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poliscritture

Memoria. Tre sessantottini

di Ennio Abate

Pubblico  le riflessioni  che Paolo Rabissi e Franco Romanò  hanno fatto  leggendo il racconto del mio ’68 ( qui ). [E. A.]  

1968 ennio statale miIl mio '68 era cominciato nel '66

di Paolo Rabissi

Caro Ennio

non sono uno dei vecchi cui poter passare le tue domande così cariche di problemi, non ho capito meglio di te il significato di quell’anno. Di più, io festeggio il ’68 tutti gli anni il 7 dicembre non perché a S. Ambrogio in quell’anno Capanna strigliava i compagni poliziotti davanti a La Scala ma perché più o meno nella stessa piazza (c’era un Motta) io e Adriana facevamo un piccolo rinfresco dopo il matrimonio della mattina. Non voglio essere irriverente, è che se riuscirò a parlare di quegli anni ( mi sono un po’ arenato nei miei biograffiti) come fai tu (apprezzo il tono che dai alla tua narrazione) verrà sicuramente fuori 1) che il mio ’68 era cominciato nel ’66 (perché ho cominciato a insegnare da studente e che non aveva una lira in tasca, perché ho conosciuto Adriana, perché ho conosciuto quelli di ‘Classe operaia’) e 2) che in realtà per me non è mai finito. Anche a me interesserebbe un po’ di più interloquire con un giovane, precario e disoccupato se proprio vuoi. Ma neanche tanto. Quando arrivano in casa i giovani di Amazon o di altri servizi, postali e non, mi confessano che amano il loro lavoro, durissimo ma pagato abbastanza e non si preoccupano per niente di futuri e di pensioni e di cassa malattia. Tutti a dire poveretti come sono sfruttati e c’è un po’ di miserabilismo intorno a loro e invece poi scopri che fanno lotte non da poco. Ma un amico della logistica ci sta dentro bene, lavora come nessun operaio fordista avrebbe accettato di fare. Però nella logistica fanno lotte non da poco e scoprono daccapo il mutuo soccorso, la solidarietà di un tempo.

Accidenti c’è tutto un mondo da cui ricominciare ma io non ho più la forza e interamente nemmeno la voglia, seguo qualche situazione ma bisogna essere disperati come cani randagi. Mi manca l’inchiesta sul campo collettiva, quella con la quale sono nato politicamente, ma era fine ’67 con La classe, operai e studenti uniti nella lotta. Poi c’è stato Potere Operaio (fino al 71 quando la deriva insurrezionalista fece allontanare quasi tutti noi milanesi con Sergio Bologna). Ma Sergio ci aveva già fatto fare il giro tra Pirelli, Alfa e Mirafiori, e dopo il 3 luglio del ’69 non c’era stata quasi più storia studentesca se non operaista: se proprio devo ‘circoscrivere’ (come mi ha insegnato lo Zibaldone) il ’68 finisce la sua grande ondata nell’80 con la passeggiata dei 40.000. Ma poi continua e oggi sono ancora qui che studio i Grundrisse e il frammento sulle macchine, perché tutto è cominciato da lì, per me ma non solo.

