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kelebek3

Nel pomeriggio, che fai?

di Miguel Martinez

In questi giorni si parla di Gaza.

Come sempre, riemergono discorsi ampiamente prevedibili.

Assumono caratteri da una parte macroscopici (“la guerra dell’imperialismo occidentale o il baluardo contro le orde islamiche?”), dall’altra parte miscropici (“bugiardi palestinesi, non è vero che i feriti erano tutti gravi, due erano lievi” “ah sì, e che mi dici del soldato israeliano filmato mentre diceva che odiava gli arabi, eh?”), che entrambi alla fine finiscono in gloria, a giocarsi l’Hitler Card.

Io vorrei provare a fare un altro discorso, che se non ci fosse tanta fuffa da entrambe le parti a nasconderlo, dovrebbe essere ovvio.

Senza legittimare o delegittimare degli Stati (lo “Stato” è un’arbitraria invenzione europea, scopiazzata in giro per il mondo in tempi molto recenti, spesso senza particolare successo), diciamo che nei fatti esistono due blocchi: Israele e Gaza. Ci sarebbe da discutere sul West Bank, ma semplifichiamo.

Gli israeliani raccontano la barzelletta, “stamattina voglio farmi un giro d’Israele” e l’altro gli fa, “e nel pomeriggio che fai?”, e infatti Israele è  grande – in chilometri quadrati – più o meno come la Puglia.

Gaza invece è grande più o meno come il Comune di Enna, solo che ha gli abitanti di Milano e Bologna messi insieme, spiaccicati dentro un imbuto largo più o meno la distanza che io cammino tutti i giorni. Definirlo un “carcere  a cielo aperto” può sembrare retorica, ma anche no.

Una volta che ci siamo orientati nello spazio, orientiamoci nella qualità di vita delle due comunità in questione.

La differenza è talmente abissale, che non merita di essere discussa qui. E non è misurabile soltanto nella qualità dell’acqua o delle scuole, ma anche nel fatto che chi abita a Tel Aviv può andare in vacanza a New York e chi abita a Gaza non è detto che possa nemmeno andare al mare, ed è così da memoria d’uomo.

Questo fatto segna indubbiamente numerosi punti vittima per gli abitanti di Gaza, e spiega la simpatia di cui godono in ambienti minoritari europei.

Ma la situazione degli abitanti di Gaza non è altro che quella della stragrande maggioranza dell’umanità oggi, con la differenza che quella di Gaza è costretta dentro una gabbia microscopica.

Gli abitanti di Gaza – a parte la condizione di prigionia trentennale – non vivono peggio di quelli di Kinshasa, di Caracas, di Mumbai, del Cairo, di Iztapalapa o di tutte le altre metropoli in cui miliardi di contadini sradicati sono stati cacciati e stipati, e dove si sono riprodotti, per dirla brutalmente, come conigli, perdendo legami e orientamenti storici: la Palestina storica fu un luogo straordinario di saggezza artigiana e contadina, in un ambiente difficile, la Gaza di oggi sono solo blocchi infiniti di cemento in balia di qualunque bombardiere che passi.

Mentre gli israeliani non stanno probabilmente meglio, in media, dei veneti.

E qui arriviamo al nocciolo.

Israele/Gaza sono il pianeta intero, ridotto in formato tascabile: Padova con a venti metri, Iztapalapa.

Quello che succede su scala paranoicamente ridotta a Gaza, sta succedendo nel mondo intero; una minoranza dell’umanità si illude ancora di qualche forma del mito del progresso, la maggioranza sa di non avere davanti alcun futuro, se non quello che riuscirà a conquistarsi con qualche forma di violenza.

A prima vista, non c’è dubbio – gli israeliani hanno la stellina in fronte, gli abitanti di Gaza sono gli sfigati.

Da cui nasce la forte simpatia di una certa Sinistra, nei confronti dei primi.

Che forse però è fuori luogo.

Infatti, la Sinistra – almeno quella marxista – diceva una cosa semplice e chiara: i proletari si fanno un mazzo così e producono tutte le cose utili di questo mondo.

E non hanno bisogno dei parassiti che si chiamano padroni e passano il tempo a farsi le vacanze alle terme a spese dei proletari.

