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Nato 3.0, il piano di Rutte: Europa carne da cannone e taglio al welfare
La Redazione de l'AntiDiplomatico
Taglio al welfare, aumento delle spese militari, coinvolgimento nei conflitti Usa: il vero volto della Nato 3.0
Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha scelto l'Iowa, cuore degli Stati Uniti più profondi, per dire agli europei quello che Washington pensa da tempo ma non aveva ancora messo così esplicitamente nero su bianco, in pieno stile imperialista e neocolonialista: il Medio Oriente è il vostro cortile, arrangiatevi. E per farlo dovete tagliare pensioni e welfare e comprare più armi. Un discorso che suona come la conferma di un asservimento totale dell'Europa agli interessi imperialisti statunitensi, mascherato da un ridicolo appello alla responsabilità.
Parlando a un evento del Chicago Council on Global Affairs, Rutte ha spiegato agli statunitensi cosa possono guadagnare da un'alleanza più forte. Il fedele cane da guardia degli interessi strategici statunitensi ha descritto il Medio Oriente come "il cortile di casa dell'Europa" e "non il cortile di casa degli Stati Uniti", sostenendo che la guerra di Washington contro Teheran era "necessaria" ma che gli USA hanno dovuto lanciarla perché "in qualche modo gli europei non avevano abbastanza capacità per farlo da soli". Da qui la sua conclusione: "In futuro, quello che otterrete da una Nato più forte è che gli europei possano prendersi cura del proprio cortile".
Tradotto dal linguaggio finto-diplomatico: gli Stati Uniti vogliono che siano gli europei a sporcarsi le mani nelle guerre che Washington decide di scatenare, mentre l'Europa continua a comprare armi USA e a subire le conseguenze economiche e politiche dei conflitti a stelle e strisce. Una sudditanza che Rutte non si è nemmeno sforzato di nascondere.
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La modernità americana. Dalla frontiera al labirinto
di Antonio Martone
1. C’è una possibile metafora con la quale possiamo identificare la struttura simbolica che ha organizzato a lungo l’immaginazione politica dell’Occidente moderno. Mi riferisco alla linea mobile, tracciata sempre più a ovest, dietro la quale si apriva lo spazio del possibile. La frontiera americana rappresentò una vera e propria soglia ontologica. È il mito che l’individualismo americano ha trascritto in una metafisica dell’autofondazione: il soggetto come principio unico: una visione del mondo che non ha padri da onorare né debiti da saldare, perché è sempre pronto a ripartire da un “nuovo altrove”.
Un mito, per essere operante, ha bisogno di uno spazio reale in cui incarnarsi. L’intero ordine giuridico e simbolico della modernità occidentale ha avuto bisogno del simbolo mitico della frontiera per pensare sé stesso come ordine. Al di qua di una certa linea vigevano la legge, lo stato territoriale, la civiltà; al di là, c’era il futuro da colonizzare. L’interno era pensabile solo in rapporto a un esterno assoluto in cui riversare l’eccedenza — di violenza, di popolazione, di desiderio, di capitale, persino di colpa. In questo senso, l’America fu la condizione stessa che rendeva sopportabile l’ordine europeo, la sua valvola di sfogo, il suo altrove necessario.
2. Quest’architettura simbolica entra in crisi quando la frontiera, esaurito lo spazio geografico che la sosteneva, comincia a tradursi da fatto storico a programma politico, dal piano dell’essere a quello del dover-essere. Comincia così la fase dell’esportazione dell’intero paradigma inteso questa volta come modello universale: “guerre umanitarie”, mercato senza confini e tecnica estesa su scala planetaria.
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La crisi strutturale globale del capitale
di John Bellamy Foster
John Bellamy Foster mette in luce le quattro principali caratteristiche che contraddistinguono l'attuale crisi strutturale, originariamente delineate da István Mészáros nel suo Marx's Theory of Alienation. Il capitale, sostiene Foster, si trova in una posizione simile a quella dell'apprendista stregone narrata da Luciano di Samosata: nel vano tentativo di controllare un sistema fuori controllo che egli stesso ha creato, accumula non solo contraddizioni, ma vere e proprie catastrofi con conseguenze su scala globale.
* * * *
Credo che non ci sia dato parlare in termini di secoli futuri...non abbiamo tempo da perdere; la sfida è salvare le condizioni della vita su questo pianeta, salvare la specie umana, cambiare il corso della storia, cambiare il mondo.
Hugo Chávez [1]
Il concetto di “crisi strutturale globale del capitale” che caratterizza la nostra epoca fu introdotto per la prima volta da István Mészáros nella terza edizione del suo libro, Marx’s Theory of Alienation [La teoria dell’alienazione in Marx] del 1971, e nella sua Isaac Deutscher Memorial Lecture [conferenza in memoria di Isaac Deutscher], intitolata The Necessity of Social Control [La necessità del controllo sociale], tenutasi nello stesso anno.[2] Nel 1995 in Oltre il Capitale, Mészáros distinse l’emergente crisi strutturale epocale del capitale dalle crisi cicliche e congiunturali che costituiscono il «modo naturale di esistere del capitale». La crisi strutturale odierna, spiegò, si manifesta in quattro aspetti principali che la contraddistinguono storicamente, concentrandosi sopprattutto sulle sue dimensioni economiche:
- Il suo carattere universale e non limitato a un solo settore (per esempio, finanziario o commerciale, o relativo a un particolare settore della produzione, o che tocchi un tipo o l'altro di lavoro, con i gradi specifici di abilità e di livello di produttività).