Ma ne sai qualcosa. Abbiamo vicende comuni. La mia tesi con Catalano, dopo avere tradito Della Peruta col quale avevo stabilito una bella amicizia, era come te sui Quaderni Rossi ma poi proseguiva con Classe operaia. Era pronta da tempo ma la militanza mi ha bruciato un paio di anni. Ero, come sempre, fuori tempo massimo con gli studi (come te ho lavorato, dopo la maturità afferrata per il collo, come impiegato contabile (!) per un anno e poi quasi un anno come sguattero a Colonia), ma in quegli anni casa mia, prima della sua sede ufficiale in G. Modena, di P.O. è stata per più di un anno la sede. Lì è successo di tutto. Poi poi. Non lo so se ci riuscirò a ricostruire quei miei anni. Ma credo che tutti dovrebbero farlo. Senza piangersi addosso. E recuperare anche alla memoria i nostri anni d’insegnamento perché la scuola come ci abbiamo insegnato noi è stata una bella scuola sul serio, il ’68, studentesco e operaista è andato avanti con noi nella scuola, non a caso abbiamo insegnato negli IPSIA, negli ITIS, ed è stata scuola di democrazia, di conflitto, di rifiuto della parte sclerotizzata del nostro umanesimo. Ma eravamo già da prima nella scuola: con il terzo anno di iscrizione alla Statale ho ottenuto appunto già nel ’66 il mio primo anno scolastico di supplenza, incredibile, era la scuola di massa che avanzava ed è stata prodromica al ’68. La scolarizzazione di massa faceva aprire scuole dappertutto. ll mio ’68, anche in questo senso, era già cominciato. Quella era per se stessa una spallata incredibile all’ancien regime, nelle scuole arrivarono a insegnare studenti che portavano con sé un’aria libertaria e anche un po’ libertina, che sbaraccavano in quattro e quattr’otto metodi e ritmi della scuola. Ma trasmettevamo cultura alternativa, più di quanta noi stessi credessimo. I ragazzi ci volevano bene. I presidi no. L’antiautoritarismo dispiegatosi in quegli anni per me fu quasi un naturale portato di rottura con certi padri, almeno i miei, silenziosi, fascisti, piccolo borghesi, con la verità in tasca, succubi e servi in una città dominata da una borghesia industriale nera, autoritaria e cattiva, che all’università governava come signori feudali. Da allora la scuola non poteva più essere come prima. Magari abbiamo residuato solo coscienza sindacale, beh buttala via oggi, e comunque le tessere sindacali le abbiamo a un certo punto stracciate.

Ma i figli degli operai ai quali abbiamo insegnato il pensiero critico non residuarono solo straccioneria. Molti hanno studiato. Roberto, figlio di un operaio dell’Alfa, mi disse un giorno: guarda le lotte pagano, mio padre non deve più tenere le braccia alzate alla catena e si stanca la metà, io però in fabbrica non ci vado, piuttosto faccio la fame ma non ci vado sotto padrone.

Non sono queste conquiste di libertà da tramandare? Beh, figli a parte, oggi spero nei miei nipotini (tre)!

Il deserto si è allargato in maniera inverosimile ma qualche oasi (WEB compreso) c’è ancora. Tutto il resto per ora è solo concepito.

* * * *

Sul '68 di Ennio

di Franco Romanò

Caro Ennio, viste le difficoltà crescenti con cui mi avvicino al mio ’68, alla fine ho letto il tuo, molto bello, anche se forse questo aggettivo può sembrare abusato. E invece lo uso con piena consapevolezza. Alla fine del tuo viaggio ho capito che l’approccio che avevo in mente è del tutto analogo e cambia poco se il mio treno non veniva dal sud ma dal profondo nord della Brianza, che è a sua volta – nel mio immaginario – un altro sud. Ho sempre pensato che la Brianza profonda abbia qualcosa che l’assimila antropologicamente all’Alabama e avendolo scritto prima che la Lega Lombarda nascesse penso di avere qualche ragione dalla mia parte. Inoltre, una cospicua parte narrativa di quello che è il mio ’68 è finito in un romanzo che nessun editore per il momento ha scelto di pubblicare, anche se non demordo.

La ricostruzione del tuo percorso è convincente perché non è solo il tuo ed è scritto in uno stile che permette a ciascuno di ritrovare il proprio ’68: questo mette in moto ricordi e anche un po’ di nostalgia, che non guasta. Infine c’è un passaggio che per me è un vero cammeo: l’eleganza del levriero al guinzaglio della occasionale compagna di Feltrinelli dice molto senza spiegare nulla. Alla fine, ho rinunciato a scrivere del mio ’68.

Però poi, a conclusione del tuo viaggio, poni delle domande politiche che vanno oltre la narrazione ed è su alcune di queste (le riporto qui sotto) che vale la pena invece di soffermarsi e tentare di rispondere ed è quello che cercherò di fare, avendo in testa una linea precisa di ricerca e cioè che il modo politicamente meno angusto di ricordare il ’68 è quello di collocarlo all’interno di un ciclo più lungo della storia italiana che parte dai fatti di Piazza Statuto del 1962 e finisce con la marcia dei 40.000 della Fiat nel 1980. Mi rendo conto che è materia da storici, ma lo è anche da militanti quali, con tutti i limiti e le differenze di ruolo e coinvolgimento personali, siamo entrambi stati. Ripercorrere questa storia significa anche farlo alla luce di quello che sono state le pagine nobili e le sue sconfitte. Queste ultime hanno le loro ragioni negli assetti politici che le potenze vincitrici imposero all’Italia alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Tali ragioni sono state quasi del tutto ignorate da parte di movimenti e forze politiche extra parlamentari che si formarono in quegli anni. La parola ignorate non va presa alla lettera, visto che non facevamo altro che parlar di Cia e del ruolo degli Usa. Ho condensato in un ossimoro di cui ho discusso anche con Paolo Rabissi il senso della parola ignorate: Avevamo ragione su tutto ma non ci abbiamo capito nulla.

