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Referendum: l’avvento di TINA Trump

Tomaso Montanari

elfo 553x800Non si deve a un costituzionalista, ma a don Luigi Ciotti, la migliore tra le analisi della riforma costituzionale su cui gli italiani voteranno il 4 dicembre 2016:

La democrazia, con il suo sistema di pesi e contrappesi, di divisione e di controllo dei poteri, rappresenta un ostacolo per il pragmatismo esibito da certa politica come segno di forza. Le richieste di delega, la sollecitazione a fidarsi delle promesse e degli annunci, l’ottimismo programmatico, così come l’accusa di disfattismo o di malaugurio (il “partito dei gufi”) verso chi critica o solo esprime perplessità, rivelano una concezione paternalistica e decisionista del potere, dove lo Stato rischia di ridursi a una multinazionale gestita da super manager e il bene comune a una faccenda in cui il popolo non deve immischiarsi. Tentazione anche questa non nuova ma a cui la globalizzazione ha offerto inedite opportunità, visto l’asservimento, salvo eccezioni, delle istituzioni politiche alla logica esclusiva del “mercato”, cioè di quel sistema che proprio la politica dovrebbe regolamentare. (L. Ciotti, Dal “no” a un impegno collettivo, in Io dico no, Gruppo Abele, pp. 75-76)

La democrazia come ostacolo. È in fondo questo ciò che dovrebbe essere scritto sulle schede del 4 dicembre: “Siete voi convinti che la democrazia sia un ostacolo al governo?”

Perché la diagnosi cui fa seguito la terapia della riforma è proprio questa: l’Italia sarebbe malata di troppa democrazia. Votiamo troppo, protestiamo troppo, siamo troppo rappresentati e troppo garantiti: i cittadini hanno troppa voce in capitolo, e se vogliamo che il governo decida, è necessario ridurre gli spazi di democrazia.

Tuttavia, un certo numero di intellettuali di sinistra si è schierato per il Sì, pur dichiarando di ritenere la riforma, nel merito, “una schifezza” (così, letteralmente, Massimo Cacciari). Perché lo ha fatto?

Il più limpido nello spiegare le proprie ragioni è stato Michele Serra, in una Amaca uscita su “la Repubblica” il 23 ottobre 2016:

“La costituzione renziana è il punto di arrivo di una restaurazione il cui fulcro consiste nel trasferire la sovranità dal popolo ai mercati”. Lo spiega su “Micromega” il vecchio, insigne Raniero La Valle. Concetto folgorante, ma ho una domanda da fare: c’era bisogno della riforma Boschi-Renzi per raggiungere un obiettivo già ampiamente realizzato ben prima che Renzi andasse al governo, e quasi prima che Renzi nascesse? Il “trasferimento della sovranità dal popolo ai mercati” (o meglio dalla politica all’economia) è cosa fatta da almeno una generazione, a dispetto di La Valle e di una moltitudine di altre persone, tra le quali mi annovero: politicamente parlando, una moltitudine di sconfitti. Verbosi, animosi, generosi, virtuosi, speranzosi e tanti altri “osi”, ma sconfitti, secondo la celebre battuta che recita, a bocce ferme, “la lotta di classe c’è stata davvero, e l’ha vinta il capitale”. Perdere non è disonorevole, se ci si è battuti con coraggio. Ma l’ombra della propria sconfitta non può e non deve ricadere su chi è arrivato dopo, e il “trasferimento della sovranità ai mercati” se l’è trovato bello e fatto. Quello che non mi convince, nel profondo, nella campagna per il No, è che imputa alla post-politica dei nostri tempi le sconfitte e le inadempienze che furono della veteropolitica, e a un gruppetto di trenta-quarantenni la responsabilità di quanto già ampiamente accaduto.