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La strategia statunitense per il controllo dei flussi energetici mondiali
di Francesco Cappello
Dalla Dottrina Carter al boom del fracking. La strategia di Washington per il controllo dei chokepoint globali e il vincolo energetico sull’Europa
Le radici storiche. La sovranità energetica come interesse vitale e la militarizzazione dei flussi
La strategia degli Stati Uniti volta al controllo dell’architettura energetica globale trova le sue fondamenta in oltre sette decenni di dottrine militari e accordi geopolitici. Già nel febbraio del 1945, lo storico incontro sull’incrociatore Quincy tra la presidenza statunitense e la casa reale saudita pose le basi per un’alleanza strategica basata sullo scambio strutturale tra fornitura di petrolio e protezione militare. Questo assetto fu ridefinito e consolidato nel 1974 con l’accordo di Riad, che sancì la nascita formale del sistema del petrodollaro: l’impegno esclusivo da parte saudita di commercializzare il greggio in valuta statunitense e di riciclarne i proventi nell’acquisto di titoli di Stato americani e complessi sistemi d’arma, in cambio di garanzie di sicurezza e stabilità monetaria. Il salto di qualità politico-militare avvenne il 23 gennaio 1980 con la formulazione della Dottrina Carter durante il discorso sullo Stato dell’Unione, con cui Washington definì un principio cardinale: qualsiasi tentativo da parte di forze esterne di ottenere il controllo del Golfo Persico sarebbe stato considerato un assalto diretto agli interessi vitali della nazione, da respingere con ogni mezzo necessario, inclusa la forza militare (https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1977-80v01/d138). Tale direttiva fu operativizzata con la Presidential Directive 18 (PD-18) (https://nsarchive.gwu.edu/briefing-book/nuclear-vault/2024-04-17/new-state-department-history-details-nuclear-targeting-and), che portò alla creazione della Rapid Deployment Force e alla successiva istituzione del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), trasformando la tutela dei corridoi energetici e dei punti di strozzatura marittimi (chokepoints come Hormuz, Suez, Malacca, ecc.) in una missione permanente delle forze armate americane. Tali principi trovarono poi consacrazione concettuale nei documenti strategici del Pentagono, tra cui Joint Vision 2020, incentrato sulla dottrina della Full-Spectrum Dominance, il dominio militare e strategico su terra, mare, aria, spazio, cyberspazio e risorse connesse, e le analisi previsionali del Joint Operating Environment, che identificarono apertamente nel picco del petrolio e nella sicurezza delle infrastrutture estrattive i nodi centrali per la mobilità della macchina bellica atlantica.
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Cina: gli avvocati del diavolo
di Moreno Pasquinelli
Non ci saremmo aspettati che il breve saggio LENIN A PECHINO avrebbe suscitato l’ira immediata e funesta dei filo-cinesi. Lancia in resta sono partiti al contrattacco Carlo Formenti (Sulla fatwa di Moreno Pasquinelli) e Alessandro Visalli (Modernità o utopia?), quindi Piero Pagliani (in polemica con Moreno Pasquinelli).
Poi sono scesi in campo: Pietro Terzan (Fatti testardi e prevalenti della Cina socialista) quindi il quartetto al completo: Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli (La Cina concreta contro il dogma: risposta a Moreno Pasquinelli), Giulio Bonali (Sulla Cina e la transizione al socialismo), quindi tale tal al.ba. (Prossima fermata: Pechino?).
Troppa grazia, sant’Antonio!, verrebbe da dire. Si vede che abbiamo colpito nel segno.
Torniamo sulla questione cinese poiché, e su questo siamo completamente d’accordo coi nostri critici, il problema di quale sia la natura sociale della Cina assume, oggi più che mai, rilevanza storico-mondiale e, come ogni questione di rango storico-mondiale, solleva una molteplicità di problemi teorici e politici, scientifici ed etici, che meritano di essere affrontati in modo scrupoloso, senza quindi temere la durezza che la controversia, dato il suo carattere dirimente, è destinata ad assumere.
Per il rigore in campo teorico
Una prima precisazione. Cinque erano le tesi principali che abbiamo tentato di sostenere nel nostro breve saggio Lenin a Pechino: 1. Che sono ancora validi il metodo e gli schemi utilizzati da Marx per esaminare e giudicare la struttura sociale capitalistica; 2. Che quella cinese è una forma avanzatissima di capitalismo, che non va banalizzata come capitalismo di stato; 3. Che nel Grande Reset o passaggio storico dal morente capitalismo di marca liberista all’incombente CyberCapitalismo, il modello cinese potrebbe diventare quello vincente e dominante; 4. Che è inaccettabile il tentativo di attribuire a Lenin l’idea (buchariniana) che la N.E.P. fosse non una ritirata obbligata e temporanea, ma una via strategica per passare al socialismo; 5) Che tra il pensiero di Mao e quello di Xi Jinping la distanza è abissale.
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Squilibrio Usa-Cina nella grande guerra capitalista
di Emiliano Brancaccio
Dalle terre rare alle vie del petrolio, dai chip all’intelligenza artificiale, i due leader sono costretti a cercare negli affari una soluzione alla crisi dell’ordine mondiale a guida americana
Le condizioni economiche per la pace, o almeno per la tregua. E’ stato questo, nell’essenza, l’unico punto in agenda al vertice washingtoniano fra Xi e Trump, in una fase di crescenti tensioni diplomatiche tra Cina e Stati Uniti. Dalle terre rare alle vie del petrolio, dai chip all’intelligenza artificiale, i due leader sono costretti a cercare negli affari una soluzione alla crisi dell’ordine mondiale a guida americana. Con un obiettivo: fissare un nuovo equilibrio capitalistico internazionale. Senza altri massacri. Soprattutto, senza altri sprechi di denaro.
L’ostacolo principale verte su una parola: squilibrio. La Cina è primatista mondiale del Pil calcolato a parità dei poteri d’acquisto, del tasso di crescita della produttività del lavoro, del credito accumulato verso l’estero. Gli Stati uniti, di contro, annaspano tra produttività rallentata, crescita fragile e un debito estero senza precedenti, che alimenta un’immane bolla speculativa. Forti del loro sviluppo, i cinesi vorrebbero risolvere tutto col libero commercio: al di là della prammatica, un paradossale “comunismo liberoscambista” resta nelle loro corde. Ma così rischiano di accentuare l’arroccamento di un’America decadente, tentata di risolvere la crisi debitoria con nuove ondate di protezionismo aggressivo e piraterie belliche. Con l’effetto finale, a sua volta, di irritare il gigante cinese. Che per vie più o meno indirette finanzia gli sforzi militari di Iran e Russia. E che ormai, senza mezzi termini, si dichiara pronto a «difendere gli interessi» dei suoi alleati in guerra.
