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La Cina contemporanea, erede principale dell’Ottobre Rosso e del bolscevismo

Per il centesimo anniversario del partito comunista cinese

di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

36228974. UY385 SS385 Quale tipo di eredità politica lascia e proietta fino ai nostri giorni l’epocale rivoluzione bolscevica del 1917, l’eroico “assalto al cielo” condotto con successo un secolo fa dagli operai e contadini dell’ex impero zarista, diretti dal partito di Lenin?

Dove si cristallizza concretamente l’attualità politico-sociale e il significato odierno, vivo e contemporaneo della Rivoluzione d’Ottobre?

Si tratta di una domanda semplice che trova una risposta politico-teorica altrettanto chiara, anche se sgradita e indigesta per larga parte della sinistra antagonista italiana, affetta sia da una prolungata impotenza politica di tipo anarcoide che da un puerile eurocentrismo: l’erede principale dell’Ottobre Rosso, all’inizio del terzo millennio, è costituito dalla Cina prevalentemente socialista dei nostri giorni.

Si è ormai attuata proprio quella scissione epocale tra “Oriente avanzato” (avanzato sul piano politico-sociale, e ai nostri giorni anche in campo tecnologico-produttivo) e “Occidente arretrato” (arretrato e reazionario sul piano politico-sociale) che Lenin aveva previsto, in modo geniale e provocatorio, fin dal maggio 1913 in un suo splendido articolo dal titolo omonimo e pubblicato sulla Pravda, scritto che il cosiddetto marxismo occidentale, da Otto Bauer fino ad arrivare a Toni Negri e a Žižek, evita come la peste bubbonica.

Certo, la sedimentazione concreta che rimane ancora oggi della rivoluzione bolscevica si rivela e si mostra anche nella memoria collettiva favorevole rispetto ad essa che è emersa di recente all’interno dalla coscienza di milioni di operai, contadini e intellettuali di sinistra di tutto il mondo, a partire ovviamente dal gigantesco continente-Russia.

Sono altresì successori legittimi e in carne e ossa dell’Ottobre Rosso del 1917 anche tutti quei partiti comunisti – non parliamo ovviamente delle litigiose e ininfluenti sette e micro sette di matrice trotzkista, bordighista o consiliarista – che continuano a lottare e operare nel mondo capitalistico e nelle ipersfruttate periferie del cosiddetto Terzo Mondo, perseverando con orgoglio a rivendicare l’eredità leninista anche ai nostri giorni e nei difficili decenni di controffensiva imperialistica, sviluppatasi con forza dopo il deleterio crollo dell’Unione Sovietica e dal 1989 ad oggi.

Passando a un livello politico-sociale ancora superiore, sempre come continuatore dell’Ottobre Rosso del 1917 troviamo, poi, l’esperienza apertamente marxista, seppur di natura creativa e non-dogmatica, dei partiti comunisti di Cuba e del Vietnam, del Laos e della Repubblica Democratica Popolare di Corea: partiti per i quali, è appena il caso di dire, la teoria e la praxis politico-sociale del bolscevismo rimane tuttora una fonte diretta di ispirazione, seppur letta e decodificata senza paraocchi dogmatici e applicata creativamente alla realtà locale, nazionale.

Ma in ogni caso l’erede principale della rivoluzione d’Ottobre all’inizio del terzo millennio si trova in oriente e, più precisamente, nella Cina Popolare: ferma restando l’importanza e il valore concreto delle altre esperienze statali sopracitate, la Cina contemporanea gode, infatti, di una centralità politica a livello planetario per tutta una serie di ragioni indiscutibili e connesse tra loro.

Innanzitutto il numero attuale dei cinesi risulta pari a più di 1.400.000.000 e comprende quindi quasi un quinto dell’intero genere umano, mentre invece, ad esempio, lo splendido popolo del Laos, con i suoi gentili e coraggiosi esseri umani, raggiunge solo quota sei milioni di unità.

Altrettanto indiscutibile risulta il “fatto testardo” (Lenin) in base al quale l’estensione territoriale della Cina equivale a più di 9.500.000 di chilometri quadrati, quindi oltre trenta volte l’Italia, mentre il Laos prevalentemente socialista invece si estende su una superficie di 236.000 km²: la Cina rappresenta il terzo paese nel mondo, dopo Russia e Canada, in termini di superficie geografica.

Sul piano geopolitico la Cina Popolare risulta, inoltre, collocata quasi al centro del gigantesco continente asiatico e confina, o risulta molto vicina a nazioni importanti quali la Russia, l’India e il Giappone, il Pakistan e l’Afghanistan, il Vietnam e la penisola coreana, oltre alle grandi estensioni della Mongolia e del Kazakistan.

La Cina prevalentemente socialista dall’inizio del terzo millennio è altresì ben posizionata, ormai da più di due decenni, all’interno della decisiva zona geoeconomica dell’Oceano Pacifico: un’area enorme e una rete proteiforme di interrelazioni produttive, commerciali e politiche che ormai rappresenta il “numero uno” a livello mondiale, come del resto aveva previsto in modo geniale Karl Marx fin dal 1850, nel suo splendido scritto intitolato “Spostamento del centro di gravità mondiale”.

Rimanendo sempre nel settore dei “numero uno” globali, la Cina Popolare è diventata, come minimo fin dal 2014, la prima potenza economica del mondo in termini di prodotto nazionale lordo – a parità di potere d’acquisto – persino secondo le valutazioni della Banca Mondiale a guida occidentale e, stando anche alle stime più prudenti, rappresenta sicuramente la terza potenza militare del nostro pianeta.

In che senso tale gigantesco potenziale materiale e umano, tale snodo enorme di accumulazione di potenza multilaterale costituisce l’erede politico principale del leninismo e della Rivoluzione d’Ottobre?

La prima risposta risulta di matrice politica e viene costituita dal semplice “fatto testardo” (Lenin) per cui, come in Russia dalla fine del 1917, l’egemonia nel controllo del potere statale e della gestione degli affari comuni della società viene esercitata tuttora dal partito comunista cinese: un partito comunista che risulta fiero di definirsi tale, presentandosi apertamente di fronte a tutto il mondo come marxista, oltre che basato sul materialismo dialettico in campo filosofico.

Tra i tanti esempi concreti disponibili va sottolineato come nell’ottobre del 2016 il compagno Xi Jinping, attuale segretario del partito comunista cinese, abbia dichiarato pubblicamente che “gli ideali e le cause per cui noi comunisti abbiamo combattuto” a partire dal 1921, “non sono cambiati”, mentre celebrava davanti ai mass-media e a centinaia di milioni di cinesi l’eroica “Lunga Marcia” maoista del 1935-1936.

Parole molto chiare, che vanno collegate a una seria pratica leninista tesa al controllo dei gangli fondamentali del potere politico ed economico rifiutando le pavide e anarcoidi pseudo teorizzazioni, ancora tanto diffuse nella sinistra antagonista occidentale, rispetto al “rifiuto di prendere il potere” e alla necessità di un “contropotere permanente rispetto alla borghesia”: ossia le concezioni infantili di intellettuali come Holloway, Žižek e Negri, incapaci persino di amministrare un condomino o anche solo pensare di amministrarlo.

Fondato nel luglio del 1921, quando Lenin svolgeva anche il suo ruolo di leader della Terza Internazionale, oltre che uno dei pochi partiti comunisti che opera senza soluzione di continuità politico-organizzativa da un secolo, il partito comunista cinese rivendica invece apertamente la realpolitik rivoluzionaria e l’eredità politica di Lenin, forte delle lezioni impartite da una storia ormai pluridecennale.

In seconda battuta la Cina dell’inizio del terzo millennio rivela una matrice socioproduttiva prevalentemente socialista e di tipo statale/cooperativo/municipale, come del resto avvenne in forme diverse anche nelle zone urbane della Russia post-rivoluzionaria durante il periodo compreso tra il novembre del 1917 (nazionalizzazione delle banche e della proprietà della terra, ecc.) e il 1928.

Persino la rivista statunitense “Fortune”, anticomunista e anticinese, in un suo rapporto sulle principali 500 aziende su scala mondiale pubblicato nell’estate del 2016, ha rivelato che tutte le prime undici imprese cinesi all’interno di tale “Top 500” planetaria erano, completamente o in larga parte, di proprietà pubblica: a partire dalla formidabile società cinese State Grid, seconda nella classifica mondiale Fortune con un fatturato pari a ben 329 miliardi di dollari, ossia un sesto del prodotto interno lordo italiano.

Il totale del fatturato del 2015 delle prime undici aziende cinesi, tutte di proprietà pubbliche (completamente o in gran parte), è risultato pari a 1.944 miliardi di dollari: ossia il 20 percento e un quinto del prodotto interno lordo cinese dello stesso anno.

Circa un quinto del PIL cinese del 2015 risultava, quindi, di proprietà statale e veniva generato da sole undici gigantesche aziende cinesi, da solo undici colossi di proprietà pubblica, con un fatturato pari al PIL italiano.

La Cina contemporanea ha preso il “testimone” politico lasciato dai bolscevichi russi anche nel campo dello sviluppo qualitativo delle forze produttive, settore strategico per il quale il geniale Lenin sostenne, a ragion veduta e fin dal giugno 1919, pubblicando l’articolo intitolato “La grande iniziativa”, che “la produttività del lavoro è in ultima analisi la cosa più importante, essenziale per la vittoria del nuovo ordine sociale. Il capitalismo può essere battuto definitivamente e sarà battuto definitivamente appunto perché il socialismo crea una nuova produttività del lavoro molto più alta”.

Se dal 1919 passiamo al 2021, proprio negli ultimi anni e smentendo molti profeti di sventura, anche di “estrema sinistra”, la Cina prevalentemente socialista ha raggiunto il primato mondiale in settori scientifico-tecnologici decisivi quali:

• i supercomputer;

• le comunicazioni quantistiche;

• il settore spaziale;

• le nanotecnologie;

• l’intelligenza artificiale;

• la produzione e utilizzo di robot;

• treni ad alta velocità (hyperloop, ecc.);

• le tecnologie per le energie rinnovabili (solare, eolica, ecc.).

Ormai, il secolare primato occidentale nell’alta tecnologia e nei settori scientifici all’avanguardia è entrato in crisi irreversibile, mentre si sta ormai consolidando un nuovo centro di gravità planetario all’interno di questo segmento decisivo per le sorti del genere umano.

Un ulteriore elemento di continuità teorica e pratica con la Rivoluzione d’Ottobre è rappresentato dalla particolare NEP cinese, introdotta in modo creativo in Cina a partire dal 1978 e proseguita fino ai nostri giorni, seguendo in buona parte l’importante modello socioproduttivo della Nuova Politica Economica già abbozzata nel marzo-aprile del 1918 e, in seguito, elaborata e messa in pratica da Lenin e dal partito bolscevico a partire dal marzo del 1921.

Come ha notato correttamente Fosco Giannini, dopo la vittoria dei bolscevichi nella durissima guerra civile del 1918-20 l’enorme massa dei contadini russi “non accettò più i sacrifici imposti dal comunismo di guerra” e Lenin si fece carico, più di ogni altro dirigente, della contraddizione sociale in atto, che lo portò a ragionare sull’esigenza dell’alleanza contadini-operai. Un’alleanza che Lenin, all’inizio, tentò di saldare attraverso un’innovazione politico-teorica: lo scambio di prodotti (baratto di merci) tra contadini e operai, tra grano e beni industriali. Non sarebbe stata la soluzione, ma l’indicazione di marcia da parte di Lenin, già potente, antidogmatica, una premessa della stessa NEP.

Quale corredo politico-teorico lascia la breve esperienza della NEP leninista? Lascia, innanzitutto, una riflessione, da parte di Lenin, profonda e proficua, un vero e proprio apparato teorico (accantonato) a sostegno del “socialismo attraverso un’economia di mercato”.

Lenin mette a fuoco la concezione dell’“uklad”, una struttura socialista, una produzione economica socialista, in grado di svilupparsi proprio in virtù della competizione con le strutture neocapitalistiche interne al socialismo. Una visione, questa di Lenin, addirittura preveggente, rispetto alla futura stagnazione sovietica brezneviana e in accordo con lo stesso, odierno, tipo di sviluppo e proficua competizione stato-mercato del “socialismo con caratteri cinesi”; oltre ciò, Lenin affronta il problema dell’entrata dell’economia di mercato (e persino del capitale straniero) nel socialismo in termini nuovi, sottolineando gli aspetti positivi, per ciò che riguardava e riguarda il necessario sviluppo generale delle forze produttive, di queste incursioni capitalistiche.

In modo abbastanza simile alla Russia sovietica del 1921-28, anche all’interno dei rapporti sociali di produzione cinesi dal 1978 fino ai nostri giorni si è riprodotto costantemente un particolare effetto di sdoppiamento di gigantesca portata storica, in base al quale un egemone e prioritario settore produttivo di matrice collettivistica da più di quattro decenni interagisce e coesiste conflittualmente con una larga, ma subordinata e minoritaria area di tipo capitalistico, endogeno o di proprietà delle multinazionali straniere.

Pertanto, le coordinate generali, allo stesso tempo teoriche e pratiche, tracciate sulla NEP in modo lungimirante da Lenin nel 1921, si ritrovano e sono state ricreate in modo creativo anche nella Cina contemporanea, come del resto vale anche per la vitale soluzione del rapporto dialettico esistente tra pianificazione – ben presente e tuttora ben funzionante all’interno del gigantesco paese asiatico – e mercato. Basta solo ricordare come lo stesso Lenin, capace di elaborare le linee-guida della NEP e delle relazioni mercantili nella Russia sovietica, avesse altresì introdotto simultaneamente sia il GOELRO, cioè l’Istituto di Pianificazione sovietico, sia il piano per l’elettrificazione della futura Unione Sovietica: ossia il comunismo inteso come “potere sovietico più elettrificazione”, come descrisse del resto in un loro colloquio avvenuto alla fine del 1920 a uno stupefatto scrittore di fantascienza come Herbert G. Wells.

