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la citta futura

L’ultima Metamorfosi di Proteo

di Raffaele Picarelli

I fondi europei per la ripresa post Covid-19 sono destinati quasi esclusivamente a creare un ambiente favorevole all’aumento dei profitti. Ne fanno la spesa i contratti nazionali di lavoro, il lavoro stabile, la legalità e il carattere dell’istruzione pubblica

be75ab89b7b7f53e3f145f94bfa744db XLLa marcia di avvicinamento

Nel maggio scorso la Commissione europea propose al Consiglio l’adozione di un «bilancio raf­forzato dell’UE per contribuire a riparare i danni economici e sociali immediati causati dalla pande­mia da coronavirus, dare avvio alla ripresa e pre­parare un futuro migliore per la prossima genera­zione».

La Presidente della Commissione europea Ur­sula von der Leyen così si espresse al termine dei lavori: «Con il piano per la ripresa [Next Gene­ration EU] trasformiamo l’immane sfida di oggi in possibilità, non soltanto aiutando l’economia a ri­partire, ma anche investendo nel nostro futuro: il Green Deal europeo e la digitalizzazione stimole­ranno l’occupazione e la crescita. La risposta UE alla crisi si protrarrà fino al 2027 concentrandosi nei primi anni cruciali della ripresa. Next Genera­tion EU [Recovery Fund] si articolerà su tre pilastri [per] mobilitare investimenti in un’Europa verde, di­gitale, resiliente [...]. Gli investimenti pubblici rive­stono un ruolo fondamentale per una ripresa equi-librata e sostenibile. La maggior parte dei finanzia­menti NGEU, oltre l’80%, sarà pertanto destinata a sostenere investimenti pubblici e riforme strutturali fondamentali negli Stati membri».1

Occorre poi «un’azione urgente per una ripresa guidata degli investimenti privati in settori e tecno­logie fondamentali. Tali investimenti sono impre­scindibili per il successo delle transizioni verde e di­gitale. La Commissione stima che nel periodo 2020-2021 il fabbisogno di investimenti ammonterà ad almeno 1500 miliardi di euro. Gli investimenti in settori e tecnologie fondamentali, dal 5G all’intel­ligenza artificiale, dall’idrogeno pulito alle energie rinnovabili [...], rappresentano la chiave del futuro dell’Europa».

Oltre il dispositivo per la ripresa e la resilien­za (la linea di credito poi approvata dal Consiglio europeo per complessivi 672,5 miliardi di euro), la Commissione ha proposto di rafforzare il program­ma Invest EU, «il programma faro di investimento europeo [in tutti gli Stati membri] per mobilitare risorse in settori quali le infrastrutture sostenibili e la digitalizzazione. In tale contesto la Commissione propone di creare un nuovo dispositivo per gli inve­stimenti strategici per investire in catene di valore fondamentali per la resilienza [capacità di un siste­ma economico sociale di adattarsi ai mutamen­ti] e l’autonomia strategica dell’Europa del futuro nell’ambito delle transizioni verde e digitale. [...]. La maggior parte delle misure proposte a sostegno della ripresa saranno promosse da Next Generation EU [...] uno strumento eccezionale e temporaneo [...] che consentirà alla Commissione di contrarre eccezionalmente prestiti fino a 750 miliardi di euro per conto dell’Unione attraverso l’emissione di ob­bligazioni per misure da attuare nel periodo 2021-2024». 2

Si tratta di una mole di misure impegnate su­periore a quelle dello European Recovery Plan (il piano Marshall) del 1948, con il quale gli USA a condizioni molto onerose concessero sussidi e pre­stiti a tutti gli Stati europei, Turchia compresa (12,7 miliardi di dollari, di cui 1,2 sotto forma di prestiti).

L’ammontare complessivo del piano fu calcola­to nel 2,5 3% del Pil aggregato dei Paesi europei. La somma dei sussidi e prestiti dell’attuale Reco­very Fund è pari al 5% del Pil 2019 dell’Unione. Per l’Italia l’entità complessiva dei fondi del piano Marshall fu pari all’8,39% del Pil del 1948; quello dell’attuale piano di ripresa è pari all’11,19% del Pil 2019.3

L’erogazione delle risorse del Piano sarà condi­zionata, non solo per l’Italia, a un piano nazionale di riforme coerente con le Raccomandazioni che la UE rivolge distintamente a ciascun Paese nell’am­bito del cosiddetto semestre europeo. I finanzia­menti arriveranno per tranche, col progredire delle riforme, sul modello della Banca mondiale. Le ul­time raccomandazioni proposte dalla Commissione (ma non ancora approvate dal Consiglio) risalgono al maggio 2020. Tali atti comunitari dovranno es­sere il riferimento degli Stati membri per ottenere interventi facilmente finanziabili.

Con queste raccomandazioni si chiedono poli­tiche d’investimenti pubblici nel campo dell’assi­stenza sanitaria, degli ammortizzatori sociali, del­la scuola e istruzione. È sollecitata la riforma della Pubblica Amministrazione (PA), la sua digitalizza­zione, la riforma della giustizia civile. Sono racco­mandati gli investimenti per la transizione verde: allo scopo di trasformare l’Italia in un’economia «climaticamente neutra bisogna insistere su nuove fonti rinnovabili ed efficienza energetica».4

Ai cosiddetti Stati Generali voluti dal governo e tenutisi a Roma nella sede presidenziale di Villa Pamphili dal 13 al 21 giugno scorsi, la Presidente von der Leyen ribadisce la richiesta di una giustizia e di una PA più efficienti in Italia. Il Presidente del Consiglio anticipa le linee essenziali del Program­ma nazionale di riforma che sarà approvato dal Consiglio dei ministri il 6 luglio successivo. «Da venti anni il nostro Paese sconta tassi di crescita del Pil e della produttività sotto la media europea. Non possiamo permetterci un semplice ripristino della normalità ante-Covid [...], dobbiamo approfittare [delle sovvenzioni] per tramutare la crisi in oppor­tunità [...].Stiamo lavorando», prosegue, «per una PA più efficiente, digitalizzata. Dovremo [...] ridur­re drasticamente le emissioni di gas clima-alteranti e migliorare l’efficienza energetica dell’economia».5

Una buona dose di realismo viene dal gover­natore della Banca d’Italia Visco che, da un lato, invita a «sfruttare appieno le opportunità offerte dai nuovi programmi europei», dall’altro ricorda che i fondi europei non potranno mai essere gra­tuiti: «Un debito dell’Unione europea è un debito di tutti i Paesi membri e l’Italia contribuirà sempre in maniera importante al finanziamento delle iniziative comunitarie, perché è la terza economia dell’Unio­ne». Le aree di intervento sono quelle solite: una PA capace di garantire servizi di qualità «con pro­cedure semplificate [...], una giusta attribuzione di responsabilità» e «una giustizia più veloce in gra­do di garantire il pieno rispetto delle regole». Poi lo sviluppo delle infrastrutture e dei settori ad alto contenuto innovativo (ad esempio la banda larga ultraveloce) e gli investimenti in ricerca di eleva­ta qualità. «Tutto questo», finanziabile con tagli di spesa («ricomposizione del bilancio pubblico»), re­cupero di base imponibile, riduzione dei tassi del debito pubblico, buon uso dei fondi europei, «raf­forza in termini strutturali la crescita dell’economia e la produttività». Basta un aumento di mezzo pun­to di quest’ultima per assicurare una crescita del Pil dell’ 1,5%, «il valore medio annuo registrato nei dieci anni precedenti la crisi finanziaria globale».6

Il governo in quei giorni di giugno anticipa ai cosiddetti Stati Generali la proposta complessi­va di politica economica che troverà poi posto nel Programma nazionale di riforma (Pnr), base, a sua volta, del Recovery Plan, piano pluriennale che governo intende consegnare alla Commissione entro il prossimo 15 ottobre al fine di utilizzare i finanziamenti previsti dai programmi di NGEU. E lo anticipa alle varie parti pubbliche e private, alle associazioni di categoria, alle partecipate pub­bliche, alle grandi imprese private. Sono indicate le priorità. Il capitolo «Un paese completamente digitale» contiene la finalità del «connettere tutti». Per il governo significa una rete nazionale unica in fibra ottica, la rete 5G, investimenti nella cybersecurity. Bisogna rafforzare gli investimenti digitali del Paese (pubblici e, con l’incentivo dello Stato, privati), quali l’intelligenza artificiale, la robotica, i servizi di cloud, i pagamenti digitali; bisogna su­perare il digital divide con l’erogazione di voucher a imprese e famiglie e completare la rete unica per le cosiddette «aree bianche e grigie».

Il capitolo Un Paese con infrastrutture più si­cure ed efficienti coincide in gran parte con il co­siddetto Piano #italiaveloce «per un’Italia ad Alta velocità ferroviaria, aerea e marittima» presentata al capo del governo dalla ministra delle infrastrut­ture Paola de Micheli. L’essenza del piano è costi­tuita dalle opere prioritarie da realizzare: 13 tratte ferroviarie e 39 tra strade e autostrade. Sono quat­tro le direttrici che per la ministra completeranno il disegno dell’Alta velocità di rete (AVR). Nella lista delle 13 ferrovie prioritarie spicca al primo posto il tunnel della Torino Lione. Per i porti sarà data priorità alla digitalizzazione della logistica e alla ICT (acronimo di information and comunication tecnology, cioè tecnologie riguardanti sistemi inte­grati di telecomunicazioni, computer e tecnologie audio video). Per gli aeroporti un piano generale con priorità ai collegamenti ferroviari veloci. Poi c’è la mobilità urbana sostenibile, con finanziamen­ti a bus elettrici e a metano e a nuovi metrò. Tutto il Piano #italiaveloce vale 196 miliardi, di cui 129 di­sponibili, e mira a un finanziamento NGEU di poco inferiore a 100 miliardi. Ma su questo torneremo in maniera articolata più avanti.

Il capitolo Un Paese più verde e sostenibile comprende la transizione energetica, cioè progetti per energie rinnovabili e per la decarbonizzazione, oltre a incentivi per l’economia circolare, l’invocato nuovo paradigma di sviluppo inspirato alla soste­nibilità e all’innovazione, assunte come parti inte­granti del business aziendale e come scelta strategi­ca di competitività.

Afferma Carlo Messina, ad di Banca Intesa: «Vogliamo accompagnare la transizione delle no­stre imprese verso un modello vincente che sta at­traendo crescenti investimenti ispirati a sostenibilità e innovazione: solo in Europa 320 miliardi nei pros­simi anni».7 Mentre Unicredit è andata più avanti, ci informa Luca Iacoboni su il Manifesto dell’8 ago­sto, e ha annunciato nei giorni scorsi che eliminerà entro il 2028 tutti gli investimenti legati al carbone.

Il capitolo Un tessuto economico più competi­tivo e resiliente per le imprese, tratta dei rilevanti sostegni a quella che viene definita quarta rivolu­zione industriale (argomento vasto su cui tornere­mo), quali il potenziamento del piano Transizione 4.0 del piano Impresa 4.0 plus, con gli incentivi ai progetti di automazione, blockchain e transizio­ne green. Tratta poi della ricapitalizzazione delle imprese, del sostegno all’export, dell’attrazione di investimenti anche con flussi di ritorno di imprese italiane delocalizzate.

Il più modesto capitolo riguardante il campo del lavoro comprende la riforma degli ammortizza­tori sociali, il rinnovo del Naspi, il salario minimo, la rimodulazione dell’orario di lavoro e lo smart working.

C’è infine il più ampio capitolo riguardante la sburocratizzazione e digitalizzazione delle PA, la formazione e il sistematico rapporto diretto tra ri­cerca innovativa e impresa, la riforma della giusti­zia con la revisione del processo civile e di quello penale.

Siamo cronologicamente giunti, a questo punto, al già richiamato Programma nazionale di riforma (Pnr) la terza parte del Documento di Economia e Finanza 2020 (posticipato da aprile a luglio a causa della pandemia), deliberato dal Consiglio dei mini­stri il 6 luglio 2020.

