’uomo sulla donna si è espresso nella strutturazione di una società in primo luogo patriarcale (e solo successivamente di classe)”! Tenendo conto tra l’altro come poco dopo “la controrivoluzione burocratica staliniana stroncò - insieme a tante altre cose - anche il possibile affermarsi di un femminismo rivoluzionario in grado di portare, all’interno delle esperienze rivoluzionarie successive all’Ottobre russo, i contenuti di una lotta libertaria contro la discriminazione tra i sessi e l’oppressione femminile, per un’effettiva liberazione di tutti, donne e uomini”12.

Volendo focalizzare meglio la questione della percezione ‘di classe’ da parte della gran rivoluzionaria a proposito del “problema dell’alternativa organizzativa formulata da Luxemburg”13 dovremmo considerare come “il faticoso meccanismo delle istituzioni democratiche possiede un potente correttivo appunto nel vivente movimento delle masse, nella loro pressione ininterrotta”. Trattando naturalmente della democrazia operaia, reale, come ‘potere popolare’, e non del regime parlamentario, partitocrazia e votocrazia vigenti. Infatti “la democrazia si può solo esperire ed imparare continuamente; essa è educazione politica, processo. La democrazia è rapporto sociale, è la forma di un problema, che è in fondo il problema del potere, problema che deve sempre essere tenuto vivo: essa è una espressione vitale del conflitto, della lotta politica; una pressione ininterrotta e perciò incontenibile da qualsiasi forma istituzionale. Si tratta come per lo sciopero di massa di ‘un reale movimento popolare’. Eppure resta aperto il problema della sua afferrabilità concreta. Essa compare come un lampo al centro del momento rivoluzionario e continua a dipendere sempre da quel momento”.

Una questione che chiariscono a loro volta M. Montinelli e T. Rispoli in “Note sparse sulla Democrazia consiliare. A partire da Rosa Luxemburg”14 discutendo del famoso dibattito con Lenin. Quando spiegano come nell’intervento conosciuto come “Assemblea Costituente o Governo dei Consigli” “ritorna allora quella stessa tensione che innervava scritti come quello sullo ‘Sciopero di massa, partito e sindacato’, là dove l’elemento fondamentale su cui riflettere e operare è il ruolo delle masse, la loro capacità di organizzazione dal basso, contro le prescrizioni del sindacato o la meccanicistica funzione di avanguardia del partito”. E ancora:

Quella stessa tensione che Luxemburg esprimerà in maniera quanto mai chiara e potente nel Discorso sul programma: ‘Noi dobbiamo lavorare dal basso e questo corrisponde precisamente al carattere di massa della nostra rivoluzione [...] risponde al carattere dell’odierna rivoluzione proletaria che noi dobbiamo conquistare il potere politico non dall’alto ma dal basso’. [...] Non prescrivere meccanicamente dall’alto, ma, tutt’al più, leggere la tendenza e indirizzare l’azione rivoluzionaria in base a questa lettura. Ma muovendo dal basso, sempre dal basso, potenziando il livello di autorganizzazione del proletariato. Perché ‘è esercitando il potere che una massa impara a esercitarlo. Non c’è nessun altro mezzo per insegnarglielo’.

Una lezione oggi ancor più essenziale, solo a patto però di riuscire ad uscire dalla genericità di termini sbrigativi come “masse”, “proletariato”, “moltitudini” o “popolo” per poter invece identificare in modo chiaro ogni componente, espressione o movimento specifico della classe, con le sue diverse potenzialità d’operatività politica. Perché ognuno di essi ha delle precise concrezioni autodeterminate di lotta da sviluppare, ma sempre potenzialmente - e strategicamente, se vi fosse una dinamizzazione organizzata congiunta - in un’orditura comune di classe operaia. Quindi, per poter superare fino in fondo il capitalismo, con la necessaria coerenza operativa rappresentata finora dalla nozione del “partito rivoluzionario”, come vedremo.

Si vedano oggi - oltre ai lavoratori più tutelati da norme e convenienze produttive, o politiche - le componenti degli intermittenti e precari, delle riproduttrici e di tutto l’ambito sessuale, e della cura, o dei migranti e persino dei rifugiati, e poi via via con pensionati, studenti operai, disoccupati, ecc; insomma tutte le espressioni organizzabili - nell’insieme di classe per sé - che incarnino ed assumano le contraddizioni sistemiche fondamentali.