Quinto anello di continuità tra l’esperienza bolscevica e la Cina contemporanea: la capacità di compiere, seppur con gravi errori e profonde autocritiche, imprese straordinarie e “miracoli” laici, imprevisti e inaspettati per gran parte degli osservatori del resto del mondo.

La politica non venne certo concepita dai comunisti sovietici e cinesi principalmente come arte del possibile, ma invece innanzitutto come prometeica e liberatoria scienza della trasformazione dell’impossibile (nel passato) nel possibile (nel presente) e nella realtà concreta del domani, di un futuro a volte molto ravvicinato.

Lenin e il partito bolscevico, con il supporto politico indispensabile dell’avanguardia degli operai e contadini russi, riuscirono infatti a realizzare l’eccezionale “triplice impresa” di sconfiggere la borghesia russa e internazionale nell’Ottobre Rosso del 1917, di vincere contro quasi tutti i pronostici la tremenda guerra civile del 1918-20 (in cui i “Bianchi” e le forze controrivoluzionarie erano foraggiate, armate e sostenute direttamente dall’imperialismo occidentale) e, infine, di risollevare in pochi anni l’area dell’ex-impero zarista da una situazione ormai divenuta, dopo la fine della lotta armata, disastrosa sia sul piano politico (sommossa di Kronstadt del 1921, ribellioni contadine nello stesso anno, ecc.) che economico: fame e cannibalismo nella Russia del 1921, distruzione quasi totale dell’industria nazionale, ecc.

Il partito comunista cinese, dal 1921 fino ad arrivare ai nostri giorni, è riuscito a sua volta a compiere un suo particolare “triplice miracolo”, laico e materialista, seppur commettendo a volte gravi errori politici e mettendo in campo una quasi costante pratica collettiva di autocritica. Il “triplice miracolo” si è via via manifestato nella sua vittoria epocale durante la guerra civile prolungata (e la resistenza all’imperialismo giapponese) del 1926-49; nella capacità di risolvere plurisecolari problemi della Cina quali la denutrizione, l’analfabetismo e l’assenza di protezione sociale (periodo 1949-76) e, infine, nel quarantennale decollo produttivo, tecnologico e sociale innescato dall’introduzione della NEP cinese a partire dal 1978, grazie allo stimolo e capacità pratica di progettazione del geniale Deng Xiaoping.

Un miracolo laico concretissimo che ha rivelato i suoi frutti positivi anche nella concretissima triplicazione (triplicazione…) dei salari degli operai e delle tute blu cinesi negli anni compresi tra il 2005 e il 2016, come ha ammesso l’insospettabile istituto Euromonitor a inizio 2017, oltre che nel fatto testardo – ammesso persino dall’insospettabile banca elvetica Credit Suisse e già nel 2013 – per cui il salario medio dei trentenni cinesi ormai supera quello dei trentenni italiani.

Niente male, per un paese e una nazione nella quale per le strade di Shanghai prima del 1949 morivano di fame e malattie facilmente curabili migliaia di proletari e di disoccupati, nell’indifferenza generale del mondo “civilizzato” e dell’avida borghesia cinese.

Anche in campo internazionale troviamo del resto delle sorprese politiche che fanno riferimento alla prospettiva universale di Lenin e dei bolscevichi, dato che si sta ormai materializzando ai nostri giorni una raffinata strategia su scala mondiale di lungo periodo, elaborata con cura dal partito comunista cinese: una visione globale di natura logistico-produttiva, pacifica e cooperativa che sarebbe piaciuta moltissimo al Lenin del “Decreto sulla pace” del 1917 e del trattato di Rapallo del 1922 tra Germania e Russia sovietica, oltre che un progetto cinese che già ora sta cambiando in modo graduale ma sensibile i vecchi rapporti di forza internazionali, geopolitici e geoeconomici.

L’obiettivo centrale per i prossimi anni di questa strategia è rappresentato dalla “Grande Eurasia”, mentre i suoi mezzi principali si cristallizzano nell’alleanza con la Russia e nelle nuove “Vie della Seta” che stanno sorgendo da Shanghai a Madrid/Londra: anche un intelligente studioso americano come Alfred McCoy ha rilevato già nel 2015 che “la Cina si sta affermando in modo profondo” in Eurasia e che per modificare la struttura geopolitica mondiale “sta usando un fine strategico, che fino a questo momento ha eluso la comprensione da parte delle élite al potere in Usa”.

“Il primo passo è consistito in un sensazionale progetto di creazione di una infrastruttura che assicuri l’integrazione economica del continente. Stendendo un’elaborata e complessa rete di ferrovie ad alto volume e ad alta velocità, come anche gasdotti e oleodotti, nelle vaste distese Eurasiatiche, la Cina potrebbe rendere realtà l’intuizione di Mackinder in un modo imprevisto. Per la prima volta nella storia il rapido movimento transcontinentale di carichi di materie prime fondamentali, petrolio, minerali, prodotti, sarà possibile su una scala prima impensabile, unificando così potenzialmente la grandissima estensione di terre in questione in un’unica zona economica, che si estende per 6500 miglia da Shanghai a Madrid. In tal modo la leadership di Pechino spera di spostare il baricentro del potere geopolitico via dalla periferia marittima e fin dentro l’Heartland continentale” (Alfred McCoy, “Il gran gioco di Washington e perché sta fallendo”), attraverso l’applicazione creativa della dialettica materialistica al processo di sviluppo delle relazioni internazionali.

Anche nel settore geopolitico e geoeconomico mondiale la Cina si sta dunque mostrando come l’erede principale della Rivoluzione d’Ottobre: del resto il geniale e antieurocentrico Lenin aveva previsto nel 1923, in uno dei suoi ultimi scritti intitolato “Meglio meno, ma meglio”, che “l’esito della lotta” (tra socialismo e imperialismo) “dipende, in ultima analisi, dal fatto che la Russia, l’India, la Cina, ecc. costituiscano l’enorme maggioranza della popolazione” del pianeta.

“Un’enorme maggioranza della popolazione” (Lenin) che ormai da tempo sta iniziando, in modo pacifico ad auto-organizzarsi, seppur tra molte contraddizioni e difficoltà, in buona parte dell’Eurasia, spezzando la strategia globale dell’imperialismo statunitense e la sua spietata “grande scacchiera”, esposta fin dal 1997 da Z. Brzezinski, il cui centro di gravità era ed è tuttora costituito dal controllo da parte di Washington del continente euroasiatico.

In conclusione, non si può che concordare con il marxista cinese Cheng Enfu quando quest’ultimo, sulle pagine dell’autorevole rivista cinese “International Critical Thought”, ha evidenziato in modo esplicito come il progetto globale della Nuova Via della Seta non è solo un piano infrastrutturale – come scorgiamo nitidamente anche in Occidente – ma “assume il volto di una iniziativa di edificazione globale del socialismo con caratteristiche cinesi” e quindi una planetaria operazione di soft-power con la quale “i comunisti cinesi contribuiscono al rafforzamento e allo sviluppo del movimento comunista a livello internazionale”.

Mentre la Cina progetta e agisce concretamente: quando la “raffinata” e (una volta) avanzata sinistra occidentale riuscirà a sua volta a dare finalmente segnali concreti di vitalità, dopo il “lungo sonno” del 1989-2020?

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daniele, massimo e roberto
Saturday, 04 December 2021 10:30
A SEGUIRE UN BREVE ESTRATTO DEL CAPITOLO SECONDO RIPRESO DAL LIBRO CENTO MILIARDI DI GALASSIE.
IL CAPITOLO PROSEGUE SU:
WWW.MONDOROSSO.WORDPRESS.COM

