Print Friendly, PDF & Email

jacobin

La controversia sul capitale

di Gabriel Brondino e Davide Villani

La precarietà del lavoro, la rimozione dei diritti non sono scelte inevitabili dettate delle “leggi dell’economia”. Si tratta di un attacco ai lavoratori, un tentativo di riappropriazione capitalistica

economia jacobin 990x361Riflettere di teoria economica viene bollato nel migliore dei casi come un “ragionare dei massimi sistemi”, inutile. Niente di più falso perché è proprio dalle teorie e dalla visione di mondo che esse incorporano, l’ideologia, che derivano le scelte politiche siano esse in ambito economico, istituzionale e politico.

L’incapacità di analizzare le ricadute politiche di certe teorie rende difficile squarciarne il velo più profondo. Negli ultimi decenni, si è affermata egemonicamente una ben precisa teoria, quella neoclassica o marginalista, adottata come unica teoria, naturale e quindi incontestabile. Eppure non è affatto così: questa è solo una delle teorie economiche ed è anche fallace sia dal punto di vista teorico sia da quello empirico, cioè della capacità di realizzarsi ed essere verificata nei fatti.

Esempio più lampante è la riforma delle riforme: quella del mercato del lavoro, il lungo processo di flessibilizzazione e liberalizzazione avvenuto in Europa negli ultimi due decenni, in Italia a partire dal Pacchetto Treu del 1997 che introdusse il lavoro interinale. Queste riforme sono state giustificate dai governi che si sono succeduti negli ultimi vent’anni con l’idea che alla base dell’elevata disoccupazione italiana ci fosse un’eccessiva rigidità del lavoro, in ossequio ai dettami dell’Ocse. In questo contesto le tutele sindacali, così come qualsiasi norma a difesa dei lavoratori, impedirebbero il “corretto” funzionamento del mercato del lavoro. L’idea per cui la rigidità del mercato del lavoro costituirebbe un problema ha progressivamente monopolizzato il dibattito pubblico e l’agenda politica della maggioranza dei partiti dell’arco parlamentare, almeno in Italia.

Tutte queste misure si ispirano, più o meno esplicitamente, alla teoria economica dominante (neoclassica o marginalista) per cui la rimozione delle “frizioni” e delle “rigidità” del mercato del lavoro favorirebbe il raggiungimento della piena occupazione. Reso libero il mercato, la disoccupazione sarebbe soltanto una scelta volontaria.

Una costruzione teorica fortemente ideologica che già negli anni Sessanta e Settanta fu fatta a pezzi durante quel lungo dibattito che porta il nome di “Controversia sul capitale” o fra le “due Cambridge”, che vedeva contrapposti economisti che all’epoca lavoravano presso l’università di Cambridge in Inghilterra e, dall’altro, economisti del Mit, di Cambridge in Massachusetts.

Un dibattito che dal piano teorico entra direttamente nell’agenda politica, determinando quella svalutazione del lavoro di cui è vittima la maggioranza della società. Avallando la teoria neoclassica e considerando lavoro e capitale come fattori di produzione tecnici e neutrali, e non invece fondamento ed espressione dei rapporti di forza interni al capitalismo, la resistenza all’attacco spregiudicato del capitale è stata, quando non nulla, orientata a limitarne i danni più estremi, a smussarne gli angoli, come fossero semplici sbavature.

Ci si chiederà allora perché è importante ricordare oggi un dibattito che ha avuto luogo fra gli anni Sessanta e Settanta. La risposta è semplice: senza una base teorica solida le battaglie politiche sono destinate ad infrangersi nel vuoto. RIfondare il discorso politico è necessario per proporre un’alternativa, così come essere in grado di smascherare gli errori e i limiti del discorso dominante. In particolare, i risultati della controversia stabiliscono che dal punto di vista teorico non è possibile stabilire una corrispondenza univoca fra saggio d’interesse e quantità di capitale e, soprattutto, una corrispondenza inversa fra livello salariale e quantità di lavoro impiegata nell’economia. Questa constatazione invalida teoricamente i meccanismi che sostengono che una diminuzione salariale (o del costo del lavoro nel suo complesso) spingerà le aziende ad aumentare la loro domanda di lavoro. In sostanza, non è possibile sostenere che una maggiore flessibilità (ovvero minori salari) avrà effetti positivi sull’occupazione. Viene così a mancare una delle giustificazioni teoriche alla base delle riforme del mercato del lavoro degli ultimi anni.

