Persistenze e metamorfosi della questione ebraica
Una rilettura di Abraham Léon
di Il Lato Cattivo
«Ma in realtà la vita ci mostra a ogni passo, nella natura e nella società,
che vestigia del passato sopravvivono nel presente».
(Lenin, Stato e rivoluzione)
La presente nota mira a presentare e attualizzare il contenuto dell'opera di Abraham Léon, La concezione materialistica della questione ebraica (scritta nel 1942, pubblicata postuma nel 1946, e meglio nota in Italia con il titolo: Il marxismo e la questione ebraica1), in un'ottica non slegata dalla congiuntura internazionale attuale e, più specificatamente, dai rivolgimenti che hanno caratterizzato il contesto mediorientale dopo il 7 ottobre 2023. L'interrogativo soggiacente a cui ci si propone non già di rispondere, ma di fornire un impianto concettuale, concerne nientemeno che la perennità dello Stato di Israele. Con gli occhi incollati alle immagini dei massacri e delle vessazioni inflitte ai palestinesi, rischiamo di non vedere il dispiegarsi di macro-processi al tempo stesso più sotterranei e più potenti. Il contrattacco iraniano della notte fra il 13 e il 14 aprile 2024 in risposta al bombardamento del consolato d'Iran a Damasco, non è che il più eclatante, e senz'altro non l'ultimo, di una serie di episodi recenti che stanno via via svelando le numerose fragilità di Israele – fragilità che non sfuggono ai commentatori delle più varie estrazioni, israeliani compresi. Alcuni titoli apparsi recentemente, provenienti da voci anche eminenti, sono perlomeno sintomatici in questo senso: Israel is losing this war2; Israel's Self-Destruction3; The Collapse of Zionism4; Hamas is winning5. Nonostante la loro diversità, queste analisi trovano un terreno d'incontro nel constatare che la supremazia su cui Israele può far leva, sia in termini di alleanze internazionali che di autonoma force de frappe, non basta a dissolvere il grande punto interrogativo che ha cominciato ad aleggiare sul suo futuro.
In un orizzonte temporale che evidentemente non è misurabile in qualche giorno o qualche mese, nessun esito può a oggi essere escluso: a un'estremità del ventaglio dei possibili, una vera e propria rimessa in discussione dell'esistenza dello Stato di Israele in favore di una diversa e nuova entità politica; all'altra estremità, la cosiddetta Opzione Sansone, ovvero il ricorso da parte di Israele all'arma atomica, al fine di scongiurare ogni vera o presunta «minaccia esistenziale» (ad esempio, l'imposizione di una soluzione a due Stati). Come comprendere questa radicale incertezza sul futuro dello Stato sedicente ebraico, al di là dei suoi risvolti più effimeri e contingenti? È per provare a impostare un ragionamento a partire da questa domanda, che ci è parso opportuno tornare all'opera di Abraham Léon, che rimane una delle più limpide e ricche disamine marxiste della questione ebraica.
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Leggere oggi l'opera di Abraham Léon (1918-1944) è salutare. In primo luogo, perché ci mostra la modestia di tante presunte scoperte contemporanee, in realtà già formulate agli inizi degli anni ‘40 del secolo scorso da un oscuro ebreo polacco poco più che ventenne, emigrato in Belgio con la famiglia nel 1928 e transitato per l'organizzazione sionista-socialista Hashomer Hatzair, prima di approdare a posizioni trotzkiste anti-sioniste. Léon non fu di professione né storico né filosofo, ma gli bastò masticare un po' di marxismo e servirsi di affidabili fonti storiche per dire cose sensate sulla storia degli ebrei e sulla loro situazione in seno al capitalismo moderno. Non stette ad aspettare l'apparizione dei «nuovi storici» israeliani (Shlomo Sand su tutti) per pensare che la diaspora fosse cominciata ben prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme; che il proselitismo ebraico, già praticato in epoca greca e romana, non fosse mai cessato da allora; che gli ashkenaziti dovessero pur avere qualche parentela con i Cazari convertitisi all'ebraismo nel VIII-XI secolo d. C.; che l'aspirazione a ristabilirsi in Terra Santa, lungi dall'aver ossessionato gli ebrei nei secoli dei secoli, fosse un fatto assolutamente moderno, risalente agli ultimi decenni del XIX secolo, etc. Questo non significa che La concezione materialistica della questione ebraica sia inattaccabile dal punto di vista storiografico, a maggior ragione se si tiene conto dei quasi ottant'anni trascorsi dalla sua prima edizione. Al contrario, diversi autori hanno messo in rilievo i limiti e le approssimazioni dell'opera, pur riconoscendone la validità su un perimetro geo-storico più circoscritto rispetto a quello sottinteso dall'autore6. Maxime Rodinson, fra gli altri, ne accolse lo schema teorico generale circoscrivendone la pertinenza all'area europea a partire dalla prima crociata (1096-1099 d. C.). Ma in cosa consiste questo schema?
