Il capitalismo fragile
di Guglielmo Forges Davanzati
Nel panorama del dibattito macroeconomico contemporaneo, il libro di Dario Togati Il capitalismo fragile. La crisi della fiducia e l’America di Trump (Diarkos, 2026) presenta tratti di originalità; la sua chiarezza espositiva – derivante da uno stile piano e largamente privo di tecnicismi – è accentuata dal frequente ricorso a illustrazioni fumettistiche. Il tema centrale del libro è la fiducia e, al tempo stesso, la critica alla sostanziale assenza di questa categoria nella teoria economica dominante. Quest’ultima – come è noto e in estrema sintesi – di ispirazione liberista e di matrice utilitarista, si fonda sulla convinzione per la quale l’Economia sia una scienza con uno statuto metodologico affine alle “scienze dure” (fisica, matematica), dedita esclusivamente ai problemi attinenti all’allocazione di risorse scarse fra usi alternativi dati. Date queste premesse, si mostra che un’economia di mercato deregolamentata – ovvero in assenza di interventi esterni – tenda spontaneamente all’equilibrio. La concorrenza, vista in quest’ottica, è la precondizione per la generazione e la diffusione del benessere materiale e per la crescita economica, quest’ultima quantificata dall’andamento nel tempo del Prodotto Interno Lordo, definito come il valore dei beni e servizi finali prodotti da un’economia in un dato intervallo di tempo. L’assioma alla base di questa conclusione è quello dell’homo oeconomicus, ovvero di un agente economico rappresentativo che massimizza una funzione obiettivo con preferenze esogene (assioma motivato dal de gustibus non est disputandum), dati i vincoli esogeni di scarsità.
L’agire economico viene così concepito secondo una dinamica di impulso-risposta basata su incentivi, ai quali gli agenti economici rispondono sempre calcolando. In tal senso, in questa struttura teorica, non si fa, a rigore, riferimento alla fiducia, ma al rischio.
Il libro si interroga, nella sezione introduttiva e poi nella parte conclusiva, sulla razionalità delle scelte che hanno portato Donald Trump alla Presidenza degli USA, sgombrando il campo dalla teoria del ‘pazzo al potere’. Non è, tuttavia, un testo strettamente su Trump, sugli effetti dei dazi, sulle cause delle guerre in corso o sul disordine globale attuale. La gran parte della trattazione – accessibile anche ai non addetti ai lavori – riguarda il dibattito macroeconomico fra neoclassici e keynesiani e attiene alla formazione delle aspettative, alla funzione degli investimenti e dei consumi, al commercio estero, al ruolo delle politiche fiscali e monetarie.
Togati ritiene che Trump non sia un “asteroide” e che, pure a fronte di consolidate opinioni nell’ambito dell’orientamento dominante, sia impossibile e sostanzialmente anche indesiderabile tornare alla globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta; delle cui storture l’attuale Presidente USA è appunto, secondo l’autore, la massima espressione. L’emergere di Trump nella scena politica statunitense viene ricondotto da Togati a una crisi di sfiducia. Su questo tema, l’autore sposta correttamente l’attenzione su uno dei fondamentali discrimen fra l’approccio neoclassico e quello keynesiano, laddove quest’ultimo – soprattutto nella tematizzazione degli animal spirits – considera le fondamentali decisioni economiche come dominate da un’incertezza radicale, per sua natura non misurabile. E, infatti, la teoria economica dominante tende a presentarsi come scienza per sua natura assiomatica.
Il tema posto da Togati, con particolare riferimento al nesso fiducia-crescita, si presta ad alcune considerazioni che richiamano il fatto che la produzione politica di sfiducia da parte di Trump sia parte di un progetto ideologico di estremizzazione delle connotazioni liberali e liberiste dell’economia e della società statunitense.
- Sebbene la gran parte degli economisti abbiano sostanzialmente sempre pensato che la fiducia istituzionale sia un fondamentale presupposto per il corretto funzionamento di un sistema economico, il modello di Trump sposta l’angolo visuale sulla fiducia privata – al deal – ovvero all’accordo fra privati, nel quale il più abile riesce a ottenere il massimo tornaconto. In questo schema, l’apparato delle norme formali conta sempre meno, spingendo il sistema a un grado di deregolamentazione che probabilmente non si è mai conosciuto prima. Ciò potrebbe dar conto del superamento dei dispositivi che hanno governato, negli ultimi decenni, l’ordine internazionale (si pensi, all’estremo, all’idea dell’acquisto della striscia di Gaza da impiegare per fini turistici).
- L’incessante delegittimazione degli organi di stampa – e la continua produzione di fake news – sembra essere funzionale a far diventare la parola del leader l’unica fonte di discernimento fra ciò che è vero e ciò che è falso.
Per quanto possa apparire paradossale, la scommessa di Trump è ripristinare in pieno l’egemonia americana – e far fronte alla deindustrializzazione prodotta negli anni della globalizzazione – proprio mediante il ricorso alla produzione politica di incertezza e della correlata sfiducia. Ciò sia sul piano interno, sia sul piano esterno. In politica interna, lo smantellamento del settore pubblico – descritto come sola fonte di inefficienza (si pensi al piano Schedule F) – dovrebbe servire a stimolare gli investimenti privati, a ragione dei minori costi di produzione e della minore burocrazia. Per quanto attiene alla politica internazionale, il ricorso ai dazi, teorizzato in particolare dall’economista Steven Miran, consigliere di Trump, dovrebbe essere funzionale ad accrescere il gettito fiscale e a ridurre il passivo della bilancia dei pagamenti, a vantaggio – si suppone – della produzione manifatturiera USA. Il ricorso alle guerre non è, poi, estraneo a questa strategia, dal momento che – in modo intenzionale o meno – gli shock geopolitici che i conflitti producono tendono, di fatto, a rendere convenienti le rilocalizzazioni. Ciò per numerose ragioni: fra queste, soprattutto quella per la quale l’aumento (effettivo o atteso) del prezzo del petrolio, combinato con l’incremento dei costi della logistica, può spingere le imprese statunitensi a tornare in patria. A ciò si somma l’aumento della domanda di gas naturale da parte delle aree (Europa in primo luogo) fortemente dipendenti da energia importata, che stimola la produzione interna statunitense. È anche da considerare che l’instabilità geopolitica spinge verso il c.d. “friend-shoring” – fenomeno già in atto – e, dunque, verso la rilocalizzazione della produzione in Paesi politicamente non ostili.
Il testo di Togati consente di cogliere un fondamentale rischio associato a questa strategia: il continuo cambiamento delle regole del gioco, attuato mediante i canali social direttamente gestiti dalla Presidenza USA, può facilmente dar luogo a un crollo degli investimenti per effetto del deterioramento degli animal spirits e, dunque, come conseguenza proprio del venir meno del patto istituzionale della fiducia.













































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