Ma andiamo con ordine. Secondo la teoria neoclassica, il salario, come qualsiasi altra merce, è un fenomeno di mercato determinato dal livello di offerta e domanda di lavoratori nell’economia. Nel nostro quotidiano, questo aspetto si traduce in misure politiche ben note: se un paese registra un alto tasso di disoccupazione è perchè esistono delle costrizioni che non consentono alle forze del libero mercato e della concorrenza di operare. Una delle principali barriere al raggiungimento dell’equilibrio sarebbe rappresentata da quelle istituzioni: sindacati, tutele del lavoro, redditi da disoccupazione che contribuiscono a mantenere troppo “rigido” (leggasi troppo elevato) il costo del lavoro. Eliminandole o riducendole drasticamente, le imprese troverebbero più conveniente assumere e quindi anche la disoccupazione diminuirebbe. Così l’economia si ritroverebbe di nuovo nel suo equilibrio: tutti quelli che sono disponibili a lavorare al salario più basso troverebbero un’occupazione, liberamente. Tutti coloro che rimangono disoccupati lo saranno per propria volontà e quindi potranno essere definiti dei “lazzaroni” o più elegantemente choosy. Ma soprattutto alle imprese sarebbe garantito di sfruttare al meglio le condizioni di mercato, aumentando i propri profitti. Quindi, i lavoratori risulterebbero “più economici” rispetto agli altri fattori produttivi (principalmente i macchinari) e questo favorirebbe l’assorbimento della forza lavoro. Questi meccanismi rispondono al cosiddetto “principio di sostituzione fattoriale”.

 

Il principio di sostituzione fattoriale

Esistono due meccanismi di sostituzione fattoriale. Il primo, chiamato “diretto”, è abbastanza intuitivo e può sembrare ragionevole a un primo sguardo. In un’economia in un cui i fattori produttivi sono capitale (ovvero i macchinari) e forza lavoro, gli imprenditori impiegheranno tecniche di produzione che coinvolgono un mix di questi due fattori retribuiti, rispettivamente, col saggio di interesse e col salario, che quindi rappresentano i rispettivi costi per l’imprenditore. Più il costo del lavoro (il salario) è alto, più gli imprenditori tenderanno ad utilizzare tecniche che richiedono meno lavoratori, mentre contemporaneamente aumenterà la richiesta di macchinari. E viceversa. Capitale e lavoro sono assunti come due fattori tecnici non come due aspetti antitetici del processo di produzione capitalistica, in cui il capitale è politicamente lo strumento di dominio di una parte di società sull’altra, quella che non lo possiede.

Teoricamente, il principio di sostituzione fattoriale esisterebbe anche se non esistessero metodi di produzione alternativi e ogni bene si producesse con un'unica tecnica. A questo scenario fa riferimento il meccanismo di sostituzione “indiretto”. In questo caso, supponiamo che è possibile distinguere i processi produttivi in funzione della loro intensità di uso dei fattori produttivi, capitale e lavoro, e non sia possibile modificarli. Per esempio, l’industria tessile è un settore a più alta intensità di manodopera rispetto all’industria automobilistica, in quanto impiega più lavoratori per unità di capitale utilizzato. Riducendo il livello salariale allora automaticamente anche il prezzo dei prodotti tessili diminuirà e i consumatori vorranno acquistare più abbigliamento. A sua volta, il maggior consumo di prodotti tessili farà aumentare la domanda di lavoro nel settore in relazione al volume di capitale esistente. Anche in questo caso estremo sarebbe possibile derivare una relazione inversa fra il livello salariale e quello di occupazione.

Dal punto di vista politico, questo equivale a dire che, se il tasso di disoccupazione è troppo elevato, la flessibilizzazione del mercato del lavoro rappresenta quel meccanismo necessario che riducendo i salari fa riassorbire la disoccupazione (involontaria). Solo così, cioè svalutando il prezzo del lavoro, gli imprenditori avrebbero incentivo a specializzarsi in settori che richiedono più forza lavoro. Come disse l’ex-Ministro Calenda per l’Italia: investite perché i nostri lavoratori sono competitivi, costano meno che i loro colleghi Europei!

Un ragionamento analogo vale per il mercato di capitale, ovvero per la richiesta di macchinari da parte degli imprenditori. Maggiore sarà il tasso di interesse, minore la domanda di macchinari e maggiore l’offerta, e viceversa.