Il partito preso teorico da cui prende avvio lo svolgimento di Abraham Léon, si ricollega alla polemica di Karl Marx contro Bruno Bauer (Sulla Questione ebraica, 1843): non è la religione a spiegare il ruolo economico degli ebrei, ma è il loro ruolo economico a spiegare il sussistere della loro religione. Per l'essenziale, questo ruolo economico è legato – secondo Léon – a quelle che Marx, nel Capitale, chiamerà le «forme antidiluviane del capitale» (capitale mercantile e capitale usurario) esistite in seno ai modi di produzione e alle forme sociali precapitalistiche. Anticipando sul seguito, diciamo fin d'ora che in tale postulato risiedono allo stesso tempo il suo principale punto debole e l'originalità del suo contributo rispetto a Marx e ad altri teorici marxisti in ordine alla questione ebraica. Se infatti Léon afferma, per un verso, che un simile ruolo economico si sistematizza solamente dopo il crollo dell'Impero romano – e non meno di sei secoli più tardi, secondo la rettifica di Rodinson – egli è costretto, per un altro verso, a proiettarlo all'indietro sull'Antichità al fine di mantenere il suo assunto marxiano iniziale (è la funzione economica del gruppo sociale preso in esame a spiegare la riproduzione della sua identità religiosa e culturale). D'altro canto, però, è proprio da tale assunto che deriva la tesi più conosciuta di Léon, quella degli ebrei come popolo-classe, cioè come articolazione di nazionalità – intesa in un senso che bisognerà chiarire – e posizione sociale nei rapporti di produzione e distribuzione. Ritorneremo su questo ed altri nodi di fondo in sede di conclusione.
Fino alla fine del X secolo, dunque, gli ebrei europei non si distinguevano dai «gentili» che per la pratica religiosa, avevano conosciuto una incontestabile differenziazione interna e non disdegnavano l'attività produttiva: erano commercianti non meno che agricoltori, artigiani etc. La loro specializzazione economica si effettua in due tempi, a partire dalle persecuzioni medievali che accompagnano le prime crociate in Terra Santa, e che spingono gli ebrei europei ad abbandonare l'agricoltura in favore di attività commerciali che hanno come teatro i centri urbani. Questa transizione si svolge a cavallo fra l'XI e il XII secolo. L'emergere di una potente borghesia mercantile cristiana nei pori della società feudale li conduce però a ripiegare verso l'usura. Ovunque in Europa occidentale, e parzialmente anche in quella centrale, dal XII al XIV secolo prende piede l'usura ebraica. In Inghilterra, nella seconda metà del XII secolo, l'usura ebraica è fiorente e trova la propria clientela presso l'aristocrazia fondiaria e la stessa famiglia reale; ma l'attività di credito nei confronti del potere politico si rivela presto essere un'arma a doppio taglio, esponendo gli ebrei a ricorrenti espropriazioni. Le successive ondate di antigiudaismo culmineranno nell'espulsione degli ebrei dall'Inghilterra (1290), dalla Francia (1394), dalla Spagna (1492) e dal Portogallo (1496). Inoltre, in molti casi, nell'ambito dell'usura stessa il ruolo degli ebrei viene confinato verso settori particolari dell'attività creditizia. In Francia, con il regno di Filippo II Augusto (1180-1223), l'attività creditizia ebraica inizia a subire un inquadramento crescente che tende a limitarla ai banchi dei pegni, per poi privarla di ogni esistenza legale nel 12547. Evoluzioni del tutto analoghe – abbandono dell'agricoltura, specializzazione economica che tende via via a restringersi, formazione di ghetti organizzati intorno al culto e alle scuole religiose, espropriazioni economiche ed espulsioni – si possono constatare egualmente nell'area germanica, benché in maniera più tardiva e meno uniforme in ragione della frammentarietà politico-amministrativa del Sacro Romano Impero. Senza inoltrarci ulteriormente in una ricostruzione della storia medievale degli ebrei (che non è il nostro intento), possiamo dire che il resoconto sommario datone da Abraham Léon permette di coglierne gli aspetti decisivi, e in primo luogo il fatto che l'emergere dei rapporti sociali capitalistici in Europa occidentale e centrale non possa trovare negli ebrei i suoi agenti principali, giacché per tutto il basso Medioevo essi furono confinati in comparti secondari dell'attività creditizia:
«I rapporti della classe mercantile con gli ebrei, dopo l'espulsione di questi ultimi dal commercio, subirono profonde modifiche. Essendo il credito ebraico essenzialmente credito al consumo, non era ai banchieri ebrei che i commercianti facevano ricorso per i propri affari, ma alle grandi banche, come quelle dei Medici, dei Chigi e dei Fugger, che si erano sviluppate nelle grandi città. Più avanti, quando l'economia di scambio sarà penetrata nelle zone rurali, gli usurai ebrei saranno soppiantati dall'invadenza delle banche cristiane. L'usuraio viene spodestato dalla penetrazione capitalistica nei domini feudali allo stesso modo in cui il commercio precapitalistico viene eliminato dalle città ad opera dell'economia di scambio.» (p. 129).
Notevole su questo punto è la critica storica – che però non riassumeremo qui – alla quale Léon sottopone le tesi di Werner Sombart8 (pp. 135-143), volte a fare dell'ebraismo il vero «spirito del capitalismo» (à la Max Weber, principale avversario teorico di Sombart). Sottolineiamo inoltre che proprio il restringimento della specializzazione economica di cui si è detto, spinge gli ebrei verso il basso della piramide sociale, facendone allo stesso tempo delle figure sommamente detestate dalle masse contadine e/o artigiane del Medioevo:
«È soprattutto in Germania, dove l'usura ebraica assunse la sua forma più “popolare”, principalmente nel XIV e XV secolo, che l'odio per gli ebrei si manifestò con maggior forza e diede luogo a massacri e a “roghi” di ebrei (Judenbrand).» (p. 132).
Nonostante queste ricorrenti ondate di persecuzione, che rientrano interamente nel sistema degli antagonismi di classe delle formazioni sociali feudali, per Abraham Léon non esiste una questione ebraica trans-storica, comune a più modi di produzione successivi. È invece la formazione e lo sviluppo del modo di produzione capitalistico a far sorgere la questione ebraica. Ma in che cosa consiste esattamente tale questione? Si tratta appunto del travagliato incontro dell'ebraismo con la modernità capitalistica, nel quadro più generale della liquidazione del feudalesimo e dei suoi residui. Come generalmente ammesso, anche secondo Léon il processo d'assimilazione degli ebrei d'Europa occidentale e centrale è in via di completamento già dall'inizio del XIX secolo (cfr. la Haskala, cioè l'illuminismo ebraico). Ma mentre favorisce l'assimilazione su un versante, il capitalismo, per effetto del suo sviluppo ineguale, lo impedisce sull’altro, quello europeo-orientale. In questo quadrante, l'ebraismo presenta delle caratteristiche socio-economiche diverse rispetto a quelle dell'Europa centro-occidentale, basate qui sugli shtetl, quartieri o piccole città che fungono da centri per il commercio e la produzione artigianale – soprattutto sartoria, pelletteria e generi alimentari. Dopo la fine dell'Impero polacco-lituano (terza spartizione della Polonia, 1795) e gli aggiustamenti territoriali sanciti dal congresso di Vienna (1815), quest'area si situa principalmente a cavallo fra l'Impero zarista e quello austro-ungarico. La decomposizione delle strutture sociali tradizionali a partire dalla metà del XIX secolo, e in maniera più accelerata dopo il 1880, non essendo compensata da un'industrializzazione capitalistica altrettanto importante, vi suscita due processi correlati. Da un lato, la concorrenza del capitale agrario e commerciale maggiormente concentrato sottrae fette di mercato alle botteghe ebraiche, ed esacerba la differenziazione sociale in seno agli shtetl, con la formazione di un proletariato ebraico miserabile e diviso fra disoccupazione e impieghi nella piccola impresa locale (donde la fondazione del Bund nel 1897). Dall'altro lato, la massiccia emigrazione ebraica verso l'Europa occidentale e centrale: «[...] provocando un flusso di ebrei verso Occidente, con la mano sinistra [il capitalismo] distruggeva quello che aveva creato con la mano destra. Ondate di ebrei orientali affluivano nei paesi occidentali ed instillavano nuova vita nel corpo moribondo dell'ebraismo» (p. 174). In estrema sintesi: «La questione ebraica che si pone attualmente su scala mondiale, ha quindi origine principalmente dalla situazione dell'ebraismo europeo-orientale» (p. 45).
