Moderno tra gli antichi, antico tra i moderni
Spunti dalla parabola intellettuale di Anwar Shaikh (1945–2026)
di Stefano Di Bucchianico
Stefano Di Bucchianico ricorda Anwar Shaikh, economista della New School che è recentemente scomparso e ne illustra l’eredità intellettuale, che è fondata sulla combinazione di rigore analitico nonché di attenzione ai dati e alla storia del pensiero economico. Al centro della riflessione di Shaikh vi è una articolata interpretazione del funzionamento del capitalismo e delle contraddizioni che ne accompagnano lo sviluppo. Di Bucchianico auspica che il suo lascito intellettuale venga raccolto e valorizzato anche per comprendere nuovi problemi.
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Anwar Shaikh, nato a Karachi nel 1945 e per decenni professore alla New School for Social Research di New York, è scomparso a inizio ottobre. Numerosi sono i ricordi e gli omaggi che via via si susseguono in questi giorni in memoria di un gigante dei nostri tempi, noto soprattutto per i suoi contributi all’economia critica in decine di articoli su riviste internazionali, nonché per la capacità di misurarsi col mainstream, che spiega prezzi e distribuzione del reddito come frutto delle scelte di individui e imprese che massimizzano rispettivamente utilità e profitto.
In questo breve pezzo proverò a dare alcuni spunti di riflessione su quella che è l’eredità intellettuale di Shaikh, conscio del fatto che una ricostruzione accurata del suo lascito richiederà anni di lavoro a schiere di economisti e storici del pensiero. Basti pensare al suo magnum opus, Capitalism: Competition, Conflict, Crises (2016): quasi mille pagine che raccolgono mezzo secolo di ricerca e che per molti anni a venire saranno una base per discutere di crisi, tecnologia e disuguaglianze.
Il primo aspetto riguarda la sorprendente capacità di muoversi con disinvoltura tra vari ambiti: macroeconomia, teoria del valore, analisi econometriche, storia del pensiero.
È in questo senso che Shaikh può essere descritto come un moderno tra gli antichi, e un antico tra i moderni. Negli anni Settanta e Ottanta l’economia critica, e non solo, era ancora immersa nella storia del pensiero: si discuteva di come (ri)leggere il Capitale, di cosa restasse di Marx dopo Sraffa, di quanto fossero solide le fondamenta dell’approccio mainstream. Mentre Shaikh prendeva parte a quelle dispute, si impegnava anche in ciò che pochi economisti eterodossi facevano: si cimentava con estese e sistematiche analisi dei dati. In questo campo Shaikh si è dedicato alla ricostruzione delle serie americane del saggio di profitto e dell’utilizzo della capacità produttiva, alla rilettura della contabilità nazionale mediante categorie classiche, alla quantificazione degli scostamenti tra prezzi e valori-lavoro mediante tavole input-output. Poi la professione cambiò passo: pian piano l’econometria ne divenne la lingua franca e la storia del pensiero uscì progressivamente dai programmi universitari. Shaikh ha continuato a utilizzare quegli strumenti, legando però sempre il suo lavoro alle domande poste da Smith, Ricardo, Marx, Keynes, Harrod, Kalecki (e non solo).
Il secondo aspetto è lo sforzo di interpretare l’evoluzione del sistema capitalistico, con le relative premesse e ripercussioni in termini distributivi e di disuguaglianza. È la chiave con cui lesse la crisi del 2008, che resta uno dei migliori banchi di prova per capire come un economista pensi il sistema economico in cui è immerso. Com’è noto, nel 2003 Robert Lucas, premio Nobel e tra gli economisti più influenti della sua generazione, dichiarava a proposito della macroeconomia: “il suo problema centrale, la prevenzione delle depressioni, è stato risolto a tutti gli effetti pratici, e in effetti lo è da molti decenni”; per Shaikh invece il crollo dei mutui subprime fu solo l’innesco di quella che sul Socialist Register chiamò “la prima Grande Depressione del XXI secolo”. Secondo la sua lettura la crisi arrivava, come quelle degli anni Trenta e Settanta, nella fase discendente di un’onda lunga. Sotto il collasso finanziario Shaikh vedeva, come ricorda Emiliano Brancaccio nel suo omaggio, una lunga erosione della profittabilità degli investimenti, contrastata dalla compressione dei salari rispetto alla produttività, iniziata con l’attacco al lavoro dell’era Reagan, e dal calo dei tassi d’interesse; il debito delle famiglie aveva temporaneamente mascherato la contraddizione. Sulle risposte Shaikh distingueva due vie: i salvataggi di banche e imprese, finiti in buona parte a sistemarne i bilanci, e l’occupazione pubblica diretta, che sul modello del New Deal avrebbe creato lavoro e domanda dal basso. Se si scelse la prima, osservava, è perché la seconda subordina l’attività privata a obiettivi sociali. Nell’austerità che nel 2010 si annunciava in Europa vedeva anche l’occasione per indebolire un mondo del lavoro che lì aveva resistito meglio che negli Stati Uniti e nel Regno Unito alle riforme di Reagan e Thatcher.