BUONA LETTURA

Capitolo secondo
Algoritmo ontologico nella notte stellata
L’Homo sapiens osserva da molte migliaia di anni la dinamica di movimento delle miriadi lattiginose di stelle, al pari dei terrestri “fiori fiammeggianti che brillano intensamente” e di quelle “nuvole vorticose nella foschia viola” dipinte e descritte magistralmente, seppur con modalità artistiche diverse, da Vincent Van Gogh e da Don McLean attraverso vere e proprie schegge di infinito, variegate per colori e sonorità.
Un processo infinito che riecheggia in modo diverso anche negli “interminati spazi” e “sovrumani silenzi” tratteggiati in una delle più belle poesie finora prodotte dal genere umano: ma persino il genio malinconico di Leopardi non poteva immaginare la magia e la celeste immensità di un mare stellare nel quale realmente, a partire dal 1917 e dalla scoperta clamorosa di Heber Doust Curtis, risulta facile naufragare e perdersi, dentro abissali vuoti cosmici costellati spesso di mortali e spietati buchi neri.
Ma per il nostro studio proprio tali “interminabili spazi” cosmici assumono il ruolo di un decisivo filo di Arianna e di un punto di partenza determinante.
A come Andromeda, in primo luogo; almeno cento miliardi di altre galassie, in seconda battuta, intese come concretissime memorie di luce per il nostro presente.
Soprattutto almeno cento miliardi di concretissimi motivi a sostegno del realismo ontologico e, simultaneamente, di validissime ragioni che demoliscono, invalidano e falsificano le tesi opposte dell’idealismo soggettivo con il suo peculiare schema del “nessun oggetto” (ad esempio cento miliardi di galassie) “senza soggetto”.
Partendo da Andromeda, la prima osservazione per iscritto rispetto a quella che solo dal 1917 verrà conosciuta come la galassia di Andromeda venne effettuata, nel X secolo d.C., dall’astronomo persiano Abd al-Rahman al-Sufi, il quale la descrisse come una “piccola nube” proprio all’interno del suo Libro delle stelle fisse, pubblicato nell’attuale Iran intorno al 965: uno splendido ritrovamento protoscientifico, ma ancora limitato dall’assenza di telescopi.
Andromeda venne considerata una particolare “nube” cosmica anche in seguito e ancora alla fine dell’Ottocento, mentre solo nel cruciale 1917 il geniale astronomo statunitense Heber Doust Curtis scoprì, comprese e in seguito dimostrò, grazie alle fondamentali osservazioni effettuate da Hubble nel 1923 e nel corso di alcuni anni di accaniti dibattiti scientifici, che Andromeda costituiva invece un’enorme galassia come la nostra Via Lattea, denominando inoltre la nostra sorella stellare come un altro “universo-isola”.
Si trattò di una scoperta epocale e di un vero e proprio simbolo dell’eurekismo scientifico.
Ormai nessun astronomo, nessun astrofisico dubita dell’esistenza della galassia di Andromeda che, ben lungi da essere un’insignificante “nube a spirale”, rappresenta invece una galassia a spirale lontana approssimativamente 2,5 milioni di anni luce dal nostro sistema galattico, essendo tra l’altro di dimensioni superiori alla Via Lattea e venendo formata da un numero di stelle stimato nell’ordine di un bilione: ossia mille miliardi di corpi stellari, al cui interno avviene una continua e formidabile attività di fusione termonucleare.
Dunque abbiamo una galassia e circa mille miliardi di stelle assolutamente sconosciute al genere umano, a qualunque essere umano prima del 1917 e prima della scoperta epocale di Curtis: fatti testardi (Lenin) e innegabili, a dispetto di Nietzsche e del suo “non ci sono fatti, solo interpretazioni”.
La storia astronomica da analizzare era comunque solo all’inizio del suo processo di sviluppo di matrice eurekista, visto che dopo il 1917 alla nostra Via Lattea e alla galassia di Andromeda si sono via via aggiunte come minimo cento miliardi di altre galassie, prima ignote: ossia altri cento miliardi di complessi di stelle, sistemi stellari, gas e polvere legati e connessi dalla reciproca forza di gravità, facendo in modo che in poco più di un secolo la nostra prospettiva rispetto al cosmo si sia espansa e ampliata di miliardi di volte, rispetto ai ristretti parametri del 1916 e precedenti all’epocale ritrovamento di Curtis.
Nessuno scienziato ormai dubita che nel nostro universo siano presenti e ruotino nello spazio come minimo cento miliardi di galassie; si clicchi a tal proposito su Internet alla suggestiva voce del 2002 curata da Glen Mackie, To see the Universe in a grain of Taranaki Sand.
Ma gli astrofisici, ormai abituati a “vedere un mondo in un granello di sabbia” (William Blake), in maggioranza ormai stimano che nell’universo vi sia un numero di galassie superiore di almeno dieci volte alla cifra sopracitata di cento miliardi: ad esempio nell’ottobre del 2016 un nuovo studio, uscito sulla prestigiosa rivista The Astrophisical Journal, aveva fornito una stima di ben duemila miliardi di galassie esistenti nel cosmo, alzando altamente l’asticella numerica.
Per un evidente criterio di sicurezza filosofica limitiamoci alla cifra, minimalista e ipersicura, di almeno cento miliardi di galassie presenti e in continuo moto all’interno dell’universo, ciascuna delle quali connessa e legata dalla forza di gravità espressa proprio dalla miriade di singole stelle che le compongono: passiamo a questo punto alla riflessione filosofica su questo spettacolare e immenso materiale cosmico.
La teoria realista-ontologica può spiegare la scoperta in un secolo di cento miliardi di galassie?
La risposta è sicuramente positiva, visto che per essa tali cento miliardi di galassie esistevano indipendentemente dall’uomo e bastava solamente “coglierle” e conoscerle da parte della nostra specie, attraverso nuovi telescopi (Hubble, ecc.) adeguati allo scopo e sufficientemente sofisticati.
La teoria realista può altresì fornire una spiegazione razionale e credibile anche alle nuove e continue scoperte di galassie, visto l’accumularsi del tempo-lavoro degli astronomi di tutto il mondo e il parallelo miglioramento degli strumenti di osservazione dello spazio cosmico, partendo dal rudimentale cannocchiale di Galileo del 1610 fino ad arrivare al moderno Hubble, prevedendo altresì la scoperta di altre galassie, quando e se miglioreranno i mezzi di osservazione e trascorrerà più tempo a favore della praxis scientifica umana: ad esempio grazie al nuovo telescopio James Webb, che dovrebbe essere operativo verso la metà del 2021, saremo in grado di individuare moltissime galassie ancora celate alla vista collettiva – soprattutto tecnoartificiale – del genere umano.
La concezione realista-ontologica spiega ad esempio perfettamente la scoperta della galassia “Wolfe Disk”, distante dalla Terra 12,5 miliardi di anni luce e ritrovata nel maggio 2020; oppure il ritrovamento della galassia EGS8p7 a 13,2 miliardi di anni luce dal nostro sistema solare, scoperta avvenuta nel 2015 in un elenco che può essere allungato a piacere.
A questo punto verifichiamo se la scoperta di almeno cento miliardi di galassie sia invece compatibile con la tesi principale dell’idealismo soggettivo, secondo cui “non esiste oggetto senza soggetto”: ma proprio da tale teoria e presupposto intellettuale discende inevitabilmente la conseguenza che le sopracitate cento miliardi di galassie, ciascuna delle quali con miliardi di stelle, non esistevano prima del 1917, e cioè prima di Curtis e delle sue osservazioni rispetto ad Andromeda.
Conclusione assurda, certo, ma logica e inevitabile, visto il sopracitato presupposto filosofico.
Almeno stando ad esso, in assenza delle osservazioni del “soggetto” di derivazione schopenhaueriana e in mancanza della “percezione, osservazione, misurazione” (Massimo Cacciari) del genere umano, la galassia di Andromeda non esisteva prima del 1917 e prima dei rilevamenti scientifici di Curtis; e anche ciascuna delle oltre cento miliardi di galassie osservate nel corso dell’ultimo secolo non orbitavano nello spazio prima delle rilevazioni effettuate via via dai vari astrofisici, partendo dal 1918 per arrivare ai tempi attuali e ai nostri giorni, sempre seguendo Berkeley, Schopenhauer e i loro seguaci.
Risulta forse veritiero e credibile tale inquadramento generale da parte dell’idealismo soggettivo, con il suo mantra del “nessun oggetto” (=cento miliardi di galassie) “senza soggetto”?
Per niente, non esprime neanche un briciolo di veridicità e di credibilità.
Acquisirebbe un minimo di veridicità e di credibilità solo se per assurdo agisse e fosse in azione, come minimo dal 1917 e fino ai nostri giorni, senza soluzione di continuità, un (presunto, inesistente) superpotere degli astrofisici capace di creare ex-novo e di “costruire” in prima persona, in totale segretezza, cento miliardi di galassie, ciascuna con miliardi di stelle in giro per il nostro universo; senza poi rivelare tale tremendo segreto e senza farsi scoprire dai normali esseri umani. Tuttavia tale immaginario superpotere astrofisico sicuramente non esisteva e non esiste, nel 1917 come tutt’oggi. L’eccellente astronomo Curtis non possedeva alcuna magia iperprometeica ed era incapace di creare non solo la galassia di Andromeda, ma anche un singolo pianeta o un meteorite di piccole dimensioni, trovando tra l’altro difficile dopo il 1917 persino convincere i colleghi dell’esistenza di Andromeda come galassia, almeno fino a quando Edwin Hubble studiò nel 1923 e all’interno di Andromeda una stella variabile, denominata V1, dimostrando che essa era collocata a una distanza per quei tempi incredibile e in ogni caso molto oltre i confini della nostra Via Lattea.
Non solo: se non forse in qualche oscura clinica per malattie mentali, non si è ancora manifestato al genere umano alcun presunto soggetto, individuale o collettivo, che abbia dichiarato di aver creato una galassia, da Andromeda fino a quelle più lontane dalla Terra.
Pertanto è ormai in formazione un algoritmo ontologico-eurekista; un particolare software, un programma e un procedimento filosofico che risolva il problema dell’esistenza della realtà in modo indipendente dall’uomo.
Si parte da fatti sicuri e indiscutibili quali le sopracitate scoperte di oggetti prima ignoti, ad esempio cento miliardi di galassie dopo il 1916.
Si prende inoltre in esame solo la teoria interpretativa dell’idealismo soggettivo, ossia nessun oggetto senza soggetto.
Terza regola della sequenza algoritmica: si escludono come assurde e inaccettabili alcune possibili ipotesi interpretative della scoperta X, quali ad esempio il presunto astronomo iperpotente, lasciandone solo due praticabili per l’idealismo soggettivo.
Quarto passo: si prende in esame una delle due opzioni interpretative ancora a disposizione dei seguaci di Berkeley (= le cento miliardi di galassie esistevano prima del 1917 e della loro scoperta da parte dell’uomo), valutandone subito la contraddizione insanabile e distruttiva con la teoria del “nessun oggetto senza soggetto”.
Si analizza poi l’altra possibile risposta che emerge dall’“alternativa del diavolo” a cui è posto di fronte l’idealismo soggettivo, ossia che l’oggetto X frutto della scoperta X (sempre i cento miliardi di galassie, come esempio tra i tanti) non esisteva prima del suo ritrovamento da parte dell’uomo: valutando subito la contraddizione insanabile e distruttiva tra tale tesi e la pratica scientifica, oltre che il buon senso, persino degli idealisti soggettivi.
Ultimo passo: esclusa come assurda e sbagliata la teoria ontologica dell’idealismo soggettivo, rimane in gioco solo ed esclusivamente la prospettiva generale proposta dal filone realista, rispetto all’ontologia.
Ovviamente l’algoritmo ontologico presuppone un ritrovamento indiscutibile e sicuro di un ente e processo ben distante dagli altri e ignoto in precedenza dall’intero genere umano, senza alcuna eccezione, quale ad esempio la galassia di Andromeda, sconosciuta fino al 1917 come corpo distante della nostra Via Lattea e con una struttura autonoma composta da miliardi di stelle.
L’algoritmo ontologico ha inoltre come sua seconda condizione necessaria il fatto che la nuova cosa, il nuovo oggetto e processo materiale rinvenuto per la prima volta dalla praxis collettiva umana sia stato rinvenuto in un momento e fase temporale relativamente preciso, prima della quale nessun oggetto cognitivo tanto caro a Schopenhauer non aveva alcun idea anche approssimativa sull’esistenza dell’oggetto scoperto: ad esempio prima del 1917 nessun essere aveva immaginato, né tantomeno aveva prove empiriche che Andromeda distasse milioni di anni luce dalla nostra galassia, che essa costituisse un oggetto differenziato e ben separato dalla nostra galassia, che nel nostro “gemello” prima sconosciuto trovassero miliardi e miliardi di stelle o altri corpi celesti, la cui esistenza rappresentasse in precedenza un totale mistero per l’Homo sapiens sapiens, e così via.
Inoltre l’algoritmo in via di esame presuppone l’azione concreta di strumenti di datazione affidabili, come quelli che nell’ultimo secolo hanno permesso sia di stabilire che la differenziazione degli ominidi dalle altre scimmie è avvenuto al massimo sei milioni di anni or sono che di scrutare alcune galassie lontane più di tredici miliardi di anni, al momento dell’emissione da parte loro della luce e dei fotoni che stiamo ora osservando.
Senza tali presupposti, l’algoritmo ontologico non può compiere il suo processo di verificazione scientifica rispetto alle falsità delle tesi dell’antirealismo filosofico.
Risulta subito chiaro come la quantità di volte e casi concreti nei quali si può utilizzare l’algoritmo ontologico conti e pesi in misura come minimo molto importante.