Il modo di produzione capitalistico sopprime dunque le fondamenta sulle quali l'ebraismo aveva potuto riprodursi nell'area del cosiddetto Yiddishland. Ma non può risolvere la questione ebraica. Perché? È qui che la spiegazione di Léon è maggiormente debitrice dello «stagnazionismo» di Trotsky (cfr. il Programma di transizione del 1938) e soprattutto dei suoi seguaci. Per Léon, non si tratta di un'arretratezza o di un sottosviluppo puramente locali: il problema è in larga misura strutturale. Il capitalismo sarebbe entrato in una fase di decadenza o di declino irreversibili, e si troverebbe dunque nell'impossibilità di integrare pienamente gli ebrei dell’Est europeo, sia come lavoratori che come capitalisti: «Il declino del capitalismo ha lasciato gli ebrei sospesi fra cielo e terra» (pp. 220-221). Da questo punto di vista, le circostanze della genesi del sionismo lo distinguono nettamente dagli altri movimenti di formazione dello Stato-nazione (o di liberazione nazionale), in quanto questi sarebbero il prodotto della fase ascendente del capitalismo, ovvero dello sviluppo delle forze produttive, mentre quello sarebbe un sintomo del loro arresto, «il risultato della pietrificazione del capitalismo» (p. 211). La piccola borghesia ebraica si vede costretta a prendere in considerazione la costituzione di uno Stato ebraico nel momento stesso in cui le sue precondizioni vengono meno, mentre una parte importante degli ebrei euro-orientali scivola direttamente negli strati più fragili dell'esercito industriale di riserva, popolazione puramente eccedente:
«[...] se tutti i paesi hanno chiuso le porte agli immigranti, è perché si è verificata una sovrapproduzione di forza lavoro, così come si è verificata una sovrapproduzione di merci. Malthus affermava che la popolazione sarebbe stata in eccesso perché ci sarebbe stata scarsità di prodotti, ma è invece l'abbondanza di prodotti che è la causa della pletora di esseri umani.» (p. 213).
Questa maniera di distinguere il sionismo dagli altri movimenti di sistemazione nazionale non è esente da limiti e debolezze, ma ciò risulta chiaro solo a posteriori. Tutta la periodizzazione trotskista della storia del capitale in due grandi fasi, una ascendente e una discendente, si basava sulla sottovalutazione della dinamica di accumulazione statunitense e sull'incomprensione totale di quella russo-sovietica (cfr. la teoria dello «Stato operaio degenerato») – ma per fare gli avvocati del diavolo, ricordiamo che all'epoca il reperimento di documentazione economica estera era assai meno agevole rispetto a oggi. D'altro canto, il carattere primitivo e piccolo-borghese di un qualsivoglia «capitalismo ebraico» sembrava a molti un'evidenza negli anni 1940, anche nel mondo anglosassone9 (la traiettoria dell'economia israeliana contraddice significativamente questa diagnosi? Chi scrive pensa di no, ma l'interrogativo resta aperto). In ogni caso, per Léon, la soluzione territoriale sionista equivarrebbe alla dissoluzione dell'ebraismo tradizionale, ovvero alla «produttivizzazione degli ebrei» (p. 221). Ma anch'essa sarebbe ostacolata dal ristagno delle forze produttive, che non scompare per incanto impiantandosi in Palestina: «se gli ebrei non sono stati capaci di trovare una collocazione economica stabile nella diaspora, le stesse cause impediranno loro di farlo in Palestina» (p. 221). Decadenza o meno, a riprova che già allora il preteso ritorno in Palestina non fosse una panacea, vale la pena ricordare che gli Afrika Korps di Rommel, arrivando nel 1942 nelle vicinanze di El Alamein (Egitto), non si trovavano molto lontano dagli insediamenti ebraici di allora. La conclusione logica si impone da sé:
«E allora? Né assimilazione né sionismo? Nessuna soluzione? No, non esiste soluzione alla questione ebraica in regime capitalistico, proprio come non c'è soluzione agli altri problemi dell'umanità senza profondi sconvolgimenti sociali. Le ragioni che rendono illusoria l'emancipazione degli ebrei rendono impossibile la realizzazione del sionismo. A meno che non vengano eliminate le cause profonde della questione ebraica, non è possibile eliminarne gli effetti.» (p. 222).