Una realtà dunque estensibile per esempio a molti movimenti ecologisti, internazionalisti o solidali, ecc. che abbiano confronti o nessi operai su una o tutte e tre le determinazioni di classe. O ancor più nitidamente applicabile a quelli che lottano per il diritto alla casa e alla salute, la concezione dei trasporti pubblici o privati ed il territorio, la centralizzazione multistatale del commercio o le strutture di vita collettiva, di quartiere, e così via! Movimenti che prefigurano oltretutto le indispensabili alleanze con altri settori del cosiddetto proletariato, i contadini tanto per cominciare. Oltre che con specifici e concreti nessi settoriali ma inter/nazionali di classe, per esempio nell’ambito sempre più diffuso delle delocalizzazioni produttive e delle sotto-contrattazioni delle catene commerciali, logistiche, ecc.

Per concludere sul fallimento tedesco, fu proprio grazie all’ignoranza insurrezionale della composizione sociale, e poi di tutta la classe, ma persino del suo settore lavoratore, che le forze reazionarie o riformatrici (socialiste) del sistema riuscirono ben presto ad infiltrare e poi imporre la loro terribile potenzialità politica e istituzionale conservatrice. Combinando come sempre terrore e riforme, divisione ed integrazione. Tanto per cominciare, proprio disgregando lo stesso settore lavoratore per integrarne tatticamente una parte significativa delle figure più ‘professionali’. Grazie naturalmente, come sempre, al servizio della socialdemocrazia, ed aprendo già allora una eccellente pista a Keynes, Roosevelt o Ford.

Non solo, dando i primi passi concreti per la costituzione di quel settore ‘operaio’ che oggi potremmo definire populista-nazionalista: determinante in Germania per il susseguente sviluppo del nazismo e delle sue squallide ma terribili squadre! Un settore che oltretutto darà quasi subito avvio, come vedremo, all’intelligente inganno sociologico e politico keynesiano e post-keynesiano delle cosiddette ‘classi medie’. E tutto ciò fino ad oggi!

 

La quarta chiave marxiana: l’alienazione

Riepilogando, siamo partiti dal cardine marxiano dell'autocoscienza della dimensione-classe per sé, per poi insistere sull’imprescindibile convergenza globale e la coerenza definitoria dei suoi tre elementi originali - proprietà, alienazione e lavoro salariato - menzionando però la loro irrinunciabile e permanente verifica temporale e spaziale: storica, materiale e politica. Da svolgersi, per cominciare, in ognuna delle estensioni nazionali e/o statali della classe globale, ma in una connessione mondiale sempre più necessaria. Visto che, è una dimensione già proprio IN SÉ come parte globalmente organica, cioè sempre più oggettivamente connessa, dell’evoluzione sistemica generale. Indispensabile quindi da conoscere ed esprimere in tutte le sue interne e specifiche estensioni nazionali (e persino regionali), e poi statali, ma allo stesso tempo ben messa a fuoco, ripetiamolo, rispetto alle specifiche dimensioni settoriali - produttive in particolare, dei vari ambiti “dell’economia” - cioè nel contesto planetario rispettivo. Intendendo quindi con il concetto di ‘estensioni nazionali’ della classe, evidentemente, le partizioni operaie delle rispettive migliaia di insiemi culturali e sociali esistenti.

Visto che ci sembra basilare tener conto della realtà, non solo culturale, di piccoli o grandi collettivi “nazionali” sempre più visibili in un mondo dove si parlano tutt’ora più di 5.000 lingue: la maggior ricchezza della nostra specie! Trattando perciò di insiemi e composizioni sociali in molti casi ben vive come popolo, nazione o nazionalità, seppur negati - o proprio per questo - da stati e regimi predisposti dallo sviluppo del sistema istituzionale capitalista. Oltretutto, proprio per questo aspetto, sostanzialmente colonialista e imperialista.

In questo panorama mondiale diventa fondamentale per aprire connessioni attive conoscere e considerare le diverse composizioni, movimenti e proposte di classe di ognuna delle estensioni nazionali della classe globale, cominciando dagli stessi stati metropolitani europei. Parlando oltretutto di realtà nazionali le cui contundenti espressioni radicali e di classe - per chi vi presta un minimo di interesse, per non parlare di solidarietà! - sono ormai da decenni sempre più presenti in ogni continente. Come ciò che intravvediamo oggigiorno osservando per esempio l’eccezionale processo comunalista del movimento rivoluzionario curdo nella Rojava. Definito come “costituzionalismo democratico” e sorto precisamente dal superamento materialista da parte del PKK (Partito curdo del lavoratori) del suo iniziale dogmatico o essenzialmente ideologico passato marxista. O di idealismo marx-leninista.