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Fanshen
di Geraldina Colotti
«Essere una vite che non arrugginisce. Una vite non attrae l’attenzione, ma una macchina senza viti non funziona.»
Quaderno di Lei Feng
Nel circo ininterrotto e troppo spesso opprimente degli anniversari, non si sono sprecate molte parole per il cinquantesimo della morte di Mao Zedong. La cosa si capisce. Mao è il grande rivoluzionario a cui si deve la liberazione della Cina dall’oppressione feudale e coloniale, la vittoria sui giapponesi, la fondazione di un nuovo stato socialista in una porzione sterminata di mondo, abitata da centinaia e centinaia di milioni di uomini e di donne. Mao è però anche l’artefice del «grande balzo in avanti» clamorosamente fallito, nonché l’ispiratore della Rivoluzione culturale, a cui da molto tempo, in Cina, si imputano «dieci anni perduti».
Come per una tacita convenzione, si discute appassionatamente della natura più o meno socialista della grande nazione governata dal Partito Comunista Cinese. Ma si lascia da parte l’esame delle utopie: i famigerati altiforni da cortile, l’ingenua ambizione di superare la divisione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, la collettivizzazione spinta all’estremo nelle comuni contadine, con i refettori comuni, la scomparsa dell’educazione familiare, l’eliminazione della proprietà anche nelle cose più minime.
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Paradiso
recensione di Sonia Savioli
Dana Ghetilieri, Paradiso, I Quaderni del Bardo, 2025
Credo che il poema politico sia la forma più difficile di poesia. Con “Paradiso” Dana Ghetilieri è riuscita a scrivere un poema politico, e questo sarebbe già un merito, ma c’è molto di più: c’è il fatto che “Paradiso” è un bel poema, si legge bene, è scorrevole, coinvolge. Come per certi romanzi, si vuole vedere cosa succede, come andrà a finire.
L’ultimo merito, forse il più importante, è che si tratta di un’appassionata e veemente denuncia della disumanità dei nostri tempi: un poema “istruttivo”, direi didascalico come qualsiasi indimenticabile poema politico del passato.
Quel Paradiso che la società industriale, con la sua spasmodica ricerca di profitto, ha creato, è in realtà un inferno le cui tappe si snodano nel cammino della nostra eroina scampata alla guerra, da un girone infernale a un altro. Ma non è l’inferno del demonio, è l’inferno dell’attuale società che si ostina a considerarlo “il migliore possibile dei mondi”.
Sgomenta, la protagonista, nella sua ricerca di una comunità umana vera e opposta a quella che ha provocato la guerra, nella sua ricerca di una natura intatta e ricca di vita, si avvia attraverso una terra desolata e inospitale.
Cammina, cammina… Come nelle favole antiche, ogni tappa è una rivelazione. Dana incontra le vittime del Paradiso ad ogni girone.
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Più eterno del bronzo
di Giannetto Edoardo Marcenaro
Una ricerca sulle connessioni profonde tra storia e memoria, conflitto e culture, comprensione e pace
Più eterno del bronzo: educazione alla cultura e semantica del monumento si propone di fornire un quadro esaustivo sulle potenzialità dei fenomeni culturali e delle discipline artistiche nella comprensione delle memorie condivise dei popoli, e nella risoluzione delle controversie e dei conflitti che la storia ha portato con sé.
Davvero molto coinvolgente è il trattamento compiuto delle numerose questioni che, nel campo di conoscenza e prassi dell’educazione alla cultura, nella prospettiva della costruzione della pace, si sovrappongono influenzandosi a vicenda, come dinamica dell’interazione per cui si aprono gli spazi della creatività in cui diventa possibile immaginare una situazione che superi le conflittualità presenti.
Il testo, nella sua costruzione sapiente, riesce a dare, per mezzo del suo approccio rigorosamente dialettico alla materia, una visione integrale e sfaccettata di tematiche di primaria importanza nella loro interazione, produttiva di manufatti ma anche di cultura.
Sia la accurata presentazione degli orientamenti internazionali più rilevanti, che una rassegna dettagliata e corredata di illustrazioni di numerose opere, forniscono al lettore preziosi strumenti perfetti allo scopo di comprendere le coordinate più caratteristiche che guidano le attività educative e formative, nell’ottica del trascendimento del conflitto e della trasformazione del presente, nella proiezione di un futuro possibile, attraverso la considerazione del passato e della memoria.
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Il debito italiano nella trappola dell’euro
di Enrico Grazzini
Il grande nodo che manca nel programma dei 5 Stelle
Il programma in 20 punti dei 5 Stelle sembra, sulla carta, pieno di buoni e condivisibili propositi, ma, ad un’analisi più approfondita, è carente sul piano politico e strategico. Nei 20 punti ci sono tante cose molto importanti e giuste, come la proposta di negoziare per finire la guerra in Ucraina, la rottura dei rapporti con il governo fascista di Israele, il salario minimo garantito, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, un fondo di investimento per le industrie strategiche e per rilanciare l’occupazione, una banca pubblica di sviluppo per le piccole e medie aziende, un piano energetico verde, e così via. Un lungo elenco di cose buone.
Tuttavia il programma elettorale dei 20 punti lascia insoddisfatti perché manca la parte politica, la parte critica su come trattare con l’Unione Europea e con la Nato, istituzioni assolutamente fondamentali per la politica italiana. È noto che la politica italiana è in larga parte eterodiretta: la politica economica viene dettata dalla UE, e la politica estera dagli Stati Uniti e dalla Nato. Però la Nato nei 20 punti è nominata solo una volta per dire (giustamente) che non bisogna accettare l’aumento delle spese militari al 5%; e anche l’Unione Europea viene menzionata nel documento solo una volta, e solo per affermare (giustamente) che la UE deve ripudiare il trattato che concede lo status di partner privilegiato a Israele.