L'impossibilità di un rilancio dell'accumulazione capitalistica determinava, secondo Léon, sia la generale comunità di destino di ebrei e non-ebrei, sia l'apporto specificamente ebraico al movimento proletario, nella Russia rivoluzionaria come in tutta l'Europa orientale e centrale. Perseguitando gli ebrei come «capitalisti», il capitalismo faceva di loro gli ultimi fra gli ultimi, con cui il resto del proletariato internazionale doveva spontaneamente solidarizzare. Sappiamo cosa ne è stato.
In ultima istanza, però, Léon non escludeva il possibile successo del sionismo nel determinare una presenza ebraica demograficamente maggioritaria in Palestina e nell'edificare uno Stato ebraico, «vale a dire uno Stato sotto il dominio dell'imperialismo inglese o americano» (p. 215). Semplicemente, considerava che un simile Stato non avrebbe rappresentato un'autentica soluzione della questione ebraica ma, nel migliore dei casi, un apparente «ritorno allo stato di cose che esisteva in Palestina prima della distruzione di Gerusalemme» (ibid.), quando «l'esistenza o l'assenza di una patria palestinese aveva, per gli ebrei di questo periodo, un'importanza solo secondaria» (ibid.).
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Le speranze di Abraham Léon sono sprofondate nell'esito catastrofico e totalmente controrivoluzionario della Seconda Guerra mondiale. Lui stesso ne fece le spese in prima persona (morì ad Auschwitz nel 1944). Fra i numerosi meriti del suo lavoro, si può ancora ricordare la sua critica dell'anticapitalismo piccolo-borghese e anti-giudaico10 – critica largamente saccheggiata dagli odierni «critici del valore» (che mai citano Léon) previa epurazione delle sue analisi di classe, ma fortunatamente priva dei loro dinieghi storici e pruriti politicamente corretti in merito al ruolo effettivo avuto dagli ebrei nell'ambito del capitale mercantile e usurario in epoca feudale e, in misura via via sempre minore, dall'alba del capitalismo in poi. Come abbiamo visto, è tramite il declino di tale ruolo che Léon spiega le persecuzioni anti-ebraiche tra la fine del XIX secolo e la fine della Seconda Guerra mondiale – declino che si tradusse concretamente in una concorrenza esacerbata in seno alla piccola borghesia e al proletariato. Numerosi passi de La concezione materialistica della questione ebraica anticipano, del resto, le analisi eccessivamente raffinate di Dialettica dell'illuminismo di Adorno e Horkheimer11, ma anche quelle più rozze dell'articolo di matrice bordighista Auschwitz ovvero il Grande Alibi12. In definitiva: «La vittoria di un'economia basata sul denaro rappresenta la sconfitta del vecchio “uomo del denaro”» (p. 115). Un'economia, quella racchiusa nella formula marxiana D-M-D', che nell'orientare la produzione allo scopo di rendere più denaro (D'), non può che subordinare il denaro in quanto tale (D) ai bisogni della produzione. La caduta secolare dei tassi di interesse ne è la dimostrazione.
Per rendere davvero giustizia all'opera di Abraham Léon, bisogna però tornare alla questione ebraica e alle sue soluzioni storiche, nessuna delle quali si è realizzata interamente. Ciò vale in primis per la soluzione finale di matrice nazionalsocialista. Ma vale egualmente per le due pretese soluzioni esaminate ne La concezione materialistica della questione ebraica: il sionismo e l'assimilazione.
