Attacco all'Iran: resistenze nell'inner circle di Trump
di Davide Malacaria
Diversi media hanno riferito indiscrezioni sull’ultimo briefing sull’Iran tenuto alla Casa Bianca, riportando la riluttanza di alcuni dei partecipanti ad attaccare. Secondo due fonti che hanno parlato ad Axios, riporta Dave DeCamp su Antiwar, il Capo degli Stati Maggiori congiunti, generale Dan Caine, che pure aveva accolto con fervore l’ordine di aggredire il Venezuela, sarebbe un “guerriero riluttante” riguardo l’Iran, “perché vede il grande rischio di scatenare una guerra prolungata che farebbe vittime statunitensi”.
Secondo il Wall Street Journal, Caine “ha avvertito che qualsiasi guerra contro l’Iran esaurirebbe le scorte militari statunitensi, dal momento che gli Stati Uniti hanno utilizzato un gran numero di intercettori per difendere Israele durante la Guerra dei 12 giorni del giugno 2025”. Inoltre, il New York Times ha riportato che “Caine non poteva dare le stesse garanzie di successo assicurate per il Venezuela”.
Sempre Antiwar riporta che anche il vicepresidente J.D. Vance è scettico, aggiungendo però che nessuno oserà contrastare la scelta finale di Trump. Trump, per parte sua, ha smentito le indiscrezioni, com’è naturale che sia. Ciò per due motivi: anzitutto, se lo spiegamento di forze serve a piegare l’Iran ai diktat Usa, simili narrazioni minano nel profondo tale strategia; in secondo luogo, se ordinerà l’attacco, non può permettere che si dica o scriva che il comandante supremo dell’esercito non creda in quel che sta facendo.
Nel post dell’imperatore un cenno significativo: Trump ha smentito l’ipotesi di un attacco limitato che stava circolando con insistenza sui media. Un’opzione alla quale Teheran aveva reagito in maniera durissima, dichiarando che anche se fosse attaccata in tale modalità la sua risposta sarebbe alzo zero. Concordanza degli opposti.
Ma che nell’inner circle di Trump ci siano resistenze è confermato dalle dichiarazioni di Lindsey Graham, il portavoce dei neocon e persona più che informata sugli interna corporis dell’Impero, il quale ha confidato ad Axios che “diverse persone vicine al presidente Trump gli stanno consigliando di non bombardare l’Iran”.
Ovviamente Graham “ha esortato il presidente a ignorarle”, aggiungendo che le perdite di soldati americani sarebbero giustificate dal fatto che comunque si eviterà un male peggiore (sic).
Insomma, il dado non è ancora tratto. Tanto che, a quanto pare, iniziano a serpeggiare dubbi a Tel Aviv. Riportiamo da Middle east monitor: “Secondo il canale israeliano Channel 12 News, la percepita esitazione di Washington sta provocando preoccupazione a Tel Aviv”.
“Una fonte statunitense che ha incontrato il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu la scorsa settimana ha affermato che Netanyahu ha lasciato l’incontro alla Casa Bianca con il Presidente Trump senza avere chiarezza sulle sue intenzioni. La stessa fonte ha detto che Netanyahu ha chiesto: ‘Trump è ancora con noi? Sono preoccupato'”.
Di una discrasia tra Netanyahu e Trump ha scritto anche Shahir Shahidsaless su Middle east eye: “Le pressioni di Trump sul Primo Ministro Benjamin Netanyahu affinché ponga fine alla guerra di Gaza suggeriscono il desiderio di una de-escalation regionale piuttosto che quello di aprire un nuovo e imprevedibile fronte”.
Ci sono poi le parole di Steve Witkoff che, in un’intervista, ha dichiarato che Teheran tra solo una settimana potrebbe costruire una bomba atomica. Molti analisti hanno ricordato come tali scadenze siano state già annunciate in passato e in maniera ossessiva, e sono sempre risultate boutade propagandistiche.
Colpisce che stavolta la smentita venga da una fonte inattesa, il Jerusalem Post, sul quale si legge che Witkoff ha “omesso di specificare che l’Iran attualmente non ha accesso al suo materiale [fissile], né ha macchinari per arricchirlo, né un programma di armi per poterlo utilizzare per scopi operativi”.
Tale smentita è riportata in una nota di Caitlin Johnstone pubblicata sul sito del Ron Paul Institute, che ripercorre le menzogne che hanno puntellato le avventure militari americane del passato.
Ma quelle attuali, aggiunge, “non sono bugie del solito calibro. Di solito riceviamo propaganda di guerra di qualità migliore. Questa robaccia è pensata per convincere le persone più stupide delle zone più stupide degli Stati Uniti e per chi già vorrebbe andare in guerra con l’Iran”.
“Il consenso all’invasione dell’Iraq è stato prodotto da mesi di saturazione mediatica ad alta energia, progettata per sfruttare la potenza dell’isteria post-11 settembre sulla possibilità di un attacco straniero sul suolo americano. Questi sono solo stracci propagandistici e funzionari governativi che scoreggiano in un microfono e ci danno degli idioti”.
Ma la clamorosa boutade di Witkoff potrebbe avere un’altra spiegazione. Se si vuole un accordo, si vuole anche che possa essere propagandato come uno strepitoso successo, un successo tale che giustifichi i milioni di dollari spesi per inviare in Medio oriente l’invincibile armada per poi farla tornare in patria senza aver sparato un colpo. E l’aver sventato in limine una minaccia nucleare, ovviamente inesistente, può servire allo scopo.
Per tornare alla nota di Shahidsaless, egli, come altri, ipotizza che alla fine Trump si tirerà indietro e spiega lo sfoggio muscolare e le improvvide dichiarazioni del presidente con “la teoria del pazzo”, ideata dallo stratega Thomas Schelling.
Lo studio di Shelling s’intitola: “La razionalità dell’irrazionalità come coercizione strategica: credibilità e successo“. Così nell’abstract: “Lo studio ipotizza che un coercitore possa utilizzare un comportamento percepito come irrazionale per influenzare il comportamento del soggetto della coercizione, instillando in questi la paura riguardo le potenziali conseguenze e costringendolo così ad accettare un accordo per evitare un’escalation”.
Fin qui le note di speranza, che però aleggiano su un mare buio e tempestoso, dal momento che tutti danno per scontato l’attacco. Giovedì il nuovo round negoziale tra Iran e Stati Uniti. Tutto sospeso fino ad allora.
Nota a margine: mentre i negoziati sull’Ucraina sono in stallo, si può notare come Zelensky si sia fatto più aggressivo, insultando i russi e gridando che non cederà mai. Toni più duri del solito. In altre note abbiamo accennato a come la guerra ucraina e la crisi iraniana scorrano su vie parallele.
Suggestione: se Mosca e Pechino dessero luce verde sull’Iran, che sarebbe costretta a capitolare in fretta senza il loro invisibile aiuto, potrebbero scambiare tale placet con la pace in Ucraina. Tale potrebbe essere la proposta indecente dei neocon che Netanyahu controlla e guida. Solo una suggestione la nostra, si prenda come tale.









































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