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La politica economica di Trump: lacrime e sangue al cubo

di Il Pungolo Rosso

Sul Manifesto di domenica 10 novembre, l’economista Emiliano Brancaccio ha esposto in modo sintetico quella che sarà, con tutta probabilità, la politica economica del prossimo quadriennio trumpiano alla Casa Bianca: “dal fisco, alla spesa sociale, alla regolamentazione del lavoro, la “Trumpnomics 2.0” sarà quella di sempre: una politica economica al diligente servizio del capitale americano” (forse sarebbe stato meglio dire: all’ultra-aggressivo servizio del capitale americano).

Trump, infatti, ha promesso più volte che rafforzerà il suo “Tax Cuts and Jobs Act”. Nel 2017 aveva abbattuto l’imposta massima sui profitti delle imprese dal 35% al 23% (Brancaccio dice, però, al 21%) operando un taglio fiscale da 1.500 miliardi di dollari, che è andato a vantaggio delle 400 famiglie dinastiche più ricche sfondate d’Amerika – mentre l’aliquota fiscale media per il 50% delle famiglie statunitensi meno abbienti era, al 2018, del 24,2% – non era mai successo nella storia degli Stati Uniti che il lavoro salariato pagasse tasse con un’aliquota superiore a quella del capitale. Non contento di questo, Trump intende portare la tassazione del capitale al 15%, “nel tripudio dei grandi azionisti di Wall Street. Inoltre, il nuovo presidente ha annunciato tagli rilevanti al prelievo federale sugli straordinari e sulle pensioni più alte”.

Conseguenza: il crollo fino dei fondi statali per la previdenza sociale di circa il 30%, in modo da “comprimere ancora il residuo welfare pubblico per ripristinare l’assoluto predominio delle assicurazioni private”. Il suo socio Musk ha già quantificato in 2.000 miliardi di dollari il taglio netto da operare sulla spesa sociale complessiva del bilancio federale che oggi ammonta a 6.750 miliardi circa. Il tutto in nome della “efficienza”.

E per incentivare i consumi della classe lavoratrice? Per quelli Trump intende rilanciare “la soluzione che tanto piace al potere finanziario: misure fiscali per dimezzare i tassi d’interesse sulle carte di credito e alleviare il costo dei mutui per l’acquisto di elettrodomestici, autovetture e case. Una delle possibili attuazioni è che le banche ricevano vantaggi fiscali se riducono gli oneri per i consumatori indebitati.

“Se a questo scopo servirà allentare i vincoli a un nuovo boom dei debiti, nessun problema: Trump è intenzionato a rimuovere gli ultimi lacci normativi che imbrigliano la finanza. Per molti versi, sembra la riedizione degli anni ruggenti che precedettero la crisi del 2008. La bolla speculativa che gonfia l’economia americana si espanderà ancora prima di scoppiare. Alla fine, stesi per terra, si ritroveranno i lavoratori in bancarotta”. La ricetta “magica” dell’aumento dell’indebitamento dei proletari come strumento utile di soggiogamento e di incremento dello sfruttamento – più si è indebitati, più, per cercare di uscire dall’incubo, si cerca con affanno il lavoro, si ricorre allo straordinario, si sta lontani da qualsiasi forma di conflitto con i padroni.

Quanto poi alla promessa di riportare negli Stati Uniti gli impianti delle multinazionali attraverso il blocco delle importazioni e i dazi protettivi, Brancaccio osserva, giustamente, che “il protezionismo di Trump non costituisce affatto un’eccezione. Da Obama a Biden, da oltre un quindicennio le amministrazioni Usa stanno alzando barriere commerciali e finanziarie sempre più alte. È quello che la segretaria al Tesoro uscente ha definito friend shoring: fare affari solo con gli “amici” e tenere alla larga i “nemici”, specialmente se creditori verso l’America”. Con quali risultati effettivi per “i lavoratori nativi”? Non pervenuti. Certo, i capitalisti statunitensi di imprese decotte o in difficoltà crescenti rispetto ai concorrenti europei o asiatici, ne beneficeranno, con una certa protezione anche per i loro dipendenti, che saranno comunque pressati a intensificare la produttività – la boutade propagandistica di Musk sul “lavorare 80 ore a settimana gratuitamente” per il suo Dipartimento, non riguarda certo i suoi privilegiati collaboratori che saranno retribuiti profumatamente, è invece un messaggio ai lavoratori comuni affinché lavorino sodo senza lamentarsi dei salari che prendono. E, naturalmente, senza ricorrere ai sindacati che per Musk e simili vanno distrutti.

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi su quale sarà la “Trumpnomics 2.0” (per quanto sia inverosimile, e lo è, in Italia ci sono ancora ammiratori di Trump che pretendono di essere “compagni”!), li ha sciolti ieri Trump in persona ricevendo a Mar-a-Lago il presidente dell’Argentina Milei, primo capo di stato a incontrarlo dopo la sua rielezione, con questo saluto: “Il lavoro che hai fatto è incredibile. Make Argentina Great Again, ecco, MAGA. Lui è un individuo MAGA”. In precedenza aveva definito Milei “un modello per il resto del mondo“, ed è noto che il ministro Sturzenegger, uno dei più fanatici affamatori delle lavoratrici e dei lavoratori dell’Argentina, è stato nei mesi scorsi a colloquio con Musk su come de-regolare l’economia statunitense. Dalle testimonianze e dalle lotte del Polo Obrero e del Partido Obrero che abbiamo più volte ripreso e rilanciato su questo blog, i nostri lettori dovrebbero essere informati quale tipo di “incredibile lavoro” Milei abbia fatto in appena nove mesi: 3-400.000 disoccupati in più, inflazione alle stelle con riduzione dei salari dei pubblici dipendenti del 16,5% e degli occupati più stabili nell’industria del 2%, tagli brutali (dal 28 al 60%) alla spesa statale per la salute, l’educazione, le mense popolari, leggi di polizia per stroncare le manifestazioni (senza, però, riuscirci) e feroce attacco giudiziario e massmediatico ai dirigenti del Polo Obrero e del movimento piquetero. Sul versante-guerra, poi, Milei aveva già concluso con l’amministrazione Biden accordi per la vendita di aerei e la costruzione in Argentina di fabbriche a capitale yankee per la produzione di munizioni … E’ chiaro di che modello si tratta?

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