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sinistra

L’Inverno della ‘quinta onda’ di Kondrat’ev1

di Eros Barone

fractal 82 it27s a beautiful dayfr2È possibile applicare la teoria delle ‘onde lunghe’ di Nikolaj Dmitrievič Kondrat’ev (1892-1938) allo studio della periodicità dei conflitti militari? La risposta è affermativa: infatti, l’economista russo ha individuato una correlazione tra lo scoppio delle guerre e la periodizzazione basata sulle ‘onde lunghe’ di durata cinquantennale, la cui manifestazione empirica è costituita dalla coincidenza dei grandi conflitti militari con l’apice dei cicli lunghi, coincidenza in forza della quale tali conflitti si verificano a ridosso delle fasi di prosperità economica. La coincidenza è comprovata sia dal ciclo delle guerre napoleoniche (1803-1815), sia dal ciclo delle guerre europee, in cui, fra l’altro, si inseriscono le guerre risorgimentali italiane (1853-1870), sia dal ciclo delle guerre imperialistiche (1904-1918). Anche qui l’opera di Mercurio si alterna a quella di Marte secondo una periodicità all’incirca cinquantennale. È tuttavia opportuno sottolineare che nel XX secolo la nozione stessa di ciclo economico perde la chiarezza che aveva nel XIX secolo, quando si conoscevano cicli di un solo tipo, quelli scoperti da Juglar,2 la cui durata varia in media dai nove agli undici anni. Nel 1923 Crum e, indipendentemente da lui, Kitchin constatavano, studiando le serie statistiche americane, la presenza di un ciclo più corto, di circa quaranta mesi. Qualche anno dopo un articolo di Kondrat’ev renderà accessibili agli economisti occidentali i risultati delle ricerche di questo studioso sovietico che aveva scoperto un ciclo lungo dalla durata all’incirca semisecolare.3

Kondrat’ev ha spiegato, alla luce del marxismo, il rapporto di causa-effetto che intercorre fra l’economia e la guerra: «Le guerre non cadono dal cielo e non derivano dall’arbitrio di singole personalità … Nascono dal sostrato dei rapporti reali, specialmente economici … e si succedono con regolare periodicità e soltanto durante la fase di ascesa delle ‘onde lunghe’ perché trovano ragione nell’accelerazione del ritmo e nella tensione della vita economica, nella intensificata lotta per i mercati e per le fonti di materie prime»4 .

Come mai, allora, la seconda guerra mondiale è scoppiata a ridosso degli effetti generati dalla ‘grande crisi’ del 1929? Non è stata in tal modo smentita sia la regola della periodicità cinquantennale delle ‘grandi guerre’ sia la regola della coincidenza con un periodo di prosperità economica (il periodo 1929-1939 era un periodo di prolungata depressione economica)? La soluzione di questa aporia va ricercata nel cambiamento di paradigma e nella conseguente svolta del pensiero e della politica economica, il cui massimo esponente è stato, come è noto, John Maynard Keynes: il ciclo economico non è più concepito come un processo oggettivo immutabile, che può essere al massimo oggetto di previsione, ma come un processo che, in una certa misura, può essere modificato dall’intervento di una forza soggettiva (lo Stato) che è in grado, attraverso opportuni interventi (il più importante dei quali è la spesa pubblica in ‘deficit spending’), di modificarne il corso e di indirizzarlo in determinate direzioni (investimenti in grandi opere e, soprattutto, spesa pubblica militare).5 Non per nulla il governo statunitense e il presidente Roosevelt presero la palla al balzo e decisero nel 1941 di entrare in un conflitto già iniziato, creando anche il ‘casus belli’ (se è vero, come sembra, che Roosevelt fece tutto il possibile affinché il Giappone bombardasse Pearl Harbor).6 L’ingresso degli Usa nella guerra poneva, quindi, fine alla regolarità semisecolare individuata da Kondrat’ev (fra la prima e la seconda guerra mondiale era passato, infatti, solo un quarto di secolo), anche se, come affermò un economista americano, la guerra poteva agire quale fattore di superamento della ‘grande crisi’ dando inizio alla “prosperità della quarta onda di Kondrat’ev”.