L'assimilazione degli ebrei della diaspora – diversamente da quanto prospettato da Léon, che tendeva a identificarla con la secolarizzazione – non è andata di pari passo con il declino, ben reale sul lungo periodo, di tutte le religioni13. Le ragioni sono a nostro avviso da ricercare al crocevia tra le dinamiche interne ai paesi destinatari dell'immigrazione ebraica fra le due Guerre, e quelle proprie dello Stato di Israele, proclamato unilateralmente nel 1948. Quest'ultimo ha in effetti conferito un nuovo e diverso significato alla diaspora, vista ora come riserva potenziale di immigrazione, ora come gruppo di pressione pro-israeliano in seno ad altri paesi (che una parte della diaspora, sia religiosa che laica, abbia fin da subito resistito a questo processo è un altro paio di maniche). Da ciò discende, in entrambi i casi, il peso crescente acquisito dal ministero israeliano oggi denominato «della diaspora e della lotta contro l'antisemitismo». Che l'identità ebraica venga concepita come religiosa o, in forma più vaga e meno restrittiva, come «culturale», la non-assimilazione degli ebrei è stata attivamente perseguita dallo Stato d'Israele ed è per quest'ultimo un fatto positivo – almeno fino a prova contraria, cioè fintanto che il legame ideale fra lo Stato sedicente ebraico e la diaspora non verrà massivamente rigettato dalla diaspora stessa (un processo di cui si comincia a vedere qualche avvisaglia, soprattutto negli Stati Uniti). In maniera più profonda, però, permane il nodo teorico del fondamento dell'ebraismo in quanto tale, che Abraham Léon, non diversamente da Marx, tenta di sciogliere con le maniere forti, salvo rivelarsi incapace di dare, sulle proprie basi, attraverso i propri criteri – cioè chiamando in causa una funzione economica determinata – una definizione dell'ebraismo applicabile anche al di fuori della sfera di stretta pertinenza del popolo-classe. Un nodo teorico, questo, rimasto in una certa misura irrisolto, tanto per il passato quanto per il presente e per il futuro. «Il denaro è il geloso Dio d'Israele, di fronte al quale nessun altro Dio può esistere. […] La chimerica nazionalità dell'ebreo è la nazionalità del commerciante, in generale dell'uomo del denaro. […] L'emancipazione sociale dell'ebreo è l'emancipazione della società dal giudaismo.» (Karl Marx, Sulla questione ebraica). Al di là della vena provocatoria e sacrilega di queste formule, colpiscono soprattutto le ambiguità di cui il testo di Marx è in realtà ricolmo: il «traffico» che vi appare a più riprese rinvia ai rapporti capitalistici maturi o alle forme antidiluviane del capitale? L'emancipazione umana a venire, dopo e oltre l'emancipazione politica, si identifica con la negazione dei rapporti capitalistici o piuttosto con la loro completa affermazione? Per non ricadere in una sorta di whishful thinking, teniamo presente che siamo nella Renania del 1843. A rigor di logica, se come dice Marx, in ragione del generalizzarsi dei rapporti mercantili e monetari, «l'essenza reale dell'ebreo nella società civile si è universalmente realizzata, mondanizzata» e l'ebreo, come membro distinto della società, non è altro che «la manifestazione particolare del giudaismo della società civile», allora l'ebreo come incarnazione particolare di questi rapporti perde ogni ragion d'essere, e deve necessariamente dissolversi. Ma se le cose fossero così semplici, non sarebbe sussistito, dopo la morte di Marx, alcuno grattacapo ebraico. Al fondo della questione, sta la riduzione alla funzione economica della nazionalità – da intendere in un senso pre-politico, distinto cioè dalla nazione moderna in seno proprio (cfr. Amadeo Bordiga, Fattori di razza e nazione nella teoria marxista, 1953). Riduzione che Abraham Léon riprende a proprio conto da Marx, preparandone allo stesso tempo il superamento attraverso il concetto bifronte di popolo-classe, che suggerisce piuttosto un'articolazione, e dunque la dissociazione possibile dei termini che la compongono.
