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La finestra sull'euro

di Marco Palazzotto

50 euro serie europa Sicurezza Guarda Finestra con ritratto Uscire o non uscire dall’Euro? Questo il dilemma. Per Riccardo Bellofiore, Francesco Garibaldo e Mariana Mortágua la risposta non è né sì né no, ma “mu”: parola giapponese che rappresenta un terzo termine logico possibile il cui significato è “non fare la domanda”. Viene usato quando il contesto della domanda “diviene troppo angusto per la verità della risposta”. Così gli autori di Euro al capolinea? La vera natura della crisi europea – edito da Rosenberg & Sellier (in distribuzione dallo scorso mese) – rispondono alla famosa domanda: usano le parole di Robert Pirsig in Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, affermando che l’uscita dall’Euro è la risposta alla domanda sbagliata.

Il libretto può sembrare l’ennesimo saggio sull’Euro, argomento ormai inflazionato e intorno al quale siamo abituati a leggere almeno dallo scoppio della crisi dei subprime. Invece, si tratta – a dispetto delle sole 159 pagine – di un testo ricco di spunti di ricerca poco esplorati dai maggiori commentatori europei. In particolare i bersagli critici sono rappresentati dai due filoni principali di interpretazione della crisi europea: quella dominante e quella cosiddetta eterodossa, ai quali viene dedicata la prima parte del volume.

Entrambi i suddetti filoni mettono al centro dello studio, anche se in modo diverso, gli squilibri commerciali. Dalle istituzioni europee e monetarie, ma anche da numerosi studiosi, particolare attenzione, al fine di assicurare la stabilità europea, è stata data alla disciplina di bilancio, alla politica monetaria di bassa inflazione, all’integrazione e sviluppo dei mercati finanziari. Secondo le teorie neoclassiche gli squilibri commerciali nei paesi con redditi più bassi “sarebbero la conseguenza del processo di convergenza” (p. 27).

Col tempo però anche nella narrazione ufficiale, gli squilibri commerciali hanno conquistato una posizione più importante assieme al debito pubblico: essi sono stati visti come il risultato della mancata applicazione di prezzi flessibili e di politiche fiscali non solide.

Le analisi eterodosse ritengono “improbabile che integrazione monetaria e liberalizzazione del mercato dei capitali possano portare alla convergenza delle economie” (p. 32). Rispetto alla crisi dell’euro gli autori individuano due diversi filoni eterodossi. Secondo una prima visione l’architettura istituzionale della moneta unica ha contribuito ad aggravare le divergenze tra i paesi membri. Al momento della nascita dell’euro le valute dei paesi periferici sono state sopravvalutate nei confronti delle valute del centro Europa. Ciò ha comportato un processo asimmetrico di integrazione che ha influenzato la capacità della periferia di competere sui mercati finanziari, creando squilibri nelle partite correnti. Una delle critiche più dure proviene dalla scuola postkeynesiana che utilizza l’approccio dei saldi settoriali [1] (Wynne Godley).

Un secondo filone eterodosso discute di crisi europea in un contesto in cui il capitalismo è dominato dalla finanza e i paesi periferici che non si integrano nella zona euro hanno dei problemi di bilancia dei pagamenti che aggravano anche i debiti sovrani.

Gli autori del volume proseguono nell’analisi della crisi fornendo un punto di vista diverso rispetto agli approcci incentrati sugli squilibri commerciali appena discussi. La tesi principale riguarderebbe il ruolo della moneta e della finanza, affrontati solo parzialmente dalle scuole di cui abbiamo detto. La moneta viene così vista come categoria avente vita propria, determinando tutte “le caratteristiche essenziali del processo capitalistico” (p. 41). Quindi il ruolo della moneta non può essere ridotto a un velo o elemento distorsivo delle dinamiche attinenti il mondo dei beni. Viene in pratica sostenuta una teoria macro-monetaria della produzione capitalistica, in cui nel circuito produttivo la banca crea il credito endogenamente, pari al valore della produzione/spesa futura. Pertanto gli squilibri delle partite correnti vanno analizzati da un punto di vista innanzitutto monetario, attento alle sorgenti di finanziamento. Vale la famosa affermazione postkeynesiana, ripresa anche da Jan Toporowski, secondo cui sono gli impieghi bancari a creare i depositi, e non viceversa come sostenuto dalle teorie neoclassiche. Quando la moneta viene spesa, investimenti e produzione vengono messi in movimento. I relativi redditi prodotti alla fine del circuito possono essere così risparmiati. È così che si crea risparmio. Questa impostazione chiarisce che il finanziamento è indipendente rispetto ai saldi di conto corrente (saldo positivo = finanziamento, saldo negativo = indebitamento).