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Daniele, Massimo e Roberto
Thursday, 02 December 2021 08:44
A SEGUIRE UN BREVE ESTRATTO DELLA PREFAZIONE AL LIBRO "CENTO MILIARDI DI GALASSIE".
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Prefazione
L’eurekismo e la riproduzione creativa del reale
Il tratto distintivo dell’idealismo soggettivo risulta l’affermazione di una presunta dipendenza sia gnoseologica che ontologica dell’essere (miliardi di galassie, le stelle, ecc.) rispetto al pensiero e alle sensazioni degli uomini.
L’idealismo soggettivo, spesso conosciuto con la denomina-zione di antirealismo ontologico, ha come sua matrice principale la tesi secondo cui non esiste oggetto senza un soggetto umano che lo percepisca (Schopenhauer): quindi “esse is percepi”, ossia l’essere dei vari enti naturali consiste nell’essere percepiti dagli esseri umani (Berkeley).
In altre parole il fulcro dell’idealismo soggettivo risulta l’affermata dipendenza, sia gnoseologica che ontologica, dell’essere (le galassie, il sole, ecc.) rispetto al pensiero e alle sensazioni umane: ossia, come affermò Schopenhauer, nella «conoscenza che tutto ciò che è esteso nello spazio» (le stelle, il sole, la luna, le montagne, ecc.), «e cioè il mondo materiale, oggettivo in generale esiste come tale assolutamente nella nostra rappresentazione, e che è falso, anzi assurdo, attribuirgli, in quanto tale, una esistenza fuori da ogni rap-presentazione e indipendente dal soggetto conoscitivo, e assumere quindi una materia come semplicemente esistente e dotata di realtà propria».
Quindi le stelle, il Sole, la Luna e gli altri oggetti esistono solo se sussiste un “soggetto conoscitivo”, un “sostegno” (Schopenhauer) umano che li osserva, misura e interpreta; come affermò a sua volta il fisico – e filosofo idealista – Henry Poincaré, «tutto ciò che non è pensato è puro nulla», in quella che Lenin definì giustamente come una logica “conclusione” ed esito finale dell’antirealismo ontologico.
Se il nucleo essenziale di ogni idealismo, come sosteneva Hegel nella sua Logica, consiste nel «non ritenere vero il finito», quello soggettivo declina tale tesi generale individuando nella coscienza e nell’esistenza umana il vero “sostegno” e la “reale” (si fa per dire, certo) base degli oggetti finiti, stelle, sole e luna compresi.
Inevitabilmente l’antirealismo ontologico ritiene falsa, sbagliata e a volte addirittura “assurda”, come nel caso di Schopenhauer, la posizione generale costantemente sostenuta dal realismo ontologico: ossia che i molteplici oggetti hanno «una esistenza fuori di ogni rappresentazione e indipendente dal soggetto conoscitivo» (Schopenhauer), che la materia risulta «semplicemente esistente e dotata di realtà propria» (sempre Schopenhauer) e che quindi – per dirla questa volta con lo scrittore scozzese A. J. Cronin – le stelle stanno a guardare l’umanità, non dipendendo da quest’ultima per la loro genesi e processo di sviluppo, oltre che nella loro decadenza e trasformazione finale.
Non certo casualmente un geniale esponente della tendenza materialista del realismo ontologico, V. I. Lenin, notò a tal proposito che «il punto di vista giusto, quello del materialis-mo dialettico, deve essere formulato così: gli elettroni, l’etere e tutto il resto esistono o no al di fuori della coscienza umana, come realtà oggettiva? È a questo problema che gli studiosi devono rispondere senza esitazione ed essi rispondono sempre affermativamente, allo stesso modo che ammettono l’esistenza della natura come anteriore alla nascita dell’uomo e della materia organica. La questione è così risolta in favore del materialismo, poiché, come abbiamo già detto, la nozione della materia non significa assolutamente nient’altro dal punto di vista della teoria della conoscenza che la realtà oggettiva, la cui esistenza è indipendente dalla coscienza umana e che è riflessa da questa».
Viceversa, almeno nell’universo mentale proposto dall’idea-lismo soggettivo, gli elettroni, le galassie, le stelle, «i soli e i pianeti senza un occhio che li veda e un intelletto che li riconosca» non sono più comprensibili e «intelligibili di un sideroxylon», ossia di un ferro di legno: è sempre Schopenhauer che parla con estrema chiarezza continuando a illuminarci, a modo suo, su un’importante questione che, a partire dall’India di quattordici secoli fa, assilla e interessa carsicamente il processo di riflessione filosofico.
L’universo mentale dell’antirealismo ontologico è stato rappresentato in modo splendido dal reazionario ma geniale J. L. Borges, nel suo racconto Tlön, Uqbar, Orbis Tertius pubblicato nel 1940 all’interno del libro Finzioni.
In tale narrazione si immagina che all’Hotel de Adrogué fosse stato a lungo ospite un ingegnere inglese, Herbert Ashe, che giocava a scacchi con il padre di Borges.
Dopo la sua morte Borges venne fortuitamente in possesso di un pacchetto sigillato, che era stato inviato all’ingegnere Ashe qualche giorno prima che egli morisse, rimanendo nel bar dell’Hotel. Con meraviglia egli trovò l’undicesimo volume della First Encyclopaedia of Tlön, nella cui prima pagina era impresso un timbro con la scritta: Orbis Tertius.
Il narratore abbandona a quel punto «le vesti dell’investi-gatore e si dedica con partecipazione al racconto del mondo di Tlön, risultante dal volume enciclopedico di cui è venuto in possesso.
Tlön è ora un pianeta, con le sue nazioni. Vi impera l’idealismo, segnatamente quello berkeleiano; la cultura classica comprende ivi una sola disciplina: la psicologia. Non vi si concepisce lo spazio ed anche la successione degli eventi è soltanto un’associazione di idee. Le scuole tlöniste negano il tempo.
Gli oggetti sono immateriali, sono percezioni della mente (Esse est percipi).
Essi vengono convocati o obliati secondo la necessità, nella letteratura secondo la necessità poetica.
La lingua è congetturale e non contempla il sostantivo, che, nell’emisfero australe, è sostituito da verbi impersonali, qualificati da suffissi con valore avverbiale; in quello boreale, da un’accumulazione di aggettivi.
La metafisica è un ramo della letteratura fantastica; la filosofia è un gioco dialettico, una filosofia del “come se”. Il materialismo è motivo di scandalo e chi lo sostiene è eretico.
Il fatto che gli oggetti – i hrönir – siano prodotti del pensiero consente di modificare anche il passato, l’archeo-logia, la storia.
Non c’è identità personale e il soggetto della conoscenza è ivi unico ed eterno.
Da ciò discende che la letteratura è opera d’un solo autore ed i libri hanno tutti lo stesso argomento, con tutte le permutazioni immaginabili.
Il problema fondamentale è: chi furono gli inventori di Tlön? Si pensa ad una società segreta sotto la direzione di un oscuro uomo di genio. Al principio Tlön apparve come un puro caos, ma ora si sa che è un cosmo, le cui leggi sono opera dell’uomo».
Borges descrive dunque un mondo alternativo dominato dall’idealismo soggettivo, nel quale non esiste causalità e dove il cosmo viene considerato come “un insieme di processi mentali”, prodotti proprio dagli abitanti di Tlön.
Borges infatti immagina un mondo nel quale «non è esagerato affermare che la cultura classica di Tlön comprende una sola discipli-na: la psicologia. Le altre, le sono subordinate. Ho già detto che gli abitanti di questo pianeta concepiscono l’universo come una serie di processi mentali, che non si svolgono nello spazio, ma successiva-mente, nel tempo. Spinoza attribuisce alla sua inesauribile divinità i modi del pensiero e dell’estensione; su Tlön, nessuno comprenderebbe la giustapposizione del secondo (che caratterizza solo alcuni stati) e del primo, che è un sinonimo perfetto del cosmo. In altre parole: non concepiscono che lo spaziale perduri nel tempo. La percezione di una fumata all’orizzonte, e poi della campagna incendiata, e poi della sigaretta mal spenta che provocò l’incendio, è considerata un esempio di associazione di idee.
Questo monismo o idealismo totale invalida la scienza. Spiegare (o giudicare) un fatto, è unirlo a un altro fatto; ma quest’unione, su Tlön, corrisponde a uno stato posteriore del soggetto, e non s’applica allo stato anteriore, dunque non lo illumina. Ogni stato mentale è irreducibile: il solo fatto di nominarlo – id est, di classificarlo – comporta una falsificazione. Da ciò, sembrerebbe potersi dedurre che su Tlön non si dànno scienze, né ragionamenti di sorta. La verità, paradossale, è che le scienze colà esistono, e in numero quasi sterminato. Delle filosofie, nell’emisfero boreale, accade ciò che nell’emisfero australe accade dei sostantivi: il fatto che ogni filosofia non possa essere, in partenza, che un gioco dialettico, una Philosophie des Als Ob, ha contribuito a moltiplicarle. Abbondano i sistemi incredibili, ma di architettura gradevole o di carattere sensazionale. I metafisici di Tlön non cercano la verità e neppure la verosimiglianza, ma la sorpresa. Giudicano la metafisica un ramo della letteratura fantastica».
In questo mondo “idealista totale”, paradossalmente risulta quasi incomprensibile proprio il realismo/materialismo, con la sua tesi sull’esistenza degli oggetti (le “nove monete di rame”) indipendente-mente dall’uomo e dalla sua coscienza.
«Tra le dottrine di Tlön, nessuna ha sollevato tanto scalpore come il materialismo. Alcuni pensatori ne hanno dato una formulazione, ma in termini più fervidi che chiari, come chi sa di proporre un paradosso. Per facilitare l’intendimento di una tesi così inconcepibile, un eresiarca del secolo XI escogitò il sofisma delle nove monete di rame, la cui scandalosa rinomanza equivale, su Tlön, a quella delle aporie eleatiche. Di questo “ragionamento specioso” si hanno molte versioni, che differiscono quanto al numero delle monete o a quello dei ritrovamenti; ecco la più comune:
Il martedì, X, tornando a casa per un sentiero deserto, perde nove monete di rame. Il giovedì, Y trova sul sentiero quattro monete, un poco arrugginite per la pioggia del mercoledì. Il venerdì, Z scopre tre monete sullo stesso sentiero e lo stesso venerdì, di mattina, X ne ritrova due sulla soglia di casa sua.
Da questa storia l’eresiarca pretendeva dedurre la realtà – cioè la continuità – delle nove monete recuperate.
È assurdo (affermava) immaginare che quattro delle monete non siano esistite dal martedì al giovedì, tre dal martedì al venerdì pomeriggio, e due dal martedì al venerdì mattina. È logico pensare che esse siano esistite – anche se in un certo modo segreto, di comprensione vietata agli uomini – in tutti i momenti di questi tre periodi.
Il linguaggio di Tlön si prestava male alla formulazione di questo paradosso; i più non lo compresero. I difensori del senso comune si limitarono, al principio, a negare la veracità della storia. Ripeterono che si trattava di un inganno verbale, fondato sull’impiego temerario di due voci neologiche, non consacrate dall’uso ed estranee ad ogni pensare severo: i verbi trovare e perdere, che comportavano, qui, una petizione di principio, poiché supponevano l’identità delle prime nove monete e delle seconde. Denunciarono la perfidia circostanza di quell’“un poco arrugginite per la pioggia del mercoledì”, che presuppone ciò che si tratta di dimostrare: la persistenza delle quattro monete tra il martedì e il giovedì. Osservarono che altro è uguaglianza, altro identità; e prospettarono, in guisa di redutio ad absurdum, il caso ipotetico di nove uomini che in nove notti successive provano un vivo dolore. Non sarebbe assurdo – chiesero – pretendere che questo dolore sia lo stesso? Aggiunsero che l’eresiarca era stato mosso unicamente dal proposito blasfemo di attribuire la divina categoria dell’essere ad alcune semplici monete; e rilevarono che colui a volte negava la pluralità, altre no. Se l’uguaglianza comporta identità – argomentarono – bisognerebbe anche ammettere che le nove monete sono una moneta sola».
Dopo che anche Borges ha levato il velo sull’universo mentale, profondamente malato, dell’idealismo soggettivo, per concludere il processo di definizione dell’antirealismo/realismo ontologico serve solo precisare che tale questione teorica deve essere distinta da quella del realismo scientifico, relativa alle verità delle teorie scientifiche.
A tal proposito G. Fornero e S. Tassinari hanno notato correttamente, nel loro interessante libro Le filosofie del Novecento, che «vanno tuttavia compiute in via preliminare almeno due distinzioni. Innanzitutto fra un realismo ontologico e uno scientifico: il primo si pone la questione di che cosa esista realmente e riguarda dunque le nostre teorie sul mondo esterno (la cui esistenza non era stata negata neppure da idealisti come Berkeley): in genere esso crede all’esistenza effettiva e concreta delle entità inosservabili di cui ci serviamo per spiegare quelle osservabili. Il secondo, invece, si pone la questione del valore conoscitivo delle teorie scientifiche e del loro rapporto con la realtà esterna, l’oggetto delle teorie stesse; in linea di massima esso crede che esista una corrispondenza fra quanto asserito dalle teorie e l’effettivo stato di fatto della realtà e sottintende tacitamente l’esistenza del mondo esterno. Un’altra distinzione è quella fra un realismo sulle teorie e uno sulle verità; per il primo le teorie sono vere e dunque parlano del mondo così com’è, cioè descrivendolo, mentre il secondo (che pertanto si impegna meno da un punto di vista ontologico) si limita ad asserire che le entità di cui le teorie parlano esistono davvero».
Ma a questo punto bisogna affrontare il toro (ontologico) per le corna: ha ragione Schopenhauer a definire sbagliata e “assurda” la teoria realista, o viceversa risultano errate e assurde le tesi dell’idealismo soggettivo relative al “nessun oggetto senza soggetto”?

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Daniele
Friday, 08 October 2021 19:09
Fermate il soldato Rampini

di mondorosso.wordpress.com

Nel suo nuovo libro, intitolato in modo allarmistico e significativo Fermate Pechino, il giornalista F. Rampini ha attribuito alla Cina Popolare il ruolo nefasto e satanico di aspirante dittatore sull’intero mondo, seguendo fedelmente l’isterica sinofobia innescata nel mondo occidentale dalla nuova guerra fredda scatenata, senza soluzione di continuità dal 2011 a oggi, da parte di Washington contro il gigante asiatico.

Non a caso Rampini dimentica che è l’imperialismo USA, e non certo la Cina, ad avere avviato dopo il 1945 un processo continuo di costruzione di centinaia di basi militari ed aver spedito consiglieri militari statunitensi in quasi 150 paesi del pianeta, dal Giappone all’Honduras, dalla Penisola arabica alla Groenlandia, dal Perù alla nostra Italia: ossia basi e consiglieri collocati in tre quarti delle nazioni del globo, nel’anno di grazia 2021.

Sono inoltre gli Stati Uniti, e non certo la Cina, ad avere a mano a mano bombardato e/o invaso dal 1981 ad oggi Libia, Grenada, Panama, Iraq, Haiti, Somalia e Afghanistan.

Sono sempre gli USA con il loro complesso militar-industriale (categoria politica creata nel 1961 dall’insospettabile e anticomunista presidente americano Eisenhower), e non certo la Cina, a occupare illegalmente e da alcuni anni ampie zone della Siria, senza alcun mandato dell’ONU.

È sempre Washington, e non certo Pechino, a contare e pesare per quasi il 40% sulle spese militari dell’intero pianeta: fra l’altro quasi quattro volte più della seconda nazione all’interno di questa classifica bellica, secondo i dati forniti dall’insospettabile SIPRI.

Sono gli USA, e non certo la Cina, ad aver scatenato dal 1960 ad oggi e senza sosta tutta una serie di embarghi economico-tecnologici pluridecennali contro Cuba (dal 1960), contro la stessa Cina (dal 1989), contro Russia, Venezuela, Siria e Bielorussia.

Sono sempre gli Stati Uniti, in modo unilaterale, ad avere iniziato a scatenare una feroce guerra economica con pesantissimi dati commerciali contro la Cina, sia attraverso l’amministrazione Trump del 2018–2020 che con quella di Biden nell’anno in corso.

È sempre Washington, e non certo Pechino, ad avere organizzato a partire dal 2002 una serie di falliti colpi di stato contro i governi bolivariani del Venezuela, per fare un solo esempio.

È sempre l’imperialismo americano, e non certo la Cina, ad avere creato da alcuni decenni il gigantesco complesso di spionaggio planetario denominato Echelon.

A tal proposito e su questa materia Rampini avrebbe almeno potuto leggere alcuni brani del quotidiano su cui lui stesso scrive: ad esempio un articolo intitolato “Echelon, alla ricerca del grande fratello”, oppure quello intitolato “Echelon controlla l’Europa. Ecco tutti i segreti” , o infine “Echelon, parla un pentito: non fantascienza ma realtà”.

Proprio Rampini dovrebbe finalmente passare dalla sua allucinante fantascienza/fantapolitica alla viceversa concretissima realtà dell’imperialismo americano, con il suo recentissimo patto anticinese dell’Aukus stipulato con Gran Bretagna e Australia.

Rispetto a questo nodo rivelatore del processo di sviluppo della politica mondiale, Rampini potrebbe forse informarsi attraverso i suoi amici francesi o almeno mettersi a leggere l’articolo del Fatto Quotidiano intitolato “Aukus, lo sgarbo USA agli alleati in nome della guerra anticinese”.

In altri termini, almeno per una volta Rampini potrebbe svolgere il ruolo di vero giornalista e analista ricercando fatti concreti; come fece quel Julian Assange che, non certo casualmente, nel 2017 un particolare e potente servizio segreto voleva rapire e uccidere.

Un servizio segreto non certo asiatico, non certo cinese.

Un servizio segreto con sede a Langley, negli Stati Uniti, conosciuto in tutto il globo come CIA.

Sempre il quotidiano Repubblica, in data 26 ottobre 2013, aveva del resto informato i suoi lettori che la CIA (la CIA, signor Rampini, non la Cina…) aveva spiato a partire dal 2002 l’allora cancelliera tedesca Angela Merkel, notando altresì che nel 2010 l’NSA e la CIA possedevano 80 centri di spionaggio nel mondo e 19 in Europa, di cui uno a Roma (vedi “Datagate, Spiegel: a Roma centro NSA-CIA. Merkel spiata dal 2002”).

Come ha lucidamente sintetizzato il giornalista e storico Davide Rossi, le pagine del libro in via d’esame purtroppo costituiscono “l’ennesima cartaccia messa sul fuoco dell’odio e dell’incomprensione, pagine violente, tragica e pericolosa propaganda di guerra”: propaganda di guerra all’interno del mondo occidentale che si combina dialetticamente, come ha sottolineato Rossi, con l’invenzione malevola e razzista su una “cultura etnocentrica e razzista degli Han”, la quale assisterebbe le presunte “mire aggressive” e il presunto militarismo della Cina.

Un paese tanto “militarista” che medici, medicinali e attrezzature sanitarie arrivarono in modo “aggressivo” dalla Cina il 13 marzo del 2020, mentre invece solo tre giorni dopo proprio gli USA, tanto amati da Rampini, prelevarono “pacificamente” nella nostra nazione, allora in piena emergenza sanitaria, “mezzo milioni di tamponi da un’azienda di Brescia…

Prodotti nell’area focolaio dell’epidemia in Italia, sarebbero bastati per le esigenze di tutto il Nord. I kit diagnostici sono invece stati venduti agli USA e trasferiti con un aereo militare”.

Si tratta forse di propaganda cinese?

No.

È viceversa un concretissimo articolo del Repubblica del 19 marzo 2020, intitolato per l’appunto “Coronavirus, mezzo milione di tamponi da un’azienda di Brescia agli Stati Uniti”.