A questo punto dell'analisi, diventa necessario confrontarsi con l’infinita e complessa dimensione dell’alienazione operaia e capitalista generale.

Per sviscerare “la crescente percezione delle relazioni sociali, delle concezioni e delle forme di soggettività capitalistica come cause inevitabili, impossibili da sradicare”, come si propone in termini di “deflazione della coscienza” proprio all’inizio del testo “Verso l’Acid Communism”15. (Visto che) “l’emergere di questa percezione è direttamente correlata con la recessione del concetto di coscienza all’interno della cultura. (Per cui) dobbiamo capire il neoliberismo non come si è cercato di presentare, ovvero in termini di libertà individuale, ma come una strategia diretta in primo luogo alla distruzione delle manifestazioni di crescente consapevolezza emerse in quel periodo”, parlando delle lotte degli anni Sessanta e Settanta.

Che noi specificheremo però assai meglio in questi termini: “deflazione della coscienza (..) direttamente correlata” con il riflusso teorico, sia dello studio e conoscenza materialista che dello stesso concetto marxiano d’alienazione. Proprio all’interno della dimensione operaia, di classe. Alcuni potranno poi aggiungere: e all’interno della movenza ‘comunista’. O ‘di sinistra’. O ‘anarchica’ ecc.

Ciò che in parte si riconosce più avanti sempre in “Verso l’Acid Communism” quando si afferma nella sezione “Presa di coscienza” che soprattutto grazie all’incidenza del femminismo socialista “è stato possibile prendere in considerazione un’attività rivoluzionaria che va oltre il modello leninista standard, concentrato sul lavoro manuale, lavoro salariato di fabbrica, ecc, la cui importanza andava già scomparendo nel ‘nord globale’, ma che trova ancora malinconicamente posto nei programmi e nell’azione politica della sinistra”.

Ma ecco, sempre e poi sempre lavorismo, con la riduzione della questione dell’alienazione all’attività salariata. Cioè - e lo riprendiamo qui da un ben diverso punto d’osservazione -riducendola:

All’alienazione concreta e immediata del lavoro, che però corrisponde all’alienazione generale dell’attività produttiva dell’essere umano e perciò di una parte determinante della sua vita. Ed è quindi solo un elemento o aspetto dell’alienazione fondamentale: la condiscendenza vitale, passiva od attiva, verso il dispositivo capitalista generale, alle sue leggi, valori e principi. Precisamente ciò che grandi moltitudini alienate hanno assunto come normalità vitale, dovendo entrare fisicamente e mentalmente con gran parte o con tutta la loro esistenza nei meccanismi di proprietà e valorizzazione capitalista. Già fin da quando cominciamo a prendere più o meno coscienza della realtà diventando adulti e ‘responsabili’. Per come siamo educati e formati, normalizzati e formattati dai meccanismi riproduttori del modello imperante. Prima di tutto la famiglia monogamica classica ‘metropolitana’, e poi la scuola16.

Ricollegandoci di nuovo a Fisher, va detto che non si parla solo di malinconie, visto ciò che affronterà per esempio più avanti sotto il titolo “Sfruttamento e promozione di sé” sempre parlando di merce in termini marxisti tradizionali. Mentre ormai sappiamo che la materia - come ci segnala la dimensione di Higgs - non si può più solo ridurre alle dimensioni spaziali tradizionali, e persino dello spazio-tempo; cioè alla fabbrica e produzione tradizionale che lavora con masse-macchina per trasformare materiali-massa in merce, potremmo dire. Anche se poi, in questi paragrafi ci propone un altro passo avanti quando si addentra nella valorizzazione per mezzo della “promozione”, segnalando oltretutto nell’evoluzione capitalista attuale “una sorta di livello distopico” spaventoso dovuto al “grado di influenza del capitale sulle sfere del nostro tempo e della nostra coscienza reso possibile dai recenti sviluppi tecnologici”17.