Dopo una risposta di La Valle, Serra ha replicato esplicitando ulteriormente il proprio pensiero:

Io credo che la riforma Boschi-Renzi non c’entri nulla con la perdita di sovranità del popolo e il trionfo dei mercati. Credo preveda un blando rafforzamento dell’esecutivo, una semplificazione (sperata, chissà se realizzabile) degli iter legislativi e un pasticciato rimaneggiamento del Senato che sarebbe stato molto meglio abolire per passare a un sistema monocamerale. Credo, insomma, che si tratti di una riforma tecnico-istituzionale sulla quale è assurdo scaricare il peso di mutamenti strutturali della società e dell’economia (la “sovranità dei mercati”) già avvenuti da tempo, nonostante gli sforzi, a volte generosi a volte solo presuntuosi, di una sinistra che non ha retto l’urto del cambiamento e forse di quel cambiamento, in qualche caso, neppure si è avveduta.

Questo punto di vista merita una risposta articolata. La campagna per il No non imputa a Renzi le sconfitte della generazione di Serra, ma intende difendere ciò che ha impedito che quelle sconfitte fossero definitive e travolgenti: l’argine della Costituzione della Repubblica.

È un fatto che Confindustria, Sergio Marchionne, le grandi banche nazionali e internazionali e la maggior parte degli ultrasessantcinquenni votano Sì. Al contrario, la Cgil, l’Arci, Libera, l’Anpi e la maggior parte di chi ha meno di sessantacinque anni votano No. Se si trattasse solo di sveltire le pratiche parlamentari queste aggregazioni non avrebbero senso: se ce l’hanno è perché la posta in gioco è la definitiva espulsione dei cittadini dalla politica, e la concentrazione oligarchica del potere. La vera partita che stiamo giocando riguarda l’ultimo tassello di un mosaico che è stato descritto con efficacia da Luciano Gallino, secondo il quale, in tutta Europa, “la ‘costituzione’ non scritta, ma applicata da decenni con maggior rigore di molte Costituzioni formali, … [è] volta a cancellare le conquiste che la classe lavoratrice e le classi medie avevano ottenuto nei primi trenta o quarant’anni dopo la guerra” (L. Gallino, Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa, Einaudi 2013, p. 77).

Ecco, con la riforma Renzi si cerca di costituzionalizzare questo stato delle cose, di scrivere anche nella Costituzione formale i contenuti di quelle costituzioni non scritte.

Ma – dice Serra – la riforma riguarda il rapporto tra governo e parlamento, o quello tra governo e regioni: e cosa c’entra tutto questo con la sovranità dei mercati?

Lo ha spiegato, con chiarezza cristallina, la più grande banca del mondo, la JP Morgan, in un documento del 2013:

Le Costituzioni e i sistemi politici dei Paesi della periferia meridionale, costruiti in seguito alla caduta del fascismo, hanno caratteristiche che non appaiono funzionali ad un’ulteriore integrazione della regione [nel mercato globale]. […] All’inizio della crisi si era generalmente pensato che i problemi strutturali dei Paesi europei fossero soprattutto di natura economica. Ma, con l’evoluzione della crisi, è diventato evidente che ci sono problemi inveterati nella periferia [europea], che dal nostro punto di vista devono cambiare, se l’Unione Europea vuole, in prospettiva, funzionare adeguatamente. Queste Costituzioni tendono a mostrare una forte influenza socialista, che riflette la forza politica che le sinistre conquistarono dopo la sconfitta del fascismo. Questi sistemi politici periferici mostrano, in genere, le seguenti caratteristiche: governi deboli; stati centrali deboli rispetto alle regioni; tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori … e il diritto di protestare se cambiamenti sgraditi arrivano a turbare lo status quo. I punti deboli di questi sistemi sono stati rivelati dalla crisi. […] Ma qualcosa sta cambiando: il test chiave avverrà l’anno prossimo in Italia, dove il nuovo governo ha chiaramente l’opportunità di impegnarsi in importanti riforme politiche. (The Euro area adjustment: about halfway there, 28 maggio 2013, traduzione di chi scrive).