È importante tenere a mente questi meccanismi perché la capacità di raggiungere la piena occupazione di lavoro e capitale, secondo la teoria marginalista, si basa sulla possibilità di poter derivare il punto di equilibrio fra i due fattori produttivi grazie al meccanismo di sostituzione fattoriale appena descritto. Se non fosse possibile derivare questa relazione univoca fra offerta e domanda di lavoro e capitale, questo meccanismo verrebbe meno e con lui il corollario politico per cui una maggiore flessibilità del lavoro crea più occupazione. In altre parole, una diminuzione dei salari potrebbe portare all’uso di meno lavoratori (e non più lavoratori, come previsto dalla teoria neoclassica) e viceversa.

 

Quando la Cambridge britannica diede scacco matto ai marginalisti

Nonostante il livello di analisi sia divenuto via via più sofisticato nel tempo, il principio di sostituzione fattoriale costituisce una delle fondamenta su cui poggia tuttora la teoria economica dominante. Questo principio e la natura stessa del capitale furono al centro della “controversia sul capitale”. Il detonatore del dibattito fu la pubblicazione, nel 1960, del libro Produzione di merci a mezzo di merci dell’economista Piero Sraffa. A partire da quel momento seguì un acceso dibattito fra economisti. Da un lato, troviamo studiosi quali Luigi Pasinetti (1930) e Pierangelo Garegnani (1930-2011) che all’epoca lavoravano presso l’università di Cambridge in Inghilterra. Dall’altro, economisti quali Paul Samuelson (1915-2009), presso la Cambridge statunitense.

Gli economisti della Cambridge britannica dimostrarono come la misurazione stessa del capitale sia problematica. Mentre l’unità di misura del lavoro può essere facilmente misurata tramite il numero di persone occupate o di ore lavorate, la quantità di capitale ha bisogno di essere espressa in unità monetarie.

Il capitale impiegato dagli imprenditori è un insieme di merci molto diverse fra loro utilizzate per la produzione di beni finali. Per conoscere la “quantità di capitale” impiegata nella produzione l’imprenditore dovrà valutare i diversi macchinari a sua disposizione in base al loro prezzo. Il problema sorge nel momento in cui il prezzo dei beni che formano il capitale sono dipendenti dal livello del tasso di interesse. Così un cambiamento del livello del tasso d’interesse modifica i prezzi dei beni di capitale, senza che però cambi la loro composizione. In altre parole, il valore del capitale non è indipendente dalla distribuzione del reddito, ovvero da come il prodotto nazionale viene suddiviso fra lavoratori salariati e i redditi da capitale (profitti, rendite e interessi) che ne permettono l’accumulazione, cioè il suo incremento: non è possibile calcolare il prezzo del capitale senza conoscere il tasso di interesse, ma a sua volta, il tasso di interesse dipende dalla quantità di capitale impiegato il quale dipende dal suo prezzo. Si entra così in un circolo vizioso che pone serie complicazioni alla costruzione delle curve di domanda e di offerta di capitale previste dai neoclassici.

La Cambridge inglese dimostra allora che, vista la dipendenza tra il prezzo dei beni di capitale e la distribuzione del reddito, non c’è nulla che impedisca che la quantità di capitale domandata aumenti con l’aumentare del tasso di interesse. Questo fenomeno si conosce con il termine di “inversione dell’intensità capitalistica” (reverse capital deepening) e si riferisce alla possibilità di avere una curva di domanda di capitale che prende forme diverse da quelle concepite dagli economisti neoclassici, dove si stabilisce un unico equilibrio. Per esempio, la curva di domanda di capitale potrebbe avere la forma esposta nel grafico 1. Questa curva è problematica per teoria neoclassica, perché non è possibile trovare un unico punto di equilibrio fra domanda ed offerta.

grafico1controv

Grafico 1: Possibile curva di offerta e domanda di capitale con inversione dell’intensità capitalista