Riguardo a queste riflessioni il pensiero di Augusto Graziani aiuta a chiarire. La liquidità che fa partire l’investimento non proviene dalla mera posta contabile che è il risparmio, ma da una decisione di finanziamento tramite il credito. I saldi di bilancia dei pagamenti quindi sono “l’esito a posteriori di decisioni ex ante” (p. 46).

Ritorniamo alle due interpretazioni della crisi affrontate nei primi capitoli: il filone dominante vede il problema nella mancanza di risparmio nella periferia; il filone eterodosso nell’eccesso di risparmio nei paesi centrali. La coincidenza tra bilancia commerciale e bilancia dei capitali sembra quindi improbabile. Un’autentica analisi monetaria deve quindi vedere l’economia non solo come reddito, ma anche come un complesso sistema di stati patrimoniali, attraversato da flussi di portafoglio (punto colto da Hyman Minsky).

Per capire la crisi gli autori scavano ancora più a fondo. I saldi settoriali ci allertano su quali settori sono in avanzo o disavanzo verso altri; invece il processo di cambiamento in Europa riguarda un rapporto più complesso, quello tra capitale e lavoro. Quello che è successo rappresenta la realizzazione della profezia di Kalecki, cioè l’attuazione di uno “sciopero del capitale per reagire alle contraddizioni originate da una temporanea politica di pieno impiego” (p. 53), come avvenne tra la fine degli anni ’60 e inizio anni ’70. Da fine anni ‘70 e continuando negli anni ’80, con un inasprimento durante gli anni della caduta del muro di Berlino, viviamo un continuo indebolimento della classe lavoratrice, rafforzato anche grazie alla creazione di nuove reti produttive dominate da imprese leader tedesche. Le due reti commerciali principali in Europa sono: Germania e Francia, Grecia, Italia, Spagna e Portogallo, da una parte. La seconda include tutti gli altri paesi della UE (Celi-Ginzburg-Guarascio-Simonazzi, 2017). L’Italia è quindi al centro di questo interscambio internazionale.

Questa catena transnazionale del valore che vede la dominanza dell’industria tedesca, oggi è attraversata da un processo di innovazione tecnologica che l’UE sostiene (insieme a Cina e USA) attraverso il progetto Industria 4.0. L’obiettivo principale è la digitalizzazione della manifattura su scala globale. Il progetto è, prima di tutto, un progetto politico tedesco, che ha lo scopo di allargarlo a tutta l’Europa evitando però che gli altri paesi raggiungano la stessa capacità produttiva (p. 62).

Queste dinamiche di centralizzazione senza concentrazione e di concorrenza neomercantilistica hanno causato un eccesso di capacità produttiva che si è palesata attraverso una crisi di sovrapproduzione, di eccesso di offerta in settori chiave (p. 66).

La tanto discussa soluzione di obbligare il centro Europa ad una reflazione, cioè ad un aumento di domanda interna in Germania, proporzionando meglio redditi e produttività, non sarebbe una valida soluzione perché ogni aumento di domanda “verrebbe trasmesso in primo luogo al sistema tedesco di produzione transnazionale, alla sua catena del valore, mentre la sua capacità di tracimare verso aree meno centrali è tutta da dimostrare” (p. 72).

Sia l’analisi dominante che quella eterodossa mettono al centro l’euro come fattore determinante per l’accumularsi degli squilibri commerciali. Gli eterodossi inoltre interpretano l’euro come il prodotto di un disegno di sfruttamento di paesi del centro verso la periferia. Gli autori sostengono che “centro” e “periferia” sono categorie fuorvianti, che nascono sulla base delle condizioni delle partite correnti. Inoltre, l’euro fa parte di una strategia più ampia di riorganizzazione dei singoli capitali con lo scopo di comprimere i diritti dei lavoratori attraverso “l’accelerazione della liberalizzazione finanziaria e la maggiore esposizione delle economie nazionali alla concorrenza internazionale” (p. 81). Proprio per questi mutamenti gli autori pensano che occorre abbandonare un’ottica strettamente nazionale.

L’argomento-chiave del ragionamento sviluppato nel libro è il ruolo dei flussi finanziari negli squilibri. Mentre di solito i flussi finanziari vengono visti come amplificatori di difficoltà preesistenti, qui si afferma che rappresentano il fattore cruciale nel determinare le dinamiche squilibranti che conosciamo, anche nei saldi di bilancia dei pagamenti.