Allora, quelle che vengono identificate come malinconie si riveleranno bensì il frutto della grossa difficoltà - oltre al dover sviscerare le nuove forme di ‘produzione’ di valore già segnalate - del sapersi staccare dall’assoluto impero ed alienazione lavorista del soggetto di classe. Vale a dire del riuscire a reimpostare proprio la questione del lavoro ben subordinata a tutte e tre le determinazioni della dimensione operaia: con la proprietà come presto vedremo, e l’alienazione generale come abbiamo appena visto. Ciò che ci permetterebbe di perfezionare anche la decisiva critica di Lukacs verso coloro che riducono essenzialmente il capitalismo a una forma di economia; quando invece lo dobbiamo considerare come la costituzione di un “vero mondo storico, un sistema totale che trasforma in profondità tutti gli aspetti dell’esistenza umana”18.

Ma non solo. Oggi dobbiamo cogliere e sviluppare tutta questa critica - quindi completare la messa a fuoco delle nostre cinque chiavi - rispetto per esempio a quel che si può definire come la “crescente centralità degli algoritmi” nel modo di sviluppo capitalista e “nelle pratiche organizzative che si sono diffuse, grazie all’importanza delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, sia nella produzione che nella circolazione, dalla logistica industriale alla speculazione finanziaria, dalla pianificazione urbanistica e il design urbano alla comunicazione sociale”. Parlando quindi della questione del rapporto tra algoritmi e capitale, come sviluppa acutamente T. Terranova in “Red stack attack! Algoritmi, capitale e automazione del comune” in un testo che “vuole essere un documento, sintetico ma possibilmente innovativo, che fa riferimento a un ‘sapere sociale’ diffuso sul digitale, articolando una serie di problemi, tesi e relazioni al confine tra teoria politica e ricerca su scienza, tecnologia e capitalismo”. Testo da cui abbiamo preso tutte le citazioni di questo paragrafo19.

 

Alienazione e idealismi marxisti. Anti-materialisti

Approcci alla realtà sistemica eccessivamente economicisti e lavoristi corrispondono inevitabilmente ad una delle principali espressioni idealiste del marxismo. Più precisamente, dei diversi marxismi, da intendere soprattutto come nuove ideologie, e che fanno parte a loro volta dei più sofisticati processi d’alienazione ideologica e culturale capitalista. Anche o soprattutto in caso di capitalismo di stato, URSS, RPC, ecc. Precisamente, nella linea del primo esperimento sovietico, con la terribile sequenza dello stalinismo che ha ridotto a pura ideologia la stessa concezione comunista marxiana. Traviandone non solo la teoria, forse più di ogni altro fenomeno ‘marxista’, ma la sua stessa base etica, i suoi valori, i concetti e le semantiche radicali.

Per questo parliamo - proprio nella dimensione di questa quarta chiave marxiana, l’alienazione - di idealismi marxisti, purtroppo ancora troppo diffusi. Quindi, in termini marxiani, per nulla materialisti e di conseguenza solo in parte ereditati da quell’abnorme fenomeno storico dell’URSS che più di ogni altro ha affogato un progetto d’emancipazione pieno di aspettative verso una transizione sociale realmente democratica e comunistica.

Soprattutto perché, val la pena di ripeterlo, è proprio da questa fonte contaminata del ‘socialismo reale’ che si è via via estesa una concezione estremamente lavorista della dimensione operaia, quella famosa ‘classe lavoratrice’ delle rosse bandiere con falci e martelli che proprio non è una classe nel senso originale. Quando poi appunto si giunge nella prassi, ricordiamoci per esempio del cosiddetto ‘68, a escludere dalle ‘lotte’ - grazie al sindacalismo sistemico o ‘riformista’ - altri interi settori e figure operaie come gli studenti, le riproduttrici, i precari o i disoccupati; oggi del resto sempre più coscienti e attivi20.

Tornando a Fisher e alle malinconie, la conclusione del capitolo “Sfruttamento e promozione di sé” risulta problematica in quanto evita di trarre delle conclusioni precise riguardo al lavoro (e di conseguenza della classe!). Se è indubbiamente condivisibile ciò che afferma sui nuovi mezzi tecnologici personali che:

[...] permettono questa forma di sovra-sfruttamento nel quale gli uomini e le donne non sono mai liberi dal lavoro, dallo spettro del lavoro o dallo spettro dell’ansietà. E ovviamente, ciò non significa che tutti quanti abbiano del lavoro; la chiave di questo meccanismo non risiede tanto nel lavoro quanto piuttosto nella disponibilità al lavoro. La differenza tra un disoccupato e il mio lavoro è spesso minima oggi.

