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rinascita

Il ritorno dei partiti

di Carlo Formenti

È da decenni che sociologi, filosofi e politologi profetizzano la fine dei partiti politici, ridotti a reliquie del passato dalla globalizzazione, dai social network, dalla volatilità dell’elettorato e dal diffuso rifiuto della politica.

Queste tesi si sono diffuse assieme agli annunci di fine della storia, all’idea – divenuta luogo comune – del declino dello stato nazione, soppiantato dalle istituzioni della governance globale (senza stato niente partiti), all’ideologia “orizzontalista” dei nuovi movimenti (ecologisti, femministe, no global, ecc.) accomunati dal rifiuto di ogni struttura gerarchica (nei Forum mondiali ai partiti non era concesso diritto di parola).

Una mutazione culturale, osserva Paolo Gerbaudo in un lungo articolo dal titolo “The Return of the party”, pubblicato dalla rivista Jacobin, che non a caso evoca il classicissimo odio liberale nei confronti delle organizzazioni di massa del movimento operaio.

Già gli elitisti di fine Ottocento/inizio Novecento – con parole identiche a quelle che ascoltiamo oggi negli appelli “anti populisti” – paventavano i rischi di una democrazia partitica che avrebbe condotto alla “dittatura della maggioranza”.

Questa paura, annota Gerbaudo, nasce dal fatto che, mentre le classi dominanti – grazie alla loro esiguità numerica, alla stretta identità interessi, alle reti amicali e familiari, alle lobby che ne rinsaldano le relazioni, al controllo su media e istituzioni pubbliche – hanno meno bisogno di unirsi in partito, le classi subalterne – disperse, prive di mezzi economici e culturali, confinate in ambiti ristretti separati gli uni dagli altri – possono superare l’handicap solo unendosi nei sindacati e nei partiti politici e, se e quando ci riescono, solo dolori per le élite.

Infatti, in barba alla profezie di cui sopra, e sull’onda dell’urgenza di difendere interessi che le organizzazioni storiche, convertitesi al verbo neoliberista, non rappresentano più, ecco riapparire i partiti: il Labour di Corbyn vanta 600.000 iscritti, France Insoumise 580.000, Podemos più di 500.000, i Democratic Socialist of America 50.000.

Certo, non sono i vecchi partiti di sinistra, scrive Gerbaudo: usano anche loro i social media, ma per fare comunità e organizzare mobilitazioni, non per soddisfare i narcisismi individuali della classe media riflessiva, hanno strutture semplificate con vertici ridotti e leadership di tipo carismatico (populismi, commentano sprezzantemente i vecchi arnesi della politica tradizionale, che si sforzano di assimilarli ai populismi di destra).

Ma basta per turbare i sonni dei piani alti, ed è, si spera, solo l’inizio.

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Comments   

#1 gianmarcomartignoni 2018-11-01 21:13
Poichè Gerbaudo è una voce interessante e Carlo Formenti fa bene a riprenderlo , per sottolineare che si possono contrastare le tendenze in corso all'omolgazione determinata dal pensiero unico, sarebbe interessante al contempo che si sviluppasse un'analisi volta a comprendere perchè il cosiddetto " caso italiano " si è riverberato nel suo opposto.
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