La “concorrenza reale” (come la chiamava Shaikh), ossia una guerra tra imprese per ridurre i costi lontana dalla concorrenza perfetta dei manuali, spiega nella sua lettura il nesso tra tecnologia e potere. Le imprese possono ridurre i costi comprimendo i salari o allungando e intensificando il lavoro, ma si scontrano con la resistenza dei lavoratori: per questo, nel lungo periodo, la via maestra è il cambiamento tecnico. Quando la quota salari cresce, le imprese accelerano l’introduzione di tecniche che risparmiano lavoro (un nesso che richiama Sylos Labini) e cercano nuova manodopera, anche dall’estero; nel frattempo la crescita della produttività ricrea di continuo, su scala mondiale, un esercito di riserva. Per chi oggi discute di intelligenza artificiale e lavoro è un promemoria: la tecnologia può essere un’arma nella concorrenza tra imprese e nel rapporto tra imprese e lavoratori.
Il terzo aspetto è la capacità di adattamento e l’onestà intellettuale. Shaikh è stato anche un polemista feroce. Si ricordi la verve con cui, intervenendo nel duro dibattito sulla rilevanza della categoria del valore-lavoro in Marx e del problema della trasformazione, nel 1982 scriveva che il presunto rigore dell’algebra neoricardiana nascondeva il rigor mortis della teoria. Colpisce perciò che, più di trent’anni dopo, in Capitalism Shaikh definisca “straordinariamente elegante e penetrante” la trattazione sraffiana del rapporto tra prezzi e distribuzione. Le critiche restano, e anche qui Shaikh affida ai dati l’ultima parola: secondo le sue stime, nelle economie reali i prezzi relativi delle merci cambiano poco quando cambia la ripartizione del reddito tra salari e profitti (le cosiddette curve salario-profitto sono quasi lineari). Ne segue, per Shaikh, che a fini pratici i prezzi di Sraffa si possono leggere come una versione dei valori-lavoro di Marx “trasformati” in prezzi, dato che empiricamente la differenza tra i primi e i secondi non è particolarmente rilevante in termini di grandezza.
Più silenzioso ma altrettanto rilevante è un altro cambiamento. Dagli anni Settanta Shaikh era stato tra i più autorevoli sostenitori della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto: il suo scritto del 1978 sulla storia delle teorie della crisi, racconta l’allievo Howard Botwinick in un’intervista di questi giorni, fu ciò che lo convinse a studiare con lui. In Capitalism la legge sembra passare in secondo piano: nessun capitolo le è intitolato e Shaikh la chiama “legge” una sola volta. La caduta tendenziale, elemento sovente paradigmatico di molte letture marxiane dei trend capitalistici, per lui resta come meccanismo condizionato e come regolarità empirica: se le tecniche che abbassano i costi richiedono più capitale, la concorrenza riduce il saggio di profitto anche a parità di salari reali, e nei dati americani, secondo Shaikh, il saggio massimo di profitto diminuisce per tutto il dopoguerra. Su questi punti servirà un lavoro di esegesi più approfondito: nella lettura della crisi del 2008, del resto, la legge continuava a operare sullo sfondo.
