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Coordinamenta2

“Uomini”

di Elisabetta Teghil

“Il femminismo non ha cambiato gli uomini, ma gli uomini hanno cambiato il femminismo”
Mary Kate Fain, Tradfem.wordpress.com

Molti uomini, attualmente, si dichiarano “femministi” e nostri “alleati”. Va molto di moda. Si sprofondano in dichiarazioni in favore della lotta delle donne, condannano i comportamenti maschilisti, si dichiarano favorevoli alla così detta parità in tutti gli ambiti, da quello del lavoro a quello dei compiti domestici e familiari, portano in giro i figli con il passeggino, si sdilinquiscono nel cambiare i pannolini, si dichiarano attentissimi alle esigenze e ai desideri sessuali della consorte, partecipano alle manifestazioni femministe…fanno autocoscienza. A parte il fatto piuttosto frequente che poi nei rapporti affettivi, sentimentali, lavorativi, amicali si comportano nella migliore tradizione maschilista, ma questo potrebbe far parte delle vicende umane perché la coerenza non è di questo mondo.

Il problema è ben altro.

L’uomo “femminista” è la diretta conseguenza di una deriva che ha preso una parte del movimento femminista dagli anni ’80 in poi quando ha cominciato a sostituire l’analisi politica con quella sociologica, psicologica, culturale e ha perso di vista i principi di base che informano il patriarcato.

Il patriarcato è un modello economico. I ruoli sessuati sono costruzioni sociali, non hanno nulla di “naturale” e sono costituite per poter sfruttare al meglio i soggetti posti al lavoro. Il modello economico patriarcale ha funzionato e funziona. E’ riuscito ad estorcere alle donne il lavoro di cura e riproduttivo gratuito, ha costruito gli uomini in funzione dominante e gerarchica nei confronti delle donne in modo che il modello non subisse incrinature, fosse estremamente produttivo e fosse dotato di compiti ben precisi: la parte femminile cresce la prole secondo la scala di valori dominante, la parte maschile abitua i figli/e all’obbedienza all’autorità e ne gestisce il rapporto esterno con la società. Chiaramente questa costruzione ha subito e subisce modifiche e adattamenti a seconda delle lotte che vi si oppongono e/o delle esigenze del capitale per cui si è arrivati anche alle famiglie arcobaleno e alla GPA senza che per questo il modello sia stato messo in crisi, semmai addirittura si è rinsaldato. E’ chiaro che l’uomo viene costruito secondo categorie di dominio, di comando, di gerarchia e di pretesa di obbedienza e la donna con principi di sottomissione, di rispetto della filiera gerarchica, di riconoscimento dell’autorità, di pazienza, di comprensione e via dicendo. Sono tutte cose che sappiamo bene. Molte si sono dimenticate però che se c’è un dominante e una dominata, le modalità di lotta non possono essere condotte insieme.

E’ successo che negli anni ’80-90 del ‘900 siano state concepite alcune teorizzazioni riguardanti il genere che hanno spostato il focus rispetto al funzionamento del patriarcato e quindi al riconoscimento del nemico. Pur partendo da assunti condivisi anche dal femminismo materialista, cioè che i ruoli sessuati sono costrutti artificiali, che l’eteronormatività è uno strumento del dominio per ribadire un certo tipo di funzionamento sociale, che il concetto di “normale” è un’imposizione del sistema, queste teorizzazioni ritengono che non si debba nominare il genere perché questo ribadisce il costrutto che ci viene imposto, che siamo tutt* ingabbiati nei ruoli sessuati, sia uomini, sia donne, sia altre configurazioni che esistono ma che non vengono riconosciute e che quindi tutt* insieme dobbiamo lottare per la decostruzione e la distruzione della “normalità” imposta. Non avrebbe più senso, quindi, il separatismo femminista che anzi viene condannato come scelta identitaria.

E’ un certo femminismo, quindi, che ha creato l’uomo “femminista”. Da una parte alcune hanno dimenticato chi è il nemico o hanno fatto finta di dimenticarlo perché interessate solamente alla loro promozione personale, scordando che le concessioni così come vengono date possono essere tranquillamente tolte. Dall’altra hanno dimenticato che oppressione di genere, di classe, di razza non possono essere scisse, ma che, allo stesso tempo, ogni componente sociale che subisce un’oppressione deve necessariamente partire da sé e cercare di costruire la sua lotta in modo che diventi momento scardinante dei principi a cui si informa il dominio.

Non siamo noi donne a dichiararci tali, non siamo noi a scegliere il ruolo che giochiamo in questa società, è il sistema patriarcale e, in questo periodo storico, neoliberista che ci costruisce e ci carica della relativa oppressione. Quindi il riconoscere la nostra specificità e il separatismo non hanno nulla di identitario, ma è il partire da noi che permette il riconoscimento del nemico, dell’oppressione e le conseguenti modalità di lotta.

Il partire da sé, dalla propria oppressione per arrivare a delle conclusioni politiche che riguardino la totalità dell’esistente è uno degli assunti di base del femminismo

Altrimenti autodeterminazione, autorganizzazione, spezzare il ciseteropatriarcato, lottare contro questo sistema oppressivo… son belle parole ma prive di strumenti per agire. Le lotte non devono essere unite, ma portate a sintesi.

E poi, uomini? Quali uomini? Quelli borghesi, quelli in posti di comando, quelli sfruttati, quelli neri, bianchi, gialli, rossi, a pallini? quelli immigrati o i nativi, quelli che hanno il potere politico o quelli che non lo hanno e lo subiscono? Troppe domande dovrebbero farsi gli uomini se ne sono capaci e, soprattutto, se volessero veramente farsele.

Perché è vero che l’oppressione maschile nei confronti delle donne è trasversale, che la mettono in atto poveri e ricchi, sfruttati e sfruttatori dato che il patriarcato è un modello economico che viene assunto e imposto e infine interpretato in maniera specifica per ogni classe e frazione di classe, ma la risposta non può essere interclassista, di stampo culturale e indirizzata alla sensibilizzazione dei singoli che dovrebbero capire gli errori che stanno facendo. Questa è l’impostazione che viene portata avanti anche nelle scuole con la così detta educazione alla differenza e contro la violenza di genere. Per non parlare dei corsi e delle iniziative per il recupero degli uomini “maltattanti”!

Ci ricorda la borghesia che scende in piazza contro le proprie malefatte…dalla devastazione ambientale alle morti sul lavoro…Chi detiene il potere vuole cambiare gli aspetti più tragicamente inquietanti, non la sostanza delle cose, per non cambiare niente…non vuole essere additato come quello che distrugge il pianeta ma come quello che si dà da fare per salvarlo.

E, così, gli uomini vogliono cambiare gli aspetti eclatanti dell’oppressione patriarcale ma continuare a darci i buffetti comprensivi sulle guance.

E’ utile ricordare quello che ha scritto Ulrike Meinhof sul numero 12 del 1968 della rivista Konkret con riferimento ad un’assemblea della Commissione femminile del Sds, la Lega degli studenti, a Francoforte

[…] [Le donne] non si sono lamentate e non si sono presentate quali vittime chiedendo compassione, comprensione, una lavastoviglie, parità di diritti tra uomini e donne, e quant’altro. Hanno invece cominciato ad analizzare la sfera privata, l’ambiente maggiormente vissuto, i cui carichi sono i loro carichi; e sono arrivate alla conclusione che gli uomini sono oggettivamente gli agenti della società capitalista per la repressione delle donne, anche quando soggettivamente non vogliono esserlo […].

O quanto hanno scritto le Rote Zora in Militanza come danza sul ghiaccio nel 1993, riportato nell’autoproduzione “Rote Zora, guerriglia urbana femminista” delle Editrici Femministe Appassionate, a proposito della scelta separatista e del rapporto con i “compagni”

[…] alcune di noi nutrivano infatti l’illusione che nella lotta collettiva mista i conflitti di genere non sarebbero stati eccessivi. Sostenevano che la radicalità dei “nostri” compagni doveva, e poteva, esprimersi anche mettendo in discussione la loro identità patriarcale e che gli uomini avrebbero avuto l’apertura mentale per abbracciare la nostra lotta femminista […] ci siamo rese conto che a impedire la collaborazione erano il pensiero e il comportamento patriarcale dei “nostri” uomini[…] L’organizzazione comune con gli uomini ci blocca nel nostro pensiero e nel nostro sviluppo e intralcia continuamente la definizione di una prospettiva femminista rivoluzionaria.[…]

O quanto scritto da Christine Delphy in un famoso articolo del novembre 1977, pubblicato sul numero 1 di Questions féministes e dal titolo Nos amis e nous, Fondements cachés de quelques discours pseudo-féministes

[…] Tous ces amis, ces partisans masculins de la libération des femmes, ont plusieurs points communs: ils veulent se substituer à nous; ils parlent effectivement à notre place; ils approuvent la libération des femmes, et meme la partecipation des susdites à ce projet, tant que libération et femmes les suivent et surtout ne le précèdent pas; ils veulent imposer leur conception de la libération des femmes, qui induit la partecipation des hommes, et réciproquement ils veulent imposer cette partecipation pour controler le mouvement e le sens: la direction, de la libération des femmes[…]

Se gli uomini volessero veramente cambiare questo modello produttivo, dato che i ruoli sessuati di questo sono parte integrante e funzionale, perché di questo si tratta, dovrebbero battersi contro i cardini che lo sorreggono e non perdersi in ciance dichiarandosi femministi. Non serve a nulla se non ad irritarci profondamente e a farci capire che la loro inveterata abitudine al potere si esprime anche nella pretesa di volersi infilare in lotte che non appartengono loro e in cui invece vogliono mettere bocca.

L’abitudine al potere comporta un‘ arroganza di fondo che si esprime continuamente, in ogni atto della vita. Avete mai visto qualcuno che detenga il potere lasciarlo così senza colpo ferire? Se viene costretto dalle circostanze, da mutati rapporti di forza, prima cerca di dimostrarsi democratico, comprensivo, condiscendente…concede diritti…firma accordi…concede compartecipazione…quando poi questo giochetto non gli riesce diventa più violento ed arrogante di prima, e quando il giochetto invece gli riesce e capisce che la controparte ci è cascata, la sua arroganza straripa. In un caso o nell’altro noi abbiamo sempre perso ed abbiamo accresciuto la nostra sudditanza.

Se ci sono veramente degli uomini a cui il loro posizionamento in questa società sta stretto, bene che la smettano di dichiararsi femministi perché sono fuori posto e si diano da fare per conto loro per smontare la ruolizzazione e la meritocrazia, il legalitarismo e la gerarchia, il controllo sociale e la “sicurezza” forse così da qualche parte, prima o poi, può darsi che le nostre strade si incontrino.

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Comments

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Mario Marino
Thursday, 16 January 2020 10:30
Caro Luca, perfetto.
La prossima volta che un razzista mi parla dell'immigrato invasore nero come "nemico", adesso so cosa rispondere. Usero' le tue parole: "filosoficamente esagerato, anche se emozionalmente comprensibile..".
Grazie!
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Luca Benedini
Monday, 13 January 2020 18:34
Caro Mario,
a parte il fatto che mi addebiti proprio quello specifico termine di Elisabetta che ho esplicitamente contestato (il che mi fa sorgere molti dubbi su quel che significherà mai per te la parola "dialogo"...) e il fatto che a quanto pare associ alla parola "amore" l'espressione "sticazzi!" (il che mi fa sorgere altrettanti dubbi sulla profondità dei tuoi intenti affettivi...), quello che chiami "politically correct" ha a che fare per me semplicemente col rispetto umano, con l'etica, con l'affetto, con la comunicatività, con il senso della dialettica del vivere (probabilmente, del resto, in origine la "political correctness" non era altro che queste cose, in fondo, anche se poi ha cominciato a diventare frequentemente una sorta di facciata ipocrita dietro cui cercare di nascondere un sostanziale menefreghismo).... Il "problema" (problema dal punto di vista concettuale, ma vera e propria tragedia dal punto di vista della storia umana) è che da Stalin in poi tutte queste cose sono praticamente scomparse dal quadro politico-culturale ed esistenziale della cosiddetta "sinistra rivoluzionaria" (tutta presa dalla questione del potere), così come in modi un po' diversi erano praticamente scomparse in precedenza pure dal quadro corrispondente della cosiddetta "sinistra moderata" (soprattutto con la sostanziale approvazione della prima guerra mondiale). Le eccezioni a queste due tendenze parallele sono state MOLTO rare, specialmente quando qualche partito dell'una o dell'altra di queste due correnti è entrata per via insurrezionale o elettorale nella "stanza dei bottoni" del proprio paese.... Alcuni appunti intorno alla questione si trovano in "Dopo gi errori di Seattle" (https://www.sinistrainrete.info/sinistra-radicale/14007-luca-benedini-dopo-gli-errori-di-seattle.html).
Così, mentre ai tempi di Marx ed Engels il socialismo cercava di essere non solo lotta di classe tra proletariato e borghesia ma anche - appunto - rispetto umano, etica, affettività, comunicatività, senso dialettico (a sua volta strettamente connesso al senso della scientificità e allo studio della realtà), ecc., in una "visione d'insieme" dell'essere umano, della società, della storia e del mondo, nell'ultimo secolo è insorta nella cosiddetta sinistra l'abitudine di considerare la politica e l'economia MOLTO al di sopra di tutte queste cose (viste in pratica, alla fin fine, più che altro come colossali rotture di scatole...) e di sposare un machiavellismo estremamente cinico - e spesso brutale in un modo o nell'altro - che s'interessa sostanzialmente solo al potere e, nei casi meno peggiori, ai rapporti economici tra le classi sociali. La qualità dei rapporti umani, la capacità comunicativa e affettiva delle persone, la lealtà interpersonale? Bubbole...! I commenti di Lenin (nel suo "testamento politico") sulla grossolanità di Stalin e sulla sua scarsa capacità di essere tollerante, leale e cortese, di avere rispetto per gli altri e di saper essere poco egocentrico sono purtroppo diventati il perfetto specchio dei risultati di tutte le "grandi rivoluzioni" della seconda metà del '900.... Parallelamente, la "sinistra moderata" ormai tipicamente s'identifica di fatto col neoliberismo, accetta i "piani di aggiustamento strutturale" del Fmi che strangolano le popolazioni del Terzo mondo (e non solo), ecc., in un'altra colossale presa in giro della qualità di vita delle classi lavoratrici....
Nel tuo commento hai messo il dito esattamente nella piaga: che rottura di scatole per il manovale sfruttato l'idea di rapportarsi con le donne come con degli esseri alla pari - nella loro naturale diversità biologica rispetto agli uomini - e magari di amarle, di ascoltarle, di consultarle, di desiderare sin da oggi (per quanto possibile, ovviamente) la loro libertà e liberazione.... Molto meglio usarle, in pratica.... Ma non era così il "socialismo scientifico" ottocentesco, né sono così molti compagni di oggi.... Tra l'altro, il tuo punto di vista appare essere esattamente ciò che i "grandi ricchi" e il neoliberismo cercano di fare alle classe lavoratrici: renderle grossolane, poco sensibili umanamente, poco comunicative, povere di affettività.... E a te questo, a quanto pare, sembra rivoluzionario....
L.
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Mario Marino
Wednesday, 08 January 2020 01:11
Luca Benedini, ho firmato col cognome, posso aspirare al secondo premio "politically correct 2020", il primo é tuo tranquillo.
Parli di "amore" (sticazzi!), e "proletariato" e poi trovi legittimo considerare "nemico" il manovale sfruttato che rischia la vita ogni giorno, in quanto "maschio".
Peggio di Salvini siete..
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Luca Benedini
Saturday, 04 January 2020 15:40
Sicuramente non hanno bisogno di questo commento Elisabetta e Nadia, ma forse potrebbero trovarlo "utile" i vari maschi che le stanno accusando a spron battuto, quasi mai avendo il coraggio - e la trasparenza - di firmarsi col proprio nome intero (un caso...?). La questione di cui parlano E. e N. può trovarsi definita in modi che appaiono più accessibili al pensiero maschile in opere come quelle di Mary Daly (p.es. "Al di là di Dio Padre", e purtroppo ben poco di lei è stato pubblicato in italiano nonostante la sua genialità, o forse proprio per la sua genialità...) e persino - se si è disposti a rifletterci sopra - in quelle ottocentesche di Friedrich Engels (in particolare la parte sui rapporti tra i sessi in "L'origine della famiglia..." e la parte filosofica del cosiddetto "Antiduhring", dove si prende in esame l'agire della dialettica nell'esperienza umana e nel mondo).
Quello che dicono E. e N. non è per niente piacevole per l'altra metà del genere umano (e personalmente trovo filosoficamente esagerato, anche se emozionalmente comprensibile, l'uso continuato del termine "nemico" nell'articolo), ma mi pare corrisponda ampiamente con l'esperienza personale degli esseri umani, il che viene a significare da un lato che la liberazione di qualcuno non riesce mai a seguire qualcun altro che abbia in gran parte altre questioni da affrontare ma "necessita" di essere approfondita, elaborata e vissuta soprattutto interiormente e insieme con altre persone che stiano affrontando analoghe questioni (e questo è tra l'altro il basilare principio su cui funzionano i "gruppi di auto-aiuto" e corrisponde pienamente a uno dei princìpi di base dell'esperienza socialista ottocentesca che sosteneva che nessuno può liberare il proletariato se non il proletariato stesso...), e dall'altro che purtroppo temo che l'accumulo di esperienze relazionali sostanzialmente negative con gli uomini sia per il mondo femminile un'esperienza decisamente frequente....
Non sempre ciò che è vero è piacevole.... Amare passa anche per la fondamentale comprensione - o percezione, o profonda intuizione - di queste tematiche.
L.
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G. Lombardi
Saturday, 04 January 2020 10:19
L'articolo della Teghil e il commento di Nadia Marini, sono espliciti e ci dicono che il femminismo è interclassista e internazionalista. Facciamocene una ragione. Forse l'unico modo per limitarlo, non certo per batterlo, è creare a nostra volta un movimento maschile interclassista e internazionalista o faremo tutti la fine dei padri separati: senza casa, senza stipendio e senza dignità.
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Fabrizio Marchi
Saturday, 04 January 2020 10:18 Like Like Reply | Reply with quote | Quote
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Mario F.
Saturday, 04 January 2020 03:16
Nadia MarinI, nel merito: ma ti rendi conto di cosa hai scritto?? Io credo che se continuano articoli come questo, il sito dovrà cambiare il nome in "DESTRA IN RETE".
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Mario F.
Monday, 30 December 2019 09:21
Nadia Marini, la qualità del tuo italiano riflette perfettamente la qualità del tuo pensiero.
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Nadia Marini
Sunday, 29 December 2019 22:31
Molto buono l'articolo, molto chiaro. E viene a chiarire per molte donne che vogliono confondersi con l'idea degli uomini cosi detti di sinistra che vogliono classificare il movimento femminista come "lotta di classe". Non vogliono capire che è un movimento formato da donne anche di classe sociali diverse, pertanto non può essere classificato cosi. E come sempre, a favore di questa tesi che l'autrice diffende, sono solo uomini che danno messaggi sempre contro, naturalmente. Mi fatte ricordare Rosa Lussemburg, sempre citata come femminista perchè ripeteva quello che volevano gli uomini suoi compagni; insomma diceva che la lotta è per il socialismo, la lotta delle donne sono meschine. (nel fratempo le donne continuano a essere dipendente, morire, disoccupate, sottomesse). Lei lottava soltanto per i diritti civili e il lavoro. Ha avuto un rapporto con un suo "compagno " per 15 anni. Quando ha finito lui voleva ammassarla. Lei donna lottatrice ha comprato un revolver e cosi ha sopravvissuto. Il socialismo senza la lotta delle donne non liberta la sua condizione. Ricordiamo che Gorbaciov veniva nell'occidente, scendeva dalla porta principale dell'aereo e Raissa, sua esposa scendeva dalla porta di servizo (quella dove si carica l'aereo). poi si facevano vedere insieme. Questi messaggi mascolini e maschilista ci fanno ben capire che questo articolo ha colpito nel punto giusto
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Rino DV
Friday, 27 December 2019 21:10
Bene. Un articolo coerente con l'interpretazione consolidata della Sinistra relativamente alla "Guerra dei Sessi" (locuzione non mia, ovviamente).
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Contribuisce a chiarire agli UU la posizione ad essi assegnata dal Femminismo, a coloro che non ne conoscono le origini (che è la Classe Agiata californiana degli anni '50) e a tutti coloro che sono incerti su rapporto da instaurare con esso. Quello maschile è il sesso sfruttatore da battere e abbattere attraverso la conquista della psiche, attraverso l'imposizione dei valori femministi nel mondo morale (sentimenti, forme mentali, immagine del mondo e quindi comportamenti).
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L'articolo è utile anche in quanto spiazza i maschi pro-feminist più che irridendo alla loro azione individuandoli come quinte colonne del nemico.
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Bene. Dopo la lettura, in qualche altro maschio (due, cinque, sette...) è sorto un sospetto.
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Lasciamo che questo tarlo lavori.
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Quando si vince non si deve cercare di stravincere perché "...il più delle volte si periclita". (N. Machiavelli)
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Rino Della Vecchia
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