Vengo ora alle tue domande, rispondendo alle quali mi auguro anche di sciogliere un po’ il significato dell’ossimoro.

… Ma, vista l’aria che ira oggi, a cinquant’anni dal ‘68, non so più se parlarne possa servire a qualcosa o a qualcuno. E allora, come il mio personaggio, sono tentato io pure di ritirarmi «in un cerchio di solitudine» a riflettere e a farmi domande per conto mio: feci bene a partecipare a quella rivolta di studenti? feci bene a orientarmi verso l’operaismo? perché non avvenne una vera saldatura tra noi in basso e i leader del movimento, i fratelli politici (a volte maggiori di età e  a volte minori)  ai quali mi accompagnai?

Comincio da queste per dire subito che secondo me facesti bene, come ognuno di noi fece, a partire dal luogo (da non intendersi solo in senso fisico) in cui si trovava quando fu trascinato dalla forza di quegli eventi a farne parte e a cercare di capire. Io ebbi, dopo molte oscillazioni, una propensione verso il maoismo, ma questo è ormai irrilevante. Rilevante è invece ricordare che da quell’ondata, che iniziava da prima di noi e cioè proprio nel 1962, e che avremmo imparato nel tempo scoprire, nacquero le più grandi conquiste civili di questo paese che metto nell’ordine in cui le ricordo:

  • La legge 180 voluta da Franco Basaglia e Franca Ongaro.
  • Lo statuto dei lavoratori, grazie alla determinazione di molti e alla cocciutaggine di un uomo che nessuno ricorda: Brodolini.
  • La legge 194 sull’interruzione di gravidanza.
  • Una copertura sanitaria per alcuni anni fu addirittura totale e sulle spalle delle fiscalità generale.
  • L’unificazione del punto unico di scala mobile.
  • Le 150 ore
  • Laura Conti, Giulio Maccaccaro, Ercole Ferrario, per tutto quello che ci insegnarono e fecero attivamente per denunciare la non neutralità della scienza, per dire che sicurezza sul lavoro e salute non sono monetizzabili e nel concretizzare un discorso ambientale che sapeva unire insieme sua nell’analisi sia nell’azione concreta problemi ambientali e tensione anti capitalistica.

Questi sono solo gli aspetti più istituzionali: ma come non ricordare quello che nasceva e si sviluppava in un rapporto antagonista, a volte, altre volte con accordi parziali, con le istituzioni: dal movimento di occupazione delle case, la nascita dei consultori e dei centri anti violenza, l’autocoscienza che ebbe un influsso forte anche sugli uomini, i gruppi di autocura e chissà quante cose ho dimenticato. Lascio per ultimi consapevolmente i consigli operai, il vero centro e nucleo delle lotte di quegli anni, sia per quello che rappresentavano in sé, sia per quello che significavano per tutti gli altri lavoratori e lavoratrici, non operai nel senso proprio del termine; a cominciare per gli insegnanti, come eravamo noi.

Tutto questo, intendiamoci, non è una risposta alla tua ultima domanda, quella forse più pregnante, e cioè perché la saldatura fra i fratelli maggiori e minori non ci fu o ci fu solo in parte. Tuttavia, questa domanda, cui cerco subito di rispondere, non può cancellare a mio avviso tutto quello che ho ricordato in precedenza.