Non approfondisce però le cause di questa “disponibilità” allo sfruttamento o lavoro salariato, e quindi dell’esigenza di risalire alle origini del sistema, e soprattutto di questo soggetto “produttivo”21. Riannodando ad esempio il filo delle alienazioni sistemiche storiche, già precapitaliste. Come la capitale alienazione patriarcale, tanto ultra millenaria come tante altre corrispondenti proprio alla proprietà. A partire dal neolitico, come si suol dire. Cioè con l’impressionante evoluzione della nostra specie a proposito dei valori dell’Avere rispetto all’Essere. Con tipiche e correlative reificazioni e leificazioni via via sviluppatesi nei vari e successivi modi di produzione e appropriazione22.

Solo così assume un senso profondo, e libertario comunista, l’evocazione positiva del femminismo che ci propone Fisher nell’articolo. Proprio rispetto alle caratteristiche di un operare strategicamente risolutivo su tutte le possibili questioni vitali, assieme a tutta un’umanità ben collegato a partire dalla complessità e interconnessione della dimensione operaia. Quindi rispetto a tutte le profonde e patologiche radici del sistema vigente, tra le quali il patriarcato è parte essenziale.

Aprendo tattiche, strategie e connessioni operaie globali che permettano lo sviluppo e l’integrazione dinamizzatile nel processo rivoluzionario (d’emancipazione e liberazione) di tutte le possibili risorse umane. Comprese persino quelle che già in parte si sviluppano nei vari continenti, dalle Ande alla Siberia, dallo stato indiano al cinese, con tutta la ricchezza di centinaia o migliaia di culture ‘nazionali’ - definite troppo spesso e in modo negativo come ‘tradizionali’ o persino tribali -che a volte mantengono e sviluppano profondi e positivi legami collettivi con la natura23.

Oltre le alienanti ‘razionalità’ dell’intelligenza e cultura metropolitana più o meno codificata; ed oggi omologata sempre più a fondo nell’etica capitalista. Considerando persino le realtà di tutta la dimensione informazionale (e quindi energetica) universale umana, ciò che spesso cataloghiamo, riduciamo o bolliamo come ‘spirituale’. Mentre ci integriamo e sottomettiamo sempre più all’invasivo universo virtuale individualista, il bio-ipermedia cittadino o delle ‘società civili’ amministrato da poche imprese globali di internet , e che T. Terranova affronta così bene24.

Proprio per poter aprire queste connessioni operaie globali, nella prospettiva di prossime inevitabili ribellioni o processi di riscatto dell’umanità, dobbiamo avere il coraggio di discernere () cause e caratteristiche dei precedenti e più significativi tentativi di superamento della barbarie capitalista, della sua etica, norme e matrici reali. Criticando i condizionamenti ideologici - sempre alienazioni -che ci allontanano da molte chiavi teoriche utili, o persino indispensabili, come le cinque che proponiamo qui, tra le molte altre esistenti nella storia di liberazione ed emancipazione umana. Questo comporta il superamento delle vecchie formule di connessione, e di organizzazione. Locale, nazionale o globale.

Come esempio di un nuovo modello seguiremo, alla fine di questo contributo, le tracce di un’esperienza già molto avanzata - anche se poi abbandonata o smantellata - come quella basca del KAS. Per alcuni versi assai vicina alle potenti proposte che ora ci giungono dalla straordinaria vicenda curda. Proprio nella direzione, come scrivono Mezzadra e Neumann nelle conclusioni25, di una “politica di classe [...] oggi piuttosto pensabile soltanto come una politica in movimento della solidarietà e del comune, in cui i propri interessi si collettivizzano e si coniugano con una comprensione degli altri: come processo di solidarizzazione”.

Cerchiamo quindi di avanzare con la quinta chiave di questo urgente lavoro di connessione operaia globale. Per le prossime ribellioni e avvenimenti di un ancora forse possibile riscatto generale dell’umanità. Trattando più a fondo il primo elemento definitorio del concetto teorico di classe: la proprietà.

Comments   

#1 Giorgio 2017-11-10 19:47
Mi sembra una definizione strategica abbastanza difficile da decifrare, ma molto arricchente e illuminante, persino in rapporto alle eccellenti proposte sviluppate da Ortiz de Zarate in "Alternativas al poder corporativo", che non ho trovato in italiano.
(http://www.icariaeditorial.com/libros.php?id=1632)
Infatti la formulazione di premesse (6), agende, proposte (20) e misure politiche (90) di Ortiz de Zarate non sopporta in modo sufficiente, mi pare, le basi molto profonde e chiare per una strategia globale che si presentano qui. Per superare questo sistema criminale che ci conduce tutti verso il disastro.
Quote

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