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politicaecon

Cosa si poteva (e doveva) fare

di Sergio Cesaratto

Questo post è stato prima in attesa de Il Fatto (suppongo fuori linea), poi di Micromega online (ero sovraesposto vista la pubblicazione della recensione di Formenti al libro), infine E&P era cortesemente disponibile a pubblicarlo, ma io stesso l'ho ritirato dopo gli eventi di domenica 27 maggio. Col senno del poi è però utile riproporlo anche per gli amici stranieri che leggono l'italiano. E' chiaro che quello che è successo domenica è gravissimo, e la conferma che l'Europa monetaria è nemica della democrazia. Oltretutto, come o a quali costi il presidente (minuscolo) Mattarella ritiene di portare il paese alle elezioni nel mezzo di una strisciante crisi finanziaria, a meno di sospendere la democrazia. La nomina di un uomo del FMI a presidente del consiglio rende il tutto ancora più oltraggioso. E grazie Germania per la tua leadership! Davvero non cambiate mai.

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Abbattere il rapporto debito/PIL, anzi stabilizzarlo. Per crescere

di Sergio Cesaratto

Come molti ritengo che il programma M5S-Lega abbia luci ed ombre. 

Gli effetti redistributivi a favore dei più benestanti della flat tax sono inquietanti (e sennò perché la si adotta), così come gli elementi di assistenzialismo del reddito minimo; prospettare la chiusura dell’Ilva è perlomeno irresponsabile; il tema della giustizia in chiave repressiva e così via.

In ogni caso tutto questo costa molto, inclusa la misura più benvenuta, quella di non spremere la vita delle persone sino a età in cui è più giusto si riposi. Può darsi che per ragioni propagandistiche (o pre-elettorali) i due partiti abbiano preferito anteporre obiettivi apparentemente troppo ambiziosi all’individuazione delle politiche macroeconomiche volte a consentirli, o forse si ritiene l’opinione pubblica incapace di comprendere discorsi economici complessi. Sia come sia, qual è dunque lo spazio di manovra per il nuovo governo? Nel quadro delle prescrizioni di politica economica che ci vengono dall’Europa tale spazio è nullo (o limitato al famoso zero virgola): lo sarebbe per qualsiasi governo intenzionato a tirar fuori il Paese dalla crisi.

Al centro delle prescrizioni europee c’è la riduzione del rapporto debito pubblico/Pil. Il documento programmatico (DEF) predisposto del governo uscente ritiene che la prosecuzione del percorso di riduzione del disavanzo porterà alla diminuzione del rapporto debito/PIL dal 131,8% del 2017 al 122 per cento del PIL nel 2021 attraverso avanzi di bilancio primari (avanzi al netto della spesa per interessi) che dall’1,9% del Pil nel 2018 salirebbero progressivamente al 3,7 % nel 2021, implicando dunque un’austerità crescente. Tuttavia, l’esperienza e la letteratura economica (ultimamente Boitani e Perdichizzi della Cattolica) mostrano ampiamente come abbattere il debito a colpi di austerità fiscale sia una controproducente fatica di Sisifo.

Recentemente altri studiosi come Bagnai, D’Antoni, De Novellis e Lenzi e persino il FMI hanno ricordato come la riduzione di quel rapporto dipende invece da due grandezze: i tassi di interesse che si pagano sul debito (che incidono sulla crescita del numeratore) e il tasso di crescita dell’economia (che incide sul denominatore). In verità il numeratore lo si abbatte anche coi surplus primari, ma questi incidono negativamente sulla crescita. Meglio allora una politica di rientro basata su bassi tassi di interesse e robusti tassi di crescita. E poiché i tassi di crescita implicano il ripudio dell’austerità fiscale, si devono perseguire disavanzi primari, non surplus. Se l’obiettivo diventasse poi quello di stabilizzare il rapporto debito/Pil (non ridurlo), la crescita possibile sarebbe ancora maggiore. Questo dovrebbe essere l’obiettivo di un nuovo governo orientato a far recuperare al Paese il benessere perduto e ad estenderlo a chi non ne ha mai goduto: stabilizzare il debito e crescere. La memoria dei lettori e lettrici di questa rivista risalirà alla Lettera degli economisti del giugno 2010 dove questo obiettivo era già indicato con chiarezza.

Il problema è che il nuovo governo non sarebbe tuttavia autonomo in queste scelte: i tassi dipendono fondamentalmente da quello che fa (o non fa) la BCE. Le scelte fiscali sono vincolate dai parametri europei. Ma la novità vera del nuovo governo è che si dichiara disponibile a sfidare l’Europa sulle politiche macroeconomiche, e che si è dotato (soprattutto la Lega) delle competenze economiche necessarie per sostenere le proprie scelte. La sfida va affrontata in primis con la proposta ragionevole sopra avanzata. L’impegno a stabilizzare il rapporto debito/Pil potrebbe essere persino accompagnato da clausole di salvaguardia (che scattano in caso di violazione). Circa i tassi di interesse la proposta che la BCE si tenga in pancia i titoli di Stato italiani (rinnovandone l’acquisito man mano che scadono) è del tutto ragionevole ed è stata avanzata già nel 2013 da uno dei più noti economisti europei, Wyplosz (oltre che più recentemente da Boitani e Minenna). Il proseguimento della politica monetaria espansiva e una rassicurazione della BCE sui titoli di Stato italiani consentirebbero all’Italia una ulteriore discesa dei tassi. Non nascondiamoci che, a quel punto, a non capire potrebbero essere non già i temuti mercati, quanto il partner europeo più influente, la cui classe dirigente unisce arroganza a ottusità. E’ la Germania che deve decidere se intende rendere l’euro sostenibile o meno!

Si sente spesso parlare da pulpiti disinformati che solo un’Italia obbediente alle regole potrebbe avere voce in capitolo nelle riforme europee in discussione. Purtroppo delle timide proposte di Macron per una minimo di politica fiscale federale non rimane più nulla a fronte dei nein tedeschi, ed è un bene che non si parli delle proposte tedesche volte a lasciare il debito pubblico italiano alla mercé dei mercati: l’Europa non è la priorità tedesca. Il nuovo ministro delle finanze tedesco, il socialista Scholz, ha presentato un bilancio fiscale basato sullo schwarze Eins, un avanzo di bilancio, in palese violazione delle regole di un’unione monetaria sostenibile che richiedono che il Paese leader sia traino e non zavorra (come sostenuto nel mio nuovo libro). La medesima Germania che ci trascina allo scontro sui dazi con Trump. Persino su proposte ragionevoli uno scontro duro con l’Europa è probabile. Per quello che conta, è tuttavia plausibile che a fronte di proposte progressiste più nette da parte del nuovo governo, un consenso di una parte significativa della comunità internazionale degli economisti non verrebbe a mancare.

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