La saldatura in parte ci fu, per esempio con la generazione grazie alla quale scoprimmo o riscoprimmo il valore della Resistenza Antifascista, solo che ci trovammo ad affrontare un dilemma non da poco:  un aspetto fondamentale del ’68 fu anche quello di non riconoscersi nei padri e dei padri rifiutavamo anche le tendenze autoritarie presenti nella generazione resistenziale, cui pur guardavamo con sentimenti di riconoscenza. E poi Freud, che scoprivamo in quegli anni, ci insegnava pure che i fratelli, una volta che si sono liberati del padre, non è che sappiano bene cosa fare. Tuttavia, penso che tutto questo sia vero ma che manchi qualcosa di decisivo e cioè che scoprivamo un po’ traumaticamente come uomini che il mondo non era fatto solo di fratelli ma anche di sorelle e che queste ultime si ribellavano ai padri come noi ma anche ai fratelli che noi eravamo.

 … erano di gran lunga più potenti e insidiose le sotterranee manovre dei partiti di destra ma anche di quelli di sinistra per bloccare  la rivolta e non si fu in grado di respingerle?

 Sì, nel breve e nel medio tempo fu così e questa tua domanda mi dà modo di ritornare sull’ossimoro e cercare di spiegarlo. Erano più potenti perché noi ci affacciavamo sulla grande storia e non potevamo di certo conoscerla in partenza e non potevamo sapere in quel momento dentro quali vincoli internazionali e quanti e quali non detti (da entrambe le parti che combattevano la Guerra Fredda) agivano sotterraneamente. Qualcosa intuivamo eccome, anzi molto di più e questo è il senso della prima parte del mio ossimoro: avevamo ragione su tutto. Lo capivamo però astrattamente – anche dopo la strage di Piazza Fontana – e non nella concretezza fattuale e profondità e dunque non ci abbiamo capito nulla. C’era in questo anche un atteggiamento positivo, cioè dell’andare oltre un limite che, peraltro, nessuno veramente indicava perché per opposte ragioni – che a sinistra talvolta erano anche nobili ma altre volte no – tutti avevano la necessità di difendere ragioni indicibili. In particolare ci mancò la capacità di capire in fretta che la definizione di Guerra Fredda era un’ipocrita e tragica definizione che occultava la realtà dei fatti: una guerra calda e senza esclusione di colpi ma combattuta con i metodi della guerra asimmetrica e del terrorismo di stato; una guerra in cui l’Italia si trovava al centro. La stessa narrazione sui cosiddetti servizi deviati, avallata anche a sinistra, fu un altro strumento di occultamento della realtà.

Chi pretese di capire di più e per questo scelse la lotta armata (cercando appoggi più o meno consapevoli con il campo socialista) cercò una scorciatoia che si rivelò la catastrofe che sappiamo, tutti gli altri furono presi nel mezzo, ma non si riuscì a fare molto di più. Non credo però che possiamo essere mal giudicati per questo: anzi a me sembra un miracolo che abbiamo contribuito nel tempo a tenere comunque vive certe istanze.

Ora sappiamo tutto e non sto usando un’iperbole, anzi mi prendo la responsabilità di affermare che di misteri non ce ne sono più, dopo la pubblicazione  recente di alcuni libri – fra cui in primis quelli di Fasanella e Giannuli.

Ci sono dei dettagli da chiarire, il ruolo di alcuni personaggi chiave può essere ritenuto ambiguo, ma il perimetro politico in cui s’inscrivono e il senso complessivo di certi fatti, a cominciare da Portella della Ginestra, poi dal Piano Solo del 1964, per passare dalle stragi e per finire con il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro, sono chiari ed evidenti. Il puzzle è finito e se qualche casella rimane ancora vuota, oppure può essere riempita da attori e figurine diverse, questo non impedisce di leggere bene la figura. Anzi, continuare nella narrazione che avalla l’esistenza di misteri significa a questo punto non fare i conti con la realtà, significa non voler vedere e non voler sentire che in Italia non manca appunto lo scioglimento dei misteri, bensì un discorso sulla verità che forse non verrà mai ma che trovo assurdo non chiedere comunque. Penso a un gesto come quello che compì Willy Brandt davanti al monumento di Auschwitz. Un establishment come quello italiano non è in grado di farlo, ma penso sia legittimo pretenderlo o sollevare il problema.