Nel programma manca completamente un’analisi sul problema maggiore dell’Italia, il debito pubblico, il secondo più grande debito pubblico al mondo dopo quello del Giappone in percentuale sul PIL, un debito enorme, che costituisce un macigno che blocca l’economia nazionale. Se i 5 Stelle non chiariranno le politiche che il governo di centrosinistra dovrà condurre nei confronti dell’Unione Europea e della Nato, e se non spiegheranno come affrontare la questione del debito pubblico – che cresce inesorabilmente per l’effetto cosiddetto “palla di neve” – il loro programma politico rischierà di diventare poco credibile. Il debito pubblico assorbe ingenti risorse e rende molto difficile, se non impossibile, rivitalizzare l’anemica economia italiana e, quindi, mantenere gli impegni sociali e politici del programma elettorale.
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Il Venezuela all’Onu. Rodríguez abbraccia Trump
di Geraldina Colotti
Caracas rivendica il nuovo asse con Washington come una scelta obbligata dalla crisi e dalle sanzioni. Ma all’Onu Rodríguez resta ad ascoltare Trump mentre attacca Cuba e la delegazione dell’Avana lascia l’aula: un’immagine che alimenta le accuse di cedimento
La fotografia di Delcy Rodríguez insieme a Donald Trump a New York, scattata a margine dell’ottantunesima Assemblea generale delle Nazioni Unite, impone di osservare una scena che apre a profonde riflessioni sulle trasformazioni della geopolitica contemporanea. Dopo otto anni di isolamento diplomatico, il ritorno del Venezuela al Palazzo di Vetro si è inserito in una cornice complessa, in cui la comunicazione visiva e la simbologia politica agiscono come un linguaggio denso di significati contrapposti.
Il contrasto visivo è emerso con evidenza sin dall’arrivo. Da un lato la continuità con la memoria storica del processo bolivariano, richiamata dalla fiammante sciarpa rossa indossata da Rodríguez – analoga a quella sfoggiata da Hugo Chávez nel 2006 dallo stesso podio – e dalla giacca recante sul didietro la celebre Mafalda di Quino: un cortocircuito visivo in cui l’ironia tagliente e l’intelligenza critica latinoamericana vengono esibite sfacciatamente di spalle contro chi pretende di dettare le regole dei rapporti di forza. Dall’altro, l’incontro con il leader della principale potenza occidentale ha esposto l’esecutivo a una lettura profondamente polarizzata.
Mentre il governo rivendica la mossa come un esercizio di inventiva tattica nel solco del classico “o inventamos o erramos”, volto a rompere il blocco e a gestire la sopravvivenza economica, gran parte dell’estrema sinistra internazionale legge questa svolta non come pragmatismo, bensì come un netto cedimento e un abbandono dei princìpi antiimperialisti, che finisce per favorire la linea di Trump e i suoi attacchi ai popoli del pianeta, a partire dalla complicità con il genocidio in Palestina.
Un disagio visivamente amplificato da due altre immagini contrapposte di questi giorni: da una parte quella della delegazione cubana che abbandona l’aula quando Trump inizia i suoi attacchi all’isola, dall’altra quella che ritrae la presidenta incaricata del Venezuela mentre ascolta, con un’espressione tra l’attonito e il gelido, lo stesso Trump rivendicare pubblicamente il rapimento di Nicolás Maduro e la rapina delle risorse del Paese, sostenendo che chi vince si prende il bottino.
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Noterelle sul presente
di Gianfranco Gavianu
Caro Tonino, questa volta ti propongo come oggetto di pubblicazione una lettera che ho ricevuto dall'amico e collega Gianfranco Gavianu riguardo agli articoli recentemente pubblicati sul Corriere della Sera da tre 'intellettuali' liberalfascisti e guerrafondai. Nella presente congiuntura ritengo che questa lettera costituisca una testimonianza di notevole valore politico, intellettuale e civile, e pertanto mi permetto di caldeggiarne la pubblicazione nel sito di Sinistra in Rete. Accludo sull'autore della lettera la seguente nota biografica con la quale può essere opportuno integrarne la pubblicazione [E. Barone].
* * * *
Carissimo Eros,
riprendo dopo la cesura estiva il nostro fecondo, e aggiungerei facondo, dialogo. Muovo dall’assunzione, forse ovvia per chi come noi si riconosce nel dettato e nella migliore tradizione marxiana, del concetto di ‘presente come storia’. L’asserzione nella sua schematicità appare ovvia e sembra non porre problemi. Non mi sfugge tuttavia la complessità dell’attuale stato delle cose pullulante e irto di contraddizioni, ma non riesco a concepire altro compito per chi voglia coltivare la propria integrità e dignità etico-razionale e al tempo stesso svolgere una funzione critica nell’oggi, seppur da una posizione marginale e periferica come può essere apparentemente la nostra. L’attenzione a ciò che è presente deve costituire dunque uno sforzo costante in quanto è il fondamento dell’esperienza e della conoscenza. Ma il cosiddetto ‘presente’ - e chi come noi ha il culto della mediazione lo sa bene – non può essere né definito, né spiegato, né compreso nella sua cieca immediatezza, praticando stoltamente una miope ottusa empiria avvolti nelle nebbie mistificanti di una sistematica manipolazione mediatica: a questa condizione mi sembra ridotta la maggior parte degli intellettuali, ‘cerretani alla ribalta giornalistico-televisiva’, fonografi di menzogne ideologiche funzionali ai centri del potere economico finanziario, dove per citare attualizzandolo Dante «Cristo (ossia la verità storica) tutto dì si merca» (perdonami il climax enfatico!).
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Qualche riga ai miei figli sull'operaismo
di Paolo Rabissi
All’inizio degli anni Sessanta in Italia e altrove inizia la crisi del fordismo, quella forma di organizzazione del lavoro in fabbrica legata alla catena di montaggio. La crisi però è lentissima, le imprese stanno cercando soluzioni ma intanto sfruttano al massimo la produzione di tipo fordista (vi ricordate la catena di montaggio cui è impegnato Charlot?).
