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La spada nella roccia o della pace disarmata e disarmante 

di Gianni Di Noia

La storia è quella di Galgano Guidotti, un giovane cavaliere nato intorno al 1148 da una famiglia della piccola nobiltà...

La cronaca di tutti i giorni ci parla di conflitti globali e locali diffusi in ogni dove. Sembra che il conflitto sia il naturale punto di sfogo della nostra società di consumi e Mercato. Nazioni in lotta tra di loro per la conquista di territori, di fonti di approvvigionamento. Scontri tra bande di diversa provenienza sociale. Fino alle liti condominiali che arrivano alla violenza fisica.

Sembra poi che il racconto e la cronaca di questi fatti, invece che far nascere un clima di deterrenza che porti a cercare di respingere il conflitto alimenti, invece, un senso di rabbia e produca ulteriore violenza.

Negli ultimi anni a contrastare questa escalation sono arrivati forti gli appelli alla pace di papa Francesco e di papa Leone XIV. Il primo parlava semplicemente di “artigiani della pace” a indicare come la pace si debba costruire con il contributo concreto di ogni persona nel suo vissuto quotidiano.

Papa Leone XIV fin dal primo giorno dell’elezione ha parlato di una “pace disarmata e disarmante”, a ricordare che la costruzione della pace non è solo un atteggiamento individuale non violento passivo, ma una condizione attiva capace di contagiare gli altri, di spegnere le tensioni.

Credo che un bel modo di “contagiare” gli altri sia quello di raccontare storie, tale il potere della narrazione. E nell’approssimarsi delle vacanze estive non posso non raccontare una storia forse poco conosciuta che ho scoperto qualche anno fa nella tranquilla campagna toscana.

A metà strada tra Grosseto e Siena, in mezzo a distese di campi di girasole, c’è una bellissima abbazia cistercense sconsacrata, di cui sono rimaste intatte le pareti e che per tetto ha il cielo aperto. Poco distante dall’abbazia, in cima a una collinetta, c’è una chiesetta rotonda che custodisce un’antica spada infitta nella roccia.

La storia è quella di Galgano Guidotti, un giovane cavaliere nato intorno al 1148 da una famiglia della piccola nobiltà. Come molti giovani del suo rango, fu addestrato alle armi e visse per anni la vita del cavaliere: violenta, orgogliosa, votata al conflitto.

La tradizione racconta che l’arcangelo Michele apparve due volte in visione al giovane Galgano esortandolo a cambiare vita e ad arruolarsi nella “milizia celeste”. Avrebbe voluto fare quanto suggerito, ma la famiglia lo obbligò a sposarsi.

Ma, andando verso Civitella, probabilmente per conoscere la futura sposa, il cavallo si fermò. Inutili gli sproni, tanto che fu obbligato a pernottare presso una vicina pieve. Era la vigilia di Natale. Il giorno successivo, solennità del Natale, ritentò la strada, ma il cavallo s’impuntò nuovamente.

Scosso, Galgano iniziò a pregare. Allora il cavallo si mosse e lo condusse presso la vicina collina di Montesiepi, dove si fermò. Sceso da cavallo, Galgano sfoderò la spada e la conficcò in una roccia. Quell’arma non sarebbe più stata estratta, non sarebbe mai più servita a colpire, e da strumento di guerra si trasformò in croce davanti alla quale s’inginocchiò a pregare.

L’arcangelo Michele ordinò quindi al giovane di costruire una chiesa rotonda attorno a quella novella croce. Quella conversione colpì profondamente l’immaginario collettivo del tempo. A Galgano si unirono ben presto undici confratelli. Il luogo diventò subito meta di pellegrinaggio ed i monaci cistercensi eressero una grande abbazia nelle vicinanze.

Nel frattempo Galgano morì, un anno dopo la sua conversione. L’eco di questa storia arrivò fino a Roma, per cui il Papa nominò una commissione per andare a indagare. L’esito del processo portò la commissione a giudicare rapidamente la santità di Galgano e ad accertare quella storia incredibile. La proclamazione di San Galgano è documentata dal più antico verbale di un processo di canonizzazione giunto sino ai nostri tempi.

Fin qui una storia decisamente appassionante. Ma non possono non risultare evidenti alcune similitudini: la chiesa rotonda con la tavola rotonda, i dodici eremiti con i dodici cavalieri, il nome di Galgano con quello di Gaiwan, Galvano in italiano, nipote prediletto di Re Artù e cavaliere della tavola rotonda.

Il mito di Re Artù è giunto amplificato a noi mentre la storia di San Galgano è relegata nei cuori e nelle menti dei visitatori della Rotonda di Montesiepi, la località nel comune di Chiusdino in provincia di Siena dove è custodita ancora oggi la spada.

Ed è proprio nel confronto con il mito di re Artù che nasce una riflessione sull’invito di Papa Leone XIV ad una pace disarmata e disarmante. L’estrazione della spada da parte di Artù è stata presentata non solo come un segno di regalità, ma anche come giustificazione alla giusta battaglia. Come ancora oggi accade in chi alimenta e tenta di giustificare la moltiplicazione e l’uso delle armi.

San Galgano ci dimostra che c’è un modo per realizzare una pace disarmata, quello di rinunciare radicalmente all’uso delle armi. Ma ancor di più il successo immediato e la notorietà del gesto di San Galgano, in un’epoca in cui le comunicazioni non erano poi così facilitate, ha avuto la forza di generare una pace disarmante in quanti sono accorsi a venerare San Galgano e la sua spada diventata Croce.

Concludo il racconto proponendo una piccola riflessione. Non sarà che, ieri come oggi, da Chiusdino a Roma a qualsiasi angolo del mondo, a distanza di quasi nove secoli, la pace non si dia solo attraverso un trattato o in un accordo diplomatico, pure necessari alla città degli uomini, ma anche nella semplicità di un gesto concreto, che ognuno può fare, e che riverberi quella pace che (quasi) tutti, nel proprio cuore, desiderano?

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