Se vuole, rampini può leggere l’articolo e finalmente imparare qualcosa rispetto alla politica mondiale contemporanea: quella vera, certo, non la fantapolitica costruita a tavolino dal soldato della guerra fredda autore del libro che siamo costretti ad analizzare.
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a guest
Monday, 05 April 2021 03:23
Manca un punto nell'analisi.
Il successo della Cina e' dovuto all'occidente, o meglio al sistema finanziario occidentale, che si e' voluto suicidare regalando tecnologia know-how e infrastrutture a un sistema in apparente competizione.
Lo stesso sistema che impediva agli africani di fare progressi. Gli stessi che hanno fatto fuori Mattei, per intenderci.
Ha senso? no.
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Daniele
Thursday, 18 March 2021 08:02
Produrre in Cina non conviene più: lo stipendio degli operai di Pechino triplicato in 10 anni. Costano meno brasiliani e messicani
www.laconceria.it

Lo stipendio medio degli operai cinesi nel 2016 era di 3,60 dollari l’ora: il triplo rispetto al valore del 2005. Il salario delle tute blu di Pechino è ormai più alto di quello dei colleghi in Brasile e Messico (dove la paga nel decennio è invece calata) e quasi al livello di quelli di Grecia e Portogallo. Lo sostiene il centro studi Euromonitor International (su dati Eurostat, ufficio statistico cinese e International Labour Organisation) in un report ripreso da Financial Times. Secondo lo studio, l’aumento dei salari è legato anche alla progressiva crescita della produttività: lo stipendio nel manifatturiero è cresciuto di più di quello di altri settori, come agricoltura ed edilizia. L’odierno livello dei salari, conclude lo studio, ha ripercussioni sugli equilibri internazionali (e questo è sotto gli occhi di tutti): chi continua a cercare produzioni a basso costo trasferisce le linee a seconda delle convenienze nel Sud Est asiatico, in Europa o in America Latina. Il governo cinese, intanto, lavora alla migrazione dal modello economico “Fabbrica del Mondo” alla nuova identità di Paese manifatturiero che non fa dell’economicità la propria leva competitiva.
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Daniele
Wednesday, 17 March 2021 07:48
I salari cinesi stanno superando quelli europei
lo stipendio degli operai di Pechino triplicato in 10 anni. Costano meno brasiliani e messicani.
da laconceria.it

Lo stipendio medio degli operai cinesi nel 2016 era di 3,60 dollari l’ora: il triplo rispetto al valore del 2005. Il salario delle tute blu di Pechino è ormai più alto di quello dei colleghi in Brasile e Messico (dove la paga nel decennio è invece calata) e quasi al livello di quelli di Grecia e Portogallo. Lo sostiene il centro studi Euromonitor International (su dati Eurostat, ufficio statistico cinese e International Labour Organisation) in un report ripreso da Financial Times. Secondo lo studio, l’aumento dei salari è legato anche alla progressiva crescita della produttività: lo stipendio nel manifatturiero è cresciuto di più di quello di altri settori, come agricoltura ed edilizia.

L’odierno livello dei salari, conclude lo studio, ha ripercussioni sugli equilibri internazionali (e questo è sotto gli occhi di tutti): chi continua a cercare produzioni a basso costo trasferisce le linee a seconda delle convenienze nel Sud Est asiatico, in Europa o in America Latina. Il governo cinese, intanto, lavora alla migrazione dal modello economico “Fabbrica del Mondo” alla nuova identità di Paese manifatturiero che non fa dell’economicità la propria leva competitiva.

Incredibile! I salari cinesi stanno superando quelli europei
da analysisrubrica.weebly.com

E’ questa la notizia a dir poco sensazionale che arriva dall’ estremo oriente, che ci fa conoscere Forbes, rivista statunitense di economia e finanza. Ovviamente questo dato sorprendente non è esteso all’ intero mondo del lavoro cinese, ma circoscritto ad alcuni settori dei distretti produttivi cinesi di maggior rilievo. Il raffronto con l’Europa si riferisce sopratutto alle nazioni dell’Est, ma non solo, certamente il dato è estremamente significativo, poiché avvalora la tendenza che in Cina vi è un progressivo e generalizzato incremento dei salari.

Per fare degli esempi, le retribuzioni mensili medie cinesi a Shanghai ($ 1,135), Pechino ($ 983) e Shenzen ($ 938) sono più alte della Croazia, ma potremmo aggiungere anche dell’Italia, pensiamo a chi percepisce da noi un salario di 700-800,00 euro al mese, che in dollari sono circa 850 - 970; inoltre, sempre quelle di Shanghai, sono maggiori su base mensile anche della Lituania ($ 956) e Lettonia ($ 1,005), con l’Estonia, che ha aderito all’euro nel 2011, che secondo i dati del governo registra un reddito medio di $ 1,256 al mese nel 2016.

Sempre secondo l’articolo di Forbes la crescita dei salari in Cina è impressionante. Questo è un ottimo risultato per i cinesi. Certamente risulta indietro la crescita dei salari in molti dei paesi a basso reddito in Europa. Ciò che questi numeri dimostrano è che il ruolo della Cina, come centro manifatturiero, ha posto le basi per qualsiasi aumento futuro delle retribuzioni, in particolare per gli operai non qualificati del settore manifatturiero, ma anche ben presto in altri nuovi settori come l’e-commerce.

L’articolo però non ci dice il motivo per cui è avvenuta questa progressiva tendenza all’aumento degli stipendi in Cina, la risposta la possiamo trovare nel ragionamento dell’economista Antonino Galloni, che spiega come la Cina stia puntando ad incrementare la domanda interna di consumi e a diminuire le esportazioni. “Fino al 2012 infatti la priorità era esportare limitando la domanda interna, riducendo i salari, poi la Cina ha pensato di aumentare i salari dei lavoratori, ha iniziato a fare investimenti in infrastrutture, ospedali ecc..” ecco perché vi è stato un generale aumento dei salari. Non solo, ma secondo l’economista, lo stesso indirizzo lo troviamo in altri paesi come l’India, la Russia e gli stessi Usa. Mentre in Europa è ancora ben saldo il paradigma economico dell’export che, in nome della competitività, prevede salari bassi per i lavoratori. E’ proprio questo paradigma, afferma Galloni, che è necessario ribaltare, per consentire salari più alti per chi lavora in Europa e soprattutto in Italia, ciò consentirebbe una ripresa dei consumi e quindi un incremento della domanda interna, con ricadute positive sull’occupazione.

Cambiare si può, basta che chi governa il nostro Paese lo voglia, intanto i lavoratori attendono.

Cina, i salari degli operai dei cantieri crescono troppo in fretta
da themeditelegraph.com

Genova - Un operaio guadagna quasi mille dollari al mese, più del doppio di 10 anni fa. E gli investitori stranieri si spaventano.

Genova - La crescita economica in Cina rischia di compromettere tutto il vantaggio accumulato dall’industria navalmeccanica nei confronti dei competitor asiatici. Dieci anni fa gli investitori stranieri erano stati attratti da Pechino grazie ai costi bassi dei salari e alla grande disponibilità di manodopera a basso costo. Ma quelle condizioni oggi sembrano essere terminate: «In dieci anni la paga di un operaio cinese è più che raddoppiata ed è arrivata a 945 dollari al mese» spiegano gli analisti.

Per ora rimane un buon salario per le aziende, anche comparato con gli altri mestieri cinesi che stanno progressivamente conoscendo un aumento, ma il trend verso l’alto spaventa i calcoli degli investitori stranieri, sempre a caccia di tagli ai costi in un mercato difficile come quello dei cantieri navali.

Cina, il lavoro costa. E Samsung chiude la fabbrica
da ilgiornale.it

Nelle metropoli salari al livello dell'Europa dell'est, i vicini asiatici sono sempre più appetibili

La notizia non è ancora ufficiale, ma Samsung ammette che ci sta pensando su: il colosso sudcoreano dell'elettronica valuta di sospendere la produzione di smartphone in uno dei suoi due stabilimenti cinesi, quello che si trova a Tianjin (nel nord del Paese).

Il motivo? Innanzitutto la concorrenza, perché i marchi locali Huawei e Xiaomi negli ultimi cinque anni si sono mangiati tutto il mercato: basti pensare che nel 2013 la quota detenuta da Samsung era del 20% mentre quest'anno è scesa sotto l'1%. E poi c'è il problema legato al costo del lavoro che in Cina cresce ormai da una quindicina d'anni e rende sempre meno vantaggioso produrre nella terra del Dragone.

Pechino non è più la capitale della manodopera a basso costo. Nel 2002 la Cina si è pienamente integrata nella forza lavoro globale entrando a far parte dell'Organizzazione mondiale del Commercio, e da allora il progressivo aumento della produttività ha spinto in alto i redditi. Inoltre ormai tutte le grandi metropoli hanno stabilito uno stipendio minimo: l'ultima a farlo è stata Shangai dove gli operai dovranno essere pagati almeno 2300 yuan al mese, vale a dire 333 dollari americani; il che significa +5% rispetto a un anno fa.

Naturalmente c'è ancora un forte disequilibrio tra le aree rurali e le grandi città, dove si sta facendo largo una manodopera qualificata i cui standard si avvicinano a quelli occidentali. Parlando di salari medi Shangai è la città cinese dove si guadagna meglio, circa 1.200 dollari al mese. A Pechino e a Shenzen si viaggia intorno ai 1000, ma sono comunque livelli retributivi ormai paragonabili a quelli dei Paesi dell'Europa dell'est: non come in Polonia o della Repubblica Ceca, però sullo stesso piano della Lituania, della Lettonia o dell'Estonia e addirittura più alti della Croazia. E se in Cina tra il 2005 e il 2016 le paghe medie orarie del settore manifatturiero sono triplicate, nello stesso periodo in altre zone del mondo - come ad esempio in America Latina - la tendenza è stata alla diminuzione. Questo fa si che da qualche anno le multinazionali preferiscano delocalizzare altrove.

La concorrenza globale e in particolare quella di Paesi vicini come Taiwan, ma anche Malesia, Thailandia, Vietnam e India, insomma, è sempre più forte. Da un paio d'anni sembra essersene reso conto anche il governo cinese: da un lato il vice ministro del Lavoro Xin Changxing ha sottolineato come la Cina debba restare competitiva con i concorrenti asiatici, dall'altro le autorità stanno cercando di trovare un equilibrio tra datori di lavoro e impiegati che garantisca la stabilità sociale senza arrivare agli eccessi del capitalismo di casa nostra.

Se fino al 2016 la crescita dei salari è stata a due cifre ora ha un po' rallentato, ma i tempi in cui produrre in Cina costava pochissimo sono ormai lontani e non torneranno più. Altri potrebbero seguire l'esempio di Samsung: gli equilibri mondiali stanno già cambiando.

La Cina aggancia l’Europa dell’Est, ecco la svolta sui salari
da lamescolanza.com

I salari cinesi non sono più così a buon mercato come in passato e l’Europa dell’Est potrebbe approfittarne.

I testi di economia del lavoro spiegano ormai dall’inizio del Millennio che “i salari si fissano a Pechino”, un’espressione che punta a rimarcare come sia l’economia asiatica ormai a influenzare i meccanismi di formazione dei prezzi, inclusi gli stipendi. La Cina è la seconda potenza economica al mondo dopo gli USA ed entro il prossimo decennio potrebbe diventare la prima. Quel che accade al suo interno non può mai passare inosservato, perché rischia di avere prima o poi ripercussioni sulle nostre vite, anche perché qui vi abita quasi un abitante su cinque della Terra.

E proprio dalla Cina arriva una notizia, destinata ad avere conseguenze a medio-lungo termine anche sulle economie avanzate. Secondo Forbes, lo stipendio mensile medio di città come Shanghai ($1.135), Pechino ($983) e Shenzen ($938) avrebbe raggiunto e superato quello di alcune economie dell’Europa dell’Est. Un esempio? Lo stipendio medio mensile di un lavoratore croato è di appena 887 dollari, quello di lituano di 956, di un lettone di 1.005, mentre in Estonia si arriva a 1.256 dollari e in Ungheria a 1.139 dollari.

Nel giro di qualche anno, poi, sembra alla portata per i cinesi raggiungere i livelli salariali dei colleghi polacchi ($1.569) e cechi ($1.400), dati gli elevati ritmi di crescita dei primi, rispetto a quelli pur soddisfacenti degli europei orientali.

Salari cinesi sempre meno allettanti per il capitale

Aver colmato il gap salariale con parte dell’Europa rappresenta una svolta per la società cinese e, soprattutto, per quella delle economie più ricche del pianeta. Il costo del lavoro è notoriamente una delle principali variabili, che determina lo spostamento dei capitali da un’economia a un’altra. Se un lavoratore italiano costa 1.000 e uno cinese costa 100, esiste un impulso per le aziende a spostarsi dall’Italia alla Cina.

Se ciò è vero, il raggiungimento dei salari est-europei farebbe ipotizzare un minore incentivo da parte delle multinazionali a delocalizzare la produzione in Cina, disponendo di manodopera qualificata e dai costi simili nel Vecchio Continente. Certo, il costo del lavoro non è l’unica variabile ad essere tenuta in considerazione in fase di investimento. Anche la burocrazia, le norme ambientali, i diritti sindacali e la tassazione incidono moltissimo.

In ogni caso, possiamo affermare che esisterebbero già alcune condizioni minime per prevedere una minore fuga delle aziende verso la Cina, specie quando nei prossimi anni verranno agganciati i livelli salariali di un numero crescente di paesi dell’Est. A quel punto, per un’impresa tedesca risulterebbe sempre meno appetibile aprire battenti in Cina, piuttosto che nella vicina Polonia, così come per una italiana sarà relativamente più conveniente puntare sulla Croazia.