Ma prima di procedere all’esame di questo corposo documento annuale, quest’anno assai più importante, che riguarda la politica economica, la politica industriale, l’ipotesi di una riforma dello Stato, la mutazione dell’idea stessa dei rapporti e del conflitto sociale e, più in generale, dell’idea di democrazia, è necessario introdurre una non bre­ve digressione sull’innovazione tecnologica, sulla quarta rivoluzione industriale, sul Piano nazionale Industria 4.0 e anche sull’impalcatura generale di Next Generation EU.

 

La “quarta industrializzazione”

Nell’ottobre 2016 Assonime, l’associazione tra le società italiane per azioni, tenne un importante seminario su Agenda digitale, Industria 4.0, Digital Single Market.

Al seminario partecipò l’allora ministro per lo sviluppo economico Carlo Calenda. Il convegno aveva preceduto di poco l’adozione da parte del go­verno, del Piano nazionale Industria 4.0.

La relazione introduttiva fu tenuta da Stefano Micossi di Assonime, il quale esordì dichiarando che la tecnologia digitale stava cambiando profon­damente gli scenari di mercato. In tutti i settori economici non solo nell’industria ICT ma an­che nei comparti tradizionali dati, piattaforme e connettività erano diventati strumenti chiave per l’ottimizzazione dei processi produttivi. Nel setto­re pubblico la digitalizzazione avrebbe fornito la possibilità concreta di cambiare il funzionamento della PA, aumentandone l’efficienza e riducendone la spesa. La politica pubblica a livello europeo e nazionale, continuava Micossi, aveva il dovere di accompagnare queste trasformazioni per coglierne le potenzialità positive per l’economia.

Se in Europa la realizzazione del mercato uni­co digitale poteva permettere di superare il rischio di una stagnazione secolare, per l’Italia «la digita­lizzazione sia sul versante delle infrastrutture che su quello della formazione e dei servizi, [poteva] aiutare a recuperare la competitività perduta». Era centrale, sosteneva il relatore, la questione delle infrastrutture digitali e della connettività da rea­lizzare con denaro pubblico. «La Commissione eu­ropea», continuava Micossi, «da tempo prospetta nuove esigenze di connettività e prevede che entro il 2025 si debba assicurare una connettività di al­meno un Gigabit al secondo per imprese ad alta in­tensità digitale, scuole, centri di ricerca, poli di tra­sporto e prestatori di servizi pubblici». Le analisi della Commissione europea, proseguiva Micossi, mostrano un’Italia in posizione arretrata, sul fronte della digitalizzazione, nel confronto internaziona­le, per connettività, capitale umano, uso di internet, integrazione della tecnologia digitale nell’attività d’impresa, servizi pubblici digitali. «Per un’efficace governance dell’agenda digitale, ossia per met­tere progressivamente a punto la strategia digitale e attuarla a ritmi sostenuti occorre uno stabile endorsement a livello politico, con una posizione alta e unitaria».

Nelle pagine precedenti abbiamo dato conto di molteplici posizioni politiche, economiche, finan­ziarie alte e unitarie, ma lo stabile endorsement e la potente accelerazione l’ha data Covid-19.

Di lì a poco il ministero dello sviluppo econo­mico, con una nota del 7 dicembre 2016, comuni­cava che, con l’approvazione della legge di Bilan­cio, si dava attuazione al Piano nazionale Industria 4.0. Si esprimeva molta soddisfazione: «La politica industriale torna al centro dell'agenda politica. Il pacchetto di misure intende rilanciare la competi­tività delle imprese italiane, sostenendole nei loro programmi di investimento e innovazione. Credito d'imposta per la ricerca e lo sviluppo, super e iperammortamento sugli investimenti in beni materiali e immateriali, potenziamento degli sgravi fiscali sul salario di produttività, rafforzamento delle misure a favore delle PMI innovative [...]. Il piano prevede un impegno di risorse pubbliche che non ha prece­denti nella politica industriale del Paese».

Per l’importanza che riveste nelle scelte stra­tegiche di competitività nel movimento attuale del capitale, è necessaria una breve disamina del Piano nazionale Industria 4.0 (negli anni successivi dive­nuto prima Piano nazionale Impresa 4.0 e da ultimo Piano Transizione 4.0). La sua finalità è di favorire gli investimenti e accrescere la produttività e l’in­novazione delle imprese.

Oggi e il prossimo futuro vedono lo svolgimen­to della quarta rivoluzione industriale.

La prima (fine 18°/inizio 19° secolo) si sviluppò con l’introduzione della «potenza vapore per il fun­zionamento degli stabilimenti produttivi» : utilizzo di macchine (strumenti di produzione) azionate da energia meccanica.

La seconda (inizio 20° secolo) vide l’introdu­zione dell’elettricità, dei prodotti chimici e del pe­trolio: produzione di massa e catene di montaggio (taylorismo, fordismo).

Con la terza abbiamo assistito all’utilizzo dell’elettronica e dell’IT per automatizzare ulte­riormente la produzione: introduzione di robot in­dustriali e computer.

La quarta, di oggi e del prossimo futuro è carat­terizzata dall’utilizzo di macchine intelligenti, in­terconnesse e collegate a Internet: connessione tra sistemi fisici e digitali, analisi complesse attraverso Big Data e adattamenti real time.7

Le tecnologie innovative sono numerose; qui di seguito ne nominiamo alcune, oggetto di interventi agevolativi di vario genere in tutti i Paesi industria­lizzati:

Advanced Manufacturing Solutions - si tratta di robot collaborativi interconnessi e rapidamente programmabili.

Simulation simulazione tra macchine inter­connesse per ottimizzare i processi.

Horizontal/vertical integration - integrazione delle informazioni lungo la catena del valore dal fornitore al consumatore.

Industrial internet - comunicazione multidirezionale tra processi produttivi e prodotti.

Big Data and analytics - analisi di un’ampia base di dati per ottimizzare prodotti e processi pro­duttivi.

I benefici attesi dall’utilizzo di tali tecnologie sono:

Flessibilità - maggiore flessibilità attraverso la produzione di piccoli lotti ai costi della grande scala.

Velocità - maggiore velocità dal prototipo alla produzione in serie attraverso tecnologie innovative.

Produttività - maggiore produttività attraverso minori tempi di set up (di impostazione), riduzio­ne di errori e fermi macchina.

Qualità - migliore qualità e minori scarti me­diante sensori che monitorano la produzione in tempo reale.

Competitività prodotto - maggiore competiti­vità del prodotto grazie a maggiori funzionalità de­rivanti dall’internet delle cose (IoT).

La cabina di regia di Industria 4.0 comprende 6 ministeri più la Presidenza del Consiglio, alcuni istituti universitari d’eccellenza, Centri di Ricerca, Cassa Depositi e Prestiti, Confindustria e Organiz­zazioni sindacali (CGL, CISL, UIL, UGL).

Le linee guida del governo, secondo Industria 4.0 sono di orientare gli strumenti esistenti per fa­vorire il salto tecnologico e la produttività e di co­ordinare i principali stakeholder (soggetti coinvol­ti) senza ricoprire un ruolo dirigista. Le direttrici strategiche del Piano Industria 4.0 puntano a incen­tivare gli investimenti privati nelle tecnologie in­novative (quali quelle sopra elencate), ad aumentare la spesa privata in ricerca, a rafforzare la finanza innovativa di supporto e le competenze, attraverso la formazione digitale e l’alternanza scuola/lavoro. Mirano inoltre ad accompagnare il piano median­te la realizzazione di infrastrutture di rete (piano banda ultralarga), strumenti pubblici di supporto, quali la garanzia degli investimenti privati, il so­stegno dei grandi investimenti innovativi (iperammortamento agevolato al 140%), il rafforzamento e il presidio dei mercati internazionali e il suppor­to dello scambio salario-produttività attraverso la contrattazione decentrata aziendale.

Il Piano Transizione 4.0, di recente varo, è un piano triennale (2020 2022) in cui poco cambia tranne la modalità dell’agevolazione pubblica (tra­sformazione del super e iperammortamento in cre­dito d’imposta compensabile in 5 anni). Le risorse messe a disposizione sono notevoli (oltre 9 miliardi di euro) e destinate, tra l’altro, a una maggiore in­centivazione dell’economia circolare e a interventi agevolativi di progetti di ricerca e sviluppo nell’am­bito delle tematiche dell’economia circolare stessa.

 

Riflessioni sulla “quarta industrializzazione”

Tiriamo ora un po’ le fila. Ho cercato finora di descrivere, attraverso la narrazione delle politiche economiche di istituzioni nazionali e internaziona­li nel modesto spazio temporale degli ultimi mesi (dalla proposta commissariale del Recovery Fund del maggio scorso), non solo l’accelerazione dei rivoluzionamenti (in corso da almeno due decen­ni) dei processi produttivi della quarta industria­lizzazione, ma anche il complesso, contraddittorio, inequivocabile processo di transizione, direi di tra­smigrazione (in corso anch’esso da tempo), del mo­vimento di parte del capitale (in tutti i suoi aspetti) verso catene di valore e aree di accumulazione nuo­ve e più fruttuose.

La transizione è guidata dai pochi grandi player privati e, in misura minore, pubblici in grado di go­vernare la trasformazione della manifattura, e dai governi (quello in carica particolarmente partecipe e attivo).

Le transizioni, come è ripetuto in forma quasi compulsiva in tutti i documenti ufficiali e nel dibat­tito pubblico, sono quelle verso un’economia soste­nibile, circolare, verde, ecologica, energicamente defossilizzata e verso il digitale, la digitalizzazione (le famose transizioni green e digitale).

Perché tutto questo? È forse la conversione dell’oligarchia finanziaria e politica a un’assunzio­ne di responsabilità generali, quali la salvezza del pianeta per tutti e la produzione di maggiori ric­chezze per tutta la società? Naturalmente nulla di tutto questo. Certo un ambiente naturale prospet­ticamente ingovernabile e distruttivo è impratica­bile anche per i ceti dominanti di oggi che l’hanno saccheggiato ieri. Ma, oltre all’acquisizione delle sovvenzioni fiscali offerte dagli Stati, il loro modo di fare ecologia è quello di guadagnarci, almeno nel medio-lungo periodo (fatto salvo l’aspetto pu­ramente propagandistico dei filantropi donatori, ricchissimi e antichi saccheggiatori del pianeta, in forma diretta o indiretta).

Allora cos’è? La spinta è quella di sempre: la ricerca di sempre maggiore produttività del lavoro, competitività, riduzione dei costi, con l’ausilio di tecnologie sempre più evolute per il conseguimento di più elevati saggi di profitto.

La cosiddetta quarta industrializzazione è un altro importante capitolo della storia della sussun­zione della scienza e delle sue nuove applicazioni tecnologicamente innovative alla produzione capi­talistica. Ma osservando la cosa da un altro angolo, è anche (e soprattutto) un nuovo importante capi­tolo della storia dello sviluppo scientifico-tecnolo­gico come storia del plusvalore relativo e del suo incremento.

Al declinare del vecchio modello, dei vecchi sistemi di produzione, dei vecchi settori (limita­tezza delle risorse, loro caratteristiche inquinanti, insostenibilità della concorrenza nelle catene pro­duttive a basso valore aggiunto), il Proteo capita­lista si trasforma e cerca di rispondere con il rivo­luzionamento della nuova industrializzazione e del modello verde e digitale.

Certo, quantitativamente sono ancora oggi pre­valenti i vecchi sistemi di produzione, declinanti e scarsamente produttivi, di una pletora di imprese di varie dimensioni e caratteristiche.

Il nuovo di cui sopra è quello che abbiamo visto essere abbracciato da Carlo Messina, ad di Banca Intesa Sanpaolo e da tanti altri.

E a questo nuovo ha dato una spinta formidabi­le Covid-19, il virus del capitalismo.

Fiumi di denaro pubblico sono destinati a favo­rire questi processi e queste transizioni.

Per quanto riguarda la svolta Green non si può non riportare un breve passo del panegirista del nuovo modello Walter Ruffinoni: «Il riscaldamento globale, l’incessante sfruttamento delle risorse na­turali e il progressivo invecchiamento della popo­lazione sono le sfide che l’umanità deve affrontare nei prossimi decenni per prevenire la distruzione dell’unico pianeta che abbiamo [.È una cosa che coinvolge aziende, cittadini, istituzioni nella defini­zione di un nuovo modello di sviluppo sostenibile in cui la tecnologia potrà rendere accessibili a tutti risorse, servizi e assistenza, prima disponibili solo per pochi».8

Ruffinoni e tanti altri come lui dimenticano so­vente che la tecnologia non è nel (e non cala dal) mondo iperuranio ma è dentro i rapporti sociali ca­pitalistici ai quali è largamente ascrivibile lo scem­pio del globo.