Alcuni gruppi operai particolarmente combattivi, per primi alla Fiat di Torino, sempre più insofferenti per le condizioni di lavoro, per l’orario, per il salario, scontenti della scarsa iniziativa sindacale in fabbrica e dei partiti nel sociale, si inventano delle forme di lotta che sorprendono impreparata la direzione della fabbrica. Quelle forme di lotta, si chiamavano scioperi ‘a gatto selvaggio’, erano capaci con poca perdita salariale di inceppare il meccanismo della produttività danneggiando i profitti dell’azienda.
L’invenzione di queste forme di lotta e la loro diffusione, boicottate appunto dai sindacati e anche da quasi tutti i partiti, segna la storia delle lotte operaie in Italia per tutti i sessanta fino alla fine dei settanta. L’operaismo ha studiato e studia quelle forme di lotta.
Ma come funzionava la lotta?
Provate a pensare alla catena di montaggio di Chaplin in cui insegue il pezzo da bullonare obbedendo al ritmo con cui scorre la catena. L’operaio ‘selvaggio’ comincia a non tollerare più che il ritmo della catena continui ad aumentare senza che lui ne abbia concreti benefici e anzi richieda uno sforzo fisico e mentale sempre superiore.
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Meno sanità e più armi: dove stanno finendo i soldi delle nostre tasse
di Michele Blanco
La progressiva militarizzazione del discorso pubblico in Europa e la parallela ristrutturazione della spesa pubblica sollevano profondi interrogativi di carattere sociologico, economico e democratico. Si tratta di un’operazione di ingegneria del consenso volta a giustificare il riarmo a scapito dello stato sociale.
Dietro la costante retorica mediatica — che riduce i complessi equilibri geopolitici a un riduttivo "falso binario" e priva il dibattito di ogni profondità storica (dimenticando i fatti del 2014 in Ucraina o il mancato rispetto dei trattati di Minsk) — si nasconde il più grande trasferimento di ricchezza pubblica verso il settore privato della difesa dai tempi della Guerra Fredda. I dati dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) evidenziano una spesa militare globale senza precedenti, pari a 2.887 miliardi di dollari, con l'Europa che fa da traino mondiale attraverso un incremento della spesa bellica del 14% in termini reali.
Questa massiccia allocazione di risorse statali viaggia in parallelo con i bilanci record delle principali multinazionali degli armamenti: la tedesca Rheinmetall ha raggiunto un profitto operativo record di 1,84 miliardi di euro, con margini sulle munizioni vicini al 29%; la britannica BAE Systems ha toccato i 30,7 miliardi di sterline di ricavi, mentre l'italiana Leonardo SpA ha accumulato un portafoglio ordini di 45 miliardi di euro, registrando una crescita dei profitti ordinari superiore al 44%. Questo drenaggio di casse pubbliche produce un costo sociale asimmetrico e devastante, determinando il definanziamento e lo smantellamento di pilastri civili fondamentali quali la sanità, l'istruzione e le tutele del welfare.
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I rischi dell’intelligenza artificiale nella serrata competizione fra USA e Cina
di Roberto Iannuzzi
Sebbene i rischi dell’IA non vadano sottovalutati, gli appelli a rallentarne lo sviluppo sono motivati da ragioni di sostenibilità economica. La competizione con la Cina complica il quadro
Quando il presidente americano Donald Trump e il suo omologo cinese Xi Jinping si sono incontrati a Washington il 24 settembre, le aspettative erano basse.
Una delle poche aree in cui alcuni speravano fosse possibile raggiungere un accordo – perlomeno una sorta di non belligeranza – è la sicurezza in materia di intelligenza artificiale (IA). Il tema è stato sollevato anche all’Assemblea generale dell’ONU, in particolare dagli europei.
Alcuni giorni prima, il segretario al Tesoro Scott Bessent aveva concluso i colloqui con il vicepremier cinese He Lifeng proponendo la creazione di un meccanismo di sicurezza congiunto sull’IA – in realtà una misura minima di cooperazione, non un accordo rilevante.
Poco dopo il People’s Daily, giornale ufficiale del Partito comunista cinese, aveva pubblicato un articolo in cui si affermava che Washington e Pechino avrebbero dovuto “rendere l’IA una nuova frontiera di cooperazione fra Cina e USA”.
In realtà non c’è accordo tra le due superpotenze sulla natura della minaccia rappresentata dallo sviluppo dell’IA. La diffidenza reciproca è accresciuta dal fatto che questa nuova tecnologia costituisce una delle aree più calde della competizione strategica fra i due paesi.
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Intelligenza Artificiale, guerra reale
di Mario Lombardo
L’intelligenza artificiale ha sfiorato l’inizio di una guerra tra Stati Uniti e Cina. Non è il soggetto di un film di fantascienza, ma quanto emerge da un’esclusiva pubblicata nei giorni scorsi dalla CNN, secondo cui il Pentagono ha preparato un’operazione militare contro una nave cinese sulla base di un rapporto d’intelligence completamente falso, generato con l’aiuto di un “chatbot”. Solo una verifica dell’ultimo minuto ha impedito che militari americani abbordassero con la forza un’imbarcazione di Pechino nel pieno della guerra contro l’Iran. Un’eventualità che, se portata a termine, avrebbe avuto conseguenze potenzialmente incalcolabili.
L’episodio è molto più di un incidente tecnico, perché rivela il livello di irresponsabilità con cui Washington sta integrando sistemi di AI nelle decisioni militari e nell’elaborazione delle informazioni di intelligence, in una fase storica in cui il confronto strategico con la Cina viene presentato come la priorità assoluta della politica estera americana. La corsa del Pentagono verso una guerra “AI-first” non promette maggiore sicurezza, ma aumenta esponenzialmente il rischio di errori catastrofici.
