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senso comune

Il Partito, finalmente!

di Mimmo Porcaro

Per anni ci siamo rimbambiti a forza di movimentismo, orizzontalismo, apologia della rete. Ma nonostante le pretese emancipative degli uni e degli altri, le diseguaglianze di classe non hanno fatto un passo indietro, né sono mutati i rapporti tra dirigenti e diretti nelle nuove o vecchie organizzazioni politiche. Vecchie burocrazie, nuovi capetti, pletore di referendum online non solo non hanno fatto fare passi avanti alla democrazia interna (anzi), ma soprattutto non sono stati in grado di produrre uno straccio di pensiero politico adeguato alle esigenze di questa difficilissima fase storica.

Per fortuna qualcuno (mi riferisco a Paolo Gerbaudo e ad Aristoteles) ha ricominciato a parlare di partito. Finalmente! Piuttosto del superamento immaginario del verticismo e piuttosto delle ubriacature di democrazia diretta, che nascondono sempre gerarchie occulte e producono paralisi decisionali o colpi di mano decisionisti, meglio riprendere in considerazione la vecchia forma partito, darne per scontati i limiti (se ne dovrà discutere a lungo, ma dopo…), attrezzarsi a contrastarli , ma intanto ragionare sulle performance politiche che tale forma ha consentito, e che potrebbe riprodurre.

Per questo motivo intervengo brevemente nella discussione, indicando, prima di tutto, alcuni problemi generali che si dovrebbero tenere sempre presenti, anche se la loro soluzione concreta può essere molto diversa a seconda delle situazioni, ed anche le questioni immediate sono di altra natura, come dirò alla fine.

Prima di tutto, per aderire bene a tutte le pieghe della società, e per contribuire alla sua trasformazione, il partito deve tornare ad essere, con un paradosso solo apparente, una sorta di controsocietà: deve costruire al proprio interno rapporti diversi da quelli dominanti. In un mondo come il nostro, disgregato, popolato da identità fluttuanti e deboli e perciò incapaci di contrastare il forte processo di divaricazione fra le classi, il partito deve strutturarsi come una istituzione autonoma, stabile e forte. Deve farlo, soprattutto se vuol tornare a svolgere quella che è la sua funzione più nobile, ossia la trasformazione delle classi subalterne in classi potenzialmente dirigenti.

Una istituzione autonoma, ossia una vera istituzione, è quella che può essere agevolmente distinta dall’ambiente circostante, e che quindi trae informazioni dall’ambiente esterno ma le elabora in maniera specifica ed originale: il partito, insomma, non può limitarsi a registrare le molteplici domande sociali, ma deve selezionarle ed ordinarle secondo una gerarchia di obiettivi.

Una istituzione stabile è tale quando elabora uno scopo preciso e lo mantiene costante nel tempo. Ciò è l’esatto contrario di quel che accade oggi alle imprese private e ad un numero crescente di agenzie pubbliche che sono divenute ormai un “fascio di contratti”, e quindi sono il risultato instabile di relazioni pattizie facilmente revocabili, e funzionali a scopi mutevoli e spesso contradditori. Un partito, se ha un progetto serio, deve durare, e quindi definire una serie di principi resi intangibili dalle norme statutarie. Quanto sopra vale in particolare per un’organizzazione che voglia affrontare i compiti storici che si pongono al nostro paese: la riconquista dell’autonomia politica dei lavoratori e dei cittadini, la ridefinizione delle alleanze internazionali, la modifica della produzione (prima ancora che della distribuzione) del reddito. Tutte cose che richiedono un progetto di lunga lena, una continuità d’intenti capace di resistere alle inevitabili “opa” ostili, un gruppo dirigente omogeneo nelle scelte di fondo.

Una istituzione forte, infine, non è – come molti potrebbero temere – un’organizzazione autoritaria, ma è un processo di lavoro politico che trasforma i propri aderenti e seguaci, non soltanto perché produce e rinsalda, con miti di fondazione e riti di appartenenza, una determinata ideologia, ma soprattutto perché modifica le capacità degli individui e (almeno in parte) la loro stessa posizione di classe. Perché fa sì che ciascun aderente acquisisca capacità di gestione/trasformazione dei processi di produzione sociale e della politica di stato. E ottiene questo risultato non semplicemente attraverso scuole di partito, ma 1) promuovendo la riflessione collettiva su concrete esperienze realmente condivise (l’esatto contrario della connessione fantasmatica che avviene nei social), 2) organizzandosi in modo da favorire la socializzazione del sapere di ciascuno, e quindi la costruzione di un pensiero comune che superi il più possibile quella divisione fra lavoro qualificato e lavoro dequalificato che è il perno degli attuali meccanismi di sfruttamento e dominio.

Un tempo si diceva: “unire i lavoratori del braccio e quelli della mente”. Oggi le linee di divisione sono cambiate, ma non sono meno rigide. I partiti di massa, con tutta la pesantezza dei loro limiti strutturali, sono stati nel Novecento il luogo del superamento o della riduzione delle divaricazioni di sapere interne alla “classe”. Oggi ci si pone un compito analogo, decisivo per chi vuole ricostruire un dialogo con le classi subalterne. Detesto ogni discorso di “quote”, ma se quote devono essere, forse, oltre che rosa, devono cominciare ad essere rosse: per ogni lavoratore di fascia medio superiore ce ne vuole uno di fascia opposta. Se non due. Se si vuole tornare a trasformare i subalterni in dirigenti, questo soprattutto bisogna fare.

Tutte queste, dicevo all’inizio, sono considerazioni che si devono sempre tener presenti, ma che non aiutano immediatamente ad iniziare la costruzione di un soggetto politico nelle condizioni date. Che sono, ed anche questa è la difficoltà, condizioni incomplete. Almeno tre sono, infatti, gli elementi che possono condurre alla costruzione di un nuovo partito: una nuova dinamica internazionale (e ciò è importante soprattutto per un paese come il nostro), un nuovo panorama politico-culturale interno, una nuova mobilitazione delle nostre classi di riferimento.

Il primo elemento è presente. In effetti vi è una tendenza mondiale neosocialista che ha due caratteristiche: 1) parte nelle metropoli dell’Occidente: Usa, Gb, Francia, e parzialmente Spagna; 2) presuppone o implica una critica, esplicita o meno, della globalizzazione e una rivalutazione della sovranità nazionale come spazio di realizzazione della sovranità popolare.

Il secondo elemento è solo parzialmente presente: nonostante la “caccia al rossobruno”, il “dagli al nazionalista” e tutte le altre squisitezze promosse dalle autodefinitesi “classi colte”, una parte tutt’altro che minoritaria della cultura della sinistra italiana (o proveniente dalla sinistra) è decisamente schierata su posizioni consone a quelle della tendenza neosocialista mondiale. A ciò non corrisponde ancora però né la piena percezione della necessità di sostanziare l’autonomia culturale con l’autonomia politica, né la presenza di un numero di militanti e quadri sufficiente a superare la soglia minima dell’esistenza politica.

Il terzo elemento è invece assente. Anzi, peggio: è presente in forme che rendono più difficile il compito dei costruttori di un nuovo partito. La forte protesta sociale contro l’establishment liberista-europeista non dà infatti luogo a conflitti precisi e a nuovi movimenti, coi quali un nuovo partito potrebbe entrare in rapporto, ma si esprime nell’appoggio ad un governo ed ai già esistenti partiti che lo compongono. Il rapporto con le masse diventa quindi un rapporto “mediato”: non precisamente l’optimum per chi voglia inaugurare una autonoma politica popolare.

Ciò detto, bisogna pur cominciare con quello che c’è. Ad esempio trasformando la cultura in politica; costruendo punti di contatto stabili tra piccole forze, dai quali far scaturire iniziative e campagne comuni; iniziando un rapporto continuo con le esperienze estere; monitorando tutti insieme i conflitti sociali per trovare il bandolo della matassa. E magari definire una posizione comune nei confronti delle elezioni europee, se non è ancora possibile promuovere una lista alternativa. Bisogna fare tutto ciò anche se i tempi non sembrano maturi: senza la un’iniziativa soggettiva i tempi non matureranno mai o, se lo faranno, non ci sarà nessuno a raccogliere i frutti.

Molte sono le condizioni per il grande cambiamento (cito forse infedelmente Brecht), ma è sempre possibile lavorare per esso.

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