Lo Stato italiano (al pari degli altri) e le sue pubbliche istituzioni in questa fase storica non sono più, neanche in piccola misura, mediatori anche parziali di interessi e istanze diverse e spesso con­trapposte, ma organi a una dimensione, cioè pro­motori, finanziatori e sostenitori dei processi sopra descritti.

Vedremo meglio proprio nel Programma nazio­nale di riforma e nei deliberati del Consiglio euro­peo straordinario del 17-21 luglio scorsi, le profon­de ricadute sul principio di legalità e le gravi lesioni dell’ordinamento costituzionale causate dalla tra­duzione politica del movimento attuale del capitale.

La lotta di classe, il conflitto sociale, i diritti dei subalterni e degli emarginati sono totalmente assenti. L’inclusione, di cui si parla in molti luoghi, è quella assicurata dalla formazione di competen­ze tecnico-scientifiche significative che consentano di acquisire un qualche ruolo nelle transizioni. Il resto della popolazione, considerata ormai incapa­ce di lotta e di progetto, è vista come una massa che occorre assistere ai minimi livelli per evitare disordini e incertezze dannose per la riproduzione capitalistica (Covid-19 a parte). La scienza e la tec­nica sono viste, dalla nutrita schiera dei vari Ruffinoni, alla maniera della ideologia neopositivista e, allo stesso tempo, in maniera mitologica, cioè come qualcosa che ha valore in sé, che è apportatrice di benessere in sé, totalmente sganciata dai rapporti sociali e politici nei quali e attraverso i quali sola­mente può uscire dalla pura teoresi, dai laboratori e dalle accademie, ed entrare nel divenire, nel movi­mento della società e della realtà.

Il retropensiero che la scienza e la tecnica solo se acquisite dall’impresa potranno «rendere acces­sibili a tutti risorse, servizi e assistenza» stride con la realtà che osserviamo tutti i giorni: richieste im­prenditoriali di denaro pubblico e di un rapporto permanente, diretto e gratuito tra ricerca pubblica e impresa.

 

L’economia circolare

Il Parlamento europeo parla di economia circo­lare in un suo documento pubblicato il 21/12/2015 e aggiornato il 10/04/2018. Ne viene data una defi­nizione e se ne descrivono importanza e vantaggi.

L’economia circolare, si legge, è «un modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione e riciclo dei mate­riali e prodotti esistenti il più a lungo possibile. I principi dell’economia circolare contrastano con il tradizionale modello economico lineare, fondato in­vece sul tipico schema estrarre, produrre, utilizzare e gettare. Il modello economico tradizionale dipen­de dalla disponibilità di grandi quantità di materiali ed energie reperibili a basso prezzo». Il Parlamento europeo chiede l’adozione di misure anche contro l’obsolescenza programmata dei prodotti, strategia propria del modello economico lineare.

«Perché è necessaria la transizione verso un’e­conomia circolare? Tale bisogno di materie pri­me crea dipendenza verso altri Paesi: alcuni Stati dell’UE dipendono da altri Paesi per l’approvvigio­namento [.Poi molte delle materie prime e delle risorse essenziali per l’economia sono limitate [...]. Inoltre i processi di estrazione e utilizzo delle ma­terie prime producono un grande impatto sull’am­biente [...]. Un uso più razionale delle materie prime può contribuire a diminuire le emissioni di CO2».

Quali sono i vantaggi? Grazie a misure come prevenzione dei rifiuti, ecodisign (cioè progettazio­ne di un prodotto nel rispetto dell’ambiente) e riuti­lizzo dei materiali, sostiene il Parlamento europeo, «le imprese europee otterrebbero un risparmio net­to di 600 miliardi di euro, pari all’8% del fatturato annuo e ridurrebbero le emissioni totali annue di gas serra del 2-4%».

La transizione verso un’economia più circolare, continua il Parlamento, può portare ad altri vantag­gi come la maggiore sicurezza circa la disponibili­tà di materie prime, l’aumento della competitività, l’impulso all’innovazione e alla crescita economi­ca. Economia circolare, conclude il Parlamento eu­ropeo, significa prodotti più durevoli e innovativi in grado di far risparmiare e migliorare la qualità della vita.

Che l’ambiente naturale non degradi rovino­samente anno dopo anno è la condizione di base, salvo scelte autodistruttive, propria di ogni forma sociale, di ogni riproduzione, di ogni gruppo so­ciale. L’economia circolare è il linguaggio di oggi di quella parte dei gruppi dominanti, già paladini secolari del modello economico lineare, che non senza contrasti vorrebbe innovare mirando ad au­mentare la produttività e a ridurre i costi e salva­guardare l’habitat naturale, previo sostegno pubblico e auspicabilmente neutralizzato il conflitto di classe.

È di questi giorni la boutade su La Repubblica (12 agosto) dello storico Donald Sassoon, secondo il quale la battaglia per l’ambiente è l’edizione ag­giornata della lotta di classe. Debole è la risposta di Bertinotti su «La Repubblica» del successivo 17:

«[...] non ricorrerò all’epigrafe cattivissima che li­quida come giardinaggio l’ecologia svincolata dal conflitto sociale. Ma l’ambiente sottratto alla lotta contro le disuguaglianze è solo olio nel motore», in quanto la lotta di classe non è solo lotta alla disugua­glianza. Mentre in linea con l’assunto dello storico è l’articolo di G. Lamanna: «La svolta green non è dietro l’angolo ma va preparata con l’iniziativa di massa [...]. Un modello verde di sviluppo è incom­patibile col modello, oggi dominante, dell’economia del ricambio, in base al quale si acquistano beni per rimpiazzare quelli in uso». Il problema, prosegue Lamanna, è come orientare gli investimenti, indi­rizzandoli verso scelte innovative ed ecologiche e ciò presuppone una lotta senza quartiere alla cultu­ra dominante dell’usa e getta. Bisogna puntare «sul miglior uso e sulla lunga durata delle cose [e] inter­venire anche con una legge ad hoc contro la pratica illegale dell’obsolescenza programmata».9

Ci troviamo di fronte a una subalternità che non fa bene alle ragioni dei subalterni. Ciò non vuol dire che i due «modelli» (lineare e circolare) siano uguali o equivalenti o che la questione sia estranea al campo di lotta dei subalterni. Vuol dire solo che il superamento del modello consumistico, perseguito oggi da una parte più lungimirante ma certamente non prevalente dei gruppi dominanti, è condivisibile nei limiti in cui lo è la conservazione per tutti di un mondo ecologicamente vivibile. Ma la lotta per la transizione ecologica non può essere sostitutiva del conflitto sociale o essere il terreno di alleanze strategiche fra sfruttatori e sfruttati o di mobilitazioni di massa al loro traino. È una priorità a fianco di altre priorità da affrontare autonoma­mente all’interno di un progetto autonomo di radi­cale cambiamento.

 

Consiglio europeo straordinario, 17 21 luglio 2020

Abbiamo lasciato in sospeso più sopra il pon­deroso Programma nazionale di riforma, lo ripren­deremo più avanti, non prima di aver parlato in termini generali di Next Generation EU, a cui il piano guarda attraverso la proposta di maggio della Commissione (vista sopra) e le Raccomandazioni dell’UE. Degli aspetti di dettaglio dei Recovery Fund e di tutte le cortine fumogene levate sopra di esso, parleremo nella parte finale. Tutti i temi finora trattati sono presenti e si intrecciano in questi do­cumenti e, in alcune parti non secondarie, addirit­tura si replicano.

Il progetto e gli interessi strategici si dipanano in sede europea: l’Italia, in vista delle distribuzioni, mai forse come ora è ligia alle consegne di Bruxel­les.

Le osservazioni del Presidente Charles Michel sono la migliore sintesi delle deliberazioni assunte dal Consiglio europeo nella tornata dei 17-21 luglio 2020. È utile riportarle per stralci.

«I leader dell’UE hanno concordato un pacchet­to articolato di 1.824,3 miliardi di euro che combina il quadro finanziario pluriennale (QFP) [chiamato anche con l’acronimo MFF] con uno sforzo straor­dinario per la ripresa nell’ambito dello strumento Next Generation EU».

Per quanto concerne il bilancio a lungo termine dell’UE, il nuovo QFP coprirà 7 anni dal 2021 al 2027.

Il QFP rafforzato dal NGEU, costituirà lo stru­mento principale per l’attuazione del pacchetto per la ripresa.

«L’entità del QFP 1074,3 miliardi di euro consentirà all’UE di realizzare i suoi obiettivi a lun­go termine [...]». Il QFP coprirà i seguenti settori di spesa: 1) mercato unico, innovazione e agenda digitale; 2) coesione, resilienza e valori; 3) risorse naturali e ambiente; 4) migrazione e gestione delle frontiere; 5) sicurezza e difesa; 6) vicinato e resto del mondo; 7) Pubblica Amministrazione.

Per quanto concerne il Fondo per la Ripresa, «Next Generation EU fornirà all’Unione i mezzi ne­cessari per affrontare le sfide poste dalla pandemia Covid-19. In base all’accordo la Commissione sarà in grado di contrarre prestiti sui mercati fino a 750 miliardi di euro. Tali fondi potrebbero essere utiliz­zati per prestiti back to back e per spese convogliate attraverso i programmi del QFP. I capitali raccolti sui mercati saranno rimborsati entro il 2058. Gli importi disponibili a titolo di Next Generation EU saranno destinati a sette programmi distinti».

Il primo e il più importante è il dispositivo per la ripresa e la resilienza di 672,5 miliardi di euro (di cui 360 di prestiti e 312,5 di sovvenzioni); REACT-EU è dotato di 47,5 miliardi ed è destinato alla ripresa per la coesione; Orizzonte Europa è indiriz­zato alle attività essenziali nella ricerca nel campo della salute, ridotto inspiegabilmente dal Consiglio a 5 miliardi; Invest EU è il programma faro de­gli investimenti privati, in tutti gli Stati membri, in settori quali le infrastrutture sostenibili e la di­gitalizzazione (5,6 miliardi); sviluppo rurale di 7,5 miliardi; fondo per una transizione giusta (JTF) al verde e al digitale di 10 miliardi; Resc EU, il mec­canismo unionale di protezione civile inspiegabil­mente ridotto a 1,9 miliardi di euro.

«Il piano garantisce che i fondi del dispositivo per la ripresa e resilienza siano destinati ai Paesi e ai settori più colpiti dalla crisi: il 70% delle sovven­zioni sarà impegnato nel 2021 e nel 2022, mentre il 30% nel 2023. Le dotazioni del dispositivo per il 2021-22 saranno ripartite dalla Commissione tenen­do conto del tenore di vita, della dimensione e dei livelli di occupazione dei diversi Stati membri». Per quanto riguarda la governance e le condizionalità, gli Stati membri prepareranno piani nazionali per la ripresa e la resilienza per il periodo 2021-23 che dovranno essere coerenti con le Raccomandazioni specifiche per Paese e contribuire alla transizione verde e digitale. La valutazione di tali piani sarà approvata dal Consiglio con votazione a maggio­ranza qualificata su proposta della Commissione.

«L’erogazione delle sovvenzioni avrà luogo solo se sono conseguiti i target intermedi e finali concor­dati, stabiliti nei piani. Qualora, in via eccezionale, uno o più Stati membri ritengano che vi siano gra­vi scostamenti dal soddisfacente conseguimento dei pertinenti target intermedi e finali, possono chiede­re che il Presidente del Consiglio europeo rinvii la questione al successivo Consiglio europeo».

Per quanto concerne l’azione per il clima, il 30% della spesa totale a titolo di QFP e di Next Generation EU sarà destinato a progetti legati al clima.

Il restante 70% della spesa totale al medesi­mo titolo (QFP e NGEU) dovrà essere in linea con l’obiettivo dell’UE di conseguire la neutralità cli­matica entro il 2050, come pure con gli obiettivi dell’UE in materia di clima a orizzonte 2030 e con l’accordo sul clima di Parigi.

