Bombe sull'Oman e l'atomica sull'Iran?
di Piccole Note
L’America sta considerando di usare l’atomica contro Teheran. A lanciare l’allarme è stata l’ex deputata Marjorie Taylor Greene che ha sottolineato: “Non sto facendo supposizioni, lo so”. Evidentemente qualche esponente dell’amministrazione Usa inquieto per questa deriva deve averla informata. D’altronde il recente mutamento della dottrina nucleare statunitense qualche allarme l’aveva suscitato.
Ne aveva parlato la NBC spiegando che Elbridge Colby, numero due del Pentagono, stava mettendo a punto, e ne aveva parlato in un forum riservato, una nuova strategia che prevede l’uso di armi nucleari tattiche anche in conflitti regionali. “Ciò di cui ho più paura” rispetto a un “attacco di massa” contro gli Stati Uniti “è una guerra regionale […] una guerra convenzionale che potrebbe prevedere l’impiego locale, Dio non voglia, di armi [nucleari] che potrebbe poi degenerare”.
La revisione mira a offrire al presidente degli Stati Uniti opzioni diverse da un attacco nucleare alzo zero, previsto nel caso di un attacco nucleare, in atto o potenziale, contro gli Stati Uniti, che comporterebbe la fine dell’umanità.
Tale cambiamento, come hanno osservato giustamente tanti analisti, rende più facile l’utilizzo dell’atomica e, anche se Colby ha limitato le possibilità di un tale ingaggio solo in un eventuale confronto con Russia e Cina, è alquanto ovvio che si tratta di un limite aleatorio. Una volta che il genio è uscito dalla lampada, tutto può accadere.
Si immagini che il conflitto con l’Iran riprenda e si allarghi e che le forze iraniane riescano a mettere a segno un colpo devastante come l’affondamento di una nave statunitense, cosa niente affatto impossibile. Le immagini di un simile rovescio potrebbero risultare insostenibili sia per l’opinione pubblica americana che per la sua stralunata leadership, che avrebbe a disposizione un’opzione in più, o meglio un tipo di rappresaglia più possibile di prima… l’attuale dialogo sull’uso dell’atomica contro Teheran diventerebbe di colpo più serrato e stringente.
Al di là di questa follia, peraltro niente affatto sorprendente, resta che la conflittualità iraniana ieri ha avuto un’impennata, con Trump che minacciato nuovamente di bombardare “senza pietà” l’Oman, reo di aver scantonato dai diktat americani sullo Stretto di Hormuz.
Muscat, infatti, ha trattato con Teheran un nuovo regime di transito attraverso lo Stretto. Tale accordo potrebbe rappresentare la leva per rompere l’attuale stallo, inserendo l’intesa nel Memorandum di Islamabad e così riaprire il vitale corridoio marittimo: le dichiarazioni di Trump, almeno al momento, hanno affondato tale possibilità.
È ovvio, infatti, che il presidente americano è a conoscenza dei termini delle trattative e li ha rifiutati a suo modo, cioè minacciando di bombardare uno Stato che peraltro gli Stati Uniti classificano come alleato…
L’intesa Teheran-Muscat avrebbe il merito di chiarire la controversia più acuta del Memorandum di Islamabad, sulla quale i duellanti sono attualmente incagliati. Infatti, il punto riguardante il transito attraverso lo Stretto non era stato definito in modo specifico, così da dare agio agli Stati Uniti di interpretarlo a modo loro, cioè negando che fosse stato concesso all’Iran di poter imporre un qualsiasi tipo di tariffe.
Se scriviamo che si tratta di un’interpretazione di parte, e deliberatamente distorta, è perché, pur senza specifiche, era ovvio che al momento della firma del Memorandum gli States avevano accettato la richiesta iraniana.
Una conclusione che si trae facilmente da quanto riporta il Washington Post, media imperiale faro dei repubblicani: l’amministrazione Trump, scrive il giornale, ha disatteso vari punti del Mermorandum, tra questi quello che prevedeva “un ‘dialogo’ tra Iran e Oman sulla gestione dello Stretto di Hormuz”. Il sottinteso di questo dialogo è ovvio…
Tra l’altro, le richieste iraniane non sono così astruse come si vuole far credere, anzi. Il Financial Times ha riferito di un comunicato della banca JPMorgan che ha definito “legale” imporre tariffe per garantire la sicurezza della navigazione, e ha portato come esempio quelle imposte dalla Turchia negli Stretti che insistono sul suo territorio e quelle imposte da Danimarca e Svezia nello Stretto di Danimarca.
La doccia fredda di Trump giunge a 60 giorni dalla firma del Memorandum, scadenza che l’intesa pakistana fissava per chiudere un accordo più ampio tra Usa e Iran, che avrebbe dovuto porre fine alla tregua temporanea per dischiudere le porte a una pace duratura (o qualcosa del genere).
Non è andata così e, di fatto, il periodo del cessate il fuoco, o meglio la fine dello scontro su larga scala, è finito. Resta, però, de facto, almeno per ora. Nell’intervista, infatti, Trump ha aggiunto che userà pazienza con l’Iran, puntando sul fatto che il blocco navale imposto dalla Marina Usa porterà la sua leadership a cedere per evitare il collasso economico (ha anche aggiunto che Hormuz potrebbe diventare territorio statunitense… sul punto stendiamo un velo impietoso).
Sulla resilienza iraniana un documentato articolo di Djavad Salehi-Isfahani su Responsible Statecraft, il quale, dopo aver chiarito la differenza tra l’aggravio della situazione economica e il prospettato collasso, spiega che negli ultimi anni la leadership iraniana, più che puntare sullo sviluppo imprenditoriale e sul mercato come le precedenti, ha focalizzato la sua attenzione sulla redistribuzione delle risorse ai poveri.
E conclude: “L’Iran ha pagato un prezzo altissimo resistendo alle sanzioni e alla guerra per preservare la propria indipendenza. Le sanzioni hanno ridotto la crescita, danneggiato gli investimenti e aggravato l’inflazione, mentre la guerra ha distrutto imprese e posti di lavoro. Tuttavia, un’economia può andare male per un periodo molto lungo senza collassare, soprattutto quando lo Stato è in grado di redistribuire il reddito ai poveri e quando la popolazione attribuisce grande importanza all’indipendenza nazionale”.
Lo stallo, però, potrebbe essere rotto in maniera drammatica. Non solo dagli Stati Uniti o Israele, ma anche dall’Iran che, se la situazione economica o sociale dovesse diventare ingestibile, potrebbe tentare di rompere l’assedio. Un’iniziativa legittima, dal momento che il blocco statunitense resta un atto di guerra che miete vittime in modalità silenziosa.













































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