Quanto alla soluzione sionista, proprio in ragione del rilancio dell'accumulazione che Léon considerava impossibile, essa ha avuto maggiore fortuna di quanto egli avesse prospettato nel 1942. Ciononostante, solo una parte degli ebrei europei scampati allo sterminio vi è confluita. È del resto la ragione per cui l'esistenza di Israele, risultato della dislocazione di vicende fondamentalmente europee, ha avuto bisogno, per perpetuarsi, dell'apporto degli ebrei provenienti dal Nordafrica e dal Medio Oriente, eredi di storie, tradizioni linguistico-culturali e specializzazioni economiche (gli ebrei sotto l'Impero ottomano erano perlopiù artigiani) rimaste per secoli separate e distinte da quelle degli ebrei dell’Europa centrale e orientale. La soluzione territoriale sionista, pur presentando inizialmente le caratteristiche anticipate da Léon – «produttivizzazione» degli ebrei e formazione ex novo di un'identità nazionale in rottura con l'ebraismo tradizionale (sionismo laico e socialisteggiante, non esente da inclinazioni colonialiste d'altronde presenti in molto socialismo della Seconda Internazionale) – ha risentito delle conseguenze dell'afflusso o del crescente peso di gruppi estranei e spesso ostili alla neo-identità laica che le correnti maggioritarie del sionismo si proponevano di forgiare, rimasta a sua volta tributaria di elementi religiosi. Le ragioni di quest'evoluzione meriterebbero una trattazione a parte, ma il fattore demografico ha giocato e continua evidentemente a giocare, su questo punto, un ruolo di primaria importanza (cfr. l'alto tasso di fecondità degli ultra-ortodossi).
La demografia, ovvero la produzione della popolazione, non è un ambito estraneo all'economia in senso lato, ne fa anzi parte a pieno titolo. Ma la sua particolarizzazione come fattore specifico in condizioni coloniali o neo-coloniali (il nesso territorio-popolazione autoctona su cui insiste Ilan Pappé: volere e non potere avere l'uno senza l'altra), implica una propria efficacia suscettibile di essere perseguita, se necessario, anche a spese della crescita economica in senso stretto, cioè a discapito del criterio di redditività capitalistica in senso micro- o macro-economico. L'esempio nazista del Drang nach Osten lo evidenzia. Non si tratta di scadere nella famigerata reductio ad hitlerum, ma di illustrare una logica foriera, già oggi, di un ridimensionamento dell'economia israeliana – fino a che punto duraturo, lo dirà il tempo14. Da Eretz Israel al Regno di Giudea e Samaria: una deriva che porta lontano dallo scintillio dei quartieri d'affari di Tel Aviv. Al netto dei suoi tratti più vistosi e peculiari, sia arcaici (neo-coloniali, semi-tribali, ultra-religiosi) che iper-moderni (la Start-Up Nation, i settori economici di punta), Israele è un piccolo paese la cui prosperità è fortemente dipendente dall'importazione di capitale d'investimento, con una media annuale di 22.246 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri in entrata sul quinquennio 2018-2022, contro 7.580 miliardi di investimenti diretti in uscita annualmente sul medesimo periodo. Se questo flusso di capitali esteri in entrata dovesse scemare durevolmente, basteranno allora le «rendite» derivanti dalla special relationship con gli Stati Uniti a tenere insieme il paese? Ma soprattutto, saranno queste eternamente garantite dal diritto divino di Israele a combinare disastri in Medio Oriente? In realtà, le due cose – il flusso d’investimenti in entrata e il sostegno politico-militare degli States – vanno a braccetto. Il potere della lobby filo-israeliana negli USA è una conseguenza, non la causa. Almeno per un certo tempo, tale potere può senz'altro rendersi autonomo dalla sua base economica, in virtù di una forza d'inerzia comune a tutte le sovrastrutture. Ma, diversamente dalle guerre che hanno visto coinvolto Israele in passato, la novità del conflitto attuale sta precisamente nel fatto di essere un processo di lunga durata, la cui intensità muta nel tempo senza che per questo il conflitto si esaurisca. E il gioco al rialzo israeliano su ogni fronte (Gaza, Cisgiordania, Libano, Iran etc.) mira precisamente ad occultare il divario apertosi tra l'accresciuta dipendenza militare dello Stato di Israele dal suo sponsor americano, e i benefici decrescenti che quest'ultimo ne trae a vari livelli, sia in termini di standing diplomatico che di orientamento dei flussi di capitali.