Il secondo grande contributo della controversia riguarda la possibilità che una tecnica produttiva sia la più redditizia (e quindi quella scelta dagli imprenditori) sia a livelli elevati che ridotti del tasso d’interesse. Si ricorderà che, secondo il principio di sostituzione fattoriale, l’economia si sposta verso tecniche a minore intensità di capitale (e quindi con più elevata intensità di lavoro) nella misura in cui il tasso d’interesse diminuisce e viceversa. In teoria, più diminuiscono i salari maggiore sarà l’uso relativo di manodopera. Le tecniche di produzione possono essere ordinate in base alla loro intensità di manodopera e capitale: per ogni livello salariale una determinata industria impiegherà un certa quantità di lavoratori e macchinari. Il mix di lavoratori e macchinari impiegato è tale da permettere la massimizzazione dei profitti. Per esempio, se i salari diminuiscono l’industria tessile adotterà tecniche di produzione che impiegano più lavoratori e meno macchinari. La teoria neoclassica non prevede che un metodo di produzione utilizzato per un determinato livello salariale venga impiegato anche per retribuzioni più basse. Se fosse così infatti verrebbe annullata la generalità della teoria neoclassica, dato che a un cambiamento del livello salariale non sarebbe possibile aspettarsi un movimento inverso ed univoco della quantità di lavoro domandata. È proprio questo che gli economisti legati a Sraffa dimostrarono. La stessa tecnica produttiva può essere impiegata sia a livelli salariali elevati che a livelli più bassi, confutando il principio di sostituzione fattoriale neoclassico. Questa possibilità è nota come “ritorno delle tecniche” (reswitching).

 

Oltre domanda e offerta: la politica e il conflitto

Inoltre, la controversia muove scacco matto alla teoria della retribuzione del lavoro e del capitale basata sull’offerta e la domanda dei fattori produttivi. Il livello salariale non riflette né la produttività marginale del lavoro né i gusti e le preferenze della società. Rimane così aperta la questione riguardante le modalità di determinazione del livello salariale. Riconoscere che il salario, e la distribuzione del reddito, non sono un fenomeno strettamente di mercato porta con sé due grandi considerazioni. In primis, non esiste un livello “naturale” tale da permettere che tutti i lavoratori siano occupati ricevendo la “giusta” retribuzione per il loro lavoro. Il livello salariale dipende così da fattori politici e istituzionali, in sintesi dai rapporti di forza interni alla società. Per ottenere una spiegazione più efficace è conveniente tornare agli economisti classici, da Smith a Marx, che fin troppo bene, specie il secondo, hanno spiegato come il salario è determinato da una serie di fattori socio-culturali, di carattere storico e politico. I salari possono aumentare o diminuire in funzione della forza delle rivendicazioni dei lavoratori. L’altra faccia della medaglia è che un salario più alto implica un saggio di profitto più basso per gli imprenditori. Nel capitalismo, esiste quindi un conflitto insito alla distribuzione del reddito. Non si tratta di gioco imparziale: se aumenta la quantità di torta appropriata dagli imprenditori, diminuisce quella percepita dai lavoratori. Dobbiamo quindi aspettarci che anche gli imprenditori si organizzino per difendere i propri redditi, ovvero i profitti. Ed è quello che hanno sempre fatto, come dimostrano le riforme del mercato del lavoro degli ultimi decenni. Il lungo processo di flessibilizzazione e liberalizzazione va letto in quest’ottica, non come l’applicazione di principi oggettivi e scientificamente incontrastati e neutrali. Non sono né l’uno, né l’altro. Da qui bisogna partire per confutare i molti che costantemente provano a spacciarci la precarietà del lavoro, la rimozione dei diritti, come tasselli inevitabili dettati delle “leggi dell’economia”. Si tratta piuttosto di un attacco ai lavoratori, un tentativo di riappropriazione di una fetta sempre più grande di torta.

 

Quando avere ragione non basta

Infine, ci sono altre riflessioni, di più ampio respiro, che si possono trarre da questo dibattito. Dal punto di vista strettamente scientifico, i dibattiti sul capitale minano le fondamenta del paradigma economico neoclassico. Come abbiamo accennato, la controversia è stata tutt’altro che secondaria e coinvolse i maggiori economisti dell’epoca. Ad oggi, le conclusioni raggiunte non sono state messe in discussione efficacemente, ed è possibile continuare ad affermare che la Cambridge inglese avesse ragione. Eppure, la portata di una simile contesa non ha investito con le dovute proporzioni né il dibattito pubblico, né quello accademico. Al contrario, dagli anni Settanta in poi, il mainstream economico, basato sul marginalismo, non ha fatto che rafforzarsi nelle università. Oggigiorno, la stragrande maggioranza degli studenti di economia non si imbatte minimamente nei dibattiti sul capitale. Nella maggior parte dei casi, nelle facoltà di economia l’approccio marginalista è presentato come l’unico esistente.