Infine, cito l’ultima parte del tuo scritto:

… mi accorsi presto – e ancora devo citare Brecht –  che anche nel movimento degli studenti «Anders als die Kämpfe der Höne sine die Kämpfe der Tiefe!» (Diverse dalle lotte sulle cime sono le lotte sul fondo!).[1] Quando poi s’interruppe quel frenetico ma fecondo lavoro di contrabbando intellettuale tra università e  esterno (bisognerebbe informarsi sull’ormai dimenticata  esperienza delle «150 ore» partite nel 1973!),  mi accorsi che dal ’68  avevo imparato comunque che è possibile lottare assieme agli altri; e che potevo continuare a cercare compagni con cui farlo. Sì, «sul fondo», anche scrivendo da solo i miei poverissimi samizdat ciclostilati in proprio e distribuiti a poche persone.

 Ecco, e se fosse tempo di ricominciare?


Note
[1] Dal frammento La bottega del fornaio. 
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Comments   

#3 Eros Barone 2018-06-08 22:22
@ Ennio Abate

Il punto su cui richiami l'attenzione fa parte, come ho scritto nel mio commento 'ex cathedra', degli aspetti che meritano di essere valorizzati. Mantengo però le mie riserve sul tono, sul linguaggio e sui contenuti, a mio avviso generici ed evasivi, di quel sintagma, "cambiare il sistema", che compare nel passo da te sottolineato. Il Sessantotto sviluppò, come ben sai, una critica antirevisionista al togliattismo e al suo uso del pensiero di Gramsci in chiave riformista, che - con tutto il rispetto per Raul Mordenti, studioso rispettabile del pensatore sardo ma anche inossidabile revisionista - costituì uno dei vettori, quello rivoluzionario e marxista-leninista, di quel moto vasto, complesso e poliedrico, sospeso tra utopismo, libertarismo, operaismo e socialismo. Di questa critica trovo ben poche tracce nel materiale da te proposto.
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#2 Ennio Abate 2018-06-08 19:18
@ Eros Barone

E scendi un po' dalla cattedra ! Si è aperto un confronto tra tre "lavorati" dal '68. L'hai capito?
Ti suggerirei di essere meno drastico e sbrigativo nei giudizi e di leggere anche i commenti. Ad esempio, il mio qui:
punto:http://www.poliscritture.it/2018/05/29/memoria-tre-sessantottini/#comment-82544

soffermandoti almeno su questo punto:

E ancora. Possiamo tacere o sorvolare su quel *di più* immaginato e tentato allora? Sull’idea di un futuro non dominato dal capitalismo? Sulla volontà di rottura coi padri della Sinistra “progressista”? Certo non tutti i partecipanti al ‘68 si posero quei problemi. Il movimento fu composito. C’erano quelli che volevano “cambiare la vita” e quelli che volevano “cambiare il sistema”. A me interessano soprattutto le ragioni dei secondi (compresi quelli che cercarono i loro strumenti nella tradizione armata della Resistenza non imbalsamata dai democristiani piccisti e socialisti) e capire il perché della sconfitta. Meno le pur rispettabili ragioni di quanti vissero il ’68 come rivolta contro l’«autoritarismo».

E magari anche la segnalazione della posizione di Raul Mordenti qui:
http://www.poliscritture.it/2018/05/29/memoria-tre-sessantottini/#comment-82582
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#1 Eros Barone 2018-06-04 23:45
Di questo materiale si possono apprezzare alcuni aspetti, alcuni dei quali meritano anche di essere valorizzati. Ma il tono e il linguaggio... Il primo da cenacolo 'sub-elitario' e il secondo tra il recriminatorio, il lamentoso e il rinunciatario. Se la lezione del Sessantotto che si intende trasmettere è questa (mi viene in mente "Allonsanfàn", un film dei fratelli Taviani che ha restituito in modo esemplare l'oscillazione tra il reducismo di "come eravamo", il dolce ritorno nei ranghi e l'utopismo del "che cosa avremmo voluto"), ossia la lezione del 'tradimento', è almeno un atto di onestà intellettuale riconoscere che la "malinconia di sinistra" altro non è se non il balsamo retorico e compensatorio di un rinnovato progetto riformista. Ma il Sessantotto non era riformista (questa favola lasciamo che sia la cricca del "manifesto" a raccontarla); il Sessantotto era (con tutte le sue ambizioni e con tutte le sue semplificazioni) rivoluzionario.
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