La terribile novità era, tuttavia, costituita dal fatto che le ‘grandi guerre’ si verificavano due volte nell’arco del ‘ciclo lungo’: una prima volta in coincidenza con il suo apice (‘grande guerra’ del tipo Kondrat’ev) e una seconda volta in coincidenza con la depressione economica (‘grande guerra’ del tipo Keynes), laddove il primo tipo era la conseguenza della crescente concorrenza provocata, nella lotta per l’accaparramento dei mercati e delle materie prime, dalla prosperità prolungata e il secondo tipo era l’effetto di una decisione presa dal potere esecutivo dello Stato per porre termine ad una depressione economica. La storia insegna quale straordinario tributo di sangue (25.000.000 di caduti militari e 30.000.000 di morti civili) abbia pagato l’umanità per far ripartire la “quarta onda di Kondrat’ev”. Per intanto, il quesito che si può porre è il seguente: le svolte che si sono prodotte nelle tecnologie e nelle tattiche militari, sempre più caratterizzate dalla logica della ‘mutua distruzione assicurata’ e, in ultimo, dall’asimmetria del conflitto con un ‘nemico invisibile’, sono tali da determinare una modificazione della regolarità individuata da Kondrat’ev, che stabilisce che una ‘grande guerra’ scoppierà in coincidenza con il prossimo apice della ‘quinta onda’, vale a dire nel lasso di tempo che va dal 2015 al 2020?

Le obiezioni che possono essere avanzate nei confronti della teoria dei cicli Kondrat’ev riguardano, da un lato, il carattere deterministico di tale teoria, nonché il paradigma tecnologico sotteso ad essa, e dall’altro il ruolo della Cina e dell’India nell’applicazione di tale teoria alla fase attuale. Orbene, per quanto concerne l’imputazione di determinismo, si può rispondere che la realtà economico-sociale non va pensata nei termini di un determinismo meccanicistico di stampo laplaciano, bensì nei termini di un determinismo dialettico marxista, che tiene conto dell’importanza del fattore soggettivo. In effetti, la teoria di Kondrat’ev risulta assai utile per identificare il profilo morfologico di un determinato processo storico, articolandolo su piani diversi ma interconnessi (economico, sociale, politico, ideologico e psicologico).7 Si potrebbe, a tale proposito, rammentare anche uno scritto assai interessante di un uomo politico e filosofo vicino a Carlo Cattaneo, Giuseppe Ferrari, il quale in uno scritto intitolato l’Aritmetica nella storia (1875) ebbe a formulare, ispirandosi alla concezione vichiana dei ‘corsi e ricorsi’, una teoria simile a quella di Kondrat’ev.8

Per quanto concerne l’incidenza della Cina e dell’India sulle dinamiche del mercato mondiale, occorre partire, ovviamente, dalla centralità della crisi di sovrapproduzione nel capitalismo: un problema di cui si sono occupati pensatori di diverso orientamento come Marx, Schumpeter, Robinson, Mandel, Baran, Sweezy, Amin e Pala. Il problema che si pone oggi a chi analizza la fase attuale da un punto di vista marxista è allora quello di riuscire a delineare le dinamiche e le conseguenze specifiche della sovrapproduzione o del sottoconsumo nell’era della produzione e del mercato capitalistico globale. La teoria di Kondrat’ev può apparire eccessivamente deterministica, ma è assolutamente esatta nel definire l’inevitabilità di una forte crisi economica simile alla ‘Grande Depressione’. Certo, occorre considerare le istanze contrarie alla teoria in questione, ossia la Cina e l’India. Sennonché, per considerare soltanto la Cina, risulta che essa è, sì, il più grande contenitore di investimenti stranieri del Sud del mondo, ma risulta anche che questo importante paese asiatico è, comunque, ancora focalizzato sulla produzione orientata verso l’esportazione, talché il suo contributo rispetto alla sovrapproduzione globale non è decisivo. Solo se la Cina dovesse volgersi verso una strategia di grande crescita capitalistica, volta a espandere il potere d’acquisto interno, essa potrebbe divenire il motore in grado di allontanare, forse per qualche decennio, lo spettro della stagnazione. Escludendo perciò, almeno per ora, una drastica svolta dei leader cinesi in questa direzione, la probabilità di una fase come quella descritta da Kondrat’ev, all’insegna, prima, della ‘stagflation’ e poi della depressione, è, a questo punto, molto alta. Occorre, peraltro, aggiungere che non è possibile trarre conclusioni definitive da un’analisi incentrata solo sui livelli di produzione e sulla dinamica della sovrapproduzione. Occorre, infatti, considerare la politica globale, le dinamiche dell’egemonia culturale e l’azione delle istituzioni internazionali e sovrannazionali, perché da questo complesso di elementi e di interazioni dipende (e dipenderà) la possibilità di contenere la crisi entro limiti accettabili, ossia compatibili con la riproduzione del sistema capitalistico.9