Lavoratori cinesi fanno meno paura?

Non è ancora la fine di un’era, ma l’inizio di una svolta sì. Non è nemmeno detto che non verranno trovate nuove realtà simili alla Cina. In quei paraggi in Asia esiste un altro gigante da 1,3 miliardi di abitanti – l’India – che potrebbe sostituire progressivamente Pechino nell’attrazione degli investimenti internazionali. Ad oggi, molte delle condizioni favorevoli esibite dall’economia cinese qui non hanno trovato terreno fertile, come suggerisce la carenza di infrastrutture.

Non si può nemmeno, però, sminuire il significato del cambiamento in atto. La Cina è sempre meno un’economia emergente e sempre più una potenza di rilievo internazionale. I salari continueranno ad essere fissati a Pechino, ma nei prossimi anni fungeranno sempre meno da tetto per quelli di numerose altre economie. I lavoratori dell’Est Europa dovranno forse iniziare a temere più i venti contrari di Bruxelles che non l’aria inquinata nella capitale cinese.

Salari cinesi pari o superiori ad alcuni salari europei
da vocidallestero.it

Tra gli effetti più deleteri della globalizzazione e della libera circolazione dei capitali in tutto il mondo vi è l’abbattimento del costo del lavoro dovuto alla disponibilità di enormi sacche di manodopera a basso costo. In questo articolo di Forbes si mostra come l’ingresso della Cina nel WTO e l’integrazione ad est dell’Unione europea abbiano più che raddoppiato, in poco più di un decennio, la forza lavoro dell’Europa occidentale, comportando una potente pressione al ribasso sul livello dei salari. Tra alcune zone dell’Europa e la Cina non c’è più differenza, o se c’è, è a favore della Cina. L’articolo, che ha una prima occhiata sembra la solita constatazione che “oggi c’è la Cina”, contiene invece due ammissioni rilevanti: la prima, che i salari cinesi stanno crescendo a gran ritmo; la seconda, che la nuova “Cina” del lavoro a basso costo sono i paesi dell’Europa dell’est, quelli che non a caso l’Unione europea sta puntando a inglobare.

Potremmo vederlo come un bicchiere mezzo pieno. O la Cina sta raggiungendo alcune zone dell’Europa in termini di salari, o le retribuzioni nei paesi entrati più di recente nell’Unione europea sono schiacciati dalla competizione globale sul lavoro, una competizione che la Cina vince a mani basse. In realtà, si tratta di entrambe le cose.

Le retribuzioni mensili mediane cinesi a Shanghai ($ 1,135), Pechino ($ 983) e Shenzen ($ 938) sono più alte che in Croazia, nuovo paese membro dell’Unione europea. Lo stipendio medio netto in Croazia è di $ 887 al mese. Ha aderito all’UE nel 2013.

Le retribuzioni mediane di Shanghai, in particolare, sono anche maggiori di due dei paesi baltici recentemente diventato membri dell’eurozona : Lituania ($ 956) e Lettonia ($ 1,005), con l’Estonia, che ha aderito all’euro nel 2011, che secondo i dati del governo registra un reddito medio di $ 1,256 al mese nel 2016.

Negli ultimi 10 anni, l’Europa ha cercato di integrare dentro l’Unione europea la manodopera qualificata a basso costo dall’Europa dell’Est. Nel 2002 la Cina si è pienamente integrata nella forza lavoro globale entrando a far parte dell’Organizzazione mondiale del commercio. L’entrata di questi due enormi bacini di manodopera nella forza lavoro mondiale ha posto le basi per la stagnazione dei salari tra i lavoratori meno qualificati delle catene di montaggio in tutto il mondo.

In gergo economico, questo è descritto come “appiattimento della curva di Phillips“, dice l’economista di VTB Capital Neil MacKinnon.

“L’impatto della globalizzazione e l’ingresso della Cina nell’OMC nel 2002 ha aumentato notevolmente l’offerta di manodopera globale“, afferma MacKinnon. L’eccesso di offerta di manodopera cinese e il flusso di merci cinesi a basso costo nell’economia mondiale ha creato un vantaggio per i consumatori globali, ma ha significato anche che determinati prodotti e posti di lavoro dell’Europa orientale hanno dovuto competere con la Cina, che ha prezzi più bassi. Catene di approvvigionamento e mercati a parte, il costo maggiore per un’azienda è la sua forza lavoro. La forza lavoro cinese viene finalmente retribuita. Le retribuzioni dell’Europa orientale, simili a quelle cinesi, fanno parte di un mondo il cui motto è diventato: qualsiasi cosa tu possa fare, la Cina può farla a minor costo.

La Cina stabilisce il prezzo per la manodopera manifatturiera e, in futuro, per la logistica relativa all’e-commerce. Alcuni europei dovrebbero sperare nei continui aumenti salariali della Cina se vogliono aumentare le loro stesse retribuzioni lorde.

La quota della Cina nel commercio mondiale (una media di esportazioni più importazioni) è aumentata da poco meno del 2% nel 1990 a quasi il 15% di oggi, secondo la Bank for International Settlements. Da allora, l’economia di mercato cinese si è integrata all’economia globale, guidata principalmente dalla sua forza lavoro, con un rapporto capitale-lavoro inferiore agli standard globali. La Cina sta iniziando solo ora ad automatizzare.

L’integrazione dell’Europa orientale in Occidente è spesso trascurata.

In un arco di tempo simile, dagli anni ’90 ad oggi, i paesi dell’Europa orientale sono usciti dall’orbita della Russia e si sono spostati verso ovest. Prima della caduta del comunismo, questi paesi erano rimasti più o meno isolati. La forza lavoro era abbondante e ben istruita, ma il capitale e il management erano limitati. Ne è seguita una combinazione fruttuosa: l’Europa occidentale ha fornito i soldi e il management, l’Europa dell’Est ha fornito la manodopera a basso costo.

I dati relativi all’integrazione della Cina e dell’Est Europa sono impressionanti. Contando solo la forza lavoro potenziale, la popolazione attiva in Cina e nell’Europa orientale tra i 20 e i 64 anni era di 820 milioni di persone nel 1990 e ha raggiunto 1,2 miliardi nel 2015. La popolazione attiva disponibile nei paesi europei industrializzati era di 685 milioni prima della crisi dell’Unione Sovietica nel 1990 e raggiungeva i 763 milioni nel 2014. Parliamo quindi di un aumento una tantum del 120% della forza lavoro, che ha schiacciato i salari per i lavoratori meno qualificati, secondo la BRI.

Usando come indicatore queste tre città cinesi, gli stipendi mediani dei lavoratori dipendenti sono più alti dei salari della parte più povera d’Europa: i vecchi Balcani dell’area comunista.

Proprio sul Mar Adriatico, di fronte alla ricca frontiera italiana, si trova una manodopera di tipo cinese. Anzi ancora più economica, in realtà. I lavoratori cinesi a Shanghai, Shenzhen e Pechino, in media, guadagnano più dei lavoratori in Albania, Romania, Bulgaria, Slovacchia e Montenegro, nuovo paese membro della NATO, che ha un reddito medio di appena $ 896 al mese.

I salari medi di Shanghai non sono molto diversi da quelli della Polonia, a $ 1,569. Lo stesso vale per la Repubblica Ceca, dove lo stipendio medio a Praga, la sua città più ricca, si aggira intorno a $ 1400. Il salario medio lordo dell’Ungheria sta proprio al livello di Shanghai, a $ 1139 al mese.

La crescita dei salari in Cina è impressionante. Ottimo per i cinesi. Ma ha lasciato indietro la crescita dei salari in molti dei paesi a basso reddito in Europa. Ciò che questi numeri dimostrano è che il ruolo della Cina come centro manifatturiero ha posto le basi per qualsiasi aumento futuro delle retribuzioni, in particolare per gli operai non qualificati del settore manifatturiero, ma anche ben presto in altri nuovi settori come l’e-commerce.
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Daniele
Tuesday, 16 March 2021 07:55
In 10 anni i salari cinesi sono triplicati. Ora la Cina è paragonabile al Portogallo!
da sinistra.ch

“Salari (ti)cinesi” è lo slogan coniato dal sindacato UNIA per lamentarsi dei bassi salari nel Canton Ticino. Uno slogan dal carattere poco internazionalista, lo aveva giudicato in passato il Partito Comunista. E ora uno slogan semplicemente scorretto poiché il salario medio dei lavoratori del settore manifatturiero in Cina, infatti, ha definitivamente superato quello dei loro colleghi brasiliani e messicani e si sta avvicinando rapidamente a quello dei greci e dei portoghesi.

Insomma il paese asiatico, considerato uno dei luoghi di maggiore sfruttamento del pianeta secondo alcuni sindacalisti occidentali, è quello che più di tutti registra continui aumenti salariali. A dirlo è una ricerca di Euromonitor International che dimostra come la retribuzione per un’ora di lavoro in Cina è superiore a quella di tutti i paesi dell’America latina (tranne il Cile) ed è pari al 70% di quella dei paesi più deboli dell’area Euro (quali Portogallo e Grecia). Tra il 2005 e il 2016 il salario orario medio in Cina è inoltre triplicato. Si tratte di ricerche che tengono in considerazione i dati ufficiali dell’Organizzazione internazionale per il lavoro (ILO) e tengono conto dell’inflazione, ma non prendono in considerazione le diversità del costo della vita nei vari paesi esaminati.

Mentre in Cina il progresso degli standard di vita del popolo è in crescita notevole, in Grecia, ad esempio, le disastrose politiche della Troika (Banca centrale europea, Commissione europea e Fondo monetario internazionale) hanno causato il dimezzamento dei salari rispetto al 2009.
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Daniele
Monday, 15 March 2021 08:23
La CIA e il primato economico cinese


Si è ormai affermato un nuovo “numero uno economico”, in campo mondiale.
Persino la statunitense Central Intelligence Agency, non sospettabile sicuramente di simpatie per la Cina contemporanea, ha ormai ammesso che il prodotto interno lordo cinese ha superato quello statunitense a partire dal 2015, usando (a modo suo, certo, ossia in modo parziale) il criterio della parità del potere d’acquisto: tale dato di fatto esplosivo emerge con chiarezza dalle interessanti pubblicazioni annuali della CIA, ossia il CIA World Factbook del 2015 e del 2016, con le loro informazioni che riguardano il confronto tra l’economia cinese e quella statunitense, non utilizzando il prodotto interno lordo nominale e puramente monetario ma invece uno strumento analitico più raffinato e soprattutto corrispondente alla realtà contemporanea.
Il criterio della parità del potere d’acquisto (PPA) è stato introdotto dopo il 1945 dagli economisti sotto l’egida delle organizzazioni internazionali, al fine di calcolare e confrontare il prodotto interno lordo delle diverse formazioni statali, tenendo conto della differenza esistente tra il potere d’acquisto reale nelle diverse nazioni e astraendo invece dalle eventuali fluttuazioni nel tasso di cambio.
Quindi il prodotto interno lordo di un paese, attraverso l’utilizzo del PPA, viene di regola convertito in dollari internazionali tenendo conto della diversità nei poteri d’acquisto nazionali, differenziandosi a volte – come nel caso cinese e indiano – in modo molto sensibile dal prodotto interno nominale invece espresso da determinati paesi.
Ora, se si prende in esame il World Factbook della CIA per il 2016, alla voce “country comparison-GDP (purchasing power parity)” emerge con chiarezza come la centrale di spionaggio di Langley abbia calcolato, utilizzando a modo suo il criterio della parità del potere d’acquisto, che:

- la Cina nel 2016 risultava indiscutibilmente prima in tale graduatoria mondiale, con un prodotto interno lordo (non nominale, ma acquisito mediante l’uso del PPA) equivalente a 21.290 miliardi di dollari;
- sempre nel 2016 gli Stati Uniti esprimevano invece un prodotto interno lordo (PPA) pari a 18.570 miliardi di dollari.

