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eticaeconomia

Il successo politico dei sovranisti: una conseguenza delle disuguaglianze?

di Frateblu

Una recente pubblicazione di Counterpoint e Open Society European Policy Institute raccoglie vari contributi che si chiedono se la recente ascesa politica nel Vecchio Continente delle forze politiche autodefinitesi sovraniste sia stata determinata da vecchie e nuove disuguaglianze economiche e da differenze culturali. La risposta, implicita o esplicita, tratteggiata dai vari autori, è affermativa. E, nella loro presentazione, i due curatori– Fieschi e Grabbe – chiariscono che il filo conduttore della pubblicazione consiste nel tentativo di identificare le condizioni economico-sociali e le disuguaglianze che hanno permesso la crescita delle forze populiste nell’urna e accresciuto la loro capacità di condizionare l’opinione pubblica. L’etichetta populista, molto friabile, come già documentato sul Menabò da Antonello Ciervo e Debora Di Gioacchino, negli intenti dei curatori comprende gruppi autodefinitisi sovranisti come AfD, Lega, FN nonché la politica di Trump negli USA.

Questi soggetti politici, e i loro slogan, derivano la propria forza dalla capacità di indirizzare i risentimenti e le ansie contro le élites a scapito delle minoranze e dei segmenti sociali più deboli. Il tema delle migrazioni si presta perfettamente allo scopo poiché veicola diversi tipi di risentimento: insicurezza economica, differenze culturali e timori identitari. Più specificamente vengono individuati quattro temi ricorrenti nelle campagne elettorali di queste forze politiche:

  • la grande maggioranza dei cittadini nazionali sarebbe discriminata nelle priorità dello stato a vantaggio di migranti o gruppi sociali vulnerabili;
  • vi è disuguaglianza di accesso ai posti di lavoro e ai servizi pubblici, sempre a vantaggio dei gruppi descritti prima. Inoltre, la crescente pressione sui servizi pubblici riduce la loro qualità e rende più difficile fruirne;
  • i flussi migratori spingono in una condizione di marginalità culturale le tradizioni nazionali;
  • la gran parte degli elettori sono costretti a fare sacrifici per garantire il benessere di quelle stesse élites che non li collocano al primo posto nella loro azione politica,

Tali temi e la più generale avversione verso le élites hanno trovato consenso nella società. Alcuni autori cercano di identificare le ragioni che hanno reso possibile tutto ciò.

Secondo Jonathan Wolff, alla base del risentimento verso le élites, oltre al peggioramento delle condizioni di vita materiale di ampi segmenti della società – documentato dall’indiscutibile divaricamento delle disuguaglianze di reddito e dall’aumento della povertà, – ci sarebbero le aspettative deluse. Infatti, argomenta Wolff, è profondo il risentimento anche di chi non è in condizioni di povertà economica ma vede le proprie ambizioni sistematicamente frustrate.

La storica fiducia che il ceto medio ha riposto in alcuni meccanismi di progresso sociale, – si pensi all’istruzione come condizione per un buon impiego a sua volta considerato essenziale per raggiungere un adeguato livello di benessere – è sempre più in discussione per larghi strati della società. Inoltre, da un lato, un numero crescente di giovani, sebbene occupati, non può permettersi un mutuo, dall’altro, il sistema pensionistico dà l’impressione, almeno nella percezione generale, di non poter garantire pensioni sicure e congrue. In questo contesto anche l’ambizione ad un modesto benessere sembra difficilmente realizzabile, e ciò alimenta la convinzione che le élites abbiano infranto il patto sociale in vigore a partire dal secondo dopoguerra.

A questo proposito Wolff ritiene necessario, oltre a essenziali riforme del welfare e a politiche che aumentino il benessere generale della popolazione, un rinnovamento dell’ambiente sociale e culturale che faccia sentire apprezzate e valorizzate proprio le fasce sociali che oggi vedono le loro aspettative economiche, per quanto modeste, frustrate; ed il riferimento principale è naturalmente al ceto medio in declino.

