Tre controriforme e un solo obiettivo: rafforzare l’esecutivo indebolendo gli altri poteri
di Pier Paolo Caserta
Dal referendum Renzi al taglio del Parlamento fino alla riforma della magistratura, tre interventi diversi ma con un filo comune: indebolire l’equilibrio dei poteri a vantaggio dell’Esecutivo. Sullo sfondo, il ruolo delle Big Tech e il caso Meta-Barbero.
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Le tre controriforme
Le ultime de-forme costituzionali, o i tentativi di attuarle, hanno tutte avuto un comune umore di fondo e un comune intento politico generale. Le de-forme in questione sono quella renziana del 2016, rimasto un tentativo non andato a buon fine; il taglio del Parlamento, andato invece a buon fine; e, da ultimo, il tentativo in atto di indebolire il Consiglio Superiore della Magistratura.
La cornice all’interno della quale si muovono queste controriforme, o tentativi di attuarle, è per molti versi la stessa e identico è l’obiettivo politico di fondo: l’alterazione dell’equilibrio dei poteri a favore dell’Esecutivo. Tutte vanno valutate alla luce della loro capacità di proiezione verso questo obiettivo. Costituiscono altrettanti passi verso la sua realizzazione.
Ovviamente nessuno si presenterà ai cittadini dicendo che intende compromettere l’equilibrio tra i poteri e rafforzare in misura abnorme l’Esecutivo.
È necessario presentare le cose in altro modo. Così tutte e tre le controriforme, o tentativi di attuarle, sono accomunate non soltanto dall’intento politico generale, ma anche da un fondamentale elemento di comunicazione e di persuasione politica.
Tutte hanno una vetrina accattivante: un’esca dietro la quale deve essere ritrovato il nocciolo reale del loro significato politico generale.
Nel caso del tentativo di de-forma della magistratura, il tema apparentemente ragionevole della separazione delle carriere esercita un indubbio effetto persuasivo.
Tre volte NO
Le ultime tre controriforme costituzionali – o tentativi di controriforma (quella renziana del 2016, il taglio del Parlamento del 2020 andato a buon fine sotto il pretesto della riduzione dei parlamentari, e infine quella sulla Giustizia) – presentano tutte una vetrina accattivante che nasconde e indora il nucleo dell’attacco alla separazione dei poteri e del potenziamento dell’Esecutivo.
Tutte e tre sono inquadrate perfettamente dal modo di dire “buttare il bambino con l’acqua sporca”: il merito ha un’importanza relativa, costituisce la vetrina, ma devono essere valutate alla luce della volontà politica di cui sono emanazione e che le unisce in una logica omogenea, inscritta nella tecnocrazia neoliberale e nella sua indole oligarchica.
La vetrina accattivante è allestita organizzando pulsioni impolitiche (ovviamente partendo anche da alcuni dati di realtà e da gravi storture, altrimenti la proposta non sarebbe appetibile) e riempita di volta in volta dai prodotti civetta:
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il superamento del bicameralismo perfetto (riforma Renzi-Boschi del 2016);
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la mancanza di qualità e la corruzione della classe politica (riforma costituzionale del 2020);
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la separazione delle carriere (riforma Nordio).
Sono pretesti messi al servizio di una specifica volontà politica.
A partire da questo schema di base, il tentativo di riforma del Consiglio Superiore della Magistratura aggiunge alcuni elementi di novità, leggibili in relazione alla torsione apertamente neo-autoritaria dell’Occidente tecno-capitalistico.
Cosa ci dice il caso Meta
Oscurando Barbero, di fatto Meta è entrata nella campagna referendaria italiana. Ovviamente il motivo alla base dell’atto censorio disposto dalla multinazionale digitale statunitense, ed eseguito dalle sue agenzie italiane, è del tutto pretestuoso. Barbero avrebbe commesso un errore affermando che la magistratura, in caso di vittoria del SÌ, finirebbe sotto il controllo dell’Esecutivo, perché la riforma – sostengono i fact-checker – prevede che parte dei magistrati venga nominata dal Parlamento, non dal Governo.
L’argomentazione è risibile. Barbero sostiene un ragionamento di prospettiva, che coincide con quello qui delineato. L’obiettivo della riforma è l’indebolimento del CSM e questo progetto prelude all’alterazione dell’equilibrio dei poteri, in ultima analisi a favore dell’Esecutivo.
L’indebolimento di uno degli altri poteri costituisce di per sé uno sbilanciamento a favore dell’Esecutivo. Questo è lo schema omogeneo che consente di leggere insieme le ultime tre de-forme.
Nel caso della riforma della magistratura, il potere giudiziario verrebbe posto sotto il controllo del potere politico, non ancora direttamente dell’Esecutivo; ma la logica di prospettiva è quella.
L’obiettivo è togliere alla magistratura il controllo di legittimità sull’azione della polizia giudiziaria e sull’attività dei servizi di sicurezza. In questo senso la riforma va letta nel suo combinato disposto con il Pacchetto Sicurezza.
Impresa e politica: la fusione neoliberale
Non è peregrino chiedersi perché una multinazionale digitale statunitense sia entrata in un dibattito pubblico riguardante la riforma della magistratura italiana.
Non è possibile parlare di Intelligenza Artificiale in astratto senza ricordare che si tratta di un mercato interamente in mano a privati, gestito secondo logiche manipolatorie e opache, che esercita un profondo condizionamento.
Un SÌ al referendum potrebbe essere visto con favore da investitori statunitensi? Più correttamente: potrebbe risultare coerente con un progetto di ristrutturazione tecno-autoritaria del neoliberismo.
Il rafforzamento dell’Esecutivo non va inteso come rafforzamento della dimensione politica. È vero il contrario. Si intende smantellarla e privarla di autonomia.
Il cardine dell’ideologia neoliberale è che l’Impresa controlli la politica. L’Esecutivo deve prevalere sugli altri poteri come traduzione politica dell’efficientismo aziendalista e del dogma della governabilità.
Se l’Impresa assume il controllo della politica e l’Esecutivo comprime gli altri poteri, la conclusione è che l’Impresa diventa il vero decisore.
Le grandi multinazionali digitali sono emanazione del nuovo potere tecnocratico, che si presenta come neutrale, oggettivo, esperto. Anche la censura assume forma levigata e impersonale.
Il fact-checking come strumento neutrale semplicemente non esiste. È un prodotto del neoliberismo tecnocratico e impolitico, al servizio del nuovo potere oligarchico.
La torsione tecno-autoritaria
La riforma della magistratura, dietro l’esca della separazione delle carriere, conduce un attacco all’equilibrio tra i poteri. Si lega strettamente al progetto globale di governance neoliberale.
Luciano Gallino sottolineò come il finanzcapitalismo richieda la flessibilità del diritto e la sua adattabilità alle esigenze del capitalismo globale. La novità è che il progetto neoliberale curva oggi in senso apertamente tecno-autoritario. La tecnocrazia neoliberale vuole governi nazionali “forti”, ma non democratici. Li vuole tendenzialmente repressivi e funzionali agli interessi del mercato globale.
Di questi processi l’intervento censorio di Meta è una spia rivelatrice. La posta in gioco non è una riforma tecnica. È l’equilibrio costituzionale. E quando l’equilibrio si altera, la democrazia non crolla improvvisamente.
Si svuota lentamente.









































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