Secondo la ricostruzione della CNN, tutto è iniziato la scorsa primavera, mentre gli Stati Uniti erano impegnati nell’aggressione militare contro l’Iran. Un rapporto d’intelligence diffuso all’interno delle forze armate sosteneva che una nave cinese in navigazione in Medio Oriente stesse trasportando componenti destinati a un programma nucleare militare.
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Coraggio in finale, terrorismo out - Palestina e resto del mondo
di Fulvio Grimaldi
Il coraggio, uno, se non ce l’ha, se lo può dare…
Scusate se ho parafrasato le parole che Manzoni ha messo in bocca al tremebondo Don Abbondio, spaventato e dunque soggiogato dai potenti, ma è una correzione che sta nelle cose ed è anche dimostrata dall’attualità.
Intanto nessuno nasce col coraggio incorporato nei neuroni, nei muscoli e nei nervi. Quindi è giocoforza che, quando giunge l’ora, se lo debba dare. Ci sono vari gradi. C’è chi non se lo trova, come il curato dei Promessi Sposi. Chi se lo costruisce e se lo ritrova nel corpo e nello spirito e, a volte, ciò che scappa fuori merita di essere considerato eroe per via dell’immane costo affrontato e, magari, pagato. Chi ne produce quanto basta per cavarsela, o dare una mano. E c’è chi non ci pensa e si chiama indifferenza al rischio.
Nel primo caso abbiamo gente come gli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, registi di NAZA, o il rapper statunitense Macklemore (Benjamin Haggerty). Nel secondo e terzo, gente come me e come altri che fanno il mio mestiere di inviato di guerra, o i vigili del fuoco, o i soccorritori di seppelliti da macerie, di prossimi ad annegare, o a cadere da una roccia, o da confortare e salvare in qualsiasi altro modo. O a chi si prende la manganellata sul cranio, per evitare che finisca sulla testa del compagno, o vuole dimostrare che non è detto che si debba sempre scappare davanti alla forza sul diritto.
I nomi che ho citato sono di terroristi o, quanto meno, sostenitori di terroristi. Così li definiscono, condannano e, quando possono, puniscono, coloro che danno del terrorista all’universo mondo che non gli lucida le scarpe. E sono quelli che campano di terrorismo e quando non riescono a fare il transfert nominale del terrorismo da sé agli altri, come sta avvenendo sempre più, anche grazie agli eroi qui nominati, che restano fottuti. Intanto, per proteggere la categoria dalle conseguenze del suo abominio, fanno leggi-bavaglio
A dispetto di Brecht: beato il paese che produce eroi
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Il pasticcio dell’accordo Usa / Venezuela
di Alessandra Ciattini
Oggi è molto difficile parlare della questione Venezuela, come dichiara Luis Britto Garcia, scrittore e saggista venezuelano, ci sono molti elementi oscuri e notevoli contraddizioni. Si tratta di un vero pasticciaccio, se vogliamo ispirarci al titolo del famoso romanzo incompiuto di Carlo Emilio Gadda (Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana, 1957). E’ disponibile un documento nel sito della Casa bianca (https://www.whitehouse.gov/fact-sheets/2026/08/fact-sheet-president-donald-j-trump-announces-historic-oil-agreement-t), la dichiarazione di Delcy Rodrguez su Telegram e un documento molto breve nel sito del Ministero del Potere popolare delle relazioni internazionali (https://MPPRE.Gob.VE/publicacion/7980).
Inoltre, nuove notizie arrivano ogni giorno: Alex Saab, diplomatico e funzionario insignito delle sue cariche da Nicolas Maduro, incarcerato negli Usa, si è riconosciuto colpevole e ha minacciato di svelare tutto quello che sa sulla presunta corruzione degli apparati del paese caraibico. Il Dipartimento di Stato Usa avrebbe ritirato l’accusa a Maduro di appartenenza al fantomatico Cartel de los Soles, Cilia Flores, moglie del presidente, avrebbe chiesto gli arresti domiciliari. Ovviamente l’opposizione chavista, sconcertata per non esser stata posta al comando, trova tutti i mezzi per riversare le peggiori accuse su tutti i dirigenti della Repubblica Bolivariana e rivendica la liberazione di altri prigionieri “politici”.
Prima di analizzare sia pure con cautela quello che ci è noto, si può dire che con il criminale sequestro di Maduro e il bombardamento di Caracas ('Operazione Absolute Resolve), gli Usa hanno rilanciato il loro controllo dell’emisfero occidentale, in particolare per l’acquisizione delle risorse non solo energetiche largamente presenti nel subcontinente latino-americano. Il petrolio venezuelano è molto denso ed è utilizzato per produrre il diesel ora scarso per la guerra in Ucraina e, soprattutto, per quella in Iran e le raffinerie situate lungo le coste del Golfo del Messico, ribattezzato dall’improbabile presidente Usa Golfo dell’America, sono tutte state costruite per raffinare il petrolio venezuelano.
Del resto, l’industria del petrolio del paese caraibico si è sviluppata in sintonia con le esigenze del sistema produttivo della grande potenza, che ha riesumato con arroganza l’antica Dottrina Monroe e favorito insieme al sionismo la svolta a destra di molti paesi latino-americani.
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La spada di Damocle dell’infrazione per debito eccessivo sulla finanziaria elettorale: un consiglio a Meloni
di Andrea Fumagalli
1. Il 22 settembre 2026 l’Istat ha dovuto comunicare che il rapporto deficit/Pil italiano a fine 2025 è superiore al vincolo del 3%, posto dal neo patto di stabilità, firmato da Meloni nel 2023: 3,1% per la precisione. Ha dovuto, perché non poteva far altro, dal momento che il deficit in termini assoluti è aumentato di circa 355 milioni, attestando l’indebitamento netto a 69.381 miliardi di euro: un aumento che non è stato compensato da un’adeguata crescita del Pil che si ferma a +0,2% nell’ultimo trimestre e a + 0,6% nel 2025. Ne consegue che l’economia Italiana non può uscire dalla procedura Ue di infrazione per debito eccessivo e quindi rimane sottoposta al braccio correttivo del Patto di stabilità, pari a una riduzione del debito dello 0,5% annuo, ovvero un esborso di 11,3 miliardi di euro. Se si fosse raggiunto il limite del 3%, l’Italia avrebbe potuto non solo evitare di inserire a bilancio tale somma ma anche mettere in programma i 36 miliardi di deficit in deroga concessi in due anni dalle regole Ue per le spese in energia e difesa senza vedersi incluso il disavanzo aggiuntivo nei calcoli del Patto di stabilità.