Martin Sandbu argomenta che i recenti sviluppi economici hanno creato un esercito di dimenticati che ha fatto nascere una nuova coscienza di classe, di natura ben diversa rispetto a quella classica determinata dal conflitto tra capitale e lavoro. E’ la coscienza di classe di chi è stato danneggiato dalla deindustrializzazione e dall’abbandono delle politiche socialdemocratiche che hanno caratterizzato il dopoguerra. Sandbu associa a precisi fattori economici e culturali la frustrazione popolare su cui fanno leva i discorsi sovranisti orientati contro le élites nazionali e internazionali, contro lo stato di diritto, gli stranieri, le minoranze, gli esperti, i gusti urbani e contro valori come l’eguaglianza di genere o la tolleranza di orientamenti sessuali non tradizionali. In particolare Sandbu riconduce la creazione di questa nuova coscienza di classe a quattro fattori socio-economici affermatisi degli ultimi decenni. Il primo è rappresentato da processi tecnologici selettivi che favoriscono competenze specifiche: le nuove tecnologie hanno travolto molti lavori tipici della classe media e hanno ridotto la probabilità di trovare lavoro di chi ha scarse competenze tecnologiche o non cerca occupazioni cognitive. Il secondo si riferisce alle barriere e alle rendite di posizione: soprattutto negli USA le grandi corporation e i loro manager hanno creato una rete di network al riparo dalla concorrenza da parte di nuove aziende. Gli enormi monopoli di carattere globale che ne sono risultati possono estrarre rendite gigantesche e garantire posizioni privilegiate a chi fa parte del network. Infine il terzo e il quarto fattore, strettamente legati tra loro, sono la deindustrializzazione e le disparità territoriali: nell’era del pieno impiego industriale si sviluppavano anche i territori rurali o storicamente in ritardo; ora, anche per effetto della concorrenza globale e dell’automazione tecnologica, non è più così. Le grandi comunità industriali, o i loro hinterland, sono state profondamente colpite mentre si sono sviluppate le città metropolitane e i centri universitari, meglio attrezzati a trarre vantaggio dall’economia dei servizi. Inoltre, gli abitanti delle città si sono più facilmente adattati a un’economia in costante evoluzione in cui il paradigma fordista e il lavoro a tempo indeterminato si andavano esaurendo. Sandbu sostiene che il minore senso di comunità e l’abitudine alla diversità che caratterizzano le città spieghino la maggiore facilità di adattamento a possibili rovesci economico-sociali da parte dei loro abitanti. Inoltre, il progressivo invecchiamento della popolazione porterà a creare buona parte dell’occupazione in lavori che sono stati storicamente svolti dalle donne; pertanto, nelle aree geografiche dove la tradizione non impedirà agli uomini di candidarsi a svolgere quei lavori si creeranno maggiori opportunità per tutti.

In breve, i recenti sviluppi economici hanno penalizzato gli individui con bassi livelli di istruzione e poco integrati in una rete di relazioni i quali mostrano insofferenza verso le élites che possono contare proprio sulle reti di relazioni per proteggersi dal rischio di improvvisi declini economici; sono stati penalizzati anche coloro che sono rimasti più legati ai luoghi, soprattutto a quelli in declino industriale, e gli uomini che hanno una concezione tradizionale delle occupazioni maschili e femminili. Tenendo conto di tutti questi elementi, Sandbu individua un gruppo di cittadini, un ceto preciso, che è più predisposto a farsi sedurre dalla tipica narrazione politica dei gruppi populisti o sovranisti.

Sulla scorta di queste considerazioni, giunge alla conclusione che la disuguaglianza e la stagnazione allargano le divisioni tra i gruppi in precedenza indicati e propone due rimedi: alimentare la domanda aggregata e combattere più energicamente le disuguaglianze. Tutto ciò richiede un pacchetto di politiche radicali tra le quali spiccano il reddito minimo e la nazionalizzazione dell’offerta di moneta.

Un tema comune alle analisi di Wolff e Sandbu, è la crescente frustrazione che si accompagna alla delusione di non sentirsi protagonisti del proprio destino, che tanti cittadini imputano alla politica tradizionale. A quella stessa frustrazione sembra richiamarsi, per ora con successo elettorale, la sbrigativa proposta sovranista di riprendere il controllo dei propri confini. Entrambi gli autori argomentano che, in un’epoca in cui i sistemi economici e sociali garantiscono meno sicurezza che in passato a larghi strati della popolazione, è diventato relativamente facile raccogliere consensi intorno alla tesi che élites consapevoli hanno dimenticato il cittadino comune. Quindi occorrono politiche di sviluppo o di welfare tese a migliorare il benessere dei dimenticati dalle ultime fasi di crescita economica (Sandbu) ed è necessario dare nuovamente dignità, anche culturale, al ceto medio in declino (Wolff) allo scopo di contrastare la narrazione politica sovranista.

Malgrado il loro interesse queste analisi si prestano a diversi rilievi critici, soprattutto a causa della loro incompletezza e relativa superficialità. Anzitutto, si ha l’impressione che l’evidenza empirica su cui gli autori basano le proprie conclusioni sia generalmente scarsa. Entrambi non riportano neppure una bibliografia di riferimento sebbene vi sia abbondante ricerca su questi temi. Inoltre, la loro analisi del successo politico sovranista è limitata: restano esclusi paesi come Spagna, Portogallo, Grecia che non hanno vissuto l’espansione di queste forze politiche sebbene siano stati esposti agli stessi processi economici nel corso dell’ultimo ventennio. Si può, pertanto, concludere che le crescenti disuguaglianze e la creazione di una classe di dimenticati possono essere condizioni necessarie per una svolta populista come quella che si è avuta in molti paesi europei ma non vi sono prove per considerarle anche sufficienti.

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