Lasciando per ora da parte la condizionalità del rispetto dello Stato di diritto in alcuni paesi dell’est Europa, non perché poco importanti ma perché di una disarmante genericità, guardiamo alle entrate dell’UE, cioè alle risorse proprie.

«I leader dell’UE hanno convenuto di dotare l’UE di nuove risorse [tasse] per rimborsare i fondi raccolti a titolo di Next Generation EU.

Hanno concordato un nuovo prelievo sui ri­fiuti di plastica [plastic tax] da introdurre entro il 2021. Nello stesso anno la Commissione dovrebbe presentare una proposta relativa a una misura di adeguamento del carbonio [carbon tax] e a un pre­lievo sul digitale [web tax, destinata in principale luogo a contenere l’evasione e l’elusione delle gi­gantesche Big Four, misura contrastata dagli USA e attualmente all’esame dell’OCSE. La Francia l’ha già applicata da sola, l’Italia tentenna in attesa del­la risposta OCSE prevista entro il 31/12/2020]». Entrambe le misure dovrebbero essere introdotte al più tardi entro il 1° gennaio 2023 (trattandosi di imposte, per tutte c’è il transito dai Parlamenti nazionali). Potrebbero esserci poi nuove risorse, ad esempio un’imposta sulle transazioni finanziarie (simile alla vecchia Tobin tax).

La plastic tax è destinata al rimborso degli in­teressi delle obbligazioni emesse dalla Commissio­ne per finanziarsi sui mercati; le altre entrate deri­vanti dalle «nuove risorse proprie introdotte dopo il 2021» saranno utilizzate per il rimborso anticipato dei prestiti contratti a titolo di NGEU (naturalmente se basteranno: su queste e altre questioni torneremo più avanti).

Le nuove fonti di finanziamento sopra descrit­te si aggiungono ai gravami già esistenti, cioè «le risorse proprie tradizionali, principalmente dazi doganali e prelievi sullo zucchero (gli Stati membri tratterranno, a titolo di spese di riscossione, il 25% degli importi riscossi rispetto al 20% per il perio­do 2014-20) [misura per accontentare l’Olanda, in quanto Rotterdam è il principale porto per le merci]; risorsa propria basata sull’IVA: derivante da un’aliquota uniforme dello 0,3% applicata alla base dell’imposta sul valore aggiunto di ciascuno Stato membro, con la base imponibile IVA livellata al 50% del RNL [reddito nazionale lordo] di ciascun Paese; risorsa propria basata sul RNL: proveniente da un'aliquota uniforme applicata al reddito naziona­le lordo degli Stati membri. Nell'ambito del QFP, il massimale assegnato all’UE per coprire gli stanzia­menti è fissato: a) per gli stanziamenti di pagamen­to [erogazioni] all’1,40% del RNL di tutti gli Stati membri; b) per gli stanziamenti di impegno [garan­zie] all’1,46% dell’RNL».

Michel ci informa infine che saranno mante­nute le correzioni forfettarie (i cosiddetti rebates), cioè i ristorni del contributo annuo sull’RNL in fa­vore di Danimarca, Germania, Olanda, Austria e Svezia.

A proposito dell’IVA, una breve digressione.

Ricordiamo tutti, prima della sospensione del patto di stabilità, il pluriennale spauracchio dell’au­tomatico innalzamento dell’aliquota IVA in caso di mancato conseguimento degli obiettivi di bilancio pubblico, salvo naturalmente la sua «neutralizzazio­ne» per l’adozione di misure alternative di copertura.

Non ci fa pensare a nulla questa vicenda? Ab­biamo appena visto l’importanza di questa posta di entrata nel QFP dell’UE. Tutti rammentiamo la propensione dell’UE, manifestata in molteplici cir­costanze, al ricorso alla imposizione indiretta.

Nel giugno scorso, poi, Conte lanciò l’idea di una riduzione dell’IVA. La proposta si arenò per il dissenso del Pd (avallato dalle istituzioni UE) e in particolare del ministro Gualtieri, favorevole al taglio del cuneo fiscale. La stampa, salvo rare ecce­zioni, non si schierò o lo fece a favore di Gualtieri. Una di queste eccezioni fu Luca Pandolfi che, su il Manifesto del 24 giugno scorso ebbe a scrivere: «E se Conte, in base a un ragionamento corretto, lan­cia l'idea di una riduzione dell’IVA, ecco il Pd che rilancia con la minestra riscaldata del cuneo fiscale da tagliare, ovvero meno tasse alle imprese [...]. A differenza delle inutili e fallimentari misure dal lato dell’offerta [...] una diminuzione ragionata dell’IVA aumenterebbe il potere d’acquisto di salari, stipendi, pensioni [...]. Attualmente in Italia vi sono quattro aliquote IVA, dal 4 al 22%. Un intervento selettivo, intelligente, potrebbe consistere [...] in una ridistri­buzione delle merci tra le varie aliquote, spostando verso le aliquote più basse alcuni prodotti alimenta­ri ed altri comunque indispensabili».

È un’argomentazione assolutamente condivi­sibile. Tuttavia nell’articolo richiamato manca un doveroso interrogativo: alla retromarcia di Conte ha contribuito il Pd o l’UE?

A questo punto passiamo decisamente al Piano Nazionale di Riforma.

 

Documento di Economia e Finanza (DEF) 2020 / Sez. III

Programma Nazionale di Riforma: il disegno

Il Programma nazionale di riforma (Pnr), deli­berato dal Consiglio dei Ministri il 6 luglio 2020, illustra la ricetta governativa per il rilancio della crescita, l’innovazione, la sostenibilità, l’inclusione nel nuovo scenario determinato da Covid-19.

La strategia risponde alle Raccomandazioni al Paese approvate dal Consiglio europeo nel luglio 2019 e alla proposta della Commissione per le Raccomandazioni»2020.

Il Pnr traccia le linee essenziali del Program­ma di ripresa e resilienza (Recovery Plan) che sarà pubblicato a settembre congiuntamente alla Nota di aggiornamento al Def (Nadef) e inoltrato alla Com­missione europea a metà ottobre, con il Documento programmatico di bilancio, per mobilitare le risor­se del Next Generation EU.

Il Pnr è costruito intorno alle linee della moder­nizzazione del Paese e della transizione ecologica. Già nell’introduzione del documento si scrive che modernizzare il Paese significa creare un ambiente favorevole all’innovazione, promuovere la ricerca e utilizzare le tecnologie per incrementare la produt­tività dell’economia. Modernizzare significa inoltre disporre di una PA efficiente, digitalizzata, sburo­cratizzata.

La transizione ecologica «dovrà essere la base del nuovo modello di sviluppo». La riconversione ecologica «deve rappresentare [...] il terreno di nuova competitività per molta parte del nostro si­stema produttivo, permettendo di conseguire una maggiore armonia con la natura [...], pur nel con­testo di una società a forte vocazione industriale». Inclusione sociale vuol dire «migliorare l’istruzione e la conoscenza degli strumenti digitali» (pp. 6-7).

Qual è l’obiettivo generale del Piano europeo e di quello nazionale che, attraverso il meccanismo delle Raccomandazioni viaggiano di concerto? Ac­celerando selettivamente dei processi in corso da tempo, disegnare una società e uno Stato diversi e riformati.

Finanziamenti del Recovery Fund e riforme da attuare viaggiano insieme e configurano l’idea e la volontà di realizzazione di una società al cui centro si trova il sistema delle imprese con all’a­pice i conglomerati finanziari globali, player inter­nazionali dotati di tecnologie produttive evolute e potenti strumenti finanziari. L’intera società, la for­za lavoro sempre più precaria, quel che rimane dei ceti intermedi, i vari soggetti sociali e politici, lo Stato (e le altre istituzioni pubbliche) nella varietà delle sue articolazioni, non possono non integrarsi, in posizione subordinata, in un modello sociale che sembra non avere alternative. Le conseguenze per tanta parte della società, soprattutto in epoca Covid, sono rovinose: impoverimento e declassamen­to del mondo del lavoro, annichilamento dei diritti sociali e politici, lesione del principio di legalità, caduta del tasso di democrazia, crescita della di­soccupazione, allargamento dell’area dell’esclusio­ne, dell’emarginazione e della povertà.

L’obiettivo prioritario del Recovery Plan è quello di «incrementare fortemente gli investimenti pubblici [...]. [Con] il sostegno del NGEU, in parti­colare nella componente grant [sussidi], nei prossi­mi quattro anni sarà possibile incrementare il livello degli investimenti pubblici di almeno un punto per­centuale [3,3%] in rapporto al Pil rispetto al 2019». Un primo ambito di rafforzamento riguarderà le infrastrutture di comunicazione e di trasporto (5G e fibra ottica, data center distribuiti per l’edge cloud computing, ferrovie, strade, porti, aeroporti), «estendendo la rete ad alta velocità ferroviaria a tutto il Paese». È importante il «sostegno al rapi­do sviluppo della rete 5G [...]. L’accesso alle risorse di Internet rappresenta ormai un fattore decisivo di competitività, lo strumento per superare l’isolamen­to [...], una condizione per assicurare a tutti il dirit­to all’informazione, all’istruzione e al lavoro».

Un’Italia «connessa, sicura e sostenibile» vuol dire secondo il Pnr, «dotare il Paese di un sistema integrato di infrastrutture e servizi di trasporto ca­pace di rilanciare la competitività delle imprese [...], adattare le infrastrutture alle esigenze del futuro e ai cambiamenti climatici, puntando su decarboniz­zazione [ed] economia circolare».

Per la produzione di energia «si attuerà la chiu­sura delle centrali alimentate a carbone e si incre­menterà la quota di fabbisogno soddisfatta da fonti rinnovabili in linea con gli obiettivi di riduzione del­le emissioni dell’UEper il 2030». Il governo intende «incrementare gli investimenti per la digitalizzazio­ne della PA [...]. Le reti di telecomunicazione avan­zata e la digitalizzazione della PA aumenteranno la produttività del lavoro a distanza» (pp.11-13).

«Le rimanenti risorse del NGEU [20-30% della dote globale riservata all’Italia dal Recovery Fund, facendo un calcolo molto sommario] saranno utiliz­zate», si legge nel documento, «per stimolare livelli più elevati di investimento nel settore privato, facen­do leva su componenti specifiche dello strumento, quali [i già visti] Invest EU, Solvency Support Instrument e il Just Transition Fund [...]». Si ricor­da che il governo ha già introdotto nel Pnr, con il «decreto Rilancio», «un vasto pacchetto di misure a sostegno delle imprese» (ricapitalizzazioni, garan­zie, fondo perduto).

Con NGEU gli «incentivi per l’adozione di tec­nologie 4.0, ancora in vigore in forma di credito d'imposta, saranno potenziati e ulteriormente estesi».

Una misura importante e spesso dimenticata è il recente rafforzamento degli incentivi fiscali pre­visti per i Piani individuali di risparmio (Pir), am­pliati anche nell’oggetto dell’investimento, al fine di «convogliare il risparmio privato verso l’impiego nel debito e nel capitale emesso da imprese con atti­vità produttive in Italia (anche non quotate)».

Si rammenta pure il ripristino dell’Allowance for Corporate Equity (ACE) per favorire la capita­lizzazione delle imprese.

Ribadisce il Pnr che l’adozione di tecnologie 4.0 e la digitalizzazione del sistema produttivo «co­stituiscono evoluzioni imprescindibili per ravvivare la proiezione competitiva».

Attingendo a NGEU il governo «intende raffor­zare [...] le agevolazioni legate al programma Tran­sizione 4.0 [...], incrementando per le imprese le ali­quote agevolative sul credito d’imposta» (pp.13 15).

L’aumento degli investimenti pubblici e il raf­forzamento degli incentivi agli investimenti priva­ti saranno affiancati «da riforme volte a rafforza­re la competitività dell’economia e [...] la sosteni­bilità ambientale». Esse sono in primis la riforma dell’amministrazione della giustizia per ridurre la durata eccessiva dei processi civili e penali (p. 18).