Senza soffermarsi sulle molteplici crisi (economiche, politiche, sociali, ideologiche, culturali, filosofiche, morali, religiose ecc.), che compongono quella che Lenin definiva come la “crisi generale del capitalismo”, e senza sottovalutare i margini di flessibilità di cui dispone tale modo di produzione, l’attenzione deve appuntarsi, in questa fase, sulla crisi strategica causata dalla “sovra-estensione” politico-militare. Si tratta del ruolo giocato dal fattore denominato “keynesismo militare”, ossia dal principale strumento, adoperato dai gruppi che controllano il potere a Washington, per fuoriuscire dall’attuale ‘impasse’ economica. L’espansione dell’influenza militare statunitense nel Vicino Oriente, in Iraq, in Afghanistan, nelle Filippine, nel Sud dell’Asia, in Asia Centrale e in Africa, può trasmettere un senso di potenza. Tuttavia, nonostante queste manovre, gli Stati Uniti non sono riusciti a consolidare la vittoria da nessuna parte. In conclusione, se è vero che la rappresentazione della crisi fornita da Kondrat’ev è fortemente deterministica (il che, una volta introdotte opportune calibrature e rimodulazioni, va considerato come un pregio e non come un difetto), è anche vero che la situazione attuale è analoga a quella che si verificò dopo il 1873 e, nuovamente, dopo il 1929. A questo punto, una volta rilevata la coincidenza (non si sa quanto casuale) tra la valutazione dell’economista sovietico e la profezia dell’ispiratore e fondatore del Movimento 5 Stelle sulla data dello scoppio di una terza guerra mondiale, non vi è altro da fare che seguire la massima di Elisabetta Tudor (sapendo che la storia le ha dato ragione): “wait and see” (‘aspettate e vedrete’).