In due parole: i padroni hanno bisogno dei proletari, i proletari non hanno bisogno dei padroni. E siccome c’è un fondo di verità in questa idea, i padroni non parlavano in genere male dei proletari, mentre i proletari parlavano malissimo dei padroni.

Ma oggi, le cose stanno esattamente al contrario. Perché la questione essenziale è che gli israeliani non solo non sfruttano i palestinesi: non ne hanno proprio bisogno.

Diciamo, ne hanno bisogno quanto noi abbiamo bisogno di un campo Rom sotto casa, o di un mendicante nigeriano con il cappellino ogni cinquanta metri. Che poi i nigeriani si atteggiano a simpatici, figuriamoci uno pure arrabbiato perché mio nonno ha rubato la nostra casa al suo.

Se non ci vogliamo raccontare balle, è impossibile rapportarsi con altri esseri umani, per sola pietà, senza avere qualcosa da scambiare.

A essere sinceri, la minor parte dell’umanità non ha proprio bisogno della maggior parte. Ci sono macchine, programmi informatici, droni, qualunque cosa, che riescono a fare meglio la fatica che facevano gli umani di una volta.

L’altro giorno, una mia amica, mamma separata con un bambino, l’hanno cacciata di casa, dicendole, “scusami, ma se affitto questo appartamento con AirBnB, guadagno 90 euro al giorno, e tu quelli non me li potrai mai pagare”. E in effetti, nemmeno lei ha saputo dare torto al padrone di casa. La mia amica a cosa serve?

Soprattutto quando cominciamo a capire che abbiamo passato il picco delle risorse: la coperta si fa sempre più stretta e il nostro compagno di letto è sempre più inutile.

L’Africa è immensa. L’Europa è immensa.

Tra l’Africa e l’Europa si stende un vasto mare, e comunque le centinaia di milioni di disperati che vorrebbero fuggire dall’Eritrea, dalla sovrappopolazione nigeriana, dalla desertificazione del Senegal o del Niger, dal prosciugamento del Ciad, dal collasso dell’Egitto, vengono diluite, annegano in mare, sanno che saranno torturate a morte e violentate e ridotte in schiavitù molto prima di arrivare in qualche centro di accoglienza italiana.

Eppure tanti affrontano la morte.

Ma la frontiera tra Gaza e Israele, anzi la fine del proprio mondo, è a mezz’ora a piedi, e cosa c’è di più normale, a sedici anni, che buttarcisi contro come falene che immaginano la luce?

Mentre gli israeliani non sono quella cosa immensa e vaga e burocratica che da Tallinn a Lisbona, fa finta di chiamarsi “Europa”, e che comunque può contare su un vasto mare profondo per annegare chi si avvicina.

E quindi è assolutamente naturale che gli israeliani rispondano sparando.

“Non si può sparare sui barconi dei profughi”, ci dicono i moralisti.

Dai posti di frontiera su Gaza ci rispondono, “certo che si può, basta tirare il grilletto!”

Come non c’è nulla di immorale nel tentativo di sfuggire dal naufragio, non c’è nulla di immorale nel fatto che chi ha comunque afferrato un salvagente, se lo tenga per sé. Non esistono salvagente a due posti.

Ogni volta che c’è una vera scelta da fare, non retorica, si spara.

E siccome gli inutili in questo mondo sono tanti, e stanno diventando sempre di più, è anche normale che si spari tanto. Non necessariamente con le armi da fuoco.

Prendiamo un contesto solo in apparenza diverso.

Vivo in un Comune, i cui esponenti parlano spesso di ambiente, verde, sostenibilità.

Ti fanno anche la lezioncina sulla differenziazione dei rifiuti, e ci sono anche regole sul tipo, se io abbatto un bosco per fare un grattacielo, da qualche parte devo piantare un alberello.

Poi quando si tratta di decidere tra ambiente e fare più soldi, da noi si trasforma l’ultima area rimasta naturale – tutto insieme – in inceneritore, terza corsia dell’autostrada, nuovo stadio e super-aeroporto. Dopo di che non resterà loro nulla da mangiare, e creperanno tra i propri rifiuti, ma tant’è.

La nostra specie è fatta così, e prima di giudicare qualcuno, sarebbe giusto camminare per un anno nei moccassini del buon boia con cinque figlioli, che a ciascuno deve fare un regalo a Natale, e non ha nessuna intenzione di farsi licenziare prima.

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