Viene così rimesso in discussione l’intero impianto ipotizzato a inizio agosto dal governo Meloni, quando il ministro dell’Economia Giorgetti prospettò al Parlamento l’ipotesi di pianificare un deficit extra pluriennale da 14 miliardi per l’energia e 22 per la difesa (in ottemperanza all’accettazione dei nuovi obiettivi di crescita delle spese miliari voluta dalla Nato e da Trump) e le Camere approvarono le risoluzioni che incaricavano il Governo di avviare il negoziato con Bruxelles.
Un piano, quello di Giorgetti e della Meloni, che, se attuabile, avrebbe consentito di varare una finanziaria elettorale basata su promesse suntuose che si sarebbero aggiunte a provvedimenti di elargizione selettiva di denaro alla propria tradizionale base elettorale, come già lo steso governo ha cominciato a fare con l’eliminazione del bollo dell’auto per i veicoli di media e piccola cilindrata e l’annuncio del raddoppio da 500 euro a 1000 euro messi a disposizione per le famiglie in povertà assoluta con la carta per gli acquisti alimentari “dedicata a te” (ma riducendo la platea dei beneficiari di oltre la metà).
2. Il rigore del nuovo patto di stabilità europeo, ripetiamo, votato anche dal governo Meloni nel 2023, mette così a rischio la possibilità di varare una finanziaria espansiva per il 2027, anno elettorale.
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Marx e la sinistra woke
di Alberto Giovanni Biuso
L’opera di Marx non è chiusa, non è compiuta, non è dogmatica ma rimane un cantiere sempre aperto. A essere chiuso e dogmatico è invece molto marxismo, in particolare quello pervaso dalla dimensione e dal sogno messianici che pure in Marx ci sono ma che rimangono laterali rispetto al suo nucleo politico e teoretico, che abita in gran parte in una teoria dell’alienazione collettiva e della valorizzazione del capitale, nel preciso senso che l’agire delle collettività umane nel modo di produzione capitalistico è sempre ricondotto e ridotto alla creazione di valore economico, il quale scaturisce dalla trasformazione del lavoro organico dei corpi in un lavoro macchinico.
La macchina del capitale non produce (non ha mai prodotto) soltanto oggetti, strumenti, cose. Essa produce simboli mutandoli subito in merce. Lo spettacolo contemporaneo è espressione di tale alienazione, la quale trasforma ogni evento collettivo - qualunque sia la sua natura e struttura - in una immagine volta a neutralizzarne i significati, la tragicità, l’eventuale tensione all’emancipazione.
Di tale alienazione oggi, nel XXI secolo, il luogo privilegiato è ciò che viene definito dai media e nel gergo politico/parlamentare come ‘la Sinistra’, vale a dire uno dei più potenti strumenti con i quali il capitalismo vincitore della lotta di classe illude gli sconfitti che sia ancora in atto una qualche lotta.
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Perché è avvenuta l’operazione Diluvio di Al-Aqsa: una rivisitazione del 7 ottobre 2023
di Ilan Pappé*
Mentre raggiungiamo il traguardo dei tre anni dall’operazione Diluvio di Al-Aqsa (Al Aqsa Flood) e dall’inizio del genocidio di Gaza, possiamo trarre beneficio dal passare del tempo e vedere più chiaramente alcuni degli aspetti e delle questioni cruciali legate a quella data fatale che sono rimasti sfocati o invisibili quando esaminati immediatamente dopo l’operazione e il genocidio che ne è seguito.
È importante riflettere su queste questioni e aspetti, poiché si riferiscono anche al fatto che troppe persone nel mondo, inclusi alcuni di coloro che hanno mostrato sostegno alla lotta palestinese, credono che questo orribile capitolo sia alle nostre spalle. Il genocidio continua, seppur in modo graduale, nella Striscia di Gaza e ora si è esteso anche in Cisgiordania, dove l’intensificazione dell’esercito e la violenza dei coloni mirano a trasformare la Cisgiordania in un’altra Striscia di Gaza.
Il passare del tempo ci permette di conoscere molto di più sulle motivazioni del piccolo gruppo di leader di Hamas che pianificò l’operazione. È importante analizzare questi motivi in modo professionale per confutare la narrazione ingannevole e fabbricata tesa da Israele riguardo a un’operazione concepita a Teheran come parte di un piano per distruggere lo stato ebraico.
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La BCE di Christine Lagarde è davvero la banca per le banche
di Alessandro Volpi*
Il nuovo rialzo dei tassi deciso dalla Banca centrale europea riporta in primo piano una questione centrale per i conti delle banche: quando il costo del denaro sale, non necessariamente aumentano nella stessa misura i costi sostenuti dagli istituti per finanziare la propria attività, mentre possono crescere rapidamente i ricavi prodotti dagli impieghi.
È questo uno dei meccanismi che ha consentito al sistema bancario italiano di realizzare negli ultimi anni profitti eccezionalmente elevati.
Il 10 settembre la BCE ha deciso un nuovo aumento di 25 punti base, portando dal 16 settembre il tasso sui depositi al 2,50 per cento, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65 per cento e quello sui prestiti marginali al 2,90 per cento.
Per le banche il rialzo significa innanzitutto una cosa molto semplice: il denaro prestato a famiglie e imprese può essere remunerato a un tasso più elevato. Ma il passaggio decisivo è capire quanto di questo aumento venga effettivamente trasferito sul costo della raccolta. La risposta è che il trasferimento non è necessariamente completo né immediato.