Prodotto interno lordo della Cina nel 2016 uguale a 21.290 miliardi di dollari, impiegando il metodo PPA usato dalla CIA.
Prodotto interno lordo degli Stati Uniti nel 2016 uguale a 18.570 miliardi di dollari, sempre con il metodo PPA utilizzato dalla CIA.
Siamo quindi in presenza indiscutibile di un prodotto interno lordo cinese che già nel 2016 superava di più del 10 percento, di più di un decimo quello statunitense: del 15 percento e di quasi un sesto, per essere più precisi, mentre un gap quasi analogo tra Pechino e Washington emerge anche prendendo in esame i dati forniti dalla CIA sulla stessa questione per l’anno 2015.
Il sensibile differenziale di potenza tra i rispettivi prodotti interni lordi (PIL) di Pechino e di Washington sta inoltre aumentando a vista d’occhio a favore della Cina, vista l’asimmetria nel tasso annuale di crescita del PIL delle due nazioni in via d’esame, in tutti gli anni compresi tra il 2016 e il 2020.
Se infatti nel 2017 il PIL cinese è cresciuto del 6,9 percento rispetto all’anno precedente, l’economia statunitense l’anno scorso ha visto invece un tasso di crescita pari solo al 3 percento: facciamo ora qualche facile calcolo, non tenendo conto delle fluttuazioni (del resto molto modeste) nel tasso di cambio tra yuan e dollari.
Il PIL cinese nel 2017, sempre utilizzando il criterio della parità del potere d’acquisto proposto dalla CIA, è aumentato dai 21.290 miliardi di dollari del 2016 fino ai 22.752 miliardi di dollari del 2017 (21.290 + 6,9% di 21.290).
Invece il PIL statunitense è passato dai sopracitati 18,570 miliardi di dollari del 2016 ai 19.127 miliardi di dollari (18.570 + 3% di 18.570).
In estrema sintesi:
PIL cinese del 2017 = 22.752 miliardi di dollari.
PIL degli USA nel 2017 = 19.127 miliardi di dollari.
Il differenziale, e la distanza tra i prodotti interni lordi di Pechino e Washington, sta via via crescendo in modo più che evidente, come si può notare con facilità dal semplice e banale calcolo proposto poco sopra.
Non vogliamo annoiare i lettori con altri aridi conti rispetto al periodo 2018-2020, ma possiamo subito sottolineare che la potenza economica reale cinese supererà di circa il 50 percento, ossia sorpasserà di circa la metà quella invece espressa dagli Stati Uniti già alla fine del 2021, sempre usando i dati della CIA e la sua applicazione del criterio della parità del potere d’acquisto.
Si tratta di calcoli effettuati esclusivamente dalla CIA di Langley, si potrebbe obiettare: quindi forse di operazioni mentali arbitrarie e scorrette.
Errore, grave sbaglio, notevole abbaglio teorico-concreto.
Fin dal 2014 un’altra struttura di intelligence a egemonia occidentale, ossia la Banca Mondiale in una delle sue sezioni di ricerca, aveva infatti rilasciato uno studio nel quale si riconosceva che la Cina sarebbe diventata la prima economia al mondo già nell’anno ancora in corso. Alla fine di aprile del 2014 proprio l’autorevole – nei circoli occidentali, certo – quotidiano britannico Financial Times aveva pubblicato un rapporto dell’International Comparison Program della Banca Mondiale, nel quale si evidenziava come il sorpasso economico di Pechino sugli Stati Uniti, previsto in precedenza per il 2019, sarebbe invece avvenuto con cinque anni di anticipo.
Banca Mondiale e 2014, CIA e 2015: persino due dei più saldi strumenti operativi e delle migliori menti collettive dell’imperialismo occidentale hanno quindi ammesso e dunque riconosciuto, tra l’altro prima di gran parte della sinistra occidentale, un fenomeno economico-sociale certo di non poco conto.
A questo punto entriamo più nel concreto, ossia nell’analisi dei settori produttivi nei quali si sostanzia e si cristallizza la nuova superiorità cinese su scala mondiale in campo produttivo e logistico.
Si può prendere il via dal settore automobilistico nel quale inaspettatamente il gigante asiatico ha superato da tempo come produttore/consumatore il vecchio e stanco ex-numero uno statunitense.
La ragione del sorpasso cinese sugli USA in questo campo risulta subito chiara e comprensibile: se nel 2005 nel mercato cinese erano state vendute meno di cinque milioni di autovetture, il loro numero era salito in soli undici anni alla quota di 23,6 milioni di veicoli nel 2016 e a quella di 30 milioni nel 2020, pari al doppio del mercato statunitense, mentre il numero di veicoli commerciali venduti all’interno del gigante asiatico risultava ormai equivalente a quattro milioni e mezzo di unità.
Tali risultati non cadono certo dal cielo, avrebbe potuto notare Mao Zedong, ma derivano invece da precise scelte di politica economica: non è un caso che all’inizio del 2017 il governo cinese abbia fissato delle scadenze molto precise al fine di incentivare e stimolare il processo di crescita anche della produzione e vendita delle auto ibride ed elettriche, la cui quota sul giro di affari globale dovrà arrivare almeno all’8% nel 2018 per passare poi al 12% del 2020 e al 20% del 2025.
La Cina vanta ormai da molto tempo un primato indiscutibile su scala mondiale anche nel processo di produzione di altri importanti beni di consumo, a partire dai settori dei computer e dei cellulari ormai monopolizzati da tempo da parte del gigante asiatico.
Secondo uno studio accurato dell’insospettabile – di simpatie per Pechino, ovviamente – Commissione Europea relativa all’anno 2016, la Cina produceva infatti nell’anno preso in esame:
Il 28% delle automobili del mondo, ossia quasi un veicolo su tre;

- Il 90% di tutti i cellulari;
- L’80% di tutti i computer, e cioè quattro su cinque;
- L’80% di tutti i condizionatori del pianeta;
- Il 60% di tutti i televisori assemblati sul nostro pianeta, ovvero più della metà totale;
- Il 50% dei frigoriferi fabbricati su scala globale;
- Più del 40% delle navi costruite nel 2016 sulla terra.

Anche senza tenere conto degli ulteriori progressi realizzati dalla Cina negli ultimi quattro anni, siamo di fronte a dati impressionanti che attestano l’egemonia indiscutibile di Pechino all’interno del processo mondiale di produzione dei mezzi di consumo, che trova come unica pietra di paragone moderna solo quello goduto dagli Stati Uniti tra il 1944 e il 1960: ma anche rispetto al marxiano settore A, ossia al segmento della produzione di mezzi di produzione, la supremazia di Pechino si rivela molto solida e multilaterale.
La Cina da un paio di decenni si è ormai realmente trasformata nella “fabbrica del mondo”; e sempre lo studio sopracitato della Commissione Europea ha stabilito con estrema chiarezza come quasi la metà, quasi il 50% dell’acciaio prodotto su scala planetaria sia stato prodotto in Cina durante l’anno 2016, testimoniando il semi-monopolio di quest’ultima anche all’interno di questo settore economico ancora dotato di un certo peso specifico, seppur declinante.
Per quanto riguarda invece la massa globale di energia consumata all’interno della dinamica produttiva, la Cina è diventata fin dal 2012 il principale consumatore di energia, come venne rilevato anche da Francesco Tamburini nel febbraio del 2013 in un suo interessante articolo su Il Fatto Quotidiano, su cui torneremo tra poco.
Non sorprende, viste queste premesse, come ormai da alcuni anni la Cina sia diventata il principale produttore ed esportatore di pannelli solari su scala planetaria, raggiungendo un semi-monopolio anche in questo particolare anello del processo produttivo globale.
La superiorità cinese risulta altresì indiscutibile anche nel complesso “cemento/case”, ossia nella produzione di materie prime a scopo abitativo e nel correlato processo di urbanizzazione: dando per assodato da molto tempo il primato di Pechino anche nella produzione di cemento e degli articoli legati al settore abitativo (rubinetterie, bagni, ecc.), vogliamo focalizzare l’attenzione invece sul secondo lato della connessione dialettica sopracitata.
Come ha notato giustamente il ricercatore Giuliano Marrucci, nel suo eccellente libro intitolato “Cemento Rosso”, uno dei fenomeni socioproduttivi più rilevanti su scala planetaria durante gli ultimi quattro decenni è stato il rapido ma pianificato e controllato spostamento di oltre 500 milioni di esseri umani dalle campagne alle città, verificatosi in Cina a partire dal 1978 e creando via via il più ampio e veloce processo di urbanizzazione della storia umana.
Ancora nel 1978 e all’inizio della lunga stagione di riforme economiche introdotte da Deng Xiaoping e dal partito comunista cinese, la Cina si trovava nella situazione sgradevole di paese agricolo: circa l’80% della popolazione e quattro cinesi su cinque risultavano infatti in quell’anno ancora insediati nelle aree rurali, mentre i cinesi che invece vivevano a quel tempo in città erano appena 172 milioni e solo il 20% della popolazione totale.
Meno di quarant’anni dopo e nel 2016, il numero di cinesi residenti nelle città era invece salito a 770 milioni di persone, circa il 56% della popolazione del gigante asiatico in meno di quattro decenni più di 500 milioni di cinesi si sono dunque spostati dalle campagne creando un processo di urbanizzazione senza precedenti: per dare un termine di confronto stiamo parlando di una massa di esseri umani pari a circa nove volte all’attuale popolazione italiana, tanto che il risultato finale è che oggi delle dieci città al mondo con maggior numero di abitanti ben cinque sono cinesi, e in tutto il paese asiatico ormai si trovano cento città con oltre un milione di abitanti, ossia come o più di Milano.
Giuliano Marrucci ha sottolineato, in modo lucido e corrispondente alla verità storica, che se la Cina in termini di reddito pro-capite ha raggiunto il livello delle egemonie di medio-basso livello solo attorno al 2005, «in termini di infrastrutture urbane questo livello era già stato raggiunto dieci anni prima. A partire dalla rete di metropolitane, che entro il 2020 sarà presente in 40 città, e che con i suoi 7000 chilometri di estensione sarà 5 volte più grande di quella statunitense. Una straordinaria capacità di investimento resa possibile dal fatto che in Cina non esiste proprietà privata dei terreni. Tutti i terreni sono di proprietà pubblica e vengono dati in concessione per periodi limitati ai costruttori, che se li aggiudicano nell’ambito di agguerritissime aste pubbliche. Sono proprio gli introiti di queste aste che finanziano ormai l’80% delle attività delle amministrazioni locali, e che permettono di alzare continuamente il livello delle infrastrutture.
E grazie all’impetuoso boom economico, nonostante la gigantesca pressione demografica che ha riguardato in particolar modo le città principali, lo spazio residenziale a disposizione di ogni cittadino urbano è passato da meno di 4 metri quadrati negli anni ’80 ai 35 metri quadrati attuali.
Ecco come si spiega il fatto che nel solo biennio che va dal 2011 al 2013 la Cina ha consumato una volta e mezzo il cemento che gli Stati Uniti hanno impiegato durante tutto il Ventesimo secolo».
In estrema sintesi la Cina è diventata il più grande costruttore-architetto del pianeta, e non solo la “fabbrica del mondo”.
Anche nelle principali aree produttive nelle quali Pechino è rimasta indietro rispetto ai paesi capitalistici più avanzati, a partire ovvia-mente dagli Stati Uniti, si sta assistendo da alcuni anni a una formidabile e ben pianificata rincorsa della Cina (prevalentemente) socialista rispetto ad alcuni settori dell’hi-tech.
Tralasciando per il momento il settore dell’automazione e della robotica, che analizzeremo a fondo in un prossimo capitolo, primo esempio concreto della particolare “rincorsa” produttiva attuata dal gigante asiatico nell’ultimo quinquennio è quello della produzione degli strategici chip, di semiconduttori.
Come ha notato Manolo De Agostini nel novembre del 2015, Pechino in quell’anno aveva programmato di investire nel medio termine una pioggia di miliardi per diventare una superpotenza nel chip. «La Cina cerca di entrare con forza nel settore tecnologico con ingenti investimenti nel settore di semiconduttori.»
È perciò molto interessante che Tsinghua Unigroup, un conglomerato tecnologico statale che fa capo alla Tsinghua University, voglia investire qualcosa come 47 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni per «costruire il terzo più grande produttore di chip al mondo dopo Intel e Samsung. A dirlo Zhao Weiguo, presidente dell’azienda, in un’intervista con l’agenzia Reuters.»
Un’altra rincorsa della Cina in campo economico ha per oggetto invece il settore aeronautico civile, in precedenza appaltato alle principali imprese aeree statunitensi ed europee: e non è un caso che nel maggio del 2017 sia diventato operativo, dopo lunghi anni di progettazione e ricerca, l’aereo C 919, ossia il primo aereo commerciale prodotto autonomamente nel gigantesco paese asiatico.
L’avanzato velivolo C 919, dal costo più basso rispetto a quelli venduti da Boeing e Airbus, viene spinto da due motori del tipo CFM Leap 1C e può ospitare da 158 a 168 passeggeri in una configurazione standard da due classi, essendo in grado di percorre-re distanze comprese tra i 4 mila e i 5.600 chilometri: fino ad oggi ha ricevuto 570 ordini da 23 compagnie, quasi tutte asiatiche e cinesi in particolare.
Il particolare processo di inseguimento cinese può essere altresì analizzato anche attraverso la gigantesca espansione da parte di Pechino nel settore delle batterie per auto elettriche, nel quale fino a pochi anni fa erano completamente egemoni gli americani e la Tesla di Elon Musk. Il giornale Il Fatto Quotidiano, collocato saldamente su posizioni anticomuniste, a tal proposito ha notato come la Cina stia convogliando iniziative «per costituire un autentico impero di accumulatori di ultima e prossima generazione. Un vero e proprio maremoto di energia “in scatola”, pronta effettiva-mente a travolgere la concorrenza. Quantomeno sulla carta.
Alla fine di giugno del 2017 le aziende cinesi avevano i piani per ulteriori fabbriche di accumulatori di ultima tecnologia, per una capacità produttiva complessiva superiore ai 120 gigawattora l’anno entro il 2021, secondo un rapporto da fonte interna dell’agenzia (Bloomberg Intelligence) pubblicato questa settimana.
Una quantità enorme, sufficiente ad esempio a equipaggiare di batterie, ogni anno, addirittura 1,5 milioni di veicoli Tesla Model S (che impiegano quelle più grandi) o ben 13,7 milioni di veicoli ibridi Toyota Prius Plug-In. Al confronto, quando sarà completato nel 2018, la famosa Gigafactory di Tesla riuscirà a produrre celle accumulatrici per una capacità massima entro i 35 gigawattora ogni anno».
A questo punto possiamo quasi sentire già le voci dei soliti avvocati del diavolo, più o meno in buona fede: “D’accordo, state citando fatti reali, ma tutti questi miracoli produttivi si basano sui salari da fame delle tute blu cinesi”.
Si tratta di una volgare menzogna, che è stata smentita per l’enne-sima volta e in modo inconfutabile da un istituto di ricerca come l’Euromonitor International, non certo accusabili per simpatie comuniste e/o filocinesi.
Cosa contiene tale ricerca, rispetto alla sorte degli operai cinesi del Ventunesimo secolo?
Il dato eclatante della triplicazione del salario degli operai cinesi dal 2005 al 2016, l’aumento di tre volte degli stipendi nominali percepiti dalle tute blu cinesi negli undici anni compresi tra il 2005 e il 2016.
Nel 2016 il salario medio orario degli operai manifatturieri in Cina risultava infatti pari a euro 3,60, con un incremento enorme rispetto all’1,20 euro all’ora del 2005, superando tra l’altro quello dei loro colleghi brasiliani e messicani e avvicinandosi rapidamente a quello delle tute blu greche e portoghesi.
Se si vuole una controprova, un’indagine condotta dall’insospettabile banca svizzera Credit Suisse e pubblicata nel gennaio del 2013 ha rivelato come il salario medio mensile dei trentenni cinesi, a parità di potere d’acquisto, fosse superiore di quello dei loro coetanei italiani.
Passiamo ora al processo di analisi di altri importanti segmenti produttivi nei quali la Cina Popolare ha acquisito un ruolo egemonico, nel corso degli ultimi anni.
Va innanzitutto evidenziato come, contrariamente al senso comune che vede i cinesi come semplici imitatori delle conquiste del libero mondo occidentale, il gigante asiatico sia invece di gran lunga il primo innovatore e il “genio creativo” tra i paesi del mondo, specialmente in settori come le telecomunicazioni, l’informatica e la tecnologia medica, raggiungendo da solo la quota di un terzo delle richieste di nuovi brevetti su scala mondiale nel corso del 2015.
Tale fenomeno sorprendente ma indiscutibile viene certificato tra gli altri dal “World Intellectual Property Indicators – 2016”, l’annuale rapporto dell’Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale (WIPO), che assegna alla Cina il ruolo di paese all’avanguardia con la bellezza di 1.010.406 richieste di nuovi brevetti, nel 2015: in pratica un terzo di tutte le richieste mondiali. «Questi numeri sono davvero straordinari per la Cina – ha dichiarato il direttore generale della WIPO, Francis Gurry – È la prima volta in assoluto al mondo che un ufficio brevetti riceve più di un milione di richieste. In tutti i paesi, si riscontra un crescente interesse a proteggere la proprietà intellettuale che riflette la sua importanza in un’economia della conoscenza propria della globalizzazione.
L’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa della protezione dei diritti di proprietà intellettuale ha registrato 2,9 milioni domande di nuovi brevetti, con un incremento del 7,8 per cento rispetto al 2014, e la Cina, sotto l’impulso degli incentivi governativi, è nettamente in testa, seguita da Stati Uniti (526.296) e Giappone (454.285).
Per quanto riguarda i settori innovativi a maggior tasso di sviluppo, in evidenza ci sono tecnologia informatica (7,9% del totale), macchine elettriche (7,3%) e comunicazione digitale (4,9%): e anche nelle domande per nuovi marchi si è assistito a un significativo balzo in avanti della Cina che primeggia anche in questa classifica, con 2,83 milioni domande di registrazione sui 6 milioni e poco oltre di richieste in tutto il mondo.»
Anche rispetto ai rapporti di forza planetari creatasi all’interno del campo del commercio internazionale la Cina ha ormai accumulato, a partire dal 2013, una superiorità abbastanza sensibile rispetto al numero due e al concorrente statunitense.
Nell’articolo sopracitato del febbraio 2013, Francesco Tamburini ha ammesso che nel 2012 la Cina aveva superato gli Stati Uniti, diventando la prima potenza commerciale del mondo.
«Mentre Washington perde un primato che deteneva dalla fine della Seconda guerra mondiale, Pechino diventa il primo partner commerciale di molti Paesi europei, tra cui la Germania. Entro il 2020, secondo l’analista Jim O’Neill di Goldman Sachs Group, le esportazioni tedesche in Cina saranno il doppio rispetto a quelle dirette in Francia.
Il totale delle importazioni ed esportazioni americane nel 2012, secondo i dati pubblicati dal dipartimento del Commercio, ammonta a 3.820 miliardi di dollari, contro i 3.870 miliardi riportati da Pechino. Gli Stati Uniti perdono così un primato che detenevano dalla fine della Seconda guerra mondiale.
La battaglia tra le due superpotenze mondiali, come sempre, porta a chiare conseguenze anche in Europa. Pechino sta infatti diventando il primo partner commerciale di molti Paesi europei, tra cui la Germania. Entro il 2020, secondo l’analista Jim O’Neill di Goldman Sachs Group, le esportazioni tedesche in Cina saranno il doppio rispetto a quelle dirette in Francia. “Per molti Paesi in tutto il mondo la Cina sta diventando rapidamente il partner commerciale più importante”, ha spiegato O’Neill a Bloomberg, sottolineando che andando avanti di questo passo sempre più paesi europei privilegeranno una partnership con Pechino, snobbando le nazioni più vicine.»
E la correlazione di potenza su scala mondiale in campo bancario? Almeno in questo settore gli Stati Uniti hanno forse mantenuto il loro precedente primato su scala planetaria?
No, non esattamente.
Stando infatti a un rapporto dell’insospettabile istituto Mediobanca, elaborato alla metà del 2017, nel 2016 si ormai assistito al sorpasso cinese anche nel campo bancario come ha dovuto riconoscere con tristezza persino Il Sole 24 Ore, il quotidiano di Confindustria.
Infatti al primo posto della classifica mondiale delle banche, in termini di redditività, si è ormai installata la statale e cinese ICBC (Industrial and Commercial Bank of China), scalzando bruscamente dal primato la statunitense JP Morgan; al terzo posto della classifica di Mediobanca si trova un altro istituto finanziario pubblico di Pechino, ossia la China Construction Bank, seguita da un'altra banca di Pechino, l’Agricultural Bank of China; se al quinto posto della classifica in esame risulta ancora occupato dalla statunitense BOFA, al sesto spunta invece la cinesissima e statale Bank of China.
In questo campo di analisi spicca inoltre un altro dato illuminante, fornito dall’insospettabile società Brand Finance all’inizio del 2017: sempre nel 2016 i marchi delle banche statali cinesi avevano superato per la prima volta in valore e reputazione quelli americani, ancora di proprietà privata anche se salvati nel 2008/2009 dai soldi pubblici e della regola del capitalismo di stato, per cui vige “la privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite”.
Secondo l’analisi di Brand Finance, «principale società mondiale di valutazione del marchio (maggiore cespite intangibile delle imprese), la banca col brand più ricco è l’Industrial and Commercial Bank of China: 47,8 miliardi di dollari (Icbc, +32% su 2016, il 20% della capitalizzazione complessiva) che supera l’americana Wells Fargo (41,6 miliardi, -6%) marcata stretta da China Construction Bank (41,3 miliardi, +17%). Usa e Cina si alternano fino all’ottavo posto: JP Morgan Chase, Bank of China, Bank of America, Agricultural Bank of China, Citi. Se 20 anni fa sui primi 100 marchi la Cina era lo 0,2% del valore complessivo, oggi batte gli States 24% a 23%. La Gran Bretagna valeva il 16%, oggi il 6, la Francia il 5% oggi il 4, l’Italia l’1%.
Brand Finance valuta su tre criteri: investimenti diretti o indiretti sul marchio (pubblicità, personale, ricerca e sviluppo); ritorno di immagine presso clienti e stakeholder in genere (tramite sondaggio); volume d’affari. Le banche cinesi hanno una reputazione che quelle occidentali «possono solo sognare». Questi istituti hanno vissuto marginalmente la bufera finanziaria del 2008, hanno una platea di (fiduciosi) clienti e potenziali tali proporzionale alla crescita del benessere nel Paese, su impulso del governo sono al centro di grandi investimenti, domestici e non.»
Cina: il primato “della crescita del benessere del paese”, per l’appunto, e non dell’1% della popolazione.
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Daniele
Wednesday, 10 March 2021 08:49
Tratto da sinistrainrete.info
di F. Galofaro