Dal punto di vista più strettamente politico, invece, nulla è cambiato rispetto ai precetti tradizionali dell’economia neoclassica. Anche al di fuori dell’accademia il paradigma marginalista è di gran lunga dominante e si fa portatore di alcuni valori portanti della società. Secondo questa prospettiva, la società è un insieme di individui che cercano di soddisfare il proprio interesse personale e così facendo aumentano il benessere generale. Si tratta di un mondo teoricamente “meritocratico”, nel quale il mercato “premia” coloro che hanno idee brillanti, ovvero gli imprenditori, e nel quale tutti i volenterosi troverebbero un’occupazione. Non importa a quali condizioni, non importa se gratuitamente. Da questo punto di vista, l’organizzazione dei lavoratori è da considerarsi dannosa per il benessere generale. Questo leit motiv ha abbagliato anche parte dei sindacati nostrani che si sono progressivamente spostati da un sistema conflittuale a uno concertativo. Certo, non mancano segnali incoraggianti e che vanno nella direzione contraria, dimostrando che è sempre possibile invertire la tendenza. I dibattiti sul capitale costruiscono uno strumento teorico per contrastare il monolito culturale neoliberista in cui siamo cresciuti. Nonostante l’indiscussa rilevanza delle conclusioni della controversia di Cambridge, è necessario sottolineare però come il solo rigore tecnico non sia stato sufficiente a sconfiggere la visione di mondo neoliberale. È necessario opporre una narrativa alternativa che vada oltre la sola costruzione teorica di un approccio diverso da quello dominante. E’ questo che hanno fatto i neoliberisti a partire dalla fine della seconda guerra mondiale: si trattò di un processo lento, che si estese a tutti gli aspetti della vita quotidiana, ma che alla fine riuscì a contendere il senso comune che fondava lo stato sociale e il paradigma keynesiano. Non basta “avere ragione”. A volte non è neanche necessario, come dimostra l’ascesa dell’ideologia neoliberale. Il rigore accademico è inservibile se non si inserisce negli ingranaggi che formano il consenso, che creano egemonia. Teniamolo a mente.


*Gabriel Brondino è dottorando in economia presso l’università di Buenos Aires e ricercatore della Università del Litoral (Argentina). Davide Villani, PhD in Economics alla Open University. Si occupa di struttura produttiva e finanziarizzazione dell’economia.
Pin It

Comments   

#2 Paolo Selmi 2018-12-11 17:40
Cari compagni,

grazie di tutto, specialmente perché scritti come questo mi danno la forza di continuare a ricercare i meccanismi e le logiche che sottendevano all’economia politica sovietica.

Mi sento di darvi un unico consiglio, oppure muovervi un’unica critica costruttiva al vostro lavoro.

In conclusione scrivete: “Nonostante l’indiscussa rilevanza delle conclusioni della controversia di Cambridge, è necessario sottolineare però come il solo rigore tecnico non sia stato sufficiente a sconfiggere la visione di mondo neoliberale. È necessario opporre una narrativa alternativa che vada oltre la sola costruzione teorica di un approccio diverso da quello dominante.”

Ebbene, quel “narrativa”, che poi in italiano è stato reso “narrazione”, entrambi calchi linguistici dell’anglofono “storytelling”, mi è sempre stato sulle scatole da quando lo sentii, in tv, pronunciato per tre volte nella stessa frase, da un certo Nichi Vendola, che forse oggi qualcuno ricorda ancora. La narrazione… la narrazione… la narrazione… oggi non si può fare un ragionamento senza metterci un “narrazione”. E, a mio modesto parere, è un errore, perché avvalliamo – implicitamente – il fatto che la nostra e la loro siano, in ultima analisi, “storytelling” o, per dirla in altre parole, “solo canzonette”.
E questo, oltre a essere la loro più grande vittoria, è palesemente FALSO. Non parliamo, infatti, di giusto o sbagliato, ma di VERO o FALSO.

Mi vengono in mente quegli esercizi nelle facoltà di legge a stelle e strisce descritti in alcuni film americani, dove si prende un gruppo di aspiranti avvocati e gli si fa difendere chessò, Hitler, e se ne prende un altro che fa l’accusa. E li si mette in gara… come se alla fine l’essere un azzeccagarbugli, o la capacità retorica, fossero esercizi da affinare A PRESCINDERE.