Infine, la curiosità che non si è mai spenta, come mostrano i lavori degli ultimi anni, diversissimi tra loro. Nel 2021, con Isabella Weber, contestava l’idea che il disavanzo commerciale americano dipendesse da una Cina che manipolava il tasso di cambio, impedendo per tale via un ipotetico riequilibrio nel medio periodo. Per gli autori il disavanzo deriva da differenze nei costi reali di produzione, cioè da vantaggi assoluti più che comparati: una situazione che una rivalutazione dello yuan non può cancellare. È una lezione utile mentre Washington torna a rispondere agli squilibri commerciali con i dazi.
Con l’econofisica aveva poi aperto un fronte nuovo, riprendendo l’ipotesi “a due classi” di Yakovenko. Da un lato, la grande maggioranza della popolazione vive di lavoro, e i suoi redditi si distribuiscono secondo una legge esponenziale: sono numerosi ai livelli bassi e intermedi e, salendo, diventano rapidamente sempre più rari. Al vertice c’è invece una piccola minoranza che vive soprattutto di redditi da proprietà, per la quale vale la legge di Pareto: i redditi altissimi sono molto più frequenti di quanto la legge esponenziale lascerebbe prevedere e formano una lunga “coda” concentrata in pochissime mani.
Con Papanikolaou e Wiener mostrò che i redditi da lavoro di uomini e donne, bianchi e afroamericani, hanno ciascuno questa forma, con divari nelle medie su cui le politiche sociali possono agire. Ne trasse una risposta a Piketty, di cui apprezzava il ciclopico lavoro sui dati ma non la spiegazione fondata sulla famosa condizione r > g, per cui la disuguaglianza tende a crescere quando il rendimento del capitale supera stabilmente il tasso di crescita dell’economia. Per Shaikh la disuguaglianza dipende quasi solo dal peso dei redditi da proprietà, che cresce con la quota dei profitti, esito del conflitto distributivo, e con la finanziarizzazione, ossia con il moltiplicarsi, attraverso la piramide delle attività finanziarie, dei redditi che quei profitti generano. Con Amr Ragab ricavò infine una misura del benessere corretta per la disuguaglianza, ossia il reddito medio dell’80% più povero, definito “reddito della grande maggioranza” (Vast Majority Income).
Chi voglia proseguire il lavoro di Shaikh ha davanti almeno due sfide. La prima è l’ecologia: in Capitalism è praticamente assente, anche se Shaikh saltuariamente menzionava il degrado ambientale accanto a disoccupazione e povertà tra i problemi globali del nostro tempo. È un terreno che si sarebbe prestato alle sue scorribande intellettuali. La seconda è più sottile. In un recentissimo lavoro Fukui, Nakamura e Steinsson partono da Smith e Marx per mostrare come la tecnologia che semplifica le mansioni rende i lavoratori sostituibili, ne indebolisce il potere contrattuale e allarga la forbice tra salari e produttività, contribuendo a ridurre la quota salari (sul Menabò nessi di questo tipo sono stati discussi, tra gli altri, da Guarascio e Pianta e da Franzini e Raitano). Il contesto è quello di un accresciuto potere delle imprese di comprimere i salari mentre nei mercati del lavoro locali i datori di lavoro sono sempre meno concentrati: potere senza monopolio, avrebbero detto Shaikh e Botwinick. Tuttavia, nel modello quel potere diventa un “markdown”, ossia uno scarto tra salario e prodotto marginale del lavoro dovuto alle frizioni del mercato del lavoro: di fatto, un’imperfezione. Gli eredi di Shaikh si trovano di fronte a un rischio o a un’opportunità? Se assorbite dal mainstream, le categorie marxiane possono essere svuotate; ma al tempo stesso escono dal recinto dell’economia critica ed entrano nel dibattito più ampio, dove possono essere discusse con gli strumenti dei dati e modelli formali. È proprio il terreno su cui Shaikh ha scelto per decenni di confrontarsi.
Qualunque direzione prenda la ricerca futura, l’eredità di Shaikh traccia una rotta: modelli formali, confronto costante con i dati, storia della teoria, capacità di adattarsi ai tempi senza perdere il giudizio critico. Shaikh ha mostrato che rigore ed eterodossia non sono alternativi. Una lezione difficile da raccogliere, ma necessaria.














































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