[...]
6. Come i cinesi lavorano sull'economia e sulla politica

Leggendo i documenti in cui i marxisti cinesi riflettono sulle linee di fondo delle proprie riforme economiche, è soprattutto una nozione cardine marxiana ad apparire centrale: quella di fattore della produzione: capitale, lavoro, tecnologia, management, materie prime. In quest'ottica, le riforme e l'apertura del 18o congresso del Partito comunista cinese sono così interpretate: «abbiamo affermato che la distribuzione secondo il lavoro è il principio fondamentale di distribuzione del socialismo, e portato avanti una politica che permette ad alcune persone e aree di prosperare prima di altre, permettendo e incoraggiando il capitale, la tecnologia, il management e altri fattori della produzione a partecipare alla distribuzione; infine, formando il sistema economico socialista fondamentale in cui la proprietà pubblica resta dominante e diversi settori economici si sviluppano fianco a fianco; il sistema di distribuzione, in cui la distribuzione secondo il lavoro rimane dominante e coesistono una varietà di modi di distribuzione[6]». Ironicamente, dunque, alla base della supposta economia “turbocapitalista” cinese vi è un principio socialista, almeno nelle intenzioni.

La stessa impostazione, un'analisi dei fattori della produzione, permette ai cinesi di individuare le proprie carenze e gli obiettivi mancati. Ad esempio, «la nostra crescita economica è ancora in gran parte basata su risorse, capitale, lavoro e altri fattori, rimanendo nel settore medio-basso della catena industriale dell'economia internazionale, soggetti ad altri Paesi per quanto riguarda molte tecnologie-chiave, materiali, pezzi di ricambio ed equipaggiamento[7]».

A partire da categorie marxiane, dunque, si costruiscono strumenti innovativi e analisi economiche attuali, per comprendere, ad esempio, l'ultima crisi del capitalismo mondiale e trarne utili conseguenze sul piano politico[8]. Si formano i futuri dirigenti del Partito nelle scuole di Marxismo[9].

Soprattutto, il marxismo è il fondamento su cui si basano le argomentazioni politiche dietro alle scelte economiche, individuandone gli obiettivi. Ad esempio, quando il XIX Congresso Nazionale del Partito comunista cinese individua lacontraddizione principale della società cinese in quella tra lo sviluppo squilibrato e l'aspirazione crescente del popolo a una vita più felice[10], non fa che riprendere la distinzione di Mao Zedong tra l'aspetto generale delle contraddizioni (tra struttura e sovrastruttura; tra le classi) e quello particolare, storicamente dato, che a sua volta porta, in ciascun periodo storico, a un insieme di micro-contraddizioni: proprio tra queste la politica deve saper cogliere, appunto, la contraddizione principale[11].



7. La Cina è capitalista o comunista a seconda delle convenienze della propaganda occidentale

Nell'ultimo decennio la Cina ha provato di essere superiore all'Occidente in almeno due ambiti distinti. In primo luogo, ha resistito molto meglio alla grande crisi economica mondiale innescata dagli Stati uniti nel 2007. Lo stretto controllo politico sulla finanza descritto dagli autori del volume ha permesso alla Cina di reagire alla crisi sistemica in atto nel capitalismo globale, dominato dall'alta finanza (p. 61). In secondo luogo, ed è sotto gli occhi di tutti, la Cina ha sconfitto la pandemia; mentre noi fronteggiamo la seconda ondata di contagi e ne temiamo una terza, ha nuovamente un'economia in forte crescita; prima degli altri Paesi si è dotata di un vaccino con l'86% di tasso di successo, sviluppato da un'azienda statale[12].

Lasciamo da parte i filosofi marxisti e postmarxisti convinti che la Cina sia il paese del turbocapitalismo: per loro attaccare la Cina è un modo di sviare il discorso dal fallimento dalle proprie teorie rivoluzionarie mai aggiornate, dal proprio essere disconnessi dal mondo del lavoro e dalla propria sostanziale inutilità politica. E' però notevole come la propaganda occidentale torni a considerare la Cina un Paese comunista, quando deve giustificare i propri fallimenti. Ad esempio, per certi giornalisti il virus sarebbe stato sconfitto grazie ai metodi autoritari del governo; non a causa degli investimenti di lungo periodo nella modernizzazione del sistema sanitario, che hanno portato quel Paese ad avere il doppio dei posti-letto per 1000 abitanti disponibili in Paesi come l'Italia o gli USA[13]. Allora ci si dimentica di aver sostenuto che la Cina non è una valida alternativa al nostro sistema di governo perché un'economia capitalista proprio come la nostra, e si sostiene che la Cina non è una valida alternativa al nostro sistema di governo perché è una dittatura comunista. Ultimamente si è diffuso perfino il luogo comune per cui la Cina non sarebbe una valida alternativa al nostro sistema di governo perché i cinesi sono confuciani (e quindi irriducibilmente diversi da noi). Immagino che chi sostiene questo sia un profondo conoscitore degli Analecta di Confucio, abbia studiato il parallelo con filosofi coevi come Socrate, Platone, Buddha, sia in grado di spiegare analogie e differenze con altre filosofie imperiali come lo stoicismo e conosca a memoria l'opera omnia di François Jullien. Tutti gli altri avrebbero per lo meno il dovere di spiegare come mai l'opera di un filosofo morale vissuto cinque secoli prima di Cristo dovrebbe aiutare a prendere decisioni economiche vincenti e a sintetizzare vaccini efficaci. Se fosse così, varrebbe a maggior ragione la pena di studiarlo.
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Alfonso
Wednesday, 10 March 2021 08:28
Decisamente, l'automatismo della risposta funziona, ragazzuoli. Dovrebbe essere attivato dal riconoscimento automatico di alcune parole-chiave, come in ogni motore di ricerca data-centered che si rispetti, e che ignora il modello di partenza. Vediamo con questa cosa ne vien fuori. "Come si sa, le possibilità della tirannide sono ben più ampie. Le risorse di cui dispone sono infinite, dall’amore al denaro, dalla tortura alla fame, dal silenzio alla retorica. Essa può annientare nell’animo tiranneggiato lo stesso potere di essere ostacolato […]. La vera eteronomia comincia quando l’obbedienza smette di essere obbedienza cosciente e diventa inclinazione spontanea. La violenzasuprema sta in questa suprema dolcezza. Avere un animo da schiavo significa non poter essere ostacolato, non poter essere comandato. L’amore del padrone riempie l’animo al punto che esso non prende più le distanze." Levinas. Grazie
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