Quando TUTTAVIA scrivete questa verità sacrosanta: “In sostanza, non è possibile sostenere che una maggiore flessibilità (ovvero minori salari) avrà effetti positivi sull’occupazione. Viene così a mancare una delle giustificazioni teoriche alla base delle riforme del mercato del lavoro degli ultimi anni”, QUI non si tratta di “narrativa”, di “storytelling”… questo è vero punto e basta! Altrimenti saremmo tutti in piena, totale occupazione! E invece siamo qui a tirare la cinghia e a tenerci coi denti un lavoro che non abbiamo scelto e che “via te c’è la fila fuori”, tolto anche l'articolo 18!

Di fronte a questa cosa non c’è storytelling che tenga, perché non è “story” quella che viviamo ogni giorno sulle nostre schiene. Un altro caso concreto: nel mio paese di origine Gallarate, il sindaco leghista ha pensato bene di farsi un regalo di natale e mandare le ruspe contro un campo Sinti che non faceva male a nessuno, per presunte irregolarità costruttive salvo poi constatare, una volta rimosse tutte le roulotte e le casette, che di “fisso” non c’era praticamente niente. Gente inerme buttata in strada e al freddo. “Peccato” che qualche decina di questi fossero bambini e anziani, ovvero categorie protette dalla legge. Al che, qualcuno gli ha fatto sommessamente notare che in Italia vigeva ancora uno stato di diritto, anche per chi odiava al punto di espellere da un comune dove erano regolarmente residenti da decenni.

Ebbene, per queste categorie protette è stato trovato, in fretta e furia (a testimonianza che il sindaco non aveva previsto tale "opzione"...), un albergo (ovviamente non a Gallarate, ma a Somma Lombardo, paese vicino). 50 euro al giorno a persona per pernottamento e poi (è un albergo…) tutti fuori durante il giorno. Siamo all'indecenza per un paese che si dice, a parole, civile: bambini traumatizzati che passano le giornate sballottati di qua e di là a piangere, adulti umiliati, espropriati nella loro stessa dignità; parliamo di penale, e infatti c’è anche una denuncia in corso. E oltre il danno, il costo dell’intera “operazione” ben presto salirà a oltre 100 mila euro.

Ebbene, cosa non ha trovato di meglio un giornale dei padroni, se non titolare una cosa tipo “Adesso li manteniamo a 2000 euro al giorno”? E qui cosa opponiamo, “narrazione” contro “narrazione”? Esistono momenti in cui la comunicazione verbale diventa una “trappola”. Perché quello che cerca non è “dialogo”, “dialettica” fra parti contrapposte. Quando le parole sono tese unicamente ad aizzare, ad alzare il livello dello scontro, o a giustificare un crimine, come le parole del lupo contro l’agnello della bimillenaria favola, non serve né il “rigore tecnico”, né la “narrativa alternativa”. Meglio, servono, ma rinviate a un secondo momento, non tra una randellata e l’altra. In quel frangente occorrono strategie di lotta, di elaborazione e gestione del conflitto. E invece, qui in Italia, riusciamo benissimo a scindere neanche il capello, ma l’atomo, in quattro e a farci trovare sempre più deboli e divisi.

Scusatemi davvero se mi sono permesso di scrivere questo, anche perché l’articolo l’ho trovato raro nel suo genere e davvero interessante, nonché fecondo punto di partenza per ulteriori riflessioni. Non so neppure se sono riuscito a esporre quanto ritengo non sia assolutamente in contrapposizione con la vostra esposizione , ma piuttosto una correzione di tiro su una delle vostre conclusioni. O probabilmente sono io che mi sbaglio, in tal caso chiedo doppiamente scusa.

Un abbraccio e un caro saluto alla bellissima Argentina!
Paolo
Quote
#1 Franco Romanò 2018-12-10 16:12
Ho letto con grande interesse la vostra analisi e in particolare il ritorno a Sraffa, dico ritorno perché in Italia purtroppo chi si occupa di lui soni pochi studiosi che non influiscono sul discorso politico ed economico attuale. Mi occupo di Sraffa da tempo anche se sono un abusivo quanto a economista, ma penso che le valenze del pensiero di
Quote

Add comment

Saranno eliminati tutti i commenti contenenti insulti o accuse non motivate verso chiunque.


Security code
Refresh