«Il codice civile dovrà essere aggiornato per ri­flettere i cambiamenti economici degli ultimi anni. Il diritto commerciale dovrà essere riformato [...] al fine di allineare le norme in materia di governo societario ai migliori standard internazionali». L’i­struzione ha bisogno di essere migliorata e adegua­ta alla media UE. Essa deve ridurre il marcato di­sallineamento fra le qualifiche richieste e quelle di­sponibili sul mercato del lavoro (skills mismatch). Poi «l’istruzione base abbisogna di un migliore alli­neamento alle esigenze dell’economia, in particolare in termini di educazione digitale e finanziaria [...]».

Nel campo delle politiche del lavoro oltre alle «riduzioni del costo del lavoro attraverso la ridu­zione del cuneo fiscale, si opererà per incentivare la produttività del lavoro con il rafforzamento de­gli incentivi fiscali al welfare contrattuale e la pro­mozione della contrattazione decentrata [...]». La contrattazione collettiva nazionale ha una funzione residuale di tutela del reddito «dei lavoratori più fragili».

Le regole della rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro saranno rafforzate a favore di quelli cosiddetti più rappresentativi. I lavoratori dei settori a basso tasso di sindacalizzazione saranno tutelati dal «salario minimo legale» per assicurare «uno standard minimo dignitoso».

L’epidemia del Covid-19 ha accelerato il proces­so già in atto di revisione dei tempi e delle modali­tà della prestazione lavorativa: «Appare necessario intervenire favorendo i percorsi di digitalizzazione dei luoghi di lavoro e la flessibilità oraria» (p. 19).

La riforma fiscale sarà un altro capitolo del Programma di riforma: «Il cuneo fiscale è troppo elevato [..], il sistema [..] rappresenta un significa­tivo onere burocratico per i privati e le imprese [...]».

La strategia di rientro dal debito è un capi­tolo importante del Piano nazionale di Riforma, gravido di conseguenze negative per i ceti subal­terni. Intanto, assicura il ministro Gualtieri, sarà portato all’UE affiancato da un aggiornamento del Programma di stabilità che «presenterà [. ] un programma di rientro del rapporto debito/Pil su un orizzonte decennale. [.La politica di bilancio punterà in primis al rilancio della crescita e poi, su un orizzonte di medio termine, ad una gestione pru­dente della finanza pubblica che preservi il miglio­ramento dei saldi di bilancio e li rafforzi». A tal fine «il saldo primario di bilancio dovrà migliorare in modo strutturale [al netto di effetti ciclici e misure temporanee] anche in confronto ai risultati ottenuti nel 2019».

Quindi un avanzo primario superiore a quello del 2019, il quale, nonostante i proclami del primo governo Conte, si è chiuso con uno degli avanzi primari più alti della storia recente (1,7%), il che significa destinare al rientro almeno 30 miliardi di tagli all’anno, al netto della spesa per interessi.

Quindi, in aggiunta «al conseguimento di tassi di crescita stabilmente più elevati» il miglioramento del saldo primario deriverà da una nuova, rigorosa spending review, dal taglio dei «sussidi ambiental­mente dannosi» e dal taglio pesante delle deduzioni e detrazioni fiscali per i contribuenti. Un ulteriore passo verso l’impoverimento di quel che rimane dei ceti medi.

L’imperativo è dichiarato più avanti nel Pro­gramma: «Il risanamento della finanza pubblica [dovrà] riprendere non appena si uscirà dall’emer­genza» (p. 45).

Il Pnr è organizzato in cinque ambiti di rifor­ma collegati fra loro e, come si è detto, allineati con la Strategia annuale di crescita sostenibile 2020 (ASGS 2020) e con le Raccomandazioni indirizzate dal Consiglio all’Italia nel luglio 2019 (CSR).

Queste ultime riguardano quattro aree princi­pali di azione e cinque priorità.

La Raccomandazione 1 è collegata alla priorità della stabilità macroeconomica (riduzione del rap­porto debito/Pil, revisione della spesa pubblica, ri­forma fiscale, riduzione spesa pensionistica) (p. 35).

La Raccomandazione 2 si connette principal­mente alla priorità della produttività e dell’equi­tà. Quanto a quest’area delle Raccomandazioni in tema di produttività, il governo nel settembre del 2019 ha messo insieme «le parti sociali, l’Inps, l’Inail [che] hanno firmato una convenzione sulla rap­presentanza che apre la strada ad una più estesa contrattazione di secondo livello» (p. 36).

Le Raccomandazioni 3 e 4 si connettono alle priorità della sostenibilità ambientale, agli investi­menti e alla crescita della produttività (p. 38).

La Raccomandazione 5 si connette alla priorità della crescita della produttività.

 

Le priorità

Il Pnr entra ora nello specifico della strategia delle aree prioritarie e dell’attuazione delle Racco­mandazioni.

Il Paese era già prima del Covid in sostanzia­le stagnazione. Secondo la Commissione, l’FMI, l’Ocse, le ragioni derivano dal declino degli inve­stimenti e della produttività, in un contesto di ele­vato debito pubblico e alta disoccupazione. I nodi strutturali della bassa produttività italiana, secon­do il Documento, interessano gran parte dei settori e dipendono da una molteplicità di fattori: la spe­cializzazione settoriale dell’industria italiana, un modello imprenditoriale basato prevalentemente su microimprese e piccole imprese con scarsa pro­pensione all’innovazione, la carenza di lavoratori qualificati, l’inefficienza della giustizia e del setto­re pubblico.

Il governo, leggiamo nel Pnr, risolta l’emer­genza sanitaria, «intende affrontare le debolezze strutturali del Paese per ritornare ad una crescita sostenuta e dare impulso alla produttività, attivando un piano ambizioso e credibile di riforme strutturali, con un respiro di medio-lungo termine, mirato a in­nalzare il potenziale di crescita» (p. 45).

Lo Stato, le istituzioni pubbliche, la politi­ca, i soggetti sociali, l’intera organizzazione del­la società sono sistematicamente posti al servizio dell’accumulazione capitalistica.

Torniamo ora alla stabilità macroeconomica. La sua prima articolazione è un nuovo sistema fi­scale a sostegno della crescita. Nel Pnr si ribadisce che, dopo la sterilizzazione per 23,1 miliardi di au­menti dell’IVA e delle accise (legge di Bilancio e decreto Rilancio), il governo ha finanziato il taglio del cuneo fiscale italiano, che «è il terzo più elevato tra i paesi OCSE, superato solo da Belgio e Ger­mania». Le Raccomandazioni della Commissione europea richiamano continuamente l’Italia a una «revisione della tassazione al fine di trasferire l’one­re fiscale dal lavoro ad altre voci. In Italia l’elevato cuneo fiscale rappresenta un carico strutturale [per le imprese] che richiede interventi diretti a favorire maggiori margini di competitività alle imprese e ad offrire una retribuzione dignitosa al lavoratore».

Non tornando su quanto già detto prima, fer­miamoci un momento sulla «spending review». Nel Programma è scritto che il governo «intende av­viare una nuova fase di spending review che tragga spunto dalla crisi attuale per riallocare ed efficientare la spesa alla luce dei guadagni di produttività realizzabili attraverso la digitalizzazione e lo snelli­mento delle procedure burocratiche» (p. 48).

Il che significa massiccia espulsione dall’atti­vità lavorativa (o, al meglio, riutilizzo) di un gran numero di dipendenti pubblici.

Nell’ambito della seconda priorità (mercato del lavoro, scuola e competenze), questione nodale, secondo il Programma, è «il deficit di produttività dell’Italia, in parte riconducibile a una carenza di competenza e a una discrasia tra qualifiche disponi­bili ed esigenze delle imprese [...]. Sono indispensa­bili passi avanti nei programmi di formazione e nel sistema di ricerca del lavoro».

Poche e generiche parole sulla disoccupazione, il lavoro precario e l’impegno a «contrastare i feno­meni di povertà».

Grande rilievo assume invece la questione del­la «contrattazione decentrata e del riordino dei li­velli di contrattazione».

Dalla legge di Stabilità del 2016 è in vigore la detassazione dei premi di produttività (con aliquo­ta del 10%). Nel caso di cogestione dei lavoratori nell’organizzazione del lavoro la decontribuzione è parziale per il datore di lavoro (20%) e totale per il lavoratore. La contrattazione collettiva nazionale è vista dal Pnr come sussidiaria di quella (primaria) aziendale. La contrattazione nazionale, nei settori in cui strutturalmente non opera quella aziendale, è coadiuvata dal salario minimo legale «strumento di protezione e rafforzamento della contrattazione nazionale nei settori più deboli e a basso tasso di sindacalizzazione».

Per quanto riguarda la scuola e l’università due cose soltanto: la prima, un Piano nazionale di scuo­la digitale per arrivare a un pieno sviluppo delle competenze e all’adozione di una didattica integra­ta con le nuove tecnologie; la seconda, l’incremen­to della sinergia, cooperazione e integrazione tra Università ed enti di ricerca pubblici con il sistema economico e produttivo (cosiddette lauree profes­sionalizzanti) (pp. 62 63).

La terza priorità comprende le politiche sociali di sostegno alla famiglia e la lotta alla povertà. Il contrasto alla povertà e al disagio sociale si sostan­zia nel monitoraggio del reddito di cittadinanza (che sappiamo essere a termine) e nel suo «approc­cio di inclusione attiva» finora miseramente fallito.

La quarta priorità comprende produttività, competitività, giustizia e settore bancario.

Leggiamo nel Pnr: «Da tempo gli indicatori qualitativi di clima d’investimento e competitività segnalano l’esigenza di migliorare il funzionamen­to della giustizia e della PA». Rilevanza e urgen­za della questione sono sempre poste e viste a una dimensione, quella dell’impresa. «L’importanza del sistema giudiziario, come componente essenziale del quadro istituzionale ed economico, è riconosciu­ta e ampiamente provata soprattutto per il ruolo che svolge nel garantire la tutela dei diritti di proprietà e nell’assicurare l’esecuzione dei contratti. [...]. Le analisi empiriche hanno dimostrato che la lunga du­rata dei processi e l’imprevedibilità delle decisioni giurisprudenziali hanno prodotto effetti negativi sulla partecipazione delle imprese alle catene glo­bali del valore e sulla loro crescita dimensionale» (p.76).

Il disegno di legge delega per la riforma del processo civile approvato dal Consiglio dei Mini­stri il 5 dicembre scorso, ha l’obiettivo «di adotta­re alcune misure acceleratorie [...] con l’utilizzo di strumenti informatici». L’attuazione di tale misura risponde alla «fondamentale esigenza di garantire una giustizia più efficiente nel solco delle richieste derivanti dal rapporto Doing Business della Ban­ca Mondiale». Il problema della durata dei processi non è affrontato per come è, cioè come denegazione di giustizia soprattutto ai ceti meno abbienti, ma come un problema del sistema delle imprese risol­vibile con il decisivo supporto informatico nella dinamica a distanza per il deposito di atti, comu­nicazioni e notificazioni, con una compressione del contraddittorio tra le parti e un sostanziale venir meno del meccanismo delle udienze.

Ancora più deflagrante potrebbe rivelarsi l’im­patto della riforma del processo penale approvata dal Consiglio dei ministri lo scorso febbraio. Si leg­ge nel Programma che «la delega, da attuarsi entro un anno, persegue il duplice obiettivo di ridurre i flussi in entrata e deflazionare il giudizio [...]. In particolare la delega concerne l’adozione dello stru­mento telematico [...]; la ridefinizione della durata delle indagini preliminari [...] in rapporto alla gra­vità del reato su cui si indaga; azioni per ridurre il numero dei processi che giungono alla fase dibatti­mentale mediante l’introduzione di criteri più strin­genti in relazione [...] a cui il PM e il GUP devono attenersi per l’esercizio dell’azione penale o l’acco­glimento della richiesta di rinvio a giudizio; introdu­zione di criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale».

All’esigenza padronale di «deflazionare i flussi in entrata», si risponde con quella che appare nella sostanza una violazione del principio costituziona­le dell’obbligatorietà dell’azione penale o con una assai dubbia discrezionalità nei criteri di priorità dell’esercizio dell’azione penale stessa (pp.76-78).