Considerato che il processo di integrazione finanziaria che oggi conosciamo è cominciato già a partire dai primi anni ’90, le strategie di rottura dell’unione monetaria diventerebbero problematiche, soprattutto perché, in un momento di crisi dalla quale non siamo ancora usciti, porterebbero a piùe non a meno austerità.

Come uscirne allora? Nella seconda parte del testo Bellofiore e Garibaldo auspicano un intervento sul lato dell’offerta e della struttura produttiva, magari attraverso uno stato imprenditore e innovatore, facendo proprio il ragionamento della Mazzucato [2]. Ciò di cui c’è bisogno è un nuovo New Deal, in cui il settore pubblico intervenga sul cosa, come e quanto produrre, facendosi occupatore diretto della forza lavoro. Occorre un piano del lavoro; una socializzazione dell’investimento, dell’occupazione e della finanza; promozione di disavanzi attivi di bilancio pubblico.

Nella parte conclusiva del libro si propone di mettere in moto un processo che inverta la rotta dentro l’assetto attuale, “utilizzando politiche industriali, fiscali e redistributive che si rivelino via via possibili” (p. 112). Occorre però pensare anche in grande, verso una nuova fase costituente. Il vero assente è il processo che connetta resistenza sociale e alternativa economica e politica su scala europea. Bisogna rompere con il gioco delle identificazioni che si impantana nella discussione pro o contro euro, ovvero difendere l’attuale configurazione o tornare agli stati-nazione. Invece è utile guardare alle unificazioni delle classi subalterne grazie a lotte comuni, cercando di “europeizzare” il conflitto sociale.


Note
1. I saldi, o bilanci, settoriali indicano le entrate e le perdite di un sistema economico statale a partire dai sottosistemi che lo compongono. Ogni economia può essere suddivisa in tre macrosettori, ossia quello governativo (pubblico), quello non governativo (privato) e quello estero. Il primo comprende lo stato centrale e le varie amministrazioni locali; il secondo si compone di individui, famiglie, imprese, assicurazioni e banche; mentre l’ultimo riguarda il rapporto economico con gli altri paesi. Ognuno di essi presenta dei flussi finanziari in entrata ed in uscita e per questo vanno visti come interconnessi.
2. Mariana Mazzucato è una economista con doppia cittadinanza italiana e statunitense. Insegna economia all’Institute for Innovation and Public Purpose (IIPP) alla University College London (UCL). Le sue intuizioni sui ruoli di imprenditore e innovatore delle istituzioni pubbliche si trovano anche nel suo libro edito in Italia Lo Stato innovatore, Laterza, 2014.
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Comments   

#2 Franco 2019-03-27 22:15
Salve. Quello che dico non lo penso come cosa "giusta e vera". Non sono certo io in grado di dire certe cose. Lo dico in senso relativo e come domanda. Come ipotesi. Quello che dice Nico ci sta' tutto. Nella logica di chi pensa che per fare quelle cose li' bisogna uscire dall'Euro. Io penso ancora diverso. Sono proprio quelle cose li' , "dentro o fuori" , dall'euro che non si possono fare. Lo Stato Nazione, il Fordismo, Il Welfare State, ci sono gia' stati. E' il capitalismo, che cambia e rivoluziona, lui si, continuamente le condizioni del "vivere" su questa terra, "menera' " la danza" ancora per molto tempo. Spostera' i suoi limiti interni sempre in avanti, fino alla tensione estrema della fine del genere umano. Non so' ,ovviamente, se messo alle strette dalla catastrofe ambientale, agira' per invertire la rotta. Ma di sicuro tutto e' nel suo potere. Non c'e' nulla che non domini. E' inutile fare l'elenco. Una nuova "cultura", che forse sara' la fine della cultura, non deve vivere la sofferenza esistenziale della "vecchia" sinistra. Deve procedere con leggerezza per le vie del mondo. Qualsiasi siano le situazioni che incontrera'. E' una nuova concezione del tempo che forse bisogna avere. Che riesca a fare vivere senza ansia. La generazione del 68' , in larga maggioranza, per me, non ci e' riuscita. Quelle dopo, non so'. Cordiali Saluti.
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#1 Nico 2019-03-27 18:08
Nuovo stato imprenditore, New deal, intervento sul cosa, come e quanto produrre, Stato come occupatore diretto della forza lavoro, fare un piano del lavoro e infine una socializzazione dell’investimento, dell’occupazione e della finanza. Il tutto dentro l'euro e con i trattati Ue... per fortuna che uscire dall'euro/Ue è la domanda sbagliata. Beh, che dire? Auguri.
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