Una parte significativa della provvista bancaria è costituita da depositi, soprattutto conti correnti e forme di liquidità che non vengono automaticamente remunerati nella stessa misura dell’aumento dei tassi ufficiali.
Quando la BCE alza i tassi, quindi, la banca può aumentare il rendimento di una parte dei propri attivi molto più rapidamente di quanto aumenti il costo complessivo della propria raccolta.
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Pezeshkian all'Onu accusa Israele e Usa: sono loro i veri terroristi, l'Iran si è solo difeso
La bomba nucleare è in Israele, ma gli ispettori li mandano in Iran
di La Redazione de l'AntiDiplomatico
Il presidente della Repubblica Islamica dell'Iran, Masoud Pezeshkian, ha scelto il podio dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite per mettere a nudo, senza giri di parole, la doppia morale di chi predica diritti umani e democrazia mentre arma e protegge un regime genocida che da decenni sfugge a ogni controllo. Nel suo intervento, il capo di Stato persiano ha rovesciato come un guanto la narrazione costruita sulla base delle esigenze di Washington e Tel Aviv, puntando il dito contro un ordine internazionale dove le regole valgono solo per alcuni e le sanzioni diventano un'arma puntata contro i più deboli.
Il passaggio più duro è quello dedicato al dossier nucleare, il cuore di tutta la vicenda. Pezeshkian non ha usato mezzi termini davanti ai delegati riuniti a New York.
"La bomba atomica e le altre armi di distruzione di massa in questa regione sono nelle mani del regime israeliano, eppure le ispezioni vengono chieste all'Iran", ha tuonato dal podio. Poi ha rincarato la dose, ricordando i fatti che nessuno vuole vedere. "Israele ha massacrato 70.000 persone a Gaza, ma l'Iran è stato bombardato al tavolo dei negoziati".
Il presidente ha poi snocciolato l'elenco delle contraddizioni. Israele possiede armi nucleari, rifiuta di aderire al Trattato di non proliferazione e non ha mai permesso a un solo ispettore internazionale di mettere piede nei territori occupati in tutta la sua storia. Eppure, ha sottolineato, "viene premiato con miliardi di dollari in armi gratuite e gode di un'immunità assoluta per bombardare qualsiasi capitale scelga".
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Il punto di fuga della corsa all’IA
Fabio Deotto intervista Adam Becker
Ai vertici del mondo IA ci sono molte persone sinceramente convinte che una superintelligenza artificiale risolverà ogni nostro problema, o ci porterà all’estinzione. Prospettive senza vero fondamento, ma utili a distrarre dai problemi reali. Una conversazione con Adam Becker
C’ è un racconto di Fredric Brown del 1954, intitolato La risposta, in cui i pianeti abitati di tutto l’universo decidono di combinare la loro potenza di calcolo per costruire un supercalcolatore capace di attingere alla conoscenza di tutte le galassie. Lo scienziato incaricato di attivare questa mostruosità informatica, tale Dwan Ev, salda l’ultimo collegamento e si appresta a porre alla macchina la prima domanda, sotto lo sguardo fremente di decine di telecamere interstellari:
“Esiste un Dio?” scandisce nel microfono.
“Adesso sì” risponde la macchina. Un istante dopo dal cielo casca un fulmine, che incenerisce Dwan Ev e sigilla per sempre l’interruttore.
È un racconto brevissimo, nemmeno una pagina, ma viene spesso citato quando ci si ritrova a parlare di superintelligenza artificiale. Ciò che lo rende particolarmente rilevante, nel periodo di grandi aspettative e ancor più grandi timori che circonda l’IA, non è tanto il fatto che racconti una superintelligenza che sfugge al controllo umano, quanto i connotati religiosi che questo avvenimento assume. Ma c’è una differenza importante: nel racconto di Brown gli scienziati creavano un dio onnipotente senza rendersene conto; nella realtà presente, invece, molti dei protagonisti dell’industria IA stanno consapevolmente cercando di creare un dio che aiuti l’essere umano a superare una volta per tutte i suoi limiti.
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Note in tema di lavoro subordinato nel tempo presente
di Gianni Giovannelli
Poiché il lavoro vivo – mediante lo scambio tra capitale e operai – è incorporato al capitale e appare come un’attività che gli appartiene, tutte le forze produttive del lavoro sociale, non appena ha inizio il processo lavorativo, si presentano come forze produttive del capitale, esattamente nello stesso modo in cui la forma generalmente sociale del lavoro appare nel denaro come qualità di una cosa.
Karl Marx (Manoscritto economico 1861-1863; in Opere, vol. 37, pag. 48, Milano, 2023)
L’art. 1 della Costituzione italiana in vigore dal 1 gennaio 1948 , nel comma di apertura dell’intero testo, contiene un principio racchiuso nella sintesi finale di una discussione molto accesa e approfondita: una repubblica democratica fondata sul lavoro. Non uno stato dei lavoratori (come avrebbero voluto le componenti legate alle varie correnti del socialismo) e neppure poggiato sulla collaborazione fra le classi sociali (come da tradizione liberale o corporativa-cattolica); la colonna portante del compromesso raggiunto per avviare la ricostruzione post-bellica era semplicemente il lavoro, nella sua interezza, senza ulteriori specificazioni. Il testo proposto dai socialcomunisti (Togliatti e Nenni) fu bocciato di misura (239 voti contro 227) nonostante la conversione dei repubblicani di Ugo La Malfa; con più ampio divario furono respinte le proposte liberalconservatrici. Lo stallo venne superato su proposta, fra gli altri, di Aldo Moro e Amintore Fanfani, autori della stesura approvata dall’Assemblea Costituente il 22 marzo 1947, con acclamazione generale.
Il lavoro nella Costituzione
L’omissione di ulteriori chiarimenti non fu casuale, era il frutto di un accordo fra le diverse forze politiche presenti nell’assemblea costituente, con espressa esclusione dei nostalgici da quello che venne definito arco costituzionale (oggi non esiste più, gli ex fascisti sono da tempo dentro la maggioranza di governo o, alternativamente, nell’opposizione accettata).
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