Nell’ambito della quarta priorità un ruolo im­portante lo riveste la semplificazione amministra­tiva e normativa: «Le complicazioni burocratiche rappresentano infatti un costo insostenibile per le imprese e i cittadini e rendono il Paese poco ap­petibile agli occhi degli investitori». Verrà realizza­ta un’agenda per la semplificazione che raccolga e faccia tesoro delle «best practice» nazionali ed in­ternazionali. «Nella consapevolezza che l’inflazione normativa rappresenta un intralcio alla competiti­vità del Paese» verrà avviata una fase di semplifi­cazione attraverso l’utilizzo di strumenti come le piattaforme «ParteciPA e del portale unico delle consultazioni per valutare gli effetti ex post delle decisioni adottate. [...]. L’effettiva necessità di auto­rizzazioni, nulla osta, permessi verrà attentamente verificata, mirando a sostituire i controlli ex ante con controlli ex post, favoriti anche dalle tecnologie digitali che garantiscono trasparenza e immodifica­bilità delle attività svolte» (p. 80).

Salta così anche il sistema delle garanzie dei controlli e dell’imparzialità della PA. Ci si troverà normalmente di fronte (infiltrazioni di malavita a parte) a fatti compiuti difficilmente modificabili, giustificati con le superiori esigenze dell’impresa. La PA dovrà poi essere ringiovanita assicurando copertura prioritaria «a professionalità tecniche, informatiche e manageriali [...]. Si procederà a un piano di assunzioni da realizzare tramite un sistema diprofilazione orientato alle competenze [...] digita­li. La digitalizzazione deve diventare un volano nel processo di riforma».

Poi c’è lo smart working: «mettendo a sistema l’esperienza realizzata nel corso dell’emergenza epi­demiologica, la quota dei lavoratori pubblici coin­volti nello smart working arriverà fino al 50% del personale impegnato in attività compatibili con il lavoro agile (dall’attuale 10%), favorendo la diffu­sione di una modalità di organizzazione focalizzata sulla produttività per obiettivi invece che sulle ore lavorate» (pp. 81-82).

Siamo al cottimo dei servizi, al cottimo digitale!

La da più parti auspicata disciplina pattizia­mente convenuta tra le parti sociali in ordine alla regolamentazione delle connessioni e disconnes­sioni dei lavoratori, non toglie nulla alla natura del cottimo: l’ampliamento del tempo di vita sottratto ai lavoratori e immolato all’accumulazione. Ecco una pagina di teoria dello sfruttamento tecnologico o intensivo dei subalterni.

Siamo giunti ora alla quinta (ed ultima) priori­tà, che comprende «il sostegno agli investimenti ma­teriali e immateriali in chiave sostenibile». Di fronte «all’emergenza sanitaria, alle sfide ambientali e alla conseguente riconversione dell’economia, è neces­sario promuovere gli investimenti attraverso la leva del capitale pubblico [e di quello] privato». E questo all’interno del Green and Innovation New Deal per rendere «la sostenibilità ambientale, l’innovazione e l’economia circolare un forte volano per la crescita e la produttività» (p. 95).

L’Italia che ha appoggiato la nuova Commis­sione europea nel varo di uno European Green Deal, «sosterrà la scelta europea di trasformare la propria economia in una economia climate-neutral entro il 2050». È già stato lanciato con la manovra di Bilancio un Green and Innovation Deal naziona­le che collega l’aumento delle risorse per gli inve­stimenti pubblici e per il sostegno agli investimenti privati agli obiettivi della sostenibilità ambientale e sociale, dell’innovazione, dell’economia circolare, nella convinzione che queste sfide siano un forte volano per la crescita e l’aumento di produttività. È stato istituito un Fondo per la concessione di ga­ranzie e per la partecipazione indiretta in capitale di rischio e/o di debito, anche subordinato. Il Fondo è orientato a creare un effetto leva attirando finan­ziamenti pubblici e privati per investimenti verdi (pag. 98).

Dell’integrazione descritta nel Programma «delle infrastrutture di trasporto, di quelle energe­tiche, delle tecnologie digitali», abbiamo già detto, come pure del Piano delle infrastrutture (in grande misura finanziabili da NGEU) contenuto «nell’alle­gato al presente Documento di Economia e Finanza #italiaveloce».

C’è da aggiungere che nel dicembre scorso è stata completata la redazione del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (PNIEC) che, tra l’altro, recepisce la novità sugli investimenti per il Green and Innovation Deal previste nella legge di Bilancio di cui abbiamo parlato sopra.

Leggiamo nel Pnr che «il Piano rappresenta un importante snodo della politica energetico-ambien­tale del Paese, tracciando un’ampia trasformazione dell’economia, nella quale la decarbonizzazione, l’e­conomia circolare, l’efficienza e l’uso razionale ed equo delle risorse naturali, rappresentano obietti­vi e strumenti per un’economia più rispettosa delle persone e dell’ambiente» (p.104).

Il Piano è strutturato sulla base di cinque di­mensioni: 1) decarbonizzazione; 2) efficienza ener­getica; 3) sicurezza energetica; 4) mercato interno dell’energia; 5) ricerca, innovazione e competitività.

Per quanto riguarda la decarbonizzazione, nel Documento si dice che «si intende accelerare la transizione dai combustibili tradizionali alle fonti rinnovabili, promuovendo l’abbandono del carbone per la generazione elettrica a partire dal 2025 a fa­vore di un mix elettrico basato su una quota crescen­te di rinnovabili e, soltanto per la parte residua, sul gas [...]. Per il miglioramento dell’efficienza energe­tica, si farà ricorso a un mix di strumenti di natura fiscale, economica, regolatoria e programmatica. Per la sicurezza energetica si intende perseguire la riduzione della dipendenza dalle importazioni mediante l’incremento delle fonti rinnovabili [...] e la crescente integrazione delle infrastrutture delle reti elettriche e del gas. Si promuoverà lo svilup­po del mercato interno potenziando le interconnes­sioni con gli Stati membri e si porterà a termine la completa liberalizzazione dei mercati a dettaglio di elettricità e gas [...]. Il conseguimento degli obiettivi di decarbonizzazione del Piano richiede [...] investi­menti incrementali rispetto allo scenario a politiche correnti. Tali investimenti saranno indirizzati a so­luzioni ad alto contenuto tecnologico e di innovazio­ne [...]. Risulterà decisivo per il raggiungimento de­gli obiettivi l’accesso ai finanziamenti europei [...]. Una parte degli investimenti potrà essere assicurata tramite ricorso a capitali o finanziamenti tramite imprese partecipate dallo Stato (Terna, Snam, Enel, ecc.). Un sistema di garanzie pubbliche potrà incen­tivare gli investimenti a lungo termine (fondi pen­sione, assicurazioni vita, fondi infrastrutturali) nel finanziamento degli interventi che [...] non offrono i rendimenti richiesti dal mercato. In continuità con il PNIEC, l’Italia sta inoltre ultimando la propria strategia [...] per il raggiungimento dell’obiettivo di neutralità carbonica al 2050. Quanto sopra andrà tenuto [...] aggiornato, anche alla luce del percorso intrapreso dalla Commissione europea, volto a fis­sare obiettivi emissivi più sfidanti al 2030, rispetto a quanto oggi in vigore» (p.105).

È importante la parte finale del Pnr. In tema di innovazione e competitività, è ribadita la linea che anche «le misure di sostegno all’innovazione [siano] orientate nell’ottica del Green and Innovation Deal in modo da favorire l’ammodernamento del sistema produttivo in coerenza con lo scenario di efficienza produttiva, energetica e ambientale di medio e lun­go termine».

Del «Piano Transizione 4.0» abbiamo parlato, come del «Piano Impresa 4.0», che sappiamo aver prodotto un effetto leva sugli investimenti pari a circa 13 miliardi (p. 105).

Nell’ambito della nuova edizione del «Piano Transizione 4.0» (strategia pluriennale per l’innova­zione e la trasformazione digitale), come abbiamo già visto, è prevista «una specifica maggiorazione del credito d’imposta per l’innovazione tecnologica con riferimento ai progetti finalizzati alla transizione ecologica e alla trasformazione digitale 4.0» (p. 106).

Nel Pnr è scritto, relativamente al Piano Ban­da Ultralarga, che il governo intende accelerare lo sviluppo dei cantieri nelle cosiddette aree bianche, cioè a fallimento commerciale, dislocate prevalen­temente in territori a insediamento umano rarefat­to, concentrare gli interventi nel sostegno alla do­manda per servizi ultraveloci in tutte le aree del Paese e nella diffusione di infrastrutture a banda ultralarga nelle cosiddette aree grigie, cioè a falli­mento tecnologico. Sarà senz’altro fatto ricorso per tali progetti a NGEU.

Concludo con il «codice appalti». In linea con l’obiettivo di rilanciare gli investimenti pubblici e privati, sarà necessario secondo il Pnr rivedere alcune disposizioni oggi presenti nel codice degli appalti affinché si svolgano in tempi certi, introdu­cendo strumenti di flessibilità, che consentano la celerità delle procedure e la semplificazione docu­mentale e dei processi autorizzativi. Naturalmente «gli interventi di semplificazione saranno sempre ponderati con l’attenzione alla legalità, al contrasto [...] di infiltrazioni criminali negli appalti pubblici e al rispetto dell’ambiente e della sicurezza» (p. 108).

 

Qualche riflessione

È proprio il caso di richiamare qui il vecchio brocardo: «Excusatio non petita, accusatio manife­sta»! L’accelerazione di ogni procedura pubblica, anche a prezzo del venir meno di ogni garanzia e trasparenza, è un’esigenza insopprimibile del mon­do delle imprese e quindi come tale, essendo valida in re ipsa, va assecondata da governo e parti socia­li, senza discutere.

Abbiamo analizzato quanto ampio e al tempo stesso inquietante sia il progetto del capitale fi­nanziario europeo, dell’UE, dei governi degli Sta­ti membri, e lo abbiamo visto ponendo particolare attenzione al Programma nazionale di riforma del governo italiano, anticipazione del Recovery Plan.

Abbiamo anche visto a quali processi economico-sociali e politici è destinata la grande mole di denaro pubblico messa a disposizione dallo stru­mento Next Generation EU (o Recovery Fund). Essa supporta, in uno con le risorse dei singoli Stati, la metamorfosi del capitale, in corso da una ventina di anni, verso nuovi settori ed aree di accu­mulazione, metamorfosi spinta dalla crisi, accelera­ta dalla pandemia e guidata dai settori capitalistici tecnologicamente più avanzati e finanziariamente più solidi. L’UE, gli Stati membri e i governi, anche in questa fase, non mutano la loro natura (propria del tempo del capitalismo monopolistico di Stato) di parte necessaria della struttura capitalistica, del­la sua accumulazione e della sua riproduzione. Ora la loro azione si esplica nel supporto (talora un vero e proprio protagonismo) alle «transizioni ecologica e digitale» e alle loro molteplici varianti e ricadute.

In Italia l’azione amministrativa dello Stato, abbiamo visto, muta grandemente, degrada il prin­cipio di legalità e le stesse norme costituzionali sono gravemente lesionate. La politica, mai come ora, svolge rispetto al movimento capitalistico un ruolo puramente ancillare; ogni ingranaggio, anche modesto, della politica economica del governo deve non solo non ostacolare ma facilitare la velocità del circuito capitalistico e accorciare il tempo di estra­zione del plusvalore relativo.

I corpi intermedi della società (associazioni, partiti, rappresentanze di categoria e di ceti, ecc.) scivolano, sempre più indeboliti, verso la loro de­cadenza, resi superflui nella loro rappresentanza dall’incedere della crisi e dall’incapacità di elabo­rare un qualsiasi progetto autonomo. Le organiz­zazioni sindacali tradizionali, ormai veri e propri enti governativi di cogestione, sono miseramente relegati dal Pnr alla cogestione del salario di pro­duttività e della contrattazione aziendale e territo­riale (i residui della contrattazione di primo livello saranno presto liquidati dall’istituzione del salario minimo legale).

La classe lavoratrice, arroccata in aree sempre più ristrette da difendere, sembra aver perduto gran parte delle sue capacità di conflitto e di progetto.

La massa dei precari in povertà relativa e le aree sempre più vaste di esclusione e povertà asso­luta sono pressoché totalmente obliterate nel Pro­gramma nazionale di riforma.