Senza eccedere in speculazioni, limitiamoci a rilevare la persistenza della questione ebraica in modo non dissimile da come Abraham Léon la caratterizzava: più di una semplice identità religiosa, meno di una univoca e compiuta identità nazionale, l'identità ebraica è ancora a metà del guado. E promette di continuare, per un tempo indefinito, a intorbidire la Storia universale. Enzo Traverso, nel suo recente e dignitoso Gaza davanti alla storia (Laterza, Roma 2024), coglie un aspetto dei suoi possibili sviluppi futuri allorché scrive:
«[...] se in nome della lotta all'antisemitismo è possibile condurre una guerra genocida, molte persone oneste inizieranno a pensare che sarebbe meglio abbandonare una causa così dubbia. Nessuno potrà evocare l'Olocausto senza suscitare sospetti e incredulità; molti arriveranno a credere che si tratti di un mito inventato per difendere gli interessi di Israele e dei suoi alleati. […] L'antisemitismo, che tutte le analisi dimostrano essere storicamente in declino, conoscerebbe una spettacolare recrudescenza.» (pp. 54-55).
Contrariamente a una visione lineare molto diffusa, lo sviluppo capitalistico non risolve da sé le questioni che pone: semmai ne aggiunge di nuove, strada facendo, mentre trasforma e ricombina quelle vecchie e già note. L'acuità con cui si pongono, però, è anch'essa soggetta a variazioni. Un mondo capitalistico di otto miliardi e passa di abitanti, dove il peso economico e demografico delle aree extra-occidentali non smette di crescere, e dove paesi come la Cina e l'India – pur avendo conosciuto storicamente una presenza ebraica sui loro territori rispettivi – non hanno pressoché alcuna esperienza diretta della questione ebraica per come si è data in Europa nei suoi presupposti (specializzazione economica, ghetto, etc.) e nei suoi esiti in fine sterminatori, è un mondo in cui le vicende di una quindicina o ventina di milioni ebrei – stiano in Israele o altrove – non conta più come prima, e in cui la «religione civile» della Shoah, come la chiama Traverso, perde necessariamente cogenza. Poco probabile che la retorica vittimista e i ricatti morali israeliani siano recepiti allo stesso modo a Parigi e a Pechino.
Forse tra un decennio ci renderemo conto che quello a cui abbiamo assistito dopo il 7 ottobre 2023, non è stato altro che il ridimensionamento del peso di Israele nel quadro più generale della «fine della parentesi occidentale» (secondo l'espressione del diplomatico singaporiano Kishore Mahbubani). Un favore che solo il «Sud globale», perlopiù estraneo alle faide tra visi pallidi, poteva farci. Il ridimensionamento dell'Occidente ridimensiona allo stesso tempo la questione ebraica e i suoi avatar, riportando in auge la visione di Abraham Léon: quella di un'epoca in cui l'esistenza o l'assenza di una «focolare» in Palestina non avrà, per gli ebrei di tutto il mondo, che un'importanza del tutto secondaria. Mazel tov! Tanto di guadagnato – se non fosse per il supplizio dei palestinesi cui, per non si sa bene quale maledizione, tocca da ottant’anni e più di sorbirsi l'ospite ingrato. Per quanto ciò possa apparire consolatorio, non possiamo che aggrapparci alla certezza che anche questo supplizio finirà. Ancor più consolatorio sarebbe però adagiarsi sulla mera attesa di un cessate il fuoco a Gaza e dello sbloccarsi degli aiuti internazionali – attesa comprensibile, ma che alimenta inconsciamente l'illusione di un ritorno a uno statu quo ante (o a qualcosa che gli assomigli) che le principali parti in causa hanno già rigettato in partenza. Perciò l'imperativo di risolvere quanto prima l'emergenza umanitaria a Gaza, mal si concilia con una dinamica entro la quale guerra convenzionale, guerra di guerriglia e guerra civile continueranno prevedibilmente ad alternarsi, a intersecarsi e a sovrapporsi. D'altro canto è indispensabile, per i comunisti, rapportarsi con distacco all'esposizione mediatica della sofferenza (anche quando sia osteggiata dai media ufficiali) e all'ideologia spontanea che inevitabilmente l'accompagna. Sul terreno dell'appello ai diritti umani e della creazione della figura della vittima par excellence, la condizione palestinese si depoliticizza e si perde nel magma dell'umanità eccedente e delle sue sventure – una notte in cui tutte le vacche sono nere. Un punto, questo, sul quale il movimento internazionale di solidarietà con la Palestina ha ancora molti progressi da fare.









































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