Note
1 Le stagioni più “difficili” per l’universo economico sono, nella metaforologia di Kondrat’ev, l’Estate e l’Inverno, in quanto nella prima si vive un periodo di mercato in ascesa, caratterizzato da una forte inflazione, e nella seconda un periodo di mercato decombente, caratterizzato da una forte deflazione.
2 C. Juglar, Des crises commerciales et de leur retour périodique en France, en Angleterre et aux États-Unis, Guillaumin, Paris 1862.
3 Si tralascia in questa sede l’opera dello studioso tedesco-moravo Joseph Schumpeter, Business Cycles. A Theoretical, Historical and Statistical Analysis of the Capitalist Process (1939), che appartiene al novero dei classici del pensiero economico novecentesco. La teoria del ciclo elaborata da questo economista in un libro di più di mille pagine vuol essere una spiegazione complessiva sia delle fluttuazioni brevi sia dello sviluppo di lungo periodo dell’economia capitalistica. Tale spiegazione ingloba nel suo modello non uno ma più cicli, cioè quello di Kitchin, quello di Juglar e quello di Kondrat’ev. Oskar Lange aveva ragione quando, nella sua recensione di Business Cycles, per porre in rilievo l’importanza di questo libro, lo paragonava al Capitale. Del resto, come è stato giustamente rilevato, le due grandi opere vanno ben al di là del campo vero e proprio dell’economia, si aprono su problemi cronosofici e pongono in particolare il problema dei rapporti del presente, cioè del capitalismo (caratterizzato ovviamente da ciascuno dei due autori a suo modo) con ciò che l’ha preceduto ed anche con il futuro.
4 N. Kondrat’ev, I cicli economici maggiori, Cappelli, Bologna 1981, p. 129.
5 Dello studioso inglese sono da considerare con particolare attenzione due scritti in cui il rigore polemico si sposa alla capacità, oggi assai rara, di formulare previsioni corrette sulla dinamica del ciclo economico: mi riferisco a Le conseguenze economiche della pace (1919) e a La fine del laissez-faire (1926).
6 Cfr. R. B. Stinnet, Il giorno dell’inganno, il Saggiatore, Milano 2001.
7 L’onestà intellettuale impone di sottolineare quanto a suo tempo ha puntualizzato l’economista Giancarlo Pallavicini, vice-presidente della Fondazione Internazionale Kondrat’ev di Mosca-San Pietroburgo, e cioè che i cicli lunghi si verificano indipendentemente da eventi straordinari, come guerre, carestie, invenzioni ‘et similia’, realizzandosi autonomamente, quasi fossero dotati di un proprio auto-movimento. Fu questo l’aspetto, chiaramente deterministico, della teoria dei cicli, che fu combattuto dal regime bolscevico, in quanto si poneva in contrasto con la teoria marxista-leninista che pronosticava il crollo del capitalismo e negava perciò l’esistenza di cicli capaci di autogenerarsi (nel periodo della Terza Internazionale e anche negli anni successivi un qualificato esponente di tale teoria fu l’economista ungherese Eugenio Varga). Nell’àmbito della ricerca scientifica, merita di essere segnalata, negli anni novanta del secolo scorso, l’iniziativa del Presidente dell’Università “Bocconi” di Milano, Giovanni Spadolini, suggerita peraltro dallo stesso Pallavicini, in base alla quale sono state controllate tutte le serie storiche elaborate da Kondrat’ev, individuando soltanto poche imperfezioni.
8 La memoria cronosofica di Giuseppe Ferrari apparve in «Rendiconti del Reale Istituto lombardo di scienze e lettere», 1875, Serie 2, Volume 8, Fascicolo 8.
9 Un contributo importante per la fecondità euristica e la capacità predittiva è quello fornito, eccezion fatta per un certo schematismo operaistico, da Karl Heinz Roth all’inizio della crisi economica mondiale, quasi dieci anni fa. Si veda il suo articolo, su questo stesso sito, al seguente indirizzo: https://www.sinistrainrete.info/crisi-mondiale/383-crisi-globale-proletarizzazione-globale-contro-prospettive.html .
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Comments   

#1 Paolo Selmi 2018-12-06 18:08
Caro Eros,
Scrivi giustamente: “Solo se la Cina dovesse volgersi verso una strategia di grande crescita capitalistica, volta a espandere il potere d’acquisto interno, essa potrebbe divenire il motore in grado di allontanare, forse per qualche decennio, lo spettro della stagnazione.”
Nonostante i proclami e le dichiarazioni d’intenti ufficiali, “l’1% dei cinesi più ricchi che è passato dal 11,5% del 2011 al 14% del 2015 di percentuale di reddito accumulato sul totale nazionale, mentre il coefficiente di Gini (quello che pone l’eguaglianza assoluta a zero e la diseguaglianza assoluta a 100) è stabile al 40% (2017)”.
Parlando della sola Banca Popolare di Cina, “ovvero la banca centrale, non una banca commerciale con vocazione estera, a fronte di un attivo di 5,6 migliaia di miliardi di dollari USA (dati recenti - 08/06/18) , 3,4 sono classificati come esteri (“foreign exchange assets”, il 60,71%).” Non oso pensare a dove investano le altre banche "private"… cui nessuno suggerisce di riequilibrare, almeno “in prospettiva”, “il reddito pro capite della municipalità di Shanghai [che] è di RMB 58.987,96 (USD 9.308,15) con quello del Tibet [che] è di RMB 15.457,30 (USD 2.439,12).” In altre parole, i 116 milioni di “compagni” padroni, speculatori, funzionari di alto livello, con un reddito superiore ai 21 mila USD all’anno (nel 2000 erano solo 2 milioni) guardano “fuori”, perché è “fuori” che si spenna meglio.

Ne vedremo delle brutte…

grazie per questo contributo e
Un caro saluto
Paolo
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