Vorrei ora porre la questione del digitale da un altro punto di vista, quello dei subalterni. A quale scopo il digitale? Per quale funzione? È, lo abbia­mo ampiamente visto, tecnologia produttiva assun­ta dalla parte più evoluta del capitale. Ma è anche un sistema tendenzialmente totalizzante, con altre finalità, una delle quali, importante, è la fluidifica­zione di informazioni e dati, volta a conseguire una smisurata riduzione dei costi e tempi di lavoro a li­vello globale, e così ripristinare (e accrescere) quei margini di profitto che la crisi strutturale, aggrava­tasi a cavallo del millennio, aveva intaccato. Anche al prezzo dello scempio sociale sotto gli occhi di tutti. Eravamo (e siamo) di fronte a una rivoluzione tecnologica al servizio (e non poteva essere altri­menti dati i rapporti sociali vigenti) del plusvalore relativo mondiale. La scienza del digitale e la tec­nologia digitale applicate alla produzione sociale capitalistica, sono (anche) sistemi che si ergono, come un ariete, contro l’impiego di forza lavoro e contro le condizioni di vita e lavoro dei subalterni. Non si tratta di un ritorno a una qualche forma di neo luddismo, ma di raccontare, nella versione di oggi, un sentimento simile (ma molto più inquinato del passato) a quello degli operai della manifattura allorché si affermarono la potenza del vapore e la rivoluzione industriale le quali, sostituendo la mac­china all’uomo, decretarono per molti l’espulsione dai processi produttivi.

Inoltre, l’ideologia del digitale che individua la rete come nuova agorà, come (falso) luogo di de­mocrazia diretta dei suoi utilizzatori, ha a sua volta interagito con i processi materiali di scomposizio­ne dei corpi intermedi della società (in particolare i partiti e i luoghi della politica), accelerandone il declino in uno con l’idea di rappresentanza degli interessi di ceti e gruppi sociali, di cui essi erano portatori.

Quindi sia dal punto di vista dei processi rea­li, sia dal punto di vista dell’ideologia digitale, il venir meno di queste soggettività politico-sociali, per tanto tempo terreno di cultura e di selezione dei gruppi dirigenti, rafforzando la falsa rappresenta­zione della superfluità di ogni mediazione nel rap­porto diretto tra utilizzatori di rete, ha contribuito a creare le condizioni per la deriva neofascista e populista del rapporto diretto capo-popolo che vi­viamo nei nostri giorni.

Infine, ritengo che la solitudine dei subalterni sia anche l’effetto della frantumazione dell’unità materiale della classe, conseguita (o almeno accele­rata) all’affermazione e all’uso di tecniche digitali e al diffondersi dell’ideologia digitale, impregnata di mitologia scientista e neopositivista, fieramen­te antiprocessuale, antistoricista, antiumanistica. Concludo con una esortazione, in primo luogo a me stesso: se è fondamentale per i comunisti la cono­scenza critica della rivoluzione digitale, è altrettan­to indispensabile la critica comunista al capitali­smo digitale.

Il Pnr ha avuto scarsa risonanza nei mezzi di comunicazione. Due articoli su aspetti specifici su Il Sole 24 Ore del 25 giugno e dell’8 luglio scorsi, a firma di Gianni Trovati, e un articolo di Giulio Marcon su il Manifesto dell’8 luglio.

Quest’ultimo lascia oltremodo perplessi e fa venire il dubbio a chi scrive di avere le traveggole. Dopo aver riportato alcuni dati tratti qua e là dal Decreto, Marcon conclude: «[...] serve una radica­le svolta nelle politiche pubbliche per il lavoro e il welfare, un nuovo modello di sviluppo sostenibile, la riduzione delle spese militari, la cancellazione delle grandi opere. Molto di questo non c’è ancora nel Pnr, che pure rappresenta un passo in avanti nella costru­zione di una strategia per il rilancio del paese».

Parleremo di seguito di alcuni aspetti di detta­glio del Recovery Fund e di alcuni suoi arcani.

 

Next Generation EU e il Dispositivo per la Ripresa e la Resilenza

Non è tutto oro quello che luccica

Carlo Bastasin, su «La Repubblica» del 22 giu­gno scorso, nel pieno quindi delle trattative sulla proposta della Commissione in ordine al Recovery Fund, metteva acutamente in evidenza una serie di questioni solo apparentemente formali, che a suo giudizio avrebbero addirittura determinato «il fu­turo dell’UE».

La prima verteva sulla dimensione e compo­sizione dei fondi. Scriveva: «Merkel preferisce che il Recovery Instrument [altro nome del Recovery Fund] assomigli più alla proposta franco tedesca (500 miliardi di trasferimenti) che a quella della Commissione che prevede anche prestiti per 250 miliardi. L’Italia vuole, come Merkel, trasferimenti, cioè doni, e non prestiti. In realtà il vantaggio fi­nanziario dei trasferimenti è modesto, ma il segno politico è negativo: i trasferimenti sono giustificati dall’eccezionaiità della crisi pandemica, mentre dare alla Commissione funzioni di credito può creare strumenti utilizzabili anche in futuro, in condizioni meno eccezionali, quando l’Italia avrà ancora biso­gno di assistenza». Anche i due punti di vista sull’i­nizio del rimborso del prestito e della copertura dei trasferimenti esprimono, a suo giudizio, lo stesso nodo: la Germania vorrebbe che cominciasse entro il 2027, cioè entro il prossimo bilancio settennale «per affermare un principio fondamentale di coinci­denza tra il soggetto che spende i fondi e quello che ha la responsabilità di ripagarli». La Commissione invece vorrebbe far cominciare il rientro dopo il 2028 per fare dell’iniziativa «uno strumento che ri­marrà anche in futuro». Lo stesso discorso riguarda «l’orizzonte d’impiego dei fondi che la commissione vorrebbe spalmare fino al 2024 e forse anche dopo, e che Berlino preferirebbe concentrare nel 2021 2022». Ingenuamente in Italia si è sostenuto a gran voce questa seconda opzione, chiedendo una tem­pistica veloce delle erogazioni. Al contrario, con­tinua Bastasin, «l’impiego della maggior parte del­le risorse entro il 2022 significherebbe che i fondi servono soprattutto a riparare i danni causati dalla crisi pandemica, avrebbero quindi un carattere ec­cezionale e non replicabile».

Nel corso della negoziazione conclusa con le decisioni del Consiglio europeo straordinario del 17 21 luglio scorsi, nell’incomprensione genera­le, Bastasin escluso, ha prevalso la posizione del­la Germania. La mediazione raggiunta rispetto alla bozza negoziale presentata dal Presidente del Consiglio europeo Charles Michel (500 miliardi di sussidi e 250 miliardi di prestiti), molto vicina alla proposta della Commissione, ha riguardato la redi­stribuzione quantitativa finale dei due tipi di inter­vento, che si è ridotta a 390 miliardi per la parte dei trasferimenti (grants) e accresciuta a 360 miliardi per la parte dei prestiti (loans).

Dei 390 miliardi di sovvenzioni del Dispositi­vo per la riforma e la resilienza, 312,5 sono destina­ti direttamente agli Stati membri, e 77,5 indiretta­mente attraverso i vari programmi NGEU.

L’orizzonte d’impiego dei trasferimenti è so­stanzialmente quello voluto dalla Germania. Ab­biamo letto più sopra le osservazioni di Michel al termine del Consiglio europeo, che replicano il punto 15 dell’accordo: «[..] il 70% delle sovvenzio­ni a titolo di Dispositivo per la ripresa e la resilienza sarà impegnato nel 2021 e nel 2022, mentre il 30% [...] nel 2023». Secondo gli accordi di luglio, poi, gli Stati dovranno contribuire alla copertura dei trasferimenti e alla restituzione dei prestiti richie­sti ai mercati e non coperti dalle nuove forme di tassazione, «dopo il 2026», cioè nel 2027. Sull’eccezionalità dell’intervento promosso da NGEU ab­biamo più sopra ricordatole parole di Ursula von der Leyen: «Si tratta di uno strumento eccezionale e temporaneo [...] che consentirà alla Commissione di contrarre eccezionalmente prestiti fino a 750 mi­liardi per conto dell’Unione». Ha senz’altro preval­so quindi l’impostazione che vede la NGEU come un evento eccezionale e straordinario legato all’eccezionalità della pandemia.

«Bisogna dare atto alla Germania» dice Gior­gio La Malfa in un’intervista a «La Repubblica» del 3 agosto scorso «di essere stata all’altezza della crisi. Quello che doveva capire è che nei prossimi anni [...] gli Stati Uniti e la Cina saranno due aree chiuse in lotta fra loro. L’Europa non riuscirà a fare esportazioni significative verso queste due aree e rischierà di essere il campo di battaglia della loro espansione commerciale. La Germania deve difen­dere il suo mercato interno che non è la Germania ma l’Europa: è nel suo interesse che il reddito dei Paesi UE recuperi oggi e cresca domani». E all’I­talia, che è fra questi, è assegnata una tantum la quota maggiore dei sussidi (81,4 miliardi) e dei prestiti (127,4 miliardi), in tutto 209 miliardi cir­ca di euro. È bene tuttavia rammentare che l’Ita­lia, contributrice netta da sempre del bilancio UE, verserà 96 miliardi per il settennato 2021 2027, somma superiore agli 81,4 miliardi di trasferimenti che riceverà a titolo di Recovery e che saranno da rimborsare con le nuove risorse (plastic tax, web tax, ecc.), anche a carico dei contribuenti italiani e, se necessario, con ulteriore contribuzione nazionale medio tempore o finale.

Le conclusioni di La Malfa sembrano condivi­se anche da Marco Bascetta («il Manifesto» del 3 agosto scorso): «Stavolta il disastro è ben più vasto [della crisi greca] e generale. Per continuare a far soldi si deve spendere, e strangolare gli indebitati finirebbe per far soffocare anche le economie dei creditori». Ma intorno alla governance di queste ri­sorse, secondo Bascetta, dovrebbe svilupparsi «una mobilitazione diretta delle forze sociali su scala europea», perché pensare che «la pandemia abbia prodotto una qualche forma di redenzione tra gli armigeri neoliberali rappresenterebbe un’imperdo­nabile ingenuità».

Abbiamo visto all’interno di quale ampio, strutturale disegno si pone il complessivo finanzia­mento di NGEU. Nessuna degna opposizione si è manifestata, da parte delle forze sociali e politiche (salvo qualche sporadico cenno da parte di piccole minoranze su temi specifici), dai giorni dei cosid­detti Stati Generali (giugno scorso) quando il pro­getto era stato presentato senza infingimenti dal go­verno. I progetti che chiedono di essere finanziati erano sostanzialmente pronti da allora, come anche le aree di investimenti su cui intervenire. Quella di Marco Bascetta (e di altri) appare un’evocazio­ne romantica, una pia speranza senza riferimenti reali. Solo una critica del movimento del capitale oggi, solo una chiamata a raccolta delle soggetti­vità isolate e disperse, disponibili a spendersi per tale obiettivo vasto e impegnativo, può permettere di avviare una conoscenza dei rapporti sociali, una prassi sociale conseguente, in vista di un progetto autonomo, collettivo e di una opposizione anticapi­talista per il socialismo.

 

Finanza e Recovery Fund: bugie e omissioni

Il 30% dei 750 miliardi del Recovery Fund è destinato, abbiamo visto, alla transizione ecologi­ca dell’economia europea. Dato che questi fondi verranno raccolti sui mercati tramite l’emissione di titoli, è verosimile, ci riferisce Andrea Franceschi su Il Sole 24 Ore dell’8 luglio scorso, «che ciò alla fine si traduca in emissioni di green bond per alme­no 225 miliardi di euro di controvalore. Per il mer­cato dei bond verdi [...], si tratta di numeri senza precedenti, tali da far crescere il controvalore delle emissioni di circa l’89% rispetto a quanto era stato collocato nel 2019 [...]. L’operazione [...] potrebbe rafforzare l’euro come moneta verde».

