
La necessità di eliminare il sovra-prodotto
di Luciano Bertolotto
Bisogni, consumo, surplus
Vivo. Io, come altri otto miliardi. Perché? Non lo so. Come, invece si: soddisfacendo i bisogni essenziali. Cibo, vestiti( se il clima o la morale li richiedono), un tetto. Ah, dimenticavo: un po' di sesso(se non per altro, per la riproduzione della specie...).
Il processo di civilizzazione ha reso tutto ciò un po' più complesso e sofisticato: gastronomia, moda, architettura, seduzione... Sono il fondamento del piacere o, in mancanza, della sofferenza.
A questi si aggiungono gli oneri del vivere sociale. Il prezzo della (parziale) repressione degli istinti primordiali. Trovano spazio nella psiche individuale e collettiva. Relativi e mutevoli formano, comunque, l'habitat culturale.
Hanno origine con la necessità di cooperare. Il noi ne è l'elemento fondante. In contrasto con la dottrina prevalente che esalta l'interesse individuale. Io, io, io … Fino all'ultima frontiera del neo-liberalismo: ciascuno è imprenditore di se stesso. Tutti contro tutti
Il bisogno impone di procurarsi il necessario. Non basta la natura. Siamo condannati al lavoro. Almeno quasi tutti... Grazie alla tecnologia il processo di produzione si è evoluto nel tempo. E con esso la vita umana. Mente e corpo... e, anche, le idee. Il frutto di tanto tribolare è il prodotto sociale che, pur iniquamente, viene distribuito. Ma non tutto è consumato. Quel che rimane è il sovra-prodotto (o surplus).
La sovrapproduzione e le forme ordinarie di eliminazione del surplus
Di questo voglio scrivere. Sostenendo, in particolare, che la sua eliminazione è stata, ed è, per i potenti (non trovo un termine più consono...), una necessità storica. La penuria di molti per il dominio di pochi.
È ancora così, oggi, nell'era del capitale. Lo sviluppo delle forze produttive ha aumentato notevolmente il benessere, che è, pur sempre, in una certa misura, libertà dal bisogno. Un bel guaio per il sistema capitalistico. L'intrinseca mancanza di limite, che lo caratterizza, fa a pugni con il concetto di necessità.
A essere prodotte sono le merci(e i servizi a esse riconducibili). Per concretizzare il plusvalore, in esse contenuto, è necessario venderle. Non basta che l'acquirente ne abbia bisogno; deve pagarle. In gergo si dice che la domanda ha da essere solvibile.
Che problema c'è? Ti do i soldi, tu compri... Meravigliosa invenzione quella del prestito al consumo. Peccato che, poi, lo si debba restituire(con gli interessi). Quando il debito generale ha assunto dimensione di massa, la bolla scoppia. Ed è crisi. Le crisi di sovrapproduzione, perché di queste si tratta, sono insite nel sistema. .
Ne consegue che una parte delle merci prodotte è surplus. Da eliminare.
Diverse le forme con cui si opera. Si va dalla distruzione vera e propria (lasciando, ad esempio, marcire la frutta sugli alberi) a forme più raffinate di eliminazione. Come l'obsolescenza programmata dove il bene è progettato per vivere meno di quello che potrebbe. Ovviamente al fine di rendere necessaria, in breve tempo, la sua sostituzione. Pratica, talvolta, resa inutile dalla velocità con cui l'oggetto esce dal listino... Altra strategia messa in opera dai produttori. Quant'è bello il nuovo smartphone del mio vicino...
La pubblicità ha un ruolo fondamentale: ricerca la perenne insoddisfazione del consumatore. Buona parte dei messaggi ispirano il desiderio di sostituire, ciò che già si possiede, con merci nuove. A tal fine i mass-media ci inondano di consigli pubblicitari che solo l'assuefazione può rendere sopportabili.
Allegria, allegria! Diceva quel tale... Ma c'è poco da stare allegri; l'insoddisfazione è necessaria. L'infelice è il migliore dei compratori.
Il rifiuto(ciò che viene scartato) diventa industria. Relativamente nuova, con boom nel dopoguerra. Dicono sia alquanto redditizia. Per qualcuno almeno, non certo per l'ambiente.
Problema che si aggiunge a quelli provocati dalla nocività di molte produzioni.
O dall'indiscriminato saccheggio di molte risorse, cosiddette, non rinnovabili.
La natura, sfruttando i suoi tempi lunghi, sa adattarsi alle trasformazioni che le sono imposte.
Potrà anche, tranquillamente, fare a meno della nostra specie...
Un esempio tra i tanti possibili...