Quando si evoca questo documento, le sopracciglia degli uomini di mondo si aggrottano, e un sibilo fende l’aria: “complottismo!”. Ebbene, non riesco davvero a vedere cosa ci sia di complottistico nel citare un documento pubblico, redatto da una banca realmente esistente e dedicato alla riforma della costituzione di un paese realmente esistente. Si tratta, in ultima analisi, di prendere atto che il ‘lobbismo’ esiste anche in Italia, e che una pressione di questo tipo è da gran tempo esercitata anche sulla riforma della legge fondamentale, così come accade per altre leggi. Prova ne sia che, in un autorevole articolo del “Corriere della sera” del 1° aprile 2014, l’autorizzatissimo “quirinalista” Marzio Breda scriveva che, per comprendere la determinazione dell’allora presidente Giorgio Napolitano nel sostenere questa riforma costituzionale, “basterebbe rileggersi il rapporto stilato dalla J.P. Morgan il 28 maggio 2013, là dove indica nella ‘debolezza dei governi rispetto al Parlamento’ e nelle ‘proteste contro ogni cambiamento’ alcuni vizi congeniti del sistema italiano. Ecco una sfida decisiva della missione di Renzi. La velocità impressa dal premier, quindi, a Napolitano non dispiace”.

Non si tratta, dunque, di complottismo, ma della necessità di prendere atto che ridurre il potere del Parlamento e delle Regioni e ridurre le occasioni in cui si vota, e dunque restringere i modi in cui i cittadini possono incidere sulle scelte politiche, va incontro ai desideri di una parte dominante del mercato finanziario: un mercato che è, evidentemente, meno sicuro di Michele Serra circa la propria assoluta vittoria sulle sovranità nazionali.1

Se la nostra Costituzione è ritenuta un ostacolo dalla JP Morgan, e se la riforma costituzionale Renzi prova a sciogliere alcuni dei nodi esplicitamente indicati da qquesta ultima, Morgan è legittimo ritenere che questa riforma abbia a che fare con una partita che non è ancora chiusa.

È assai signficativo che ad essere d’accordo con Serra siano gli elettori di oltre 65 anni, l’unica fascia di età in cui il Sì è dato in vantaggio dai sondaggi. E il punto non è il rimbecillimento senile (come ha detto, con infelice battuta, Massimo D’Alema), ma semmai la rassegnazione: la profonda convinzione che ormai non si possa far nulla se non piegare la testa sotto la forza di un’onda inarrestabile. È in quest’ottica che un’intera generazione ritiene accettabile, e anzi desiderabile e pacificatorio, far cadere l’ultima ragione di attrito: quella Costituzione che ricorda, fin troppo dolorosamente, tante battaglie perdute.

A ben vedere, tuttavia, questa rassegnazione si traduce in una sfiducia radicale nella democrazia, e nella politica stessa. È un atteggiamento diffuso, ben sintetizzato nelle parole di Claudio Giunta: “Matteo Renzi ha opinioni spesso ragionevoli, come le hanno più o meno tutti, ma a differenza di più o meno tutti sembra avere la capacità di coagulare attorno a sé il consenso e sembra possedere la serena incoscienza per mettere in pratica qualcuna di quelle idee, in modo che ne esca un effetto positivo non in relazione ai problemi reali che dobbiamo affrontare, che stanno ormai al di là della portata della politica, ma in relazione a certe piccole questioni di contorno, a certi ingranaggi del macchinario” (Essere #matteorenzi, il Mulino 2015, p. 80).

L’equazione, dunque, è la seguente. La politica ormai non conta più molto, visto che a governare le nostre vite è il mercato: e siccome Renzi può forse oliare il binario della gestione di questa resa quotidiana, facciamo quel che ci chiede, e votiamo Sì.

Si tratta dell’ultima versione – soft, depressa, mansuetamente sfibrata – del famoso TINA: There Is No Alternative, il motto dell’età del neoliberismo rampante della Thatcher e di Reagan, rivitalizzata da Blair. È questo il vero nucleo del messaggio di Serra: non c’è alternativa, dunque per favore smettiamo di illuderci e di lottare. E sdraiamoci in pace.

Si tratta, naturalmente della fine dell’idea stessa di una qualsiasi Sinistra: cioè di una parte che cerchi di mutare lo stato delle cose contestando il primato del denaro in nome del primato della persona umana e dell’eguaglianza. Ma la fede in Tina (cioè nella mancanza di alternativa allo stato delle cose) è accettabile solo per chi abbia qualche forma di garanzia: per una maggioranza crescente di occidentali, al contrario, qualunque alternativa comincia ad esser preferibile allo stato presente delle cose. Perché anche per l’Occidente vale ormai questa constatazione di Joseph Stiglitz: “Vari paesi nel mondo offrono esempi spaventosi di ciò che accade a una società quando raggiunge il livello di disuguaglianza verso il quale ci stiamo dirigendo. Non si tratta di una bella immagine: sono paesi in cui i ricchi vivono in comunità recintate, assediate da masse di lavoratori a basso reddito; sono sistemi politici instabili, dove il populismo promette alla gente una vita migliore soltanto per disilluderla” (Il prezzo della disuguaglianza. Come la società divisa di oggi minaccia il nostro futuro, Einaudi 2013, p. 6).

Dal 9 novembre 2016 questo ritratto impietoso vale anche per gli stessi Stati Uniti d’America. Se fino a quel momento il suicidio della Sinistra aveva spinto metà dell’elettorato all’astensione, da quel giorno la terribile Tina ha assunto un cognome non meno terribile: Trump. Perché è fin troppo evidente che la svolta davvero epocale dell’arrivo di Trump alla Casa Bianca è il frutto avvelenato e mostruoso del tradimento radicale della Sinistra: a forza di dire che non c’è alternativa, la disperazione degli scartati, dei marginali, dei sommersi ha trovato la sua alternativa. In breve, il tradimento delle élites intellettuali sta costringendo al suicidio non solo le masse che credono di aver trovato un’alternativa, ma l’intera democrazia occidentale. E qui – una volta tanto – l’analisi dei contenuti coincide con la reazione più istintiva: perché la giovane ministra italiana per le Riforme – indelebilmente associata, per via familiare, ad un odioso scandalo bancario – suscita in larga parte della cittadinanza italiana sentimenti di rigetto del tutto analoghi a quelli provocati da Hillary Clinton ad ogni sua apparizione televisiva. In breve: quando la dottrina della Sinistra afferma che il sistema non è modificabile, e quando questa dottrina è proclamata da persone palesemente organiche al regime neofeudale vigente, una parte crescente di cittadini affida il proprio consenso a chi promette di abbatterlo, quel sistema.

Allora, dev’essere ben chiaro che chi voterà Sì perché “non c’è alternativa” lavora attivamente per preparare il terreno ad altri Trump. Votare No, invece significa dire che crediamo che la battaglia non sia ancora perduta: significa che un’alternativa è possibile.

Ha scritto Piero Calamandrei che la Costituzione è “una polemica contro il presente, contro la società presente. Dà un giudizio, la Costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la Costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani”.

La riforma costituzionale su cui il popolo italiano è chiamato a votare vuole spegnere quella polemica, mettere a tacere quel giudizio, impedire quella trasformazione. A tutti coloro che dicono che è tempo che la Costituzione si pieghi a contenere una quieta rassegnazione, rispondo, ancora con Calamandrei, che essa contiene invece una “rivoluzione promessa”. Non è troppo tardi per attuarla.


Nota
1 Per inciso, bisognerebbe anche notare che Matteo Renzi ha più volte detto esplicitamente che il suo modello di leader politico è Tony Blair, e ha anche più volte annunciato che, dopo due mandati alla guida del governo (e lasciamo, qua, perdere che i mandati del presidente del Consiglio sono nella disponibilità del Presidente della Repubblica e del Parlamento, e non del diretto interessato!), farà come lui: cioè andrà in giro per il mondo a fare conferenze e consulenze. La domanda è: sarà identico anche il finanziatore? Il “Financial Times” ha stimato in due milioni e mezzo di sterline il compenso annuo che la JP Morgan versa a Blair, e la prima volta che “Tony” e “Matteo” hanno cenato insieme (a Palazzo Corsini, a Firenze) l’organizzatore era proprio l’amministratore delegato della banca americana. Sarebbe, in effetti, del più alto interesse sapere quali politici italiani siano attualmente sul libro paga della banca.
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