Abbiamo visto che le emissioni obbligaziona­rie che finanziano il Recovery Fund hanno per sca­denza massima il 2058, per inizio del rimborso il 2027. Sono utili sul tema le riflessioni di Isabella Bufacchi su Il Sole 24 Ore del 18 luglio: «Nel mo­mento in cui la Commissione dovrà farsi prestare dal mercato dei capitali le risorse del Fondo per la ripresa [. ] dovrà essere chiarito ai mercati qua­li bond dovranno essere back-to-back, cioè prestiti contro prestiti e quali anticiperanno somme a fondo perduto [...]. Il fondo perduto, che è sempre stato previsto dall’MFF [bilancio a lungo termine], nel caso degli interventi del Fondo per la ripresa post Covid, dovrà trovare altri bacini dai quali attingere. Gli Stati membri non intendono infatti aumentare i contributi per finanziare le sovvenzioni Covid. Ser­vono dunque risorse proprie e a tal fine sono previ­ste le nuove tasse europee [le già viste plastic tax, ecc.]. [Ma] il flusso delle tasse dovrà essere certo e comunque sorretto da garanzie altrimenti i mercati [...] potrebbero richiedere un premio di rischio più alto, anche in vista di un massiccio programma di raccolta di EUbond per svariate centinaia di miliar­di di euro». Ma questo discorso della prestazione delle garanzie da parte degli Stati membri per co­prire il budget europeo (che è il garante di ultima istanza) o, in mancanza, del pagamento di interessi più alti, vale anche per gli interventi back-to-back, come i prestiti. Il Sure, il programma di 100 mi­liardi per la cosiddetta cassa integrazione europea, già divenuto operativo, prevede infatti la prestazio­ne di garanzie per 25 miliardi da parte degli Stati membri. È quindi palesemente falso o reticente il ritornello, ripetuto di continuo, di prestiti Reco­very o non Recovery erogati a tassi bassissimi. I Parlamenti nazionali europei, si è già accennato, dovranno ratificare entro sei mesi la decisione del Consiglio sulle nuove tasse europee che verranno utilizzate in via straordinaria per pagare gli interes­si e rimborsare la quota a fondo perduto dei bond del Recovery Fund.

Il quadro finanziario pluriennale MFF è stato invece già ratificato dall’Europarlamento. Tutto è avvenuto secondo la linea indicata fin da subi­to dalla cancelliera tedesca Merkel: utilizzare gli strumenti e le norme già esistenti. Allora niente modifica dei trattati con ratifica dei Parlamenti na­zionali e con tempi, stimati dalla Germania, non inferiori a tre anni. Quindi, aldilà delle espressioni (per molti volutamente) fuorvianti usate della quasi totalità del personale economico e politico italiano ed europeo, niente debito comune. L’argomentazio­ne della Merkel sull’impraticabilità dei lunghi tem­pi di approvazione nella situazione di emergenza del Covid-19 è stata l’arma vincente per coprire una realtà diversa: il rifiuto economico e politico di un vero debito comune, che è quello sostenuto da una garanzia diretta, solidale e illimitata, dei 27 Stati della UE e il contrabbandare come comune un de­bito contratto solo con la garanzia di ultima istanza del bilancio a lungo termine dell’UE.

Alla luce di quanto detto ci sembra davvero per meno astratto e ideologico il discorso di Felice Roberto Pizzuti subito dopo le conclusioni del Con­siglio europeo. Egli parla di una svolta keynesiana delle politiche comunitarie: «La costruzione euro­pea ha risentito particolarmente degli effetti con­troproducenti derivanti dall’ideologia neoliberista [e] dalla sua applicazione particolarmente ortodos­sa [...]. La pandemia ha accelerato e imposto una revisione delle politiche economico-sociali [...] che segna una evidente discontinuità rispetto all’idea di un’Europa guidata solo dai mercati [...]. Il post Covid è una grande occasione di ripartenza economico-sociale [per chi?] che chiama in causa la ca­pacità di progettazione e realizzazione di interventi produttivi e di assetti istituzionali, sociali e politici adeguati».10

 

Recovery Pian

Secondo le conclusioni del Consiglio europeo, la Commissione ha il compito di supervisionare, previo parere del Comitato economico e finanzia­rio, i piani presentati dagli Stati, che poi il Con­siglio approverà a maggioranza qualificata su pro­posta della Commissione stessa (punto A19 delle conclusioni).

In via eccezionale, se uno o più Stati membri ri­tengono che ci siano deviazioni gravi rispetto all’a­dempimento degli obiettivi e dei traguardi fissati potranno chiedere al Presidente del Consiglio euro­peo di sottoporre la questione al successivo vertice.

L’Italia potrà accedere ai 209 miliardi del Re­covery Fund (secondo Gentiloni «a partire dalla se­conda parte del 2021»), se è in regola con il rispetto di un preciso cronoprogramma di riforme e inve­stimenti; il monitoraggio sullo stato d’avanzamento delle riforme e degli investimenti, condizione per accedere alle erogazioni, sarà, ci ricorda sempre Gentiloni, «preciso e cogente».

Già a fine luglio scorso il Comitato intermini­steriale per gli affari europei (CIAE) ha distribuito a tutti i ministri delle schede di progetto. Ciascuna scheda indica per ciascuna delle proposte l’appar­tenenza al gruppo delle «riforme» o degli «investi­menti», gli obiettivi, il costo complessivo stimato e la durata prevista per l’attuazione. Di ogni progetto i ministri dovranno indicare il collegamento alle 11 aree di intervento indicate dall’art. 3 della proposta applicativa dell’accordo di Bruxelles e la coerenza con il Piano nazionale di riforma.

Le aree sono: «Transizione verde e digitale, competitività, resilienza, produttività, ricerca e in­novazione, crescita intelligente, sostenibile e inclusi­va, stabilità dei sistemi finanziari, investimenti, oc­cupazione, coesione, salute». Sono le priorità di cui abbiamo parlato più sopra.

Lo scorso 5 agosto il ministro per gli Affari europei Enzo Amendola ha dichiarato: «Il nostro obiettivo è presentare il Piano di ripresa e resilienza nazionale [Recovery Plan] alla Commissione entro ottobre, insieme alla legge di Bilancio, e non aspet­tare fino alla chiusura della finestra del 30 aprile 2021. La Commissione è pronta a recepire i piani per autorizzare l’erogazione dei fondi dal 15 ottobre» (Il Sole 24 Ore del 6 agosto). Presentando il piano entro il 15 ottobre l’Italia potrà chiedere l’anticipo del 10% degli oltre 200 miliardi, già quest’anno. Il Recovery Plan sarà presentato al Parlamento, come allegato alla Nota di aggiornamento al Def, che per legge deve essere presentata ed approvata dal Parlamento nazionale entro settembre. Riforme e investimenti, ricorda Amendola al Senato, sono «i due grandi obiettivi del Piano. E tra le riforme richieste da Bruxelles ci sono quelle della pubblica amministrazione e della giustizia [...]. Dobbiamo [...] tenere presenti anche politiche di lunga durata come l’innovazione digitale e l’economia sostenibile» (Ibidem).

La ministra Paola De Micheli dispone di una programmazione già consolidata con il Def infra­strutture: il progetto #italiaveloce per estendere l’Alta velocità di rete. La ministra dispone di un quadro di programmi e opere prioritari, risorse mancanti, tempi di cantierizzazione. Si tratta di un piano articolato con un fabbisogno di fondi per 100 miliardi di euro che in parte andranno a completare opere strategiche programmate (Perrone/Santilli, Il Sole 24 Ore del 2 agosto).

Fra le opere prioritarie ci sono la Torino-Lione, le ferrovie Salerno-Reggio Calabria, Taranto-Battipaglia, Roma-Pescara. Si riaprirà anche il capitolo del ponte sullo Stretto.

Con le risorse del Recovery il ministero del Lavoro intende finanziare il Piano nazionale per le nuove competenze, volto a colmare il divario «tra richieste che arrivano da un mondo produttivo alla ricerca di competenze digitali e un’offerta non in grado di soddisfarle» (Ibidem).

Decarbonizzazione, fiscalità di vantaggio am­bientale e finanza verde sono le proposte del mini­stro dell’Ambiente Sergio Costa. «L’idea è garan­tire vantaggi alle imprese che producono green e che intendono trasformare in questa chiave il loro tessuto produttivo» (Ibidem).

L’accelerazione del processo di digitalizzazio­ne sarà una delle priorità del ministero dell’Inno­vazione per l’utilizzo dei fondi Recovery. Tra gli obiettivi di finanziamento c’è quello di puntare sull’iperammortamento fino al 200% del costo d’acquisto di tecnologie, a partire dai robot. L’altra priorità è quella di digitalizzare tutti i servizi es­senziali erogati dalla PA e completare il cablaggio delle scuole. La ministra Paola Pisano assicura poi che «le risorse disponibili non saranno distribuite a pioggia ma convogliate su specifiche iniziative lun­go cinque direttrici di sviluppo: il Cloud, la Roboti­ca, la gestione dei dati, l’intelligenza artificiale e la cybersecurity» (Ibidem).

Di grande rilevanza sono poi gli interventi che il ministero dello Sviluppo economico (Mise) in­tende proporre per l’utilizzo dei finanziamenti del Recovery Fund: detassazione degli utili reinvesti­ti dalle aziende, potenziamento del Piano impresa 4.0, sgravi per attrarre sia imprenditori italiani che avevano delocalizzato la produzione sia investitori stranieri, la rivitalizzazione del Piano banda ultra­larga, un progetto per l’impiego dell’idrogeno come energia pulita nell’industria. «I primi tre interventi si basano sulla leva fiscale, che il Mise ritiene uti­lizzabile nell’ottica di azioni comunque temporanee [perché] Bruxelles non può avallare l’impiego del­le risorse del piano per una riforma del fisco o per riduzioni strutturali. [...]. Per quanto riguarda in­vece il piano Impresa 4.0, ribattezzato Transizione 4.0 [...] si punta all’innalzamento dell’aliquota del beneficio fiscale che oggi ha assunto la forma del credito d’imposta al posto dell’iperammortamento/ superammortamento» (Carmine Fotina su Il Sole 24 Ore» del 2 agosto scorso).

Tuttavia sono in corso confronti tra il Mise e al­tri ministeri per tornare alla vecchia formula (iper/ superammortamento) almeno per l’acquisto di beni per la digitalizzazione. La leva fiscale è poi consi­derata essenziale anche per incentivare il rientro in Italia di produzioni precedentemente delocalizzate e per stimolare gli investimenti esteri, già diminu­iti nel 2019 (-18%) e per i quali si attende un crollo ancora più ampio a fine 2020.

Sarà infine proprio dell’intervento per il digi­tale la nuova versione del Piano banda ultralarga fissa, con gli obiettivi di copertura totale delle co­siddette aree bianche e aree grigie.

Concludo rammentando che analoghi progetti sono stati sollecitati a proporre le aziende pubbliche e quelle partecipate: Enel, Eni, Ferrovie, Fincantieri, Invitalia, Leonardo, Snam e Terna, le quali sono state convocate dal governo il 6 agosto scorso.

Mi fermo qui. Ho cercato di parlare delle me­tamorfosi del Proteo capitalista nei nostri tempi, dove portano e quali conseguenze producono sulle condizioni di vita e di lavoro di ampia parte delle masse popolari e dei singoli individui.

L’auspicio, a conclusione di questo mio inter­vento, è di essere riuscito a stimolare una riflessio­ne il più possibile ampia e critica sui temi trattati, temi che ritengo ineludibili per la teoria e la prassi dei comunisti.


Note

1 Nota della Commissione del 27 maggio scorso.

2 Ibidem.

3 Riccardo Sorrentino su «Il Sole 24 Ore» del 23 luglio scorso.

4 Raccomandazioni proposte dalla Commissione, 20 maggio 2020.

5 Il Sole 24 Ore del 14 giugno.

6 Ibidem.

7 I virgolettati e i dati di questa parte sono tratti dalle pubblicazioni ufficiali del Mise successive all’adozione del Piano Industria 4.0 e dei successivi.

8 Walter Ruffinoni, l’Italia 5.0 comincia da qui, Mondadori, con la prefazione sulla stessa linea di Federico Rampini.

9Il Manifesto del 5 agosto.

10F. R. Pizzuti, Un cambio di rotta nelle strategie economiche europee, Il Manifesto, 22 Luglio 2020.

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carlo
Sunday, 27 September 2020 10:21
Complimenti un articolo veramente interessante che fornisce dati ed elementi di riflessione importanti.
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