Fin qui qualche caso di eliminazione del surplus piuttosto facile da vedere. Con soggetti anch'essi di immediata individuazione: i venditori delle proprie merci.
Non sempre il processo è così evidente. Forme di spreco(sempre quantificabili in termini di lavoro, materiali, energia) sono presenti nell'ordinaria vita sociale. Nella normalità. Frutto di scelte di sviluppo che, in gran parte vengono presentate come oggettive.
Riguardano il territorio con le sue fragilità, la casa, la sanità e molti altri settori... Su uno di questi vorrei dilungarmi: il trasporto privato.
L'automobile ne è l'indiscussa regina. Lo sviluppo della tecnologia meccanica e la scoperta del petrolio, energia a basso costo(almeno in termini monetari), hanno reso possibile la sua diffusione di massa. Ma altrettanto importanti, a questo fine, sono state le scelte politiche.
Quasi obbligate in un sistema in cui il capitalismo aveva trovato piena affermazione. Probabilmente, già all'inizio del novecento, era evidente la maggiore utilità sociale di un sistema di trasporto pubblico. Ma le auto sono merci che possono essere vendute in grande numero. Attualmente in Italia si è arrivati a quaranta milioni. Nel 1950 erano trecentomila...
Nel dominio del capitale la razionalità si misura, principalmente, in termini di profitto.
Lo Stato è sempre intervenuto a sostegno dell'automotive sector (... come lo chiamano adesso).
Sia che a governare fossero i liberali, i democristiani, i socialdemocratici o i fascisti (quelli in camicia nera e quelli di oggi).
Quasi tutto il sistema viario è stato progettato per l'automobile. Grandi finanziamenti a fondo perduto, stabilimenti regalati, incentivi per incrementare le vendite...
Il veicolo privato, nell'immaginario collettivo, è diventato necessità. Nonché status symbol.
L'uso dell'auto (e, anche, il suo non uso) presenta notevoli criticità. Città intasate (soprattutto dai mezzi in sosta sui bordi delle strade), incidenti, inquinamento, necessità di disegnare il territorio in base alle esigenze della circolazione, nevrosi (come altro si potrebbe definire il comportamento di molti automobilisti?)...
Pur in un Paese in cui le quattro ruote sono poste su un altare, qualche dubbio potrebbe nascere.
Per esempio per il sistematico sforamento dei limiti di pericolosità delle polveri sottili.
O per il moltiplicarsi dei casi di malattie dell'apparato respiratorio.
Niente paura: ci sono le soluzioni! Salvifiche e, guarda caso, perfette per il mercato. Rottamiamo il vecchio e viva il green!
Il nuovo, oltre che riempito di accessori, sarà più grande e più pesante. La sicurezza prima di tutto! Sul mercato spopola il SUV; non capisco se è stato ispirato dai mostri dei cartoni animati o viceversa. Tonnellate di ferro per portare a spasso(...malignità mia: magari in palestra) settanta chili di carne...
L'eliminazione del sovra-prodotto avviene tramite la precoce demolizione ma, soprattutto, tramite strategie di produzione che comportano impiego eccessivo(e in gran parte inutile) di lavoro, materiali ed energia.
Spreco in termini sia di quantità che di qualità. Scelte non funzionali a un normale uso e ai problemi che esso comporta.
Anche in questo caso si ha un indebita dispersione di una parte del prodotto sociale. Senza, per altro, conseguire significativi vantaggi nel cruciale rapporto conflittuale con la natura.
Per fortuna c'è lo Stato...
Lo spreco privato è necessità per il mercato, ma, da solo, non basta. Troppa capacità produttiva rispetto alla richiesta solvibile. Anche perché il massacro dei ceti medi(forse Marx non aveva tutti i torti...) continua a deprimere la domanda complessiva.
A onta delle tante balle che i liberisti spacciano, come teoria economica, a intervenire è lo Stato. Con i soldi prelevati da chi paga le tasse. Principalmente da chi lavora, dicono i dati...
O tramite quella quota di lavoro cristallizzato che è parte del prodotto sociale realizzato in passato; non consumato e tesaurizzato. Risparmi che, in molti casi hanno assunto la forma di carta. Più o meno virtuale, più o meno straccia. Denaro o prestiti allo Stato o alle aziende.
Non è che lo Stato agisca solo in caso di necessità. Se le cose vanno bene (il ciclo economico è in espansione) l'intervento è discreto, quasi nascosto. Una parte considerevole del prodotto sociale viene usato per l'autoconservazione della macchina statale. Un terreno sdrucciolevole nel quale, per ora, non voglio inoltrarmi. Va ben oltre la portata di queste riflessioni...
Un'altra quota, riacquistando una destinazione più appropriata, torna a essere di tutti (o quasi). Scuola, sanità, cultura, sport... Impieghi(anche) positivi ma, spesso, piuttosto discutibili. Almeno lo sarebbero in un contesto, pur minimo, di democrazia.
Ma è nella crisi (la fase del ciclo economico in cui la sovrapproduzione diventa insopportabile) che l'intervento dello Stato salva il sistema. Keynes lo teorizzò. In una forma, ovviamente, accettabile per il capitalismo. Il governo deve spendere i soldi, presi in prestito, che i lavoratori(e altri destinatari) a loro volta spenderanno. Come? Problema secondario...l'importante è che si raggiunga
(e si mantenga) una certa velocità di circolazione del denaro. Nel corso della grande depressione operando in questo modo si evitò il crollo di tutta l'economia.
Anche, in Italia è presente, da tempo, un pesante intervento dello Stato. Finalizzato, spesso, a promuovere lavori non proprio utili. Si sprecano eventi e grandi opere. Non so se per ricercare prestigio personale o per aiutare gli amici degli amici. Squallida alternativa: delirio di potenza o condiscendenza. Certo è che, costruendo stadi, piste da bob, trampolini, trafori o ponti destinati, spesso a breve vita, si sosterrà, forse, l'economia ma si contribuirà, altresì, a disperdere, senza indiscutibile utilità, parte del prodotto sociale.
L'efficacia della politica keynesiana è temporanea. Non risolve le contraddizioni insite nel sistema. Altre ne emergono. L'inflazione ad esempio. Curioso, come fa notare Galbraith, che questa politica, negli anni '30, ebbe più successo nella Germania di Hitler che negli Stati Uniti di Roosevelt. Prima della guerra lo stato tedesco vantava piena occupazione e prezzi stabili. La dittatura ha, per il capitalismo, i suoi vantaggi... A onta di chi pensa che il binomio capitalismo /democrazia sia inscindibile. Forse, anche oggi, c'è chi un pensierino, in proposito, lo fa.
...e la guerra
A far uscire gli Stati Uniti dalla pluriennale crisi fu la guerra. Da sempre il mezzo per regolare il flusso del prodotto sociale, e del suo surplus, secondo criteri di forza. Considerazione che fa riflettere. Attraverso la distruzione di una cospicua parte di quanto in precedenza l'umanità aveva realizzato, lo Stato che possedeva la maggior capacità produttiva usciva dalla crisi. Anzi gli U.S.A. assumevano l'egemonia su tutto il mondo occidentale o, meglio, sul grande potenziale mercato che esso costituiva.
Parte considerevole del prodotto sociale della Germania nazista era costituito dalle armi. Le migliori delle merci. Per esse non manca la domanda. Ora più che mai. Anche per quelle che si sa(o, almeno, si spera) non saranno usate. Leggo che le testate nucleari, nel mondo, sono più di 1500. Ne basterebbero 50 per far tabula rasa... che spreco! Ma, soprattutto con le armi si può fare la guerra e, questo, non è un vantaggio da poco. Distruggere per poi ricostruire...che pacchia per un sistema in sovrapproduzione.
Curioso che l'eliminazione del surplus, nonostante la sua rilevanza economica, sia alquanto misconosciuta. Additata come spiacevole fenomeno collaterale e, come tale deprecata.
Viene rimossa la sua vera natura e, soprattutto, la necessità della sua pratica negli attuali rapporti di produzione. Non c'è neppure (caso raro) una specifica ideologia che la giustifichi. Forse perché contraddice la pretesa razionalità del sistema. Inoltre, nella vita reale, la penuria è ancora presente nella memoria dei vecchi ed è più che mai attuale per chi stenta ad arrivare a fine mese. Fanno eccezione (o, meglio, spettacolo) le follie dei giullari. Ma si sa: a loro tutto è permesso. Hanno meritato la copertina, quindi...
Un'ultima considerazione. Ogni volta che scrivo la parola spreco sento, fastidioso, il richiamo della Morale. Quella con l'emme maiuscola, retaggio della mia educazione. Può anche essere accettabile(anzi, auspicabile) l'indignazione; ma non è lo scopo di questo scritto. Esecrare l'ingiustizia non è sufficiente. Occorre capire che essa è strutturale e che solo un radicale cambiamento dei rapporti di produzione può salvarci dalla follia in cui siamo immersi. Nella quale l'eliminazione del sovra-prodotto (solo un aspetto di essa) è elemento necessario ma secondario. Il dito, non la luna...








































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