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Covid-19, Trump e l'isteria maccartista contro la Cina

di Carlo Formenti

Sette deputati repubblicani ultraconservatori hanno sollecitato la ministra dell’Istruzione Betsy DeVos, miliardaria e strenua sostenitrice di Trump, a indagare sugli studenti cinesi iscritti in varie università americane. Ma la DeVos sta facendo di più, come documentato da un articolo di Giuseppe Sarcina sul Corriere del 6 maggio: è infatti impegnata in un’inchiesta a vasto raggio per accertare se alcune di queste università siano diventate “piattaforme per la propaganda del partito comunista cinese”. In altre parole, stiamo tornando ai tempi della caccia alle streghe scatenata dal senatore Joseph McCarthy negli anni Cinquanta contro tutti gli intellettuali (scrittori, registi, professori, attori, ecc.), accusati di essere “spie sovietiche” per avere espresso opinioni di sinistra (anche se moderate).

Del resto questo rigurgito di maccartismo si intona alla perfezione con il clima di isteria anticinese che Donald Trump ha scatenato nelle ultime settimane (con il non recondito intento di guadagnare voti in vista delle prossime elezioni presidenziali agitando lo spettro di un nemico esterno). Ormai la situazione ha assunto toni grotteschi tali da scatenare l’ilarità, se non fosse che questo ritorno a un clima da Guerra Fredda comporta seri rischi di innescare conflitti ben più devastanti fra le due maggiori potenze mondiali.

Così Trump e il suo braccio destro Pompeo insistono, ancorché clamorosamente smentiti dalla comunità scientifica internazionale, nell’accusare la Cina di avere “costruito” il Covid19 come arma biologica e di esserne fatti sfuggire il controllo (non possono ovviamente accusarla di aver volontariamente scatenato l’epidemia, perché le sue prime vittime, come è avvenuto, sarebbero stati i cinesi stessi).

Tuttavia nemmeno la tesi di un “incidente”, su cui lo stesso Pompeo ha ripiegato (contraddicendo quanto aveva detto pochi secondi prima nel corso della stessa intervista al Network Abc) appare sostenibile, visto che gli scienziati (compreso il virologo ufficiale di Trump, Fauci, peraltro subito “punito” per la sua insubordinazione) hanno ripetutamente asserito che il virus è palesemente di origine animale (forse proveniente dai pipistrelli, come quello della SARS, del quale è presumibilmente una mutazione adattativa). Ma si sa, la verità, quando gli Stati Uniti cercano le ragioni per scatenare un conflitto, conta poco: basti ricordare le “prove inoppugnabili” dell’esistenza di armi di distruzione di massa negli arsenali iracheni, che il generale Colin Powell sventolò con inossidabile faccia di bronzo in un’assemblea dell’ONU, oppure il famigerato “incidente del Tonchino”, in ragione del quale un mai avvenuto attacco vietnamita a navi Usa, giustificò l’avvio dei bombardamenti su Hanoi.

Le “prove” non verranno certamente fatte mancare con l’aiuto di parte dei servizi (perché non tutte le agenzie sembrano disposte ad avallare la massa in scena di Trump e soci) appartenenti alla rete internazionale che comprende anche Gran Bretagna, Canada e Australia (protagonista com’è noto di intrusioni a danno degli stessi alleati occidentali).

Finora i Paesi europei sembrano nicchiare, ma non è certo che resistano a lungo alle pressioni che arrivano d’Oltreatlantico. Primi segni di cedimento sono le richieste di “trasparenza” rivolte al governo cinese con inviti a consentire a una commissione “indipendente” di visitare i laboratori di Wuhan e le accuse di “responsabilità oggettiva” in merito alla mancata comunicazione tempestiva dei dati sull’epidemia. Accuse che andrebbero estese praticamente a tutti i governi che le lanciano: basti pensare al disastro provocato dal negazionista Boris Johnson e ai ritardi con cui tutti i Paesi europei hanno reagito ai primi segni di pandemia. Per tacere delle ridicole “richieste di risarcimenti” (pare le voglia avanzare perfino la Regione Lombardia, forse per far dimenticare le sue gravissime responsabilità, a partire dall’ecatombe dei ricoverati nelle RSA). Richieste che non hanno alcun fondamento giuridico né potranno avere seguito, se non come preambolo a ulteriori rilanci (guerra dei dazi, neutralizzazione dei crediti cinesi, ecc.) di una escalation di cui i nostri media e le nostri classi politiche sembrano sottovalutare, se non ignorare del tutto, i possibili esiti catastrofici.

Dopo la guerra di Corea e la guerra del Vietnam gli Stati Uniti sembrano pronti a scatenare un nuovo conflitto nell’area del Pacifico. Siamo disposti a pagarne il devastante costo economico – oltre che in vite umane – che andrebbe a sommarsi a quello della crisi sanitaria e dei suoi effetti sulla tenuta del sistema produttivo mondiale? E questo solo per certificare la nostra fedeltà a una potenza in declino disposta a tutto